Il dolore innocente? Un berillo

La nascita di bambini handicappati è un abisso (teo)logico che obbliga a ripensare il senso della vita

di Vito Mancuso
In questo articolo intendo ragionare sul dolore innocente, spronato dalle polemiche dei giorni scorsi sul rifiuto della Santa Sede di sottoscrivere il documento delle Nazioni Unite sulle persone handicappate. Francamente non ho capito bene il senso di tale rifiuto, e ancora meno quello che riguarda il documento sulle persone omosessuali. Ma mi occupo di teologia, non di diplomazia, e posso solo tentare di contribuire con qualche riflessione teologica. Inizio ricordando che il berillo è un minerale che appartiene al gruppo dei silicati, ha cristalli esagonali e nelle sue forme più pure può essere verde (smeraldo), azzurro (acquamarina), o anche giallo, rosa e bianco. E’ al berillo bianco che si rifà uno dei più grandi pensatori cristiani di tutti i tempi, Niccolò Cusano (1401-1464), scrivendo il “De Beryllo”, trattato concluso nel 1458. Vi si legge all’inizio: “Il berillo è una pietra lucida, bianca e trasparente, cui si dà una forma parimenti concava e convessa; e chi guarda attraverso di esso vede ciò che prima gli era invisibile. Se si applica agli occhi dell’intelletto un berillo intellettuale, che abbia forma parimenti massima e minima, attraverso di esso si coglie il principio indivisibile di tutte le cose” (“De Beryllo”, cap. II; ed. it. Niccolò Cusano, Scritti filosofici, a cura di Giovanni Santinello, vol. II, Zanichelli, Bologna 1980, p. 385). Io assumo il dolore innocente quale “berillo intellettuale” per capire il senso del nostro essere al mondo.

Non tutti i dolori sono innocenti. Se uno viene impiccato perché ha violentato dei bambini si può discutere sulla proporzionalità e la liceità della pena capitale che gli viene inflitta, ma non vi sono dubbi che il dolore che subisce sia riconducibile a una sua colpa e quindi colpevole. Non così invece quello dei bambini violentati: il loro dolore è senza colpa, è innocente. Nel mondo vi sono molteplici tipologie di dolore innocente, di cui il caso esemplare a mio avviso è nelle nascite colpite da una delle svariate migliaia di malattie genetiche finora censite, il cinque per cento dei nati oggi nel mondo. Le statistiche dicono che ogni giorno nel mondo ottomila bambini nascono gravemente handicappati, di questi 76 in Italia. Penso sia compito della teologia porsi la domanda metafisica sul perché di queste nascite, su come conciliarle con l’affermazione tradizionale, così spesso ripetuta, che la vita viene da Dio.

Tre risposte sbagliate. Di fronte al dolore innocente vi sono di solito tre reazioni, a mio avviso tutte sbagliate: la prima è il fideismo, la seconda il razionalismo, la terza la disperazione. Sono tutte e tre una sconfitta della ragione, del logos interiore a ciascuno di noi, chiamato a riconoscere la sua appartenenza al logos che è all’origine del mondo – perché precisamente questo è lo scopo della vita.

1) Il fideismo è quell’atteggiamento mentale che genera il senso opprimente del mistero e della vita umana come nulla, polvere, in balìa di una forza misteriosa e talora anche capricciosa che è la forza divina. A questo livello non ha molta importanza che tale forza venga ritenuta impersonale, come gli antichi greci pensavano il fato, oppure personale, come se la raffigura la fede giudaico-cristiana e anche l’islam: quello che conta è il senso di nullità dell’uomo di fronte a essa, il fatto che non vi sia nessun rapporto stabile, sicuro, affidabile, nessuna vera alleanza di Dio con il singolo uomo. E’ la spiritualità cui invita l’intervento divino nel finale del libro di Giobbe. A Giobbe che si lamenta del suo dolore ritenendolo innocente, cioè ingiustificato, Dio risponde: “Chi è costui che oscura il mio consiglio con parole insipienti?” (38, 2), e poi gli rovescia addosso tutte le meraviglie del cosmo facendolo sentire un nulla. E infatti Giobbe conclude: “Ho esposto senza discernimento cose troppo superiori a me… perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere” (42, 3 e 6).

