La Russia: questa compagnia comica, di Andrea Sartori

L’Uchebnuyi Teatr di San Pietroburgo è una cassetta di legno antico, scheggiata da una ragnatela di crepe irregolari che ne reticolano l’involucro e le pareti interne. Qui va in scena, da circa sette anni, l’allegoria d’una Russia che dal Medioevo è giunta sino a noi con i suoi rattoppi, le sue velleità e le sue nobili speranze. Komik Trest è il titolo dello spettacolo diretto da Vadim Frison a cui ho assistito una sera di fine novembre, in una platea fitta fitta di spettatori, come spesso accade nei tanti teatri della città, in qualunque momento dell’anno.

Tondi di luce pulviscolare chiaroscurano sul piccolo palco la fisionomia di un circoscritto paesaggio innevato, sul quale sono disposti i simboli miniaturizzati di un presepe ortodosso, senza figure umane: un castello, un monastero, una torre campanaria, alberi dai lunghi rami spogli, grigi e secchi, in arrampicata sulle ondulazioni del manto immacolato, che a sua volta ospita la traccia d’un fiume ghiacciato, e pochi, radi, quadrupedi fissati nella loro immobilità invernale. Il candore del paesaggio apparentemente non prevede una presenza antropomorfa: qui regnano il tempo e lo spazio mitici di una terra inalterata dall’azione umana. La chiesa s’intuisce vuota, spopolata, abbandonata all’eternità senza istanti d’un colore bianco privo di profondità e prospettiva.
D’un tratto, tuttavia, la massa uniforme che ingombra lo sguardo, prende a muoversi, ad accentuare le gobbe che modulano le colline innevate, come se, da sotto quella distesa omogenea, si mettessero in movimento forze anonime, indistinte, benché sul punto di sbocciare in una primavera di intenzioni determinate, riconoscibili. Dal destino della terra, mi dice la quinta teatrale, spunta il suo carattere. Ed ecco infatti che il manto di neve si rivela per quel che è: il mantello candido di un singolare personaggio incoronato, da sotto il quale si levano altre due figure con in pugno delle spade, mentre corazze militari ne proteggono il torace, e i simboli sparpagliati dell’identità russa vengono gettati con noncuranza tutt’intorno: un’anziana sovrana, dagli arruffati capelli pelosi che le spiovono sulle orecchie, il mantello e gli scomposti merletti ad intralciarne goffamente il passo, indirizza disordinati comandi alle sue due guardie.
I tre attori, più che dialogare, mimano i significati del linguaggio con i gesti, i movimenti del corpo, le espressioni facciali, lo strabuzzare degli occhi, i suoni inarticolati e buffi, sformati ed esagerati, della voce. Il registro comico è ciò che tiene insieme lo spettacolo, suscitando l’ilarità di un pubblico entusiasta, ma è anche una fenomenologia di superficie, zeppa di allegorie che scavano nelle profondità del carattere di un popolo, e del suo rapporto tormentato con il potere politico.
La sovrana rimbambita e un po’ pazza ordina ai gendarmi, ottusi ed animaleschi, anch’essi con una maschera vagamente suina a camuffarne i volti, di minacciare e colpire il pubblico con le spade, salvo poi elargire allo stesso pubblico, con un gesto esibito di magnanimità repressiva, manciate di minuscole e tintinnanti kopeke.
Se sei ricco, dì a tutti che sei ricco, mostralo senza pudore, e fa della noncuranza con cui mostri ciò che hai, un affilato strumento di potere per primeggiare sugli altri. Questo ci dice la personificazione della Russia, dai tempi di Ivan IV il Terribile, sino agli oligarchi di oggi.
Nel gesto della sovrana di questo spettacolo c’è tuttavia una nota malinconica in più, che rinvia ad un archetipo collocato in prossimità di un’origine ancor più remota: ella dispensa sì il denaro, ma poi, Madre Russia delusa, ritira amareggiata la mano vuota, non ottenendo nulla in cambio, se non l’interrogativo spegnersi delle risate del pubblico, sino a quel momento divertito. Il riferimento al tempo attuale, all’innesto grottesco della modernità, e poi della tecnologia, sull’anima russa, è d’altra parte ben reso da un cursore verde proiettato sui corpi dei due ebeti armati, quasi fossero le icone sullo schermo di un computer, perseguitate da quella freccia che li insegue ovunque vadano, e che ricorda che ogni tentativo di fuggire è colpa. L’effetto comico è inevitabile, ma in esso si trasfigura ciò che vi galleggia al fondo: un sentimento di paura e diffidenza, smarrimento e sospetto. Sulla scena è un incalzare di gesti che richiamano ridicolmente all’ordine, al mettersi sull’attenti, a marciare insensatamente, a sollecitare il silenzio portando il dito indice colpevolizzante alle labbra, per sibilare tra di esse una consonante esasperata: ssssst! A tratti una delle guardie appare come un improbabile supereroe robotizzato, una sorta di Goldrake o di Mazinga, che brandisce ora un’arma stellare, ora una rosa, in un frastornante altalenare di significati, enfatizzato da un sound design prima militaresco, poi romantico, accompagnamento sonoro degli sketch dei tre personaggi. Uno di questi, mutato di costume e d’identità, appare in camicia da notte, una cuffia da riposo sulla testa e degli occhiali tondi sul naso, conferendo un ulteriore tono surreale, bulgakoviano, allo svolgersi dell’azione. Anche la sovrana muta di personaggio, divenendo una figura singolarmente fatata, dall’assurdo ed allungato copricapo a punta.
