Consigli di fine anno, ovvero il peccato di essere divertenti

di Sergio Pasquandrea

Se dico “divertente” dico una parolaccia? A volte, nel jazz, pare di sì.
Ho sentito con le mie orecchie esimi critici biasimare Stefano Bollani perché “non fa musica seria”. Ossia: è divertente, quindi non è abbastanza “rispettabile”.
Stefano Bollani, per i non addetti ai lavori, è uno dei migliori pianisti jazz della sua generazione (ha trentasei anni), possiede una tecnica strepitosa e una conoscenza enciclopedica dell’intera storia del jazz, ha suonato con fior di musicisti e inciso con le etichette più prestigiose, ma ha un “difetto”, se vogliamo definirlo così: sa far ridere. Ha uno humour che darebbe dei punti a molti comici di professione e i suoi concerti sono spesso un’esperienza degna del miglior cabaret. Ha anche lavorato in teatro con la Banda Osiris ed è apparso come ospite fisso in “Meno siamo meglio stiamo” di Renzo Arbore.
Insomma, secondo me è un mezzo genio. Però è divertente, peccato.
Eppure, a ben pensarci, molti geni del jazz sono stati divertenti. Armstrong era un comico nato, Errol Garner ne combinava di tutti i colori sul palco, Dizzy Gillespie era un famoso burlone, dentro e fuori del palcoscenico, molti dischi di Sonny Rollins sono pieni di humour, Don Byron ha inciso dischi con le sigle dei cartoni animati. Ciò non ha impedito loro di produrre musica sublime.
Ci pensavo perché per mestiere scrivo di jazz e con la fine dell’anno, facendo il bilancio delle cose ascoltate, mi sono accorto che parecchi dei dischi che mi sono piaciuti di più sono anche divertenti. Spesso, molto divertenti.

Ad esempio ho ascoltato un disco che si chiama “Lobster Leaps In”.
Già il titolo è un gioco di parole, perché richiama un brano celeberrimo, “Lester Leaps In”, uno dei cavalli di battaglia del grandissimo Lester Young, facendolo diventare “lobster” (aragosta).
“Lobster Leaps In” è a nome del Microscopic Sextet. Formazione che, devo confessarlo, mi era del tutto sconosciuta. Esplorando il web, ho scoperto che la band aveva avuto un certo successo a fine anni ’80, aveva suonato nel circuito della Knitting Factory, il cuore dell’avanguardia newyorkese di allora, per un periodo aveva avuto tra le sue fila nientemento che John Zorn, ma poi non era riuscita a piazzare il colpaccio ed era sparita dalla circolazione per due decenni.
Ora i due fondatori, il sassofonista Phillip Johnston e il pianista Joel Forrester, hanno deciso di riportare in vita il sestetto in concomitanza con la ripubblicazione, da parte dell’etichetta indipendente Cuneiform, di tuta la loro produzione di vent’anni fa. La musica è quanto di più bizzarro e surrealmente divertente si possa immaginare: un folle caleidoscopio che mescola dixieland, swing, citazioni mingusiane, calypso, bebop, klezmer, Thelonious Monk. Tutto eseguito come dio comanda. Insomma, un ascolto vivamente consigliato

Poi ho ascoltato “Spring Is Here (Shall We Dance)?” di Django Bates.
Django Bates è una delle personalità più indefinibili della scena jazzistica contemporanea. A vederlo è molto molto inglese: anzi, profondamente british. Alto, dinoccolato, occhi chiari, quarantotto anni portati benissimo nonostante i capelli biondo miele che si vanno un po’ diradando. Voce pacata, eloquio forbito, insomma le maniere discrete ed eleganti di un gentleman vecchio stampo. Però, a guardarlo bene, si coglie qualcosa: un sorriso sornione, un guizzo in fondo agli occhi, un germe di follia pronto a schizzare fuori in qualunque momento.
E infatti Bates è un musicista fuori da ogni schema: pianista inimitabile, arrangiatore, bandleader, suonatore di corno e di tromba, ha partecipato un po’ a tutte le esperienze più creative nate in Inghilterra dai primi anni ’80 ad oggi. Chi non conosce i suoi dischi con i Delightful Precipice, i Loose Tubes e gli Human Chains è caldamente invitato a procurarseli. È un genio degli arrangiamenti, capace di creare timbri inauditi, brani sghembi, strutture che sembrano sempre sul punto di crollare e sempre si rimettono in piedi.
Eppure tutta questa complessità si nasconde sotto una patina divertente. Ballabile persino. “Spring Is Here” è percorso da una irresistibile pulsione alla danza.
Chi decidesse di acquistarlo, non si perda le note di copertina, un perfetto esempio dello humour sottilmente surrealista tipico di Django.

Poi ho ascoltato, della cantante Mina Agossi, “Simple Things”.
Che forse non è propriamente divertente, ma mostra come si può scegliere del materiale tradizionale (addirittura “A Good Man Is Hard To Find”, una vecchia canzone degli anni ’20), mescolarlo con materiale moderno (“Money” dei Pink Floyd, “1983” di Jimi Hendrix, ma nel disco c’è persino del rap) e creare un’opera di grande coerenza. Senza mai prendersi troppo sul serio – la Agossi canta con un timbro leggermente velato, che pare sempre nascondere una sorta di sorriso nonchalant – ma risultando straordinariamente moderni.
E, a proposito: la Agossi è francese di origini beninesi, è una musicista cosmopolita, e soprattutto è un vero animale da palcoscenico. Per la maggior parte del disco canta accompagnata solo da batteria e contrabbasso, ma non annoia neanche per un secondo.

Poi potrei parlare di “55/21”, il terzo capitolo del duo “Musica Nuda”, ovvero la cantante Petra Magoni (per inciso, moglie del summenzionato Bollani) e il contrabbassista Ferruccio Spinetti (da anni in forza agli Avion Travel). Dove si dimostra come si possa aggredire “Bocca di rosa” a un tempo mozzafiato, poi passare ad “Anema e core”, planare su “Una carezza in un pugno” e atterrare su “While my guitar gently weeps” riuscendo ad essere allo stesso tempo intelligenti e divertenti.

Potrei parlare di “Kronomakia”, in cui quel geniaccio di Daniele Sepe mescola il latino dei canti medievali, eseguiti dall’Ensemble Micrologus, con il free jazz, il rock, l’elettronica, la disco music e il dialetto napoletano (tanto per dire: chi indovina che cosa sono in realtà “Norvegiae Lignum” e “Vivimus”?).

O potrei parlare di “Appearing Nightly”, l’ultimo lavoro di Carla Bley, un delizioso omaggio alle big band degli anni ’30 e ’40, che contiene momenti di scoppiettante humour (anche se la stessa Bley, intervistata dal sottoscritto, ha affermato di “negare assolutamente che nella mia musica ci sia alcunché di ironico”: valli a capire, gli artisti).
Potrei consigliarvi di leggere DoTheMath, il blog del trio Bad Plus, dove si trovano spesso delle vere e proprie perle di arguzia. Anzi, potrei proprio consigliarvi di ascoltare i Bad Plus, ad esempio quando suonano “We Are The Champions” o il tema di “Chariots of Fire”, meglio noto in italiano come “Momenti di Gloria” (ma anche la loro versione di “Smells Like Teen Spirit” è qualcosa da conoscere).
Ma credo che si sia capito dove voglio andare a parare. Per dirla con un aforisma: l’ironia è una delle forme dell’intelligenza.

5 pensieri su “Consigli di fine anno, ovvero il peccato di essere divertenti

  1. la verde

    chiedo scusa, è troppo lungo l’articolo e non l’ho letto tutto ma ad onor del vero vi dico che a me Bollani piace un sacco: al Tenco di quest’anno cantò Mafalda imitando Fred Bongusto.
    Una fantastica performance!

    e grazie infinite a G.

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  2. Huntim

    Mille grazie Sergio ! Fa molto piacere che ci sia qualcuno che sia ancora in grado di apprezzare la combinazione unica di genialità e divertimento puro tipica di tutte le performance dal vivo del grandissimo Bollani. Stefano non è soltanto tecnicamente bravissimo, sensibilissimo e geniale ma, anche e soprattutto, umile e spontaneo, due qualità ormai assai rare nel panorama non solo musicale di oggi. Credo però che la passione che lo ispira possa contagiare molti altri ancora.
    Musik & Kultur forever !
    Buon 2009 a tutti !
    Huntim

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  3. sergio pasquandrea

    A proposito, a chi non lo conosce consiglio di ascoltare Bollani ogni giorno, dal lunedì al venerdì, alle 13, su Radio3. Il programma si chiama “Dottor Djembé” ed è condotto insieme a David Riondino.

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