Gesù ebreo

di Mauro Pesce

I. Gesù fu ebreo nella pratica di vita, nelle idee e nella cultura

L’esperienza di Gesù e quella dei primi cristiani non è una esperienza filosofica, una riflessione astratta a tavolino condotta da singoli, ma l’esperienza di vita di un gruppo. Il primo messaggio di Gesù è la sua pratica di vita, come Adriana Destro ed io abbiamo cercato di mostrare in L’uomo Gesù. Luoghi, giorni, incontri di una vita (Mondadori, 2008). Come nel cattolicesimo può nascere un nuovo ordine religioso, senza che questo comporti la sua uscita dalla chiesa cattolica (si pensi ad esempio al manifestarsi della novità di Francesco di Assisi e al costituirsi dell’ordine dei francescani) così la nascita del movimento di Gesù, con la sua originalità, non significa l’uscita dal Giudaismo, ma soltanto che ai diversi gruppi giudaici se ne aggiunge un altro: quello dei gesuani.
Gesù non ha avuto mai intenzione di uscire dalla comunità degli ebrei, e non ne è mai uscito. (per chi è interessato allo sviluppo della teologia cattolica su questo tema segnalo che un documento della santa sede degli anni Ottanta affermava: «Gesù è ebreo e lo è rimasto sempre» (cfr. M.Pesce, Il cristianesimo e la sua radice giudaica. Con una raccolta di testi sul dialogo giudaico-cristiano, Bologna Edizioni Dehoniane, 1994 (seconda edizione 2006). Il motivo è che Gesù e il suo movimento rimangono totalmente all’interno del giudaismo nei tre elementi fondamentali che costituiscono un sistema religioso: il gruppo sociale, le pratiche e le concezioni. Infatti, (a) il suo gruppo fu per sua esplicita volontà limitato esclusivamente a Giudei, (b) non c’è una sola pratica religiosa di Gesù che non sia giudaica, (c) non c’è una sola idea di Gesù che non sia giudaica. Esaminiamo i tre punti uno per uno.
(a) Il gruppo di Gesù fu per sua esplicita volontà limitato esclusivamente a Giudei. Ciò è dimostrato dalle due frasi di Gesù nel vangelo di Matteo in cui Gesù dice di se stesso: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Anche ai Dodici comanda di non prendere «la strada dei Gentili» e non entrare «nella città dei Samaritani», ma di rivolgersi piuttosto «alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 10,5-6). È difficile negare verità storica a questa indicazione di Matteo, proprio perché questo vangelo è chiaramente orientato nel sostenere che il messaggio di Gesù, dopo la sua morte, va rivolto anche ai non Giudei (Mt 2,1-2; 28,19). Proprio perché Gesù aveva predicato solo ai Giudei, la legittimità della predicazione ai non Giudei ha costituito una difficoltà molto grande per la prima generazione di discepoli di Gesù, come dimostrano i dibattiti delle lettere di Paolo (Gal 2,3-16) e degli Atti degli Apostoli (At 10,1-48; 15,1-29). Questo conferma che il distacco dalla pratica di Gesù che si era limitato solo ai Giudei aveva posto problemi e dovette essere giustificato. Bisogna riconoscere, quindi, che Gesù era rimasto soltanto all’interno del popolo di Israele. Raramente incontra non ebrei e non lo troviamo mai con i Romani, eccezion fatta per il centurione di Cafarnao che però potrebbe non essere un soldato romano, ma un soldato di Erode Antipa, come alcuni oggi ipotizzano. In ogni caso Gesù è molto cauto nel rapporto con lui, come sottolinea la versione di Luca dell’episodio (Lc 7,1-10) (cf. su questo Adriana Destro – Mauro Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Milano, Mondadori, 2008, 17-41).