Elementi infantili, che con delicatezza riprendono e trasformano l’infantilismo del rapporto tra la testa coronata e il suo braccio armato, l’appiattimento del loro interagire su di un elementare dare e ricevere ordini, imporre il silenzio, esortare ciecamente al gioco insensato, regressivo, del menare fendenti a destra e a manca.
La fata stacca così le stelle dal cielo scuro, per riporle in un cesto, e lasciare che continuino a brillare tra le maglie intrecciate di questo; sebbene la luna, l’astro più grande, rinvii ad un incanto di segno opposto, al sortilegio negativo del potere, rivelandosi come nient’altro che la lama ricurva di un’alabarda. Il nuovo personaggio dello hippie che fuma uno spinello sul palco strappando inevitabilmente delle risate, è così la vittima predestinata di una babučka regale sempre più maldestra e merlettata, la vittima che le due guardie devono picchiare e imbrigliare nel giogo di una gogna, permettendo però alle mani di uncinettare un maglione, che poi si rivelerà, all’uso, il cappuccio di un boia.
Nel continuo trapassare degli oggetti in altri oggetti, dei simboli in altri simboli, dei personaggi in altri personaggi, v’è una mobilità dialettica e surreale, che denuncia come lo sguardo di pietra del potere ambisca ad un’impossibile chiusura, a soffocare la vita in una forma per sempre identica, che risulta però solo illusoria. Ed è proprio il ricercato effetto comico a fungere da grimaldello critico contro gli stereotipi che il potere politico crea a proprio uso e consumo: la sovrana fa sì bastonare il malcapitato alternativo in erba, ma poi si fa lei tentare dall’assumerne le movenze, dall’imitarne i gesti e le posture, lanciandosi anch’ella in un tentativo di danza liberatoria, salvo poi rimanere bloccata, nel suo ingombrante abito, da un colpo della strega che ne immobilizza ironicamente la schiena.
Sono così maturi i tempi per una cospirazione contro la sovranità e l’istituzione, nella quale è da leggere l’impulso incoercibile, antropologico, alla rivoluzione, più che la Rivoluzione d’Ottobre nella sua specifica realtà storica. Si susseguono sulla scena i gesti mimici e le voci incalzanti, che esortano le guardie al tradimento, alla menzogna, al complotto, mentre la gogna, appoggiata al ceppo di un patibolo, s’appresta ad accogliere il collo della sovrana. E la decapitazione difatti avviene, tra colpi di cannone e pannelli portati sulla scena raffiguranti masse proletarie, benché subito il pathos del dramma si stemperi in un ballo carnevalesco a cui partecipa la stessa regina, solidale con i gendarmi suoi carnefici.
Ad essere decapitato non è d’altra parte solo il potere feudale, ma anche la sua reincarnazione sovietica, dopo la quale è un’altra forma di potere, d’importazione occidentale, a rivestire un ruolo primario.
Al ritmo di We will rock you dei Queen, fa la sua comparsa un bizzarro presentatore televisivo, uno showman dai capelli blu, con una salopette borchiata e sadomasochistica, che punta a sedurre le masse con le proprie moine, e distribuisce al popolo non più le minuscole monete di un tempo, ma i lustrini dello spettacolo. Così, la kachaturiana danza delle spade viene reinterpretata con l’orecchiabile melodia di Ricky Martin, e la corona, rimasta abbandonata senza un portatore, viene avvicinata dalla fata impacciata, che la prova, la indossa sopra il proprio cappello conico, quasi fosse un accessorio alla moda. Le due guardie ora sono due valletti che porgono un microfono alla nuova sovrana, la quale resta afona innanzi all’amplificatore del suo silenzio, mentre sonorità elettroniche e disturbi di frequenza, si disperdono ridicoli nel vuoto siderale del significato. Gesti enfatici, mimetici di quelli degli attori hollywoodiani, e ripetuti colpi di tosse, mascherano l’assenza di voce e di logos del potere. Lo stesso pubblico è chiamato a partecipare alla pantomima, ed è incitato dai valletti ad emettere versi animaleschi, sub-umani, più che post-umani. Il «discorso» per la presa di potere è significativamente salutato da un applauso emesso dalle casse sulla scena, al quale coerentemente il pubblico in sala si accoda divertito, squassato dalle risate per la performance di mimo svolta dalla sovrana analfabeta, rinnovata ed evanescente immagine di Madre Russia.
In tal modo la figura antica di quella stessa Russia non è semplicemente uscita di scena, ma egualmente inabissata e conservata nelle profondità inconsce di un’anima collettiva. La sua maschera grottesca transita ancora per il palco, alternandosi a quella della giovane fata incoronata, a sottolineare come in Russia i frammenti anche più minuti della storia umiliata, costituiscano un fardello che il tempo presente non cessa mai di portarsi appresso.

