Niente Gesù nel presepe: «Non siete pronti ad accoglierlo»

presepio20082

Un parroco di Bergamo decide il gesto clamoroso per protestare contro chi non è capace di accogliere gli immigrati

Frida Nacinovich
Pronto? Dall’altra parte del telefono c’è monsignor Attilio Bianchi, parroco della chiesa di Santa Lucia, il Tempio votivo di Bergamo. Padre, è diventato famoso, lo sa? «Il telefono squilla in continuazione, colpa di voi giornalisti…». Noi giornalisti? Abbiamo solo raccontato che lei non ha messo il Bambinello nel presepe. Una culla vuota, per segnalare al mondo il gran vuoto delle discriminazioni, della mancata accoglienza. Oggi come duemila anni fa, a Betlemme. Le sembra che non sia una notizia? «Mi sembra che sia una notizia sbagliata, perché nella mia chiesa il Bambinello c’è».

Ci spieghi meglio, allora. Dov’è l’equivoco?
Ho visto la notizia della culla vuota sui giornali, li leggo tutti, a rotazione. Le assicuro che se lei viene nella mia chiesa il Bambinello lo trova. Come in tutte le altre chiese.
Mi sta dicendo che la stiamo chiamando inutilmente, al di là dei saluti, degli auguri di buone feste e di pace in terra agli uomini di buona volontà?
Le sto dicendo che la notizia è sbagliata. Perchè il Bambinello in realtà c’è, è accanto al presepe.

Ma il posto di Gesù non dovrebbe essere fra il bue e l’asinello, vegliato da Giuseppe e Maria, nella greppia?
Il presepe è la rappresentazione di un evento, la storia di Gesù che viene sulla terra, si fa bambino per dare un messaggio ben preciso agli uomini. In questo senso il presepe è un luogo pedagogico, che dovrebbe mostrare, richiamare alla mente, far interrogare. Ecco perché in chiesa è stata messa una culla vuota.

Allora la notizia è vera: la culla è vuota.
Come lei saprà nel vangelo di Giovanni…

Perdoni, non ricordo…
Nel vangelo di Giovanni c’è scritto: lui venne e i suoi non lo riconobbero. Abbiamo ripreso questo passo.

Torniamo alla culla vuota, alla chiesa, ai fedeli che la affollano.
La culla nel presepe è vuota proprio per farci interrogare. Tutto qui. Non voglio certo essere un parroco presenzialista, non mi comporto come fossi il Savonarola. Non invito ad imbracciare le armi per chissà quale causa. Ho semplicemente chiesto se siamo davvero pronti ad accogliere Gesù nello straniero, nel povero, nei diversi colori della pelle, il nero, il bianco, il giallo… Siamo tutti uomini, figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo.

Così, durante la messa di mezzanotte, ha proclamato: «Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù. Perciò Gesù non nasce». E non ha fatto porre nel presepe della chiesa la statuetta del Bambinello… Quasi inutile dire che la notizia ha fatto il giro di tutti i media, dai quotidiani, ai siti on line, delle agenzie alle radio, alle televisioni.
All’inizio della liturgia fa il suo ingresso il bambino Gesù, viene messo sull’altare, l’immagine ci ricorda che Dio si è fatto uomo, si è fatto bambino. Il presepe è più didascalico, ci sono tanti personaggi, tanti oggetti.

Ci permetta di insistere: in quello della parrocchia di Bergamo c’è anche una culla vuota…
L’anno scorso misi anch’io il Bambinello nella culla. Ma l’anno scorso era l’anno scorso. Abbiamo un’eternità davanti, figuriamoci cosa è un anno… E ogni quattro stagioni ci concentriamo su un messaggio. Il gesto di quest’anno ci ricorda il dovere di accogliere i poveri, gli stranieri, i diversi. L’intera umanità che bussa alla porta perché ha bisogno, che deve vivere così come viviamo noi ogni giorno. Purtroppo non sempre c’è da parte nostra la disponibilità che dovrebbe esserci.

Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. A chi ha chiesto spiegazioni, monsignor Attilio Bianchi ha detto che il presepe era basato sul racconto di Ezio del Favero “Al chiaro delle stelle”, in cui Gesù Bambino esce dalla culla per andare da un bimbo povero che non osava stargli vicino: «Il messaggio che abbiamo voluto dare è proprio questo: Gesù non ha paura di avvicinarsi agli emarginati, agli ultimi. È ora che chi si dice cattolico metta in pratica gli insegnamenti di Cristo». Questo dicono e scrivono di lei, lo sa?
I parrocchiani sono abituati a me, da diciotto anni, ormai ci hanno fatto il callo. C’è anche chi non è d’accordo, come è normale che sia. Ad ogni modo la culla vuota è stata accolta bene.

Ricapitoliamo: tre giorni fa, la notte di Natale, la statuetta di Gesù Bambino è stata posta come da tradizione in tutti i presepi. In tutti tranne uno: in quello di una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di metterlo, perché la gente «non è pronta». Lei è un uomo, un parroco che ha fatto notizia…
Ci sono le guerre della violenza e delle armi ma anche quelle del benessere sprecone che non guarda in faccia nessuno… Abbiamo detto anche queste cose nella nostra omelia.

Un bellissimo messaggio di Natale.
Adesso però non mi faccia passare per comunista.

Stralci dell’Omelia della Notte Santa di don Attilio
«Venne tra i suoi eppure i suoi non lo riconobbero»

[…] Solo voi, solo ciascuno di voi, può sapere che tipo di risposta ha dato per questo Natale: se una risposta più o meno entusiasta rispetto ad ieri, se più o meno gioiosa, se più o meno accogliente. (…) Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, e attraversa con noi da pellegrino, da ospite e da straniero, le vicende quotidiane di questa terra, per aprirci al dono della vita eterna. Una vita eterna che è un ritorno a Casa: quel Bambino ci consegna la strada per non perdere la meta, ci offre la possibilità
di rimetterci tra le braccia del Padre, dell’unico Padre che prepara per tutti
i popoli il banchetto del regno dei cieli. E’ la strada dell’Amore quella che il Dio che si fa Carne indica ad ogni uomo e ad ogni donna; e l’Amore non lascia mai fuori nessuno – anche se sceglie – non emargina, non rifiuta di accogliere, non dice di non avere tempo, non inventa scuse, non si nasconde dietro la paura del diverso da me. E’ per questo motivo che il nostro presepio quest’anno avrà la culla vuota: “venne tra i suoi, e i suoi non lo riconobbero”. E’ una provocazione per interrogare la nostra vita. (…) La culla rimane vuota, per sottolineare la nostra responsabilità verso il mondo, il mondo che è nella guerra delle armi e il mondo che è
nella guerra del benessere sprecone: nessuno può chiamarsi fuori, perché altrimenti paradossalmente Dio potrebbe rimanere l’eterno assente dalla mia vita nonostante le mie parole e i miei gesti siano imbevuti di religiosità. Il prologo di Giovanni che abbiamo fatto scendere dall’alto nel nostro presepio, scritto in greco secondo il testo originale, termina dicendo che “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. E ce lo ha rivelato come colui che nella sua Misericordia sa accogliere sempre ogni uomo in qualunque
momento della propria vita. È un Padre che sa accogliere i suoi figli, desidera tanto che i suoi figli s’accorgano di essere tra loro fratelli. Forse è proprio per questo che il giudizio del Padre Misericordioso in compagnia del Figlio Gesù e dello Spirito Santo, è un giudizio sull’amore come descritto da Matteo al capitolo 25: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,
carcerato e siete venuti a trovarmi”. La culla rimane vuota, quest’anno nel
nostro presepio, perché ciascuno di noi impari ad amare, perché solo chi ama incontra il Cristo. E allora preghiamo, perché questo Natale sia l’occasione per lasciarci cambiare lo sguardo sugli altri, perché possiamo prenderci cura di ogni uomo, di ogni fratello, perché in ogni altro abita il Cristo. Amen.