(b) Non c’è una sola pratica religiosa di Gesù che non sia giudaica. Il modo di pregare di Gesù è giudaico (il contenuto stesso del Padrenostro è strettamente connesso a quello di una antica preghiera giudaica, il kaddish che prevedeva sia la santificazione del Nome, sia l’avvento del Regno. Sinagoga e Tempio sono luoghi culturalmente giudaici. L’uso di pregare su alture è giudaico. Il pellegrinaggio a Gerusalemme è giudaico. Il modo di vestire religioso di Gesù (le frange rituali) è giudaico. Gesù rispetta certamente le leggi alimentari giudaiche altrimenti Il Pietro del Capitolo 10 degli Atti degli Apostoli non avrebbe avuto bisogno di una rivelazione diretta di Dio per mangiare in un modo in cui egli mai prima aveva mangiato. Il fatto che forse Gesù non si lavi le mani prima di mangiare significa che non ritiene normativo un precetto che non era biblico, ma che i farisei consideravano antico e rilevante, pur sapendo che non era biblico. E si potrebbe continuare. Nulla, assolutamente nulla della pratica religiosa di Gesù proviene da una cultura diversa da quella giudaica. Alcuni hanno sostenuto che Gesù infrangesse il precetto biblico del riposo sabbatico, ma questo è falso e deriva da un’idea preconcetta di cosa sia il Sabato e di come lo osservavano le diverse correnti religiose del tempo. Si dà per scontato che il comportamento cristiano, diverso da quello giudaico risalga a Gesù. Si fa cioè di Gesù un cristiano, mentre era un giudeo. In nessuno dei passi in cui Gesù viene accusato di compiere guarigioni di sabato, i vangeli sinottici mettono in bocca a Gesù frasi che invitano a non rispettare il riposo sabbatico. La frase ad esempio, «il sabato è fatto per l’uomo» (Mc 2,27) non critica il precetto del riposo sabbatico, ma ne individua lo scopo. Il fatto di sostenere che certe azioni possono essere compiute di sabato, non va nel senso di abolire il sabato, ma in quello di individuare quali sono le azioni che debbono o possono essere compiute di sabato. Gesù rimane totalmente all’interno del precetto sabbatico e del suo ideale. J.P.Meier, autore dei tre volumi del libro Gesù un ebreo marginale, prete cattolico, sostiene – convergendo in questa affermazione con molti altri studi – che Gesù non hai messo in causa il sabato in quanto tale, ma solo si è opposto a certe interpretazioni estreme, ad esempio quelle dei gruppi esseni (J.P.Meier, A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus, III, Doubelday, New York 1991, pp. 526-527 (tr. it.: Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 3 voll, Brescia, Queriniana, 20063). Il consenso tra un numero ormai abbastanza vasto di esegeti è ben espresso da una frase di B. Schaller: «Gesù, con le sue azioni guaritrici di sabato né volle separarsi dal suo ambiente giudaico, né volle eliminare il sabato in quanto tale. Il sabato rimase per lui, proprio grazie a queste azioni dimostrative, il giorno creato e stabilito da Dio per l’uomo e per la sua salvezza». (B.Schaller, Jesus und der Sabbat. Franz-Delitzsch-Vorlesung, in Id., Fundamenta Judaica. Studien zum antiken Judentum und zum neuen Testament, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2001, 147). Anche la discussione sul puro e l’impuro (Mc 7, 1ss e paralleli) rientra totalmente all’interno di un dibattito intragiudaico. Problemi e categorie usate sono giudaiche. Tutto rientra nel più vasto tema sul come bisogna rispettare la legge giudaica e cosa significa farlo. Il fatto che Gesù abbia spesso soluzioni poco consuete non significa che non sia giudeo, ma che è un giudeo un po’ inconsueto.
(c) Non c’è una sola idea di Gesù che non sia giudaica. Il concetto di Messia, di Figlio dell’Uomo, di regno di Dio, di giudizio universale, di risurrezione, del Dio unico esclusivo, della misericordia di Dio e della sua paternità, delle sacre scritture giudaiche, della legge biblica, sono tutte concezioni giudaiche, non di altre culture. I dibattiti teologici intorno a queste concezioni, a cui Gesù partecipa sono tipici delle concezioni giudaiche. Proporre al loro proposito questa o quella soluzione non significa affatto uscire dalle concezioni giudaiche, ma piuttosto assumere all’intero di esse una posizione particolare più o meno originale a seconda dei casi.
Tutto ciò è ampiamente riconosciuto da buona parte della ricerca.