La Komik Trest, la compagnia comica, è però allo stesso modo aperta ad un futuro ancora non determinato, benché il riso con cui finora ha ripercorso la storia di una nazione, sia stato venato di aspre amarezze.
Le spettacolo, propriamente, non finisce, poiché la storia della Russia non è finita. I comici chiedono al pubblico il pollice alto o il pollice verso, in modo che sia esso a decidere la tragedia conclusiva o il lieto fine. Democraticamente mettono in scena entrambi, facendo seguire il lieto fine alla tragedia. Di fatto, tuttavia, comico e tragico, illusione e critica, sono saldati l’uno all’altro durante tutta la rappresentazione, durante la quale non è dato un alloro cui appoggiarsi, certi d’un tempo storico benevolo.

Fuori dall’ Uchebnuyi Teatr, le strade infangate di San Pietroburgo attendono gli spettatori, mentre edifici sventrati dalle finestre rotte sorvegliano immobili le manovre della speculazione edilizia e il disorientamento di una generazione, che non ha nulla in comune con i propri padri, se non, forse, una passione artistica, e teatrale in particolare, senza uguali al mondo.

4 pensieri su “La Russia: questa compagnia comica, di Andrea Sartori

  1. Ricordo il cinema d’animazione russo come una delle cose più poetiche e belle che mi sia capitato di vedere, il teatro di Checov mi ha sempre toccato intimamente, immagino che questo Uchebnuyi Teatr ripercorra la stessa visionaria rappresentazione ma con in più quello stridore del dissenso che prima non era possibile e dell’evidente incertezza per il futuro che stà oscurando tutto il mondo.
    La Madre Russia nasce sotto il tallone tartaro e da allora ha sempre dovuto subire la doppia oppressione orientale e occidentale, nelle parole dello starec Zosima nei fratelli Karamazof si riconosce però l’anima di un popolo che ha sempre saputo rialzarsi e tornare alla propria identità, religiosa e poetica.

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  2. non ho ancora avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo del genere,
    posso solo immaginare, dopo una descrizione così accurata, di trovarmi di fronte la scena, di vedere quel bianco, candido, mantello di neve, che però nasconde allegorie come una matrioska, in attesa di essere svelata…

    ciao

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  3. Mi pare un po’ troppo enfatica questa descrizione; pur se molto bella. Lo so, sono occidentale fino al midollo, ma gli spettacoli teatrali russi (almeno quelli che a me è capitato di vedere, capendo poco o nulla di ciò che dicevano) mi paiono tutti di una noia mortale e continuano ad avvitarsi attorno a quella loro strana malinconia che pare non abbandonarli mai. E qualcuno avrebbe dovuto essere persino comico…
    Poi, San Pietroburgo sarà un’eccezione, ma non ho mai visto teatri strapieni; di soldi da quelle parti ne girano pochi e di “pieni” ci sono solo gli spettacoli di strada, dove lasci ciò che vuoi e se vuoi, o le rappresentazioni per i ricchi con biglietti troppo cari per la gente normale.

    Blackjack.

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  4. Cari Mario, Carla e Blackjack, la malinconia dell’umiliato e dell’offeso sembra anche a me molto presente in buona parte della produzione culturale russa. Trovo che questo tratto dolente, nelle sue diverse declinazioni, possa tanto avvicinare quanto respingere il pubblico occidentale, ma non lasciarlo indifferente.

    Lo spettacolo di cui ho scritto, in particolare, non conteneva l’ostacolo della lingua, poichè era basato quasi esclusivamente su una gestualità molto espressiva, sulla performance mimica.

    Su San PIetroburgo posso dire che ci sono tantissimi teatri attivi, benchè in cronico difetto di finanziamenti. La mia impressione è che, nonostante la scarsità di mezzi materiali, l’amore per il teatro sia l’ultimo ad innalzare bandiera bianca. Gli spettacoli sono in effetti seguiti da molte persone, di tutte le età, siano essi drammatici, di musica da camera, di danza… .

    Ciò forse dipende, da quanto mi hanno detto, dal lascito della severa educazione ideologica di un tempo. Singolarmente, è proprio questo lascito a permettere che anche le opere più o meno critiche verso lo status quo abbiano un pubblico.

    Un abbraccio a tutti, e in particolare a Fabrizio e a don Mario,

    Andrea.

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