Cristina Campo

La tigre assenza

da Passo d’addio

For last year’s words belong to last years language
and next year’s words await another voice.


*
Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra e ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

*

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate di sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

“Nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta”.

*

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

*

E’ rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

Torno sola…
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.

*

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

*

Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,
lungo le notti piovose che io m’accendo
nel buio delle pupille,
tu, senza più fanciulla che disperda le voci…

Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia
di offrire, chiusa e nuda, senza palpebre o labbra!

Poiché dove tu passi è Samarcanda,
e sciolgono i silenzi, tappeti di respiri,
consumano i grani dell’ansia –

e attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue,
la dove giunge il tuo piede.

*

Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;
ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
riconduca la vita a mezzanotte.

E la mia valle rosata dagli uliveti
e la città intricata dei miei amori
siano richiuse come breve palmo,
il mio palmo segnato da tutte le mie morti.

O Medio Oriente disteso dalla sua voce,
voglio destarmi sulla via di Damasco –
né mai lo sguardo aver levato a un cielo
altro dal suo, da tanta gioia in croce.

*

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

da Quadernetto

*

Un anno… Tratteneva la sua stella
il cielo del”Avvento. Sulla bocca
senza febbre o paura la mia mano
ti disegnava, oscura, una parola.
E la sfera dell’anima e dell’anno
vibrava in cima a uno zampillo d’oro
alto e sottile, il sangue.

Ne tremavano
sorridenti gli sguardi – all’accostarsi
buio di quel guardiano incorruttibile
che nei giardini chiude le fontane.
Capodanno ’53-’54

*

Il maestro d’arco

Tu, Assente che bisogna amare…
termine che ci sfuggi e che ci insegui

come ombra d’uccello sul sentiero:
io non ti voglio più cercare.

Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,
se la corda del cuore non sia tesa:
il maestro d’arco zen così m’insegna
che da tremila anni Ti vede.

(Giardino Bonaccossi
ottobre ’54, a B.B.
)

da Poesie sparse

Oltre il tempo, oltre un angolo


Wath sorrow
beside your sadness
and what beauty
W.C. Williams

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l’attenzione t’ha consumato le ciglia.
Troppe vie t’hanno ripetuta,
stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo,
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl’ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell’asfalto
e credono al tuo fiore che avvampa, bianco –

poiché tutti viviamo di stelle spente.

Cristina Campo, La tigre assenza, M.Pieracci Harwell cur., Adelphi, 1991

QUI un articolo

QUI una biografia

QUI e QUI altre poesie pubblicate su LPELS

11 pensieri su “Cristina Campo

  1. Caro Fabrizio, c’è stato un tempo in cui sognavo spesso Cristina Campo e la sua musica , una creatura di una grazia squisita , unica, suprema, inafferrabile , una madonna toscana quattrocentesca , discreta, severa , che viveva tra i contrari , speranza e disperazione, passione e disprezzo , furia e dolcezza , e trovava una sua quiete , un riposo interiore , solo quando se ne andava per la campagna , con il flauto e il tappeto, a cercar le fiabe , il suo tesoro più prezioso, in cui ritrovava la fonte di ogni poesia e religione ; dispersi nei luoghi più remoti , Cristina riusciva a trovare gli angeli orientali di Rilke , i deserti e i cammelli di Maometto , le nuvole d’oro di Marianne Moore , le fantasie di Borges , le ricchezze percettive di Madame d’Aulnoy, i colori più accesi che stanno nei precipizi , le città abbandonate delle Mille e una notte , la Tebaide con i suoi anacoreti , il lusso rituale di Bisanzio, i vagabondi mistici della Russia, i sonatori di Kreuzer e la tristezza metafisica di Donne , il Greco , Santa Teresa e San Giovanni della Croce .
    C’era tutto in lei , l’infanzia che fa accedere al regno dei cieli, il silenzio che si raccoglieva sulle sue labbra come miele , il libro dell’angelo posato sull’angolo di un gande tavolo sgombro , e un “certo suono di quel divino instrumento che è l’anima” , la chiarezza, la sottigliezza, l’agilità e l’impassibilità del ciurmatore. “”Siedi contro il muro , leggi Giobee e Geremia. Attendi il turno, ogni rigo è profitto. Ogni rigo del libro imperdonabile”””( Il flauto e il tappeto, Rusconi,1971).

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  2. La mia vita è indissolubilmente legata a Cristina Campo, non per le meravigliose poesie, le straordinarie lettere, ma per l’introduzione ai due miei libri cardinali, quelli che hanno segnato per sempre il mio cammino; il racconto del Pellegrino russo e i detti dei Padri del Deserto.
    E’ poesia che lascia senza fiato, per la grande grazia con cui sa racchiudere il dolore.

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  3. Bella lei!
    E manca questa (esemplare):

    Ahi che la Tigre,

    la tigre Assenza,

    o amati,

    ha tutto divorato

    di questo volto rivolto

    a voi! La bocca sola

    pura

    prega ancora

    voi: di pregare ancora

    perché la Tigre,

    la Tigre Assenza,

    o amati,

    non divori la bocca

    e la preghiera…

    La neve era sospesa tra la notte e le strade

    Come il destino tra la mano e il fiore.

    In un suono soave

    Di campane diletto sei venuto…

    Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.

    O tenera tempesta

    Notturna, volto umano!

    (ora tutta la vita è nel mio sguardo,

    stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

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  4. Cigno insieme bellissimo e inattuale, la parola di Cristina Campo, che colpisce, cattura e coinvolge:
    “A noi non spetta che attendere nel paziente deserto, nutrendoci di miele e di locuste,
    la lentissima e istantanea precipitazione”
    (da “Il flauto e il tappeto”)
    Magda Indiveri dedica un bel saggio a Cristina Campo traduttrice (La “lentissima precipitazione” del tradurre, in “La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore”, La bottega dell’elefante, Bologna, 2007, pp. 118-122). Traduzioni poetiche e poesie originali sono indissolubilmente legati da un lavoro, o meglio da un lavorìo paziente e tenace di scavo e di rischio, nel segno di una “dolorosa, regale ala di cigno” (da “Gli imperdonabili”):
    Al principe cadetto, l’ ultimo dei nove cigni stregati, la tunica di ortiche che deve disincantarlo giungerà con una sola manica: non s’ è avuto il tempo di terminare l’ altra…Egli conserverà tutta la vita la sua ala di cigno; sarà uno di quegli esseri che – rari, inquietanti – serbano tutta la vita quella memoria della loro notte oscura e insieme del loro totem spirituale: una dolorosa, regale ala di cigno.

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  5. Complimenti! i link, poi, mostrano la grande attenzione che LPELS ha verso questa donna eccezionale.

    Grazie

    F&R

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  6. Post eccellente.
    Da quando la lessi la prima volta rimane indimenticabile.

    ” Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,”

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  7. grazie Fabry, per questa scelta bellissima. Ricordo che Cristina è anche una scrittrice e critica impareggiabile. “Gli imperdonabili” è un’opera grande.

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  8. Condivido ed amo, gravitas e levitas e bellezza della Campo ( ma dopo due commenti dissolti al poeta greco, ieri ed oggi, mi fermerò qui).

    Maria Pia Quintavalla

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