II. Perché non condivido le tesi che sostengono che Gesù si staccò dal Giudaismo

Un argomento spesso addotto per sostenere che Gesù si staccò dal giudaismo è il suo atteggiamento verso le norme del capitolo 11 del Levitico (che distingue tra animali puri e animali impuri). Su questo argomento il fatto fondamentale è che per decenni i primi seguaci di Gesù non attribuirono all’autorità di Gesù il proprio rifiuto delle norme del Levitico. Il Vangelo di Matteo e quello di Marco hanno su questo punto una posizione molto diversa. Il Gesù di Matteo non contesta le norme bibliche che vietano di mangiare animali impuri, mentre il Gesù di Marco sembra ad alcuni esegeti di oggi, abolirle. Ma la loro interpretazione non è fondata. Matteo e Marco tramandano in forma lievemente diversa un detto di Gesù che recita, in Marco,

«non vi è nulla dal di fuori dell’uomo che entri in lui che possa contaminarlo, ma le cose che escono dall’uomo sono quelle che contaminano l’uomo» (Mc 7, 15)

mentre nella forma di Matteo:

«non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma ciò che esce dalla bocca questo contamina l’uomo» (Mt 15,11).

La differenza principale tra le due formulazioni è che in Marco la frase di Gesù assume una valenza generalizzante e assoluta a causa del pronome «nulla» (ouden estin), assente in Matteo. Ciò che importa di più è che soltanto Marco aggiunge una breve frase che sembra attribuire a Gesù la volontà di abolire le leggi del Levitico sui cibi impuri. Si tratta di una frase molto breve, assente totalmente nel brano parallelo di Matteo che suona: «purificando tutti gli alimenti» (Mc 7,19). Purtroppo molti esegeti attuali traducono il brano in modo errato e aggiungono al testo un verbo che nel testo è totalmente assente. Essi traducono: «dichiarava mondi tutti gli alimenti” (Mc 7,19)». In realtà il Vangelo di Marco non scrive affatto che Gesù «dichiarava» puri tutti gli alimenti perché nel testo greco il verbo dichiarare è – lo ripeto – totalmente assente. Nel greco troviamo solo il participio del verbo katharizô, purificare. Il passo è difficile: Gesù sembra dire che la purificazione del cibo avviene mediante la digestione: «Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare perché non gli entra nel cuore, ma nel ventre e se ne va nella latrina, purificando tutti gli alimenti?» (Mc 7, 18-19). Inoltre non si capisce se, nella mente del redattore del Vangelo di Marco, si tratti di una frase attribuita a Gesù o di una glossa posteriore, aggiunta dall’ultimo redattore come commento al detto gesuano. È solo questa spiegazione aggiuntiva che attribuisce al detto di Gesù di Mc 7,15 («non vi è nulla dal di fuori dell’uomo che entri in lui che possa contaminarlo, ma le cose che escono dall’uomo sono quelle che contaminano l’uomo») una intenzione polemica esplicita contro la distinzione del Levitico tra cibi puri e impuri. Infatti, il contesto del detto di Mc 7,15 non ha nulla a che fare con il divieto di Lv 11 di mangiare cibi impuri. La questione dibattuta è se sia doveroso o no lavarsi le mani prima di mangiare. Ora, il precetto di lavarsi le mani prima di mangiare non è un precetto biblico e soprattutto non è in alcun modo connesso alla distinzione introdotta da Lv 11 tra cibi leciti e vietati. Il cibo che non va toccato con mani non lavate è un cibo lecito. Il problema del lavarsi le mani si pone quando ci si accinge a mangiare cibi leciti. Chi ritiene doveroso lavarsi le mani pensa che il cibo permesso dal Levitico che ci si accinge a mangiare sarebbe contaminato da mani non lavate. La questione del lavarsi o no le mani non riguarda perciò la distinzione tra cibi puri e impuri, leciti o permessi, ma semplicemente la questione se si debba mangiare in stato di purità rituale il cibo permesso dal Levitico, ma non sacro (si ricorderà che Lv 22,1-9 prescrive ai soli sacerdoti di mangiare cibo sacro in condizione di purità rituale). Se si legge il brano parallelo di Matteo (15, 1-20) senza il pregiudizio derivato dalla frase aggiuntiva di Mc 7,19, si noterà che in Matteo l’unica questione discussa è se «il mangiare senza lavarsi le mani renda impuro l’uomo» (15, 20). Certo, la frase di Gesù in Mc 7,15 // Mt 15, 11, soprattutto nella formulazione marciana, ha il senso di un principio generale da cui si poteva dedurre una normativa precisa. E ciò giustifica la interpretazione marciana. Il fatto che Marco abbia collocato la frase aggiuntiva, «purificando tutti i cibi», in un contesto esoterico, e cioè di fronte ai soli discepoli, specificando anzi esplicitamente che ci si trovava al chiuso, potrebbe essere connesso al fatto che la Chiesa primitiva, secondo gli Atti degli Apostoli, – come ho già detto – non conosceva alcuna parola di Gesù contro le leggi bibliche di Levitico 11, tanto che dovette ricorrere a una rivelazione diretta di Dio a Pietro mediante visione per legittimare la violazione del divieto biblico (cf. Atti 10,10-16).