2) Il razionalismo è l’atteggiamento mentale generato dall’apologetica. Dio governa il mondo con forza e giustizia, quindi non vi può accadere nulla contro il suo volere e il suo senso di giustizia. Non c’è perciò nessun dolore innocente: se c’è un dolore, c’è stata di sicuro, prima, una colpa che l’ha prodotto. Il dolore, quindi, è sempre colpevole. E’ quello che dice a Giobbe il secondo dei tre amici, Bildad: “Può forse Dio deviare il diritto o l’Onnipotente sovvertire la giustizia? Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, li ha messi in balìa delle loro iniquità” (8, 3-4). La stessa cosa dice Zofar: “L’iniquità è nella tua mano, l’ingiustizia nelle tue tende” (11, 14). Il cristianesimo conosce una forma moderata di razionalismo in quella teoria che riconduce il dolore a un progetto di Dio, secondo cui il dolore, innocente quanto al soggetto che lo vive, sarebbe però misteriosamente finalizzato da Dio che lo permette per trarne un bene maggiore, come diceva Agostino e come ribadisce oggi il Catechismo (vedi Compendio, art. 58).

3) Il terzo atteggiamento, la disperazione, nasce quando il dolore vince e si impone alla coscienza che non riconosce più nulla di superiore ad esso. Che cos’è la vita? Un continuo declinare verso l’assurdo, verso il nulla. Si sentono i discorsi dei moderni amici di Giobbe, poi si guarda la realtà, e si giunge alla conclusione che quei discorsi sono solo chiacchiere, la verità è un’altra, la vita è una tragedia, a volte una farsa. Dopo aver sentito i discorsi dei tre amici teologi, Giobbe si rivolge a Dio: “Perché mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio mi avesse mai visto!” (10, 18). Parole che sono una vera e propria bestemmia, molto più dura di quelle rivolte direttamente contro Dio magari solo per abitudine; si tratta di una bestemmia contro la vita, l’azione divina per eccellenza. Si può anche bestemmiare Dio o Cristo per una falsa idea che se ne ha, ma se si bestemmia la vita si pecca contro lo Spirito, ed è il peccato che non può essere perdonato. Questo è stato, ed è ancora oggi, il risultato dei discorsi “teologici” degli amici di Giobbe.

I nostri giorni sono attraversati da una disperazione senza pari. Recentemente ho visto il film di un giovane regista italiano sulla condizione giovanile. Era venuto in università con la troupe per intervistarmi, stava realizzando un film-documentario proprio sul male, poi mi ha spedito a casa il Dvd del suo primo film. Io quindi ero ben disposto, tuttavia guardare quel film è stato durissimo per l’immenso senso di vuoto e di disperazione che conteneva. L’anima contemporanea si dibatte in una morsa: sente di aver bisogno della verità, ma sente al contempo che le risposte tradizionali non funzionano, e non sa dove andare e non sa cosa fare. I nostri giovani spesso non sanno cosa fare di se stessi. Il cristianesimo appare loro inconsistente soprattutto per l’incapacità di rispondere al problema del male. Magari non lo sanno tematicamente, ma lo sentono.

Il limite della dottrina è stato finora, a mio avviso, quello di fare del dolore un problema da risolvere. Occorre invece fare del dolore il berillo intellettuale. E non certo per un malsano dolorismo, ma per il più grande atto di omaggio alla vita, la quale può essere compresa solo guardandola come totalità. Per riconciliare gli uomini col senso della vita, è necessario guardare con onestà al tutto della vita, il che comporta l’inevitabile passaggio attraverso “il travaglio del negativo”. Scrive ancora Hegel nella “Fenomenologia dello spirito”: “La vita di Dio e il conoscere divino possono venire espressi come un gioco dell’amore con se stesso; ma questa idea degrada fino alla predicazione, e addirittura all’insipidezza, quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo”. Quante volte sentendo le prediche su un Dio che ci ama, che è amore, che vince il dolore, si sente insipidezza, un vuoto parlare di cose tanto distanti dalla vita reale. Fare del dolore innocente il berillo intellettuale significa comprendere che nel dolore innocente la posta in gioco non è la sorte di qualche sfortunato, ma è la complessiva visione del mondo (metafisica) e conseguentemente l’azione umana in esso (l’etica). La nascita di una sola bambina con una malformazione genetica ha a che fare con il senso della vita di ognuno. E’ il principio formulato da Kierkegaard: “Se si vuole studiare correttamente l’universale è sufficiente ricercare una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto più chiaramente… Le eccezioni esistono. Se non si è in grado di spiegarle, non si è nemmeno in grado di spiegare l’universale” (“La ripetizione”, tr. it. di Dario Borso, Guerini e Associati, Milano 1991, pag. 128). Nel dolore che il mondo riserva ai suoi figli è in gioco la filosofia in quanto fisica + metafisica, e la conseguente costruzione dell’etica.