pubblicato su Liberazione il 28 dicembre 2008

8 pensieri su “Niente Gesù nel presepe: «Non siete pronti ad accoglierlo»

  1. Monsignor Bianchi ha fatto il suo mestiere di parroco e a mio sommesso parere l’ha fatto bene, anche se sullo specifico della questione ho delle idee che non credo che un uomo di Chiesa possa tenere in pregio.
    Nei Natali della mia adolescenza, intorno al ’68, nei presepi c’era di tutto e di più, e non erano le assenze ma le presenze che bruciavano: però i benpensanti tenevano un profilo alquanto basso perché gli animi degli altri erano un tantino accesi.
    Guarda un po’: il tempo passa, scordiamo tutte le lezioni e facciamo sempre più porcate, ma il nostro stomachino è sempre più delicato, e il nostro nasino s’arriccia sempre di più.
    Ancora buon Natale a noi, anche se è sempre più difficile augurarcelo.
    Roberto

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  2. più chiaro di così!

    ed è vero: solo noi, ciascuno di noi può sapere che tipo di risposta ha dato a questo natale

    grazie

    F&R

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  3. Ve benissimo, io sono daccordo, ma come facciamo con la stragrande maggioranza degli italiani e con quelli che ci cirdcondano. Io a volte ci provo a parlare di emarginati a mia madre che lavora a servizio da una ricca novantenne ma mia madre non è interessata minimamente agli emarginati, dice che è emarginata lei, dice che vorrebbe non lavorare come la maggior parte degli italiani, si chiede dove metteremo tutti gli immigrati che arrivano coi barconi a Lampedusa, quando vede i politici (di tutte le parti) in tv li chiama “i ladroni”, poi la sera va a giocare a burraco. E di questo parroco ha detto che non ha capito il gesto. Sono preoccupato perchè la maggioranza degli italiani vive male, non sa più essere solidale e soprattutto non è più capace di comprendere il perchè di tutto questo. Forse ha vinto la pubblicità a oltranza e l’economia che essa rappresenta.
    Alessandro Seri

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  4. lo stonatissimo (mai sentita una cosa così) vecchio parroco della chiesetta di montagna, in cui santifico talora il natale e/o la pasqua, ci ha fatto prendere da un cestino dei bigliettini scritti dai bimbi delle elementari provenienti dai vari paesini del comprensorio. il mio era rosa, legato da un nastrino e diceva:
    “vi auguro la pace per questo natale, perché la pace è un dono di tutti”. a me è piaciuto e ho sentito un trillo in cuore. quello è stato un momento degno del divino bambinello.
    questa mattina una conoscente non credente mi ha dato un altro motivo di riflessione.
    “tu sai che io non credo. ma in questo natale in cui non s’è fatto che parlare delle spese che sono state inferiori per via della crisi io non mi ritrovo, come non sopportavo l’estremo consumismo dei tempi delle vacche grasse. possibile che non ci si guardi attorno? ma in che mondo crediamo di vivere? c’è gente che in crisi c’è da quando è nata!”