In secondo luogo, il fatto di ricondurre l’impurità del corpo a una trasgressione morale e non solo a un contatto con fonti di impurità non è una novità di Gesù. La si trova – come è noto – già a Qumran e non si può sostenere che sarebbe dottrina in contrasto con la Torah, sia perché si tratta di sviluppi della dottrina levitica della purità che si trovano in diverse correnti giudaiche, all’incirca dal secolo II prima dell’Era Volgare; sia perché probabilmente l’idea che la trasgressione morale implichi anche una contaminazione corporea è già nello stesso Levitico. Anche Giovanni il battezzatore che certamente rimane tutto all’interno della visione giudaica sembra considerare l’impurità corporea come una conseguenza della trasgressione morale.
Un secondo argomento spesso addotto per mostrare che Gesù si staccò dal giudaismo sono le cosiddette antitesi del discorso della montagna in Matteo. Esse, tuttavia, non vanno nel senso di mettere in evidenza una superiorità di Gesù alla Torah stessa, quanto piuttosto evidenziano l’originalità e la radicalità dell’interpretazione di Gesù all’interno della sua cultura. Per un’interpretazione di questi passi di Matteo da parte di due autori cattolici rimando comunque anche al commento a Matteo di J.Gnilka e al libro di J.P.Meier su Gesù (J. Gnilka, Il Vangelo di Matteo. I-II, Brescia, Paideia, 1990-1991; J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 3 voll, Brescia, Queriniana, 20063).
Infine, il fatto che Gesù si sentisse investito da Dio di una missione messianica non porta affatto alla formazione di una religione diversa dal giudaismo. La concezione del messia fa parte della “mitologia” giudaica. Non si trova nella cultura romana o in quella greca antica. Ritenersi messia è manifestazione di una profonda adesione alle concezioni culturali del gruppo giudaico. Che poi Gesù o alcuni dei suoi seguaci pensassero o no ad un messia con funzioni regali, o politiche, è questione che non provoca alcuna prospettiva di “uscita” dalla cultura giudaica.
Che, poi, Gesù abbia pensato o meno ad una funzione espiativa della propria morte è questione discussa. Ma risolverla in un modo o in un altro non comporta affatto un’uscita dalle concezioni giudaiche. Infatti, espiazione e salvezza dalla condanna del giudizio finale di Dio sono concezioni giudaiche.
Mi rimane, infine, difficile credere che i racconti dei vangeli siano attendibili quando attribuiscono alle autorità giudaiche certe accuse religiose. Mentre le riposte di Gesù durante il processo, anche a prescindere dalla loro difficile storicità, non possono essere interpretate alla luce della teologia dogmatica del IV secolo.
Ritenere che le autorità religiose giudaiche nel loro complesso, o una parte di esse, abbiano operato per mettere a morte Gesù per pretese religiose di Gesù inaccettabili dal punto di vista religioso giudaico, non mi convince per diversi motivi. Anzitutto, il fatto un gruppo giudaico che si ritiene ortodosso, condanni a morte un singolo per deviazioni dottrinali, non significa che questo singolo sia fuori dal giudaismo, ma semplicemente che è considerato “eretico” da chi detiene il potere in quel momento. Per i cattolici del XVI secolo erano eretici i protestanti, per i protestanti lo erano i “papisti”, ma lo storico sa che ambedue i gruppi erano cristiani. Il fatto è che sembra difficile affermare che esistesse allora una “ortodossia”, ma una molteplicità di correnti religiose giudaiche. Che una di esse perseguitasse religiosamente Gesù non significa che Gesù fosse fuori dal giudaismo o che ponesse le premesse sulla base delle quali i suoi seguaci ne sarebbero usciti. In secondo luogo, è difficilmente dimostrabile che i motivi della uccisione di Gesù siano da addebitare ad un contrasto religioso intra-ebraico. La tesi molto più probabile è che i Romani abbiano messo a morte Gesù per motivi politici e che abbiano almeno parzialmente frainteso il messaggio di Gesù. Infine, l’idea che la uccisione di Gesù debba essere interpretata come una necessaria opposizione religiosa che segna il trapasso dal giudaismo al cristianesimo, che evidenzia plasticamente l’incapacità del giudaismo del tempo a comprendere la rivelazione divina è tesi teologica antiebraica che non ha basi storica e che riflette un’applicazione ai fatti storici di un modello astratto di storia della salvezza per il quale necessariamente il giudaismo deve sfociare el cristianesimo. Ora, l’analisi dei testi evangelici mostra, a parere di Adriana Destro e mio, che Gesù non riuscì a controllare gli avvenimenti che condussero alla sua morte e che non volle farlo. Secondo i vangeli di Marco, Luca e Matteo, per di più, Gesù si era immaginato una fine religiosa diversa da quella della sua sconfitta. Questi vangeli infatti rappresentano, nell’orto del Getzemani, un contrasto drammatico tra la volontà di Gesù e quella di Dio alla quale poi Gesù si piega (mi richiamo qui ad alcune pagine del nostro libro (di Adriana Destro e mio), l’Uomo Gesù, Milano, Mondadori, 57-60. 201-203. 210-214).

39 pensieri su “Gesù ebreo

  1. mario pandiani

    Per essere un articolo chiarificante mi sembra che si perda in lacci e laccetti degni del miglior pilpul talmudico, la Chiesa Cristiana non si è mai sognata di essere uscita dal giudaismo, cioè dal solco più puro dell’antico Testamento, la struttura delle chiese cristiane è, all’inizio evidentemente essendo sinagoghe vere e proprie, ma anche in seguito la stessa del tempio ebraico, l’adesione dei gentili alla religione cristiana fa di essi “Israele di Dio” quindi di nuovo incorpora in modo del tutto ortodosso gentili e giudei nel nuovo popolo di Israele, quello “Chiamato col tuo nome”. Ciò che fa la chiesa di Cristo è dare compimento alla prima promessa dell’antica alleanza in vista della seconda e definitiva promessa.
    Legarsi all’esegesi testuale del Vangelo nel modo dell’articolo significa in fondo negarne una parte fondamentale, la Pentecoste, cioè la continuità della presenza di Dio in terra per mezzo degli Apostoli.
    Dunque non vedo dove si possa sostenere che c’è un’uscita dalla tradizione biblica e giudaica, persino in senso liturgico e iconografico, della chiesa.
    Certamente ci sono da una parte delle rettifiche alle “dottrine di uomini” che si erano venute a sovrapporre all’antica religione come si configurò con Mosè, (la questione del Sabato ad esempio), dall’altra degli aggiornamenti, resi necessari proprio dal compimento che Cristo fu, è rispetto alla profezia biblica.
    Del primo Vescovo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo “Fratello del Signore”, si dice che era perfetto nella legge, e fu proprio lui a dirimere la questione dei fedeli gentili, questione che tanto imbarazzava San Pietro da nasconderla e tenere quel comportamento ambiguo ad Antiochia che gli Atti ci tramandano.
    Per quanto riguarda i luoghi di culto, si sa che sulla cortina che nascondeva il Santo dei Santi erano raffigurati dei Cherubini, questo perchè la cortina aveva il doppio significato di nascondere e di mostrare il Paradiso, ciò che il Santo dei Santi rappresenta in terra, dopo la morte e resurrezione del Signore, i progenitori vengono liberati dall’Ade e le porte del paradiso riaperte e la chiesa raffigurerà sull’iconostasi, cioè la cortina, Gesù, sua Madre, i Cherubini e i Santi che in paradiso hanno avuto accesso.
    La continuità è piena e perfettamente comprensibile, la preghiera cristiana più diffusa sono i Salmi, il sacrificio è evidentemente incruento ma modellato sulla macellazione delle offerte animali, il Pane da cui si preleva la parte eucaristica è detto l’agnello, quello che non è utilizzato viene distribuito al termine della liturgia, come avveniva per la parte delle offerte non bruciate che venivano distribuite ai poveri nel Tempio di Gerusalemme.
    Questo mi sembra che sia verificabile da chiunque, la storia della liturgia della chiesa e della religione ebraica non è nascosta.