Il dolore innocente ci dice che l’uomo è natura, fragile natura come ogni altra parte del cosmo, esposta alle ferite del caso. Ma io penso che esso sia il luogo dialettico per eccellenza, dove si scorge l’abisso, ma dove insieme lo si può superare. Il dolore innocente mi ha fatto vedere l’abisso del nulla, ma al contempo mi ha mostrato la luce più intensa che io abbia mai visto intorno alla natura umana, la luce che scaturisce da chi si prende cura di chi nulla mai gli potrà dare in cambio. Di fronte a un’assurdità naturale, l’uomo reagisce creando senso laddove senso naturale non c’è, e si mostra in grado di produrre ciò che di più importante esiste per la vita, cioè il bene. Coloro che si prendono cura delle vittime del dolore innocente mostrano che vi è qualcosa di più della semplice casualità naturale nel fenomeno uomo. E questa cura avviene, ogni giorno, senza retorica, poche parole, tanti fatti, nella completa gratuità, perché a volte non si ottiene nulla in cambio, talora gli interessati non sanno neppure sorridere. Il bene è l’evento più nobile a cui l’uomo può accedere. Tutte le grandi spiritualità e le grandi filosofie lo hanno riconosciuto. Ma perché l’uomo è capace di bene?

Eccoci all’ultimo punto. Il bene lo si comprende nella sua realtà ontologica come relazione ordinata. Il bene nasce sì dalla volontà, ma non è qualcosa che la volontà inventa. Se la volontà sceglie di attuarlo è perché prima l’ha riconosciuto, l’ha visto, l’ha sentito, e quindi si pone al servizio di un’oggettività che preesiste, che viene prima di lei. Se voglio fare del bene a una pianta, le devo dare la giusta quantità di acqua e la devo esporre alla giusta quantità di luce. Così è per ogni altra cosa. Il bene è prima di tutto comprendere che cosa ha bisogno chi è di fronte a me, e poi farlo. Esiste un ordine oggettivo preesistente, che è l’origine di ogni essere, dentro cui ogni essere si inscrive. Questo ordine oggettivo è la relazione ordinata, la logica che costruisce il darsi dell’essere.
Le nascite di bambini con malformazioni, come tanti altri eventi della natura e della storia, ci mostrano che l’essere del mondo non raggiunge l’ordine necessariamente, ma solo attraverso la libertà delle relazioni. Proprio perché l’essere è energia che costantemente si muove, la libertà è intrinseca al suo darsi. Questa libertà di cui gode l’essere il più delle volte è ordinata e fonda relazioni stabili e benefiche; alcune volte, invece, non lo è e fonda relazioni disordinate. Le malattie, congenite e non, sono descrivibili fisicamente come assenza di ordine. Questa possibilità che vi sia assenza di ordine è il prezzo che si paga per il darsi dell’essere, per la nascita della vita e la sua evoluzione, cioè, supremo paradosso, per la creazione di livelli superiori di organizzazione.

