Kostas Kariotakis

Primavera

Stasera nel giardino mi parla una malinconia
nuova. Un mandorlo annega il suo sorriso in fiore
nella palude torbida. La memoria di gioventù
scuote l’acacia inferma in modo così triste…

S’è risvegliato un freddo soffio nella serra in frantumi
dove le rose sono morte e ogni vaso è un sarcofago.
Il copresso, infinito come un tormento, leva
verso gli astri il suo lutto, ed è assetato d’aria.

Vanno, come un corteo funebre, nel filare
gli alti alberi del pepe, trascinando i verdi capelli.
Nella disperazione entrambe le latanie hanno alzato
le braccia. Ed è il nostro giardino giardino di malinconia.

(da Il dolore dell’uomo e delle cose, 1919)

I miei versi

Sono miei figli, i Versi, del mio sangue.
Pa rlano, ma do loro le parole
come fossero pezzi del mio cuore
o lacrime sgorgate dai miei occhi.

Con un sorriso amaro vanno in giro,
perché insisto a dipingere la vita.
Li rivesto di sole e giorno e sole,
che cingeranno quando annotterò.

Signoreggiano in cielo e sulla terra.
Ma si chiedono cosa ancora manchi
per vincere stanchezza e noia, figli
che per madre conobbero la Pena.

Ivano spargo il riso del motivo
più tenero, o del flauto la passione:
sono per loro un re inesperto, che
ho perduto l’affetto del suo popolo.

E languono, si spengono, e giammai
non smettono di piangere pian piano.
Mentre passi, o Mortale, guarda altrove:
o Lete, qua la nave tua, che sàlpino.

(da Nepenti ,1921)

Fama postuma

Vuole la nostra morte la natura infinita,
la chiedono le bocche purpuree dei fiori.
Se torna primavera, torna per poi lasciarci,
e dopo non saremo più neppure ombre d’ombre.

La nostra morte aspettano il sole e la sua luce.
Vedremo un’altra volta un simile tramonto
trionfale, e fuggiremo dalle sere d’aprile,
dirigendoci ai regni oscuri di laggiù.

Forse, dietro di noi i versi resteranno,
dieci versi soltanto resteranno, un po’ come
i piccioni che i naufraghi mandano alla ventura,
e recano il messaggio quando non è più tempo.

Marcia funebre e verticale

Guardo gli stucchi del soffitto.
I meandri m’attraggono alla danza.
La mia felicità e questione,
penso, di altezza.

Simboli di vita più alta,
rose intangibili, trasfigurate,
e tutto intorno un corno di Amaltea
acanti bianchi.

(Umile arte senza uno stile,
quanto tardi la tua lezione apprendo!)
Sogno a rilievo, ti verrò vicino
verticalmente.

Mi avranno soffocato gli orizzonti.
In tutti i climi e le latitudini
battaglie per il sale, per il pane,
amori, noia.

Ecco! adesso devo indossare
quella elegante corona di gesso.
E così incorniciato dal soffitto,
piacerò molto.

(da Elegie e Satire, 1927)

Prèveza

Morte sono i corbacci che s’abbattono
sui muri neri e sulle rosse tegole,
morte le donne che fanno l’amore
come se sminuzzassero cipolle.

Morte le strade sporche, irrilevanti,
coi loro nomi illustri, altisonanti,
e l’oliveto, e il mare attorno, e ancora
il sole, morte in mezzo alle altre morti.

E morte il poliziotto che accartoccia
e pesa una razione “difettosa”,
morte i giacinti in fiore sul balcone,
e il professore che legge il giornale.

Distretto, Base, Guarnigione, Prèveza.
La banda ascolteremo di domenica.
Ho pure aperto un libretto di banca,
primo deposito dracme quaranta.

Passeggiando sul molo lentamente
domandi “esisto?” e poi “no, non esisti!”.
La nave arriva, in alto la bandiera.
Chissà se porterà il signor Prefetto.

Fra tutte queste persone,
se almeno una morisse di disgusto…
Contriti, silenziosi, compassati,
al funerale ci divertiremo.

(da Ultimi Testi, 1928)

Kostas Kariotakis nacque a Tripoli, nel Peloponneso, nel 1896, e nel 1928 morì suicida a Prèveza, in Epiro. Dopo un’adolescenza passata a Creta, studiò Legge a Atene, dove si laureò nel 1917. Dall’ottobre del 1919 prese servizio come segretario alla Prefettura di Salonicco, incarico che ricoprì fino al 1920. Seguirono trasferimenti in altre prefetture, e infine, nel 1923, quello al ministero della Previdenza ad Atene. Al 1922 risale l’inizio della tormentata relazione con la poetessa Maria Poliduri. Anche gli anni successivi furono segnati da trasferimenti continui da una città all’altra ( l’ultimo proprio a Prèveza), e da un’intensa attività sindacale che gli procurò l’ostilità dei suoi superiori. il suo esordio poetico risale al 1912, anno in cui apparvero i primi componimenti sulle riviste ” Parnassòs” e “Ellàs”. Nel 1919 pubblicò la raccolta Il dolore dell’uomo e delle cose, e con l’amico Aghis Leventis fondò la rivista satirica “Gamba”, soppressa dalla censura all’ottavo numero. Collaborò inoltre con varie riviste di Atene, di Costantinopoli, di Alessandria d’Egitto e di Siros. Nel 1921 pubblicò la raccolta Nepenti, e nel 1927, un anno prima del suicidio, Elegie e satire.

Testi e biografia da
Antologia della poesia greca contemporanea, F. Pontani cur., Crocetti, 2004

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