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  2. vbinaghi

    Mario, sei sicuro che questo Pesce nuoti nel tuo stesso lago? Cioè che oltre alla filologia (che uccide) conosca anche lo spirito che vivifica? Da altre cose che scrive e dai collaboratori che si sceglie per certi libri non direi proprio.

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  3. Mauro Pesce

    La filologia non uccide. La tradizione monastica ha sempre messo insieme filologia e fede: amour des lettres et désir de Dieu (è il titolo di un celebre libro di Leclercq sul monachesimo).

    Cosa è allora che “uccide” ? L’incapacità di comprendere chi non la pensa come noi, il desiderio di offendere e beffarsi di chi ha idee diverse. Chi dice Raca a suo fratello ha già commesso omicidio nel suo cuore.

    Dire che il mio articolo è pieno di “lacci e laccetti” mentre è pieno di ragionamenti è già un’offesa, Una mancanza di volontà di misurarsi con pazienza sulle ragioni degli altri.

    Dire che “lacci e laccetti” sono carratteristici del pilpul del Talmud significa farsi beffe del testo venerato da milioni di ebrei per secoli. Sul disprezzo cosa si costruisce?

    Dire che LA chiesa (ma ce ne sono sempre state molte e ce ne sono molte) è erede del solco più puro dell’Antico Testamento significa dire che gli ebrei non sono stati fedeli ad esso. Solo La chiesa sarebbe perciò in continuità con l’azione di Dio nella storia e non gli Ebrei. Questa tesi è la tesi base dell’antiebraismo cristiano che tanto e tanto orrore ha contribuito a portare nei secoli. Anche l’Islam pretende di essere il compimento” della profezia biblica. Mohammed è l’ultimo profeta inviato e ricapitola Mosè e Gesù. Chi ha ragione a pretendere di essere il compimento? Tutti si appellano alla fede, ma per decidere allora ci vorrà un ragionamento basato sui testi.

    Contro questa pretesa del cristianesimo di inglobare e inverare il giudaismo e contro la pretesa islamica di inglobare ambedue i “monoteismi” recedenti sta la ricerca storia paziente che mette in evidenza le differenze. Il cristianesimo ad un certo punto si stacca dal giudaismo e in questo modo diventa anche distante da Gesù in qualche modo. Ma questo lo dice da decenni un grande numero di esegeti e teologi cristiani anche cattolici.

    Gesù rispettava il sabato e le leggi alimentari ebraiche e i cristiani no. Gesù predicava solo ad ebrei e i cristiani no. Nel suo gruppo c’erano solo ebrei, e nelle chiese cristiane non ce ne sono più. Gesù non voleva una nuova religione, ma il cristianesimo del IV-VI secolo lo è. Quando è avvenuto il distacco? Su questo argomento centinaia di studiosi, senza negare il problema, cercano una soluzione. Il problema c’è le soluzioni possono essere diverse.

    Perciò io presento con pazienza e con calma, senza offesa per nessuno, delle analisi su testi e fatti, che mostrano la radicale ebraicità di Gesù.

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  4. fides&ratio

    a me l’articolo è piaciuto.
    non ho trovato sorprese ma solo conferme di ciò che altri storici ed esegeti dicono.
    la questione poi non sposta di una virgola, se uno crede, il fatto della fede in Cristo e nel Vangelo, semmai lo interpella, ma ritengo ciò cosa buona.

    grazie, professore, e buon lavoro

    F&R

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  5. bianca

    “Cosa è allora che “uccide” ? L’incapacità di comprendere chi non la pensa come noi, il desiderio di offendere e beffarsi di chi ha idee diverse.”
    “Il cristianesimo ad un certo unto si stacca dal giudaismo e in questo modo diventa anche distante da Gesù in qualche modo.(…)Gesù non voleva una nuova religione(…)”.

    E’ un Bel pensiero.