Alcuni più sfortunati pagano sul loro corpo il conto che occorre saldare per il darsi della libertà. Coloro che se ne prendono cura, fanno del bene a tutta l’umanità perché manifestano che il bene esiste, e se qui e ora esiste il bene è lecito inferire razionalmente l’esistenza di una dimensione dell’essere senza più la possibilità di disordine, dimensione che la mente umana di tutti i tempi ha chiamato “Dio”. L’ha riconosciuto anche uno dei più grandi logici del Novecento, Wittgenstein, in un pensiero del 1929: “Se qualcosa è buono, allora è anche divino” (“Pensieri diversi”, a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, Milano 1980, pag. 21). Il bene è la freccia che conduce verso la trascendenza. Per questo tutti coloro che vogliono negare la trascendenza negano con attenta determinazione la possibilità della purezza del bene e dell’amore, riconducendo tutto a istinto, a impulso, a interesse mascherato. Ma il bene puro esiste, e quando si manifesta, la natura compie la promessa che porta dentro di sé. E’ il regno della luce e della grazia, è il mondo divino. Se c’è il bene, c’è Dio. E il bene, c’è.

Pubblicato su Il Foglio l’ 8 dicembre 2008

6 pensieri su “Il dolore innocente? Un berillo

  1. Mi sembra che non venga aggiunto nulla di nuovo alla visione cristiana sul dolore innocente. E’ uno dei punti più critici del vivere e ogni religione, ogni credente o non, si misura con questo dilemma, che pare destinato a restare senza soluzione. Davanti a Dio (e a noi) conta il dolore di ogni “unica” creatura. Non consolano le spiegazioni sull’universale.
    Giobbe e i suoi dialoghi (risposta di Dio compresa) rispecchiano ancora molto l’esperienza umana e il suo rapporto con il dolore.
    In fondo anche Gesù non ha fornito nessuna soluzione. Non l’ha sfuggito, lo ha accettato e sopportato, restituendo una speranza di salvezza.

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  2. Caro Vito,

    grazie del tuo articolo-post. E’sempre una gioia leggerti, e rifletterti.

    Condivido molti pensieri in esso contenuto, ma non questo: “la disperazione, nasce quando il dolore vince”. La disperazione nasce anche quando il dolore perde. La prova la trovi nel sito-rivista che dirigo ( http://www.fulminiesaette.it ), cliccando sulla rubrica ‘video di fortuna’ e vedendo-sentendo il video “Vita breve di Eftimios”. Eftimios era ed è mio figlio e di Alexandra sua madre. E’ morto a sedici. E, come giustamente scrivi nel tuo gran libro “L’anima e il suo destino”: “Non è giusto morire a sedici anni.”

    A proposito del tuo libro: l’ho recensito su ‘Alias’ settimanale culturale de ‘il manifesto’ (sabato 20 dicembre 2008) e sul sito-rivista (cerca ‘Mancuso’ e lo troverai). In questa recensione ho cercato di mostrare che l’errore di Gesù che pensi di aver individuato e superato, la sua “errata previsione” della prossimità del Regno dei Cieli, è in effetti niente altro che il risultato del tuo positivistico concetto di “previsione”. E siccome ho scritto (con Luis Razeto teorico massimo della ‘economia di solidarietà’) un libro su Gesù, pubblicato il mese scorso in spagnolo in Cile – El proyecto de Jesus – e che presto, spero, pubblicheremo in Italia, penso ora che ti scrivo di mandartene privatamente una copia telematica sul tuo e-mail personale finito di scrivere questo commento – no, non commento, frammento di dialogo.

    Auguri.

    Pasquale

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  3. per quanto bene si possa creare intorno alla vittima del dolore innocente, colui che innocentemente soffre continua ingiustamente a soffrire; è questa ingiustizia che non si riesce a giustificare, è questo absurdum che squarcia ogni tentativo di ricomporre il fatto inequivocabile che il dolore esiste e niente e nessuno può, perdonatemi il vernacolo, metterci una pezza.
    nessuna libertà può giustificare malattie che costringono bambini innocenti a vivere indicibili dolori. è strano che il grande logico mancuso ricusi quello che tutte le fedi di tutte le latitudini della terra hanno simboleggiato ab ovo per giustificare l’ingiustificabile: che si chiami età dell’oro perduta o caduta originaria, il cuore dell’uomo desidera un tempo e un luogo in cui non solo egli stesso non dovrà soffrire ma, e soprattutto, in cui non dovrà vedere soffrire coloro che ama; sentendosi impotente(e per questo colpevole)di fronte a quel dolore e, per il fatto stesso di riuscire a pensare e immaginare l’esistenza di uno spazio/tempo senza dolore, da sempre ha creduto di avere perduto qualcosa che in origine gli era stato dato. possiamo spostare il confine dell’ingiusta sofferenza dell’innocente, ma ci sarà sempre un punto in cui questo confine si deve fermare: la solitudine di colui che soffre pur circondato dalle cure amorevoli dei samaritani intorno a lui. Parafrasando de andrè possiamo dire “quando si soffre si soffre soli” e aggiungere che il Cireneo ha portato la croce di Cristo per un tratto, ma non ha sofferto le fustigate né i chiodi o la lancia al posto di Nostro Signore ergo, possiamo farci cirenei per i sofferenti ma la loro sofferenza resta ad urlare l’assurdità di quel dolore.

