Gilles Leroy, Alabama Song

Gilles Leroy,  Alabama Song, -Baldini Castaldi Dalai editore – 2008 – pagg. 213 – euro 16,50 – Trad. di Margherita Botto – Premio Goncourt 2007.

** * **

di Alberto Pezzini

Il libro che in assoluto ogni scrittore deve leggere e ricordare.

In ogni caso, molto probabilmente dovrà scusarsi. Arriva il giorno, inevitabile, in cui ci si deve scusare di scrivere. Scrivere non è corretto.

Questo è quanto Zelda Fitzgerald rivela ad un giovane studente il quale avrebbe voluto cominciare a scrivere ma aveva delle riserve morali a farlo. Le remore ci sono quando si ha paura di prendere dalle vite altrui per nutrire la scrittura. Quella pulsione oscura, che ti rende prigioniero. E che ti costringe ad alimentarti delle vite altrui.In questi casi è inevitabile che arrivi un giorno in cui sia necessario chiedere scusa per quello che si è fatto. Per quello che si è scritto di loro.

Ogni volta che un libro vince il premio Goncourt – come in questo caso – state tranquilli che ci troviamo davanti a qualcosa di vibrante nel buio, ad un assolo che parla. Come per Gli Scorta di Laurent Gaudè, una pagina sul mare della Puglia e sulla vita di una famiglia di pescatori quasi vissuta da un francese meglio di un pugliese terrone, così Alabama Song ci racconta di Zelda e Scott Fitzgerald in maniera sfacciata, con una presa da vicino che non lascia spazio all’intimità. Ma ce li fa vedere in tutta la loro drammatica nudità. Senza un velo, senza un pudore. Tra l’alcool, lo sperma, le liti furibonde, la gelosia viziosa, l’invidia che ha occhi verdi come il fiele o l’assenzio.

Ne viene fuori un ritratto a sbalzo, in rilievo, del più grande scrittore d’America. Sembra che Leroy lo abbia sentito, lo abbia fiutato da vicino. E’ strano come certe biografie romanzate – anche se l’autore ci tiene a sottolineare per mera prudenza che si tratta di una storia inventata – sappiano più dell’autore che raccontano che non del loro padre effettivo. Leroy ha scandagliato l’inferno di cristallo e champagne che deve avere incantato l’anima di Scott Fitzgerald, Goofo per la moglie. Un’anima bella e dannata ma persa assolutamente dietro ad una scrittura matrigna. L’argomento della scrittura è la vera bestia nera che passa elettrificata in queste pagine. E’ il vero ghiaccio capace di brillare dentro i bicchieri di una vita. Pensate che Scott incontra la figlia del giudice quando è bella come una gatta sul tetto. E’ bionda, arrapante, con occhi che bucano il buio. Sembrano uguali quei due quando si sentono e si riconoscono. Quando Zelda gli dice di sì diventa una sventurata. Una donna che non potrà più rinunciare alla vita patinata, al jet set, alle prime pagine, allo champagne, ed alle ville in Costa Azzurra. E’ giusto che la vita di queste due star sia stata descritta da un francese. Chi è transalpino conosce les americains. Sa delle loro ville sul sentiero dei doganieri. Anzi, su quello che da Fontvieille va fino alla Plage Mala. Là dove esistono ville su ogni onda, là dove il mare è specchio del bere e del trasmodare di costoro.

Zelda perde la madre perché sposa Scott. La madre la ripudia. Fino al momento della follia. Fino al momento del ricovero quando le colpe si dimenticano. Quell’uomo però la adora. La riempie di vita. La sente come un tornado che accende i cieli blu scuro dell’Alabama. Non possiedono niente. Solo la scrittura di Scott. Destinata a riprodursi in continuazione per consentirgli di vivere. Passano da una villa ammobiliata ad un albergo. Senza tregua. E’ una vita di schianto perpetuo. Scott è geloso della moglie. Scott è impotente. Zelda lo tradisce con un aviatore. Scott lo sa e la rinchiude in una prigione mentale più che fisica. Le ville in Francia diventano un mare da cui non è possibile scappare. Quel sole caldo come ambra tagliente mentre brucia, quella luce di aragosta che lampeggia al largo, non serve a niente. Zelda si innamora di un aviatore in cui cerca un appagamento fisico che Fitzgerald non le può dare per il bere smodato. Il bourbon lo uccide e ne secca la scrittura. O forse, a volte, la rinvigorisce e la fa germogliare come una dalia notturna. Zelda cerca di sfuggire al marito e va a danzare. Dipinge e scrive su diari che Scott le ruba. La accusa di rubargli l’ispirazione, quelle storie che lui e lui soltanto riesce a vendere per migliaia di dollari.