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  5. Il parroco non ha usato la seconda persona plurale “voi non sapete, voi non siete pronti”, ma la prima plurale, non chiamandosi fuori neppure lui. Secondo, il tema dell’accoglienza non riguarda solo lo straniero ma ogni uomo che ci passa accanto. Terzo, la provocazione è posta sotto il segno del punto interrogativo, non di quello esclamativo. Dunque nessun giudizio su nessuno, ma un invito ad interrogarsi perché fare Natale non sia una “prassi” scontata. La notizia è sbagliata perché il Bambinello in realtà c’è, sull’altare, ma il presepe è la rappresentazione di un evento, la storia di Gesù che viene sulla terra, si fa bambino per dare un messaggio ben preciso agli uomini. In questo senso il presepe è un luogo pedagogico, che dovrebbe mostrare, richiamare alla mente, far interrogare. Ecco perché in chiesa è stata messa una culla vuota. La culla nel presepe è vuota proprio per farci interrogare. Tutto qui. Ha semplicemente chiesto se siamo davvero pronti ad accogliere Gesù nello straniero, nel povero, nei diversi colori della pelle, il nero, il bianco, il giallo… Siamo tutti uomini, figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo.
    Il testo dell’omelia chiarisce ogni dubbio:
    E’ la Notte Santa: abbiamo invocato, pregato, detto molte parole in questa Veglia. Parole che si riassumono nell’Unica Parola che ci viene consegnata dentro questa Notte: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” è quanto Giovanni racconta nel suo prologo. E’ una Parola molto attuale: è Cristo che si consegna, è Lui la Parola, ma nello stesso tempo consegna le sue parole, il suo Vangelo. E’ una Parola che continua a chiamare – non a partire da principi astratti o regole religiose a cui attenersi in modo formale – perché la Parola si fa Carne, nella carne di un Bambino. E’ un annuncio di gioia e di speranza che cambia radicalmente il nostro modo di porci davanti a Dio: non siamo noi a cercare Lui, ma è Lui che ci viene incontro, si fa uno di noi, si fa riconoscere dentro un corpo come il nostro. Ciascuno di noi viene da Natali diversi: i natali della nostra infanzia non sono uguali a questo che stiamo celebrando. Forse per le giovani generazioni non è avvertita questa distanza temporale tra il passato e il presente, per noi di una certa età, che ci trovavamo dentro quell’unica stanza attorno alla lunga tavolata con tutta la famiglia al completo, a sospendere per un giorno i panni della ferialità povera per indossare l’abito della festa, era più facile comprendere che nulla poteva essere sprecato, ma ogni cosa riutilizzata e condivisa. Ma non vorrei questa sera aggiungermi ai molti che fanno prediche moraleggianti sul natale consumistico, sapete già da voi, e se siete qui questa sera è perché una scelta l’avete fatta, quella di sostare almeno per un attimo, lontano dalle luci colorate della città, per inginocchiarsi davanti al Bambino. Solo voi, solo ciascuno di voi, può sapere che tipo di risposta ha dato per questo Natale: se una risposta più o meno entusiasta rispetto ad ieri, se più o meno gioiosa, se più o meno accogliente. Certo, forse per qualcuno sarà un Natale con un vuoto in più, perché il marito, la moglie o il figlio se ne è appena andato, lasciandoci soli, avvertendo di più in queste giornate di festa per gli altri, il vuoto che rimane tutto per noi e le ferite che fanno fatica a rimarginarsi. Una solitudine che è presa su di sé da questo Dio- Bambino che scegliendo di farsi carne, prende su di sé tutta la nostra vita, tutti gli attimi della nostra esistenza: è un Dio che non rimane per sempre bambino, e crescendo, da uomo affronta come noi, la sofferenza, il dolore e la morte. Non fugge di fronte all’abisso del vuoto e della solitudine, delle relazioni lacerate, delle morti quotidiane che ogni giorno sperimentiamo. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, e attraversa con noi da pellegrino, da ospite e da straniero, le vicende quotidiane di questa terra, per aprirci al dono della vita eterna. Una vita eterna che è un ritorno a Casa: quel Bambino ci consegna la strada per non perdere la meta, ci offre la possibilità di rimetterci tra le braccia del Padre, dell’unico Padre che prepara per tutti i popoli il banchetto del regno dei cieli. E’ la strada dell’Amore quella che il Dio che si fa Carne indica ad ogni uomo e ad ogni donna, e l’Amore non lascia mai fuori nessuno, non emargina, non rifiuta di accogliere, non dice di non avere tempo, non inventa scuse, non si nasconde dietro la paura del diverso da me. E’ per questo motivo che il nostro presepio quest’anno avrà la culla vuota. E’ una provocazione per interrogare la nostra vita. Oggi è Natale, ma è davvero Natale per il mio cuore? Posso dire di essere capace di accogliere quel Bambino che viene dentro la povertà di una grotta, se non sono capace di accogliere ogni giorno chi bussa alla porta del mio cuore? La culla rimane vuota, per sottolineare la nostra responsabilità verso il mondo: nessuno può chiamarsi fuori, perché altrimenti paradossalmente Dio potrebbe rimanere l’eterno assente dalla mia vita nonostante le mie parole e i miei gesti siano imbevuti di religiosità. Il prologo di Giovanni che abbiamo fatto scendere dall’alto nel nostro presepio, scritto in greco secondo il testo originale, termina dicendo che “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. E ce lo ha rivelato come colui che nella sua Misericordia sa accogliere sempre ogni uomo in qualunque momento della propria vita. E un Padre che sa accogliere i suoi figli, desidera tanto che i figli suoi, s’accorgano di essere tra loro fratelli. Forse è proprio per questo che il giudizio del Padre Misericordioso in compagnia del Figlio Gesù e dello Spirito Santo, è un giudizio sull’amore come descritto da Matteo al capitolo 25: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. La culla rimane vuota, quest’anno nel nostro presepio, perché ciascuno di noi impari ad amare, perché solo chi ama incontra il Cristo. E allora preghiamo, perché questo Natale sia l’occasione per lasciarci cambiare lo sguardo sugli altri, perché possiamo prenderci cura di ogni uomo, di ogni fratello, perché in ogni altro, abita il Cristo. Amen.

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  6. “Dio nessuno l’ha mai visto …”
    Certo quella mangiatoia vuota … in attesa, può essere molto significativa.

    Grazie a quel prete e ad Ergaomness!

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  7. “La culla rimane vuota, per sottolineare la nostra responsabilità verso il mondo, il mondo che è nella guerra delle armi e il mondo che è nella guerra del benessere sprecone: nessuno può chiamarsi fuori, perché altrimenti paradossalmente Dio potrebbe rimanere l’eterno assente dalla mia vita nonostante le mie parole e i miei gesti siano imbevuti di religiosità.”

    Un gesto da condividere. Ma la Chiesa si sta mobilitando, in questi ultimi tempi, anche in modo eclatante. A Milano l’arcidiocesi ha costituito un fondo di un milione di euro per aiutare chi ha perduto il posto di lavoro, o sta perderlo. O il caso di Napoli, in cui l’arcivescovo imbandisce, la notte di Natale, una tavola per 250 poveri. Sono segnali importanti.

    Mi è venuto in mente questo brano musicale, che dedicherei a tutti coloro che aprono la loro “tavola”:
    http://it.dada.net/cgi-bin/sn_media/audio/zoom/player.chm?id=8305481&m=play

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  8. Epifania :questa festa è la prima occasione in cui Dio si rivela all’umanità tramite il Figlio. Gesù diviene visibile a tutti: tale rivelazione fu prima rivolta ai pagani per mezzo dei Re Magi, i quali andarono a visitare il Bambino Gesù simbolo della chiamata alla salvezza delle popolazioni pagane. L’episodio dei magi, al di là di ogni possibile ricostruzione storica, possiamo considerarlo, come hanno fatto i Padri della Chiesa, il simbolo e la manifestazione della chiamata alla salvezza dei popoli pagani: i magi furono l’esplicita dichiarazione che il vangelo era da predicare a tutte le genti.
    Ed ecco che, con grande ingegno liturgico-pastorale, monsignor Bianchi, ha collocato il Bambino Gesù, che per tutte le festività natalizie era rimasto sull’altare, nella culla del presepio. perché oggi è il giorno in cui Gesù si manifesta a tutti gli uomini. Ed è’ giusto ricollocare il Bambino al suo posto, nel presepe, a conclusione di un cammino natalizio che all’interno della comunità parrocchiale di Santa Lucia ha fatto riflettere molto sull’accoglienza.

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