    F&R

    ps:
    il berillo, poi, somiglia a quello che più semplicemente diceva mia nonna analfabeta: Dio sa scrivere dritto pure sulle righe storte e, dal male Dio sa far fiorire il bene.
    non mi pare che mancuso abbia fatto fare un solo passo avanti alla questione.

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  4. I racconti mitici sulla caduta originaria, sono tentativi di spiegare l’inspiegabile, riferiti a particolari epoche e culture. Credo che oggi la tesi del “peccato originale” sia un aspetto problematico anche per la Chiesa stessa, comunque da avvicinare con rispetto, proprio perchè non infondato (lì però il nodo è la morte). Infatti, anche da un punto di vista esperienziale si può constatare come le scelte di male dell’uomo, ricadano sempre su altri, innocenti o meno.
    La libertà umana è grande e con il suo esercizio si mette molto in gioco (pensiamo alla legge del Karma, per il Buddhismo e l’Induismo).
    Certo è però che ogni tentativo di spiegazione umana di fronte al dolore innocente e al male assurdo, mostra il suo limite.
    Lo stesso fianco debole mostrato davanti alle interpretazioni del divino o alle grandezze dell’universo.

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  5. Ho letto con attenzione l’articolo di Vito e non mi sembra che l’intenzione fosse quella di “spiegare” o “giustificare” il perché del dolore innocente, anzi, è proprio a questa ricerca di spiegazione/giustificazione che si oppone. Il dolore innocente “c’è” perché fa parte della natura. La natura è imperfetta, e ce lo spiegano tutti i giorni le persone di scienza. Anzi, loro ci dicono che è proprio dagli errori della natura che si parte per far progredire la conoscenza su di essa. Nessuna spiegazione o giustificazione, quindi, se non l’imperfezione del creato.
    Certo, se qualcuno pensava che Mancuso avrebbe dato una risposta agli atei superficiali che dicono “non credo in Dio perché se esistesse non lascerebbe soffrire e morire i bambini”, oppure una consolazione logica ai genitori della bambina di 7 anni col tumore al cervello, sarà rimasto deluso. Mancuso dice, coerentemente con il suo pensiero: la natura, come l’uomo, è libera. La natura quindi “sbaglia” e crea aberrazioni. Anche l’uomo è libero e a volte sbaglia, ma altre volte, proprio in virtù di questa libertà, anziché scegliere di seguire l’aberrazione segue il bene. Ciò non spiega né giustifica le aberrazioni, ma le “riscatta”, se mi è consentito il termine. Questa è, secondo me, la novità proposta da Mancuso. Può consolare i genitori che perdono un bambino o che lo vedono soffrire tanto atrocemente quanto ingiustamente? No di certo. Ma può conferire un senso alla loro drammatica esperienza, e trasformare la disperazione in speranza.

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  6. Forse ci si deve abituare ad essere dei “perdenti” sul fronte delle idee e delle risposte a certi problemi. Non c’è nessun teorema umano o idea umana del divino, in grado di sovvertire il dato che Sandra ha evidenziato.
    Ma non liquiderei mai l’obiezione all’esistenza di Dio, citata, come superficiale. E’ nel cuore dell’uomo forse di ogni tempo. L’esperienza di Giobbe non è eludibile. Ci sta davanti e ci provoca e (per chi ci crede) interpella anche Dio.
    Chi vive il dolore, lo vive adesso: qui e ora sta la disperazione, la possibilità del riscatto e la risposta di Dio.

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