Poi arriva Hemingway, un torero in anima di scrittore ruvido. Le ruba Scottie ed anzi nasce una sorta di biografia lancinante dell’autore di Fiesta. Leroy lascia andare sulla carta – a questo punto – quelli che veramente devono essere stati i pensieri profondi, sotterranei di Zelda. Una vampata di gelosia caldissima deve esserle irrotta dai seni interiori contro quell’americano ganassa e rozzo come una quercia. Non solo tori, ma spergiuri devono essere usciti dalle mani di quello scrittore che ha succhiato la linfa di Scott professandosi amico. E’ il ritratto più ingeneroso ed al vetriolo che mai scrittore abbia lasciato di Papa. Ma anche quello più fedele al vero se si pensa che prima è arrivato Scott e subito dopo – quasi per attaccamento osmotico – Hemingway. Non ci sono dubbi sulla forza scrittoria di Scott. Non ci sono dubbi sul fatto che Scott fosse un aviatore notturno della scrittura. Ed Hemingway un pescatore di parole nelle scie della corrente. Prima l’uno, poi l’altro. Strano che due personalità così potenti si siano incontrate. Normale che dall’una, anzi dallo spegnersi dell’una sia germogliata quella più sana. Almeno per un poco ha vissuto di più quella terragna. Quella legata al sangue che intride la polvere di terra delle corride. E che poi finisce nel dramma della cordite. Di quando ci si spara perché la scrittura non riesci più a dominarla. E’ così importante scrivere e prendere dagli altri per far vivere sé stessi. A quanto pare, sì. Chè non ci si spiega l’attaccamento di Scott per i diari, i fogli su cui la moglie scriveva. Era soltanto gelosia cieca, amore furibondo perché ferito da un tradimento soltanto di carne, od era qualcosa di più lontano, di più ctonio. Ed eterno. La padronanza delle parole performa la realtà.

Questo è un libro dedicato alla scrittura. Ed a tutti coloro che ne sono pazzi. E’ il libro degli scrittori. E di un rapporto tanto malato quanto irrinunciabile. Forse Scott Fitzgerald non sarebbe esistito senza la moglie. Forse Belli e dannati non sarebbe stato scritto se non sotto l’impulso di una vita sconcertata in continuazione. Forse non ci sarebbe stata una scrittura sempiterna senza un dolore terreno e fisico così personale, così patito da carne umana. Zelda è non solo una figura archetipica. E’ l’emblema della scrittura quando i freni non si tengono più. E’ il sacrificio di una famiglia sull’altare del talento. E’ la vita dello scrittore più maledetto del mondo. E’ la scrittura di una vita.

Leroy sembra non avere più altro da dire quando termina il libro. Se non quello di rendere onore a Zelda. Vittima appassionata di una creatura più grande dell’uomo. Il demone di un amore folle per la vita, per la scrittura, e per quei dannati fantasmi che soli sanno farla vivere in modo bellissimo.

E’ stato un onore. Guardate la Francia della Costa Azzurra e poi capirete se vivere là non sia stato importante. Se non sia valso l’onore di scriverne. Una storia da brividi. Un Goncourt di carne, spirito, anima e tanta disperazione. Un libro imperiale. Un libro per respirare nella disperazione. Una lezione di vita alla rovescia. Un libro per coppie che vogliano ballare per morire. Insieme.

4 pensieri su “Gilles Leroy, Alabama Song

  1. L’ho letto e mi è piaciuto moltissimo. Non concordo in tutto con questa recensione che verte soprattutto su l’antagonista, Fitzgerald, e meno sulla protagonista Zelda. Ma é il suo occhio su quell’epoca a reggere la tensione del romanzo scritto in una prima persona al femminile(in forma di diario) veramente mirabile, anzi direi il suo maggior pregio.

    grazie
    lisa

    "Mi piace"

  2. Pingback: Alabama Song – Gilles Leroy #GillesLeroy #ScottFitzgerald #PremioGoncourt – 50 libri in un anno

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