    Bianca Stefania

    )*

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  6. robertorossitesta

    Ritengo che non si possa pensare a Gesù e ai suoi diretti seguaci come a dei “cristiani”, soprattutto nel caso in cui si creda che Gesù sia Figlio di Dio.
    Inoltre dove non c’è malafede, come non mi pare ci sia nel caso presente, mi spiace che si operi una contrapposizione così netta fra spirito che vivifica e lettera che uccide.
    In merito sono completamente d’accordo con le poche e sentite parole di fides&ratio.
    Un caro saluto e un augurio per un nuovo anno di pace,
    Roberto

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  7. mario pandiani

    Sembra che per molti Gesù abbia finito di essere presente nella storia e nella vita della sua chiesa dopo la sua morte, mi sembra tanto l’esegesi di Ario che non riconosceva la natura divina di Gesù e quindi; quello che ha detto ha detto ed è tutto, come uomo ha agito nei limiti della sua esistenza umana, punto e basta; filologi a voi l’ultima parola.
    La chiesa che si è allontanata da Gesù è un’altra cosa, ogni cristiano si allontana da Gesù nel peccato e nell’indifferenza, ma non peccare e non essere indifferenti non basta a fare un cristiano
    Come si fa a pensare al Dio cristiano senza pensarlo trinitario, quindi presente sempre con una delle persone della Trinità agente nella vita della sua chiesa, senza concepire che il popolo a cui parlò Gesù nell’antico testamento, scelto da lui per custodire l’alleanza e che l’ha negato quando si è manifestato in forma umana non potesse essere cambiato e la promessa estesa ad altri, nessuno è obbligato a essere cristiano, ma non succeda che qualcuno abbia le chiavi per diritto di nascita e non lasci entrare chi vuole nella casa di Dio.
    Dio può generare figli di Abramo da quelle pietre dice il Battista agli ebrei increduli, invece li genererà dai gentili, moltiplicandoli come la sabbia del mare, e i cristiani sono a tutti gli effetti, anche se non lo sono geneticamente, figli di Abramo e Israele di Dio.
    Non c’è antiebraismo in questo, c’è piuttosto da chiedersi cosa sia, che nome abbia ciò che fa rigettare il cristianesimo da parte degli ebrei.

    Parlo così perchè la chiesa cristiana, (Cristo fondò una sola chiesa), è sempre stata perseguitata, quando ha perseguitato si è allontanata talmente dalla sua fonte e radice spirituale, fino a farsi simile a coloro che uccisero Gesù, ma rendendosi irriconoscibile come erede della promessa.
    Per quanto mi riguarda anche se circoncisi e semiti non furono veri ebrei i sacerdoti del tempio e i loro seguaci quando scelsero Barabba e non fu chiesa di Cristo la chiesa che perseguitò gli ebrei e gli eretici.

    Il Talmud è veneranda tradizione, è vero, è l’erede legittimo della corrente farisaica, una e non la maggiore della tradizione ebraica precristiana, solo quella che ha avuto in sorte di essere gradita ai romani, insieme ai materialisti sadducei, e a chiunque osservi con attenzione l’affascinante labirinto esegetico delle catene di Rabbini che l’hanno composto nei secoli della diaspora non può sfuggire l’analogia con i contraddittori di Gesù, con i loro cavilli, se non vogliamo chiamarli laccetti.
    Quanto agli agareni, i musulmani, non saprei rispondere, la guerra è per loro ciò che si frappone e la loro vera fede è misteriosa, dove sincera fu perseguitata da loro stessi, vale la pena ricordare che l’oriente dominato dall’islam vide la maggior convivenza e tolleranza reciproca di comunità di religione differente, cosa chè l’europa si sogna ancora oggi.

    RRT, quando dici: “Ritengo che non si possa pensare a Gesù e ai suoi diretti seguaci come a dei “cristiani”, soprattutto nel caso in cui si creda che Gesù sia Figlio di Dio.”
    non capisco davvero che cosa tu voglia dire, inoltre la distinzione netta tra spirito e lettera è necessaria quando l’argomentazione porta così lontani dalle scritture stesse e da quanto con chiarezza testimoniano, concordemente con quanti per questa testimonianza sono morti.

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  8. fides&ratio

    All’università papalina (la Lateranense ndt) il primo anno, non senza (e nonostante) lo scandalo delle pie donne e degli increduli cirenei/matricole imbevute di pratiche devozionali ma assolutamente privi di una qualsiasi preparazione psicologica ad affrontare le domande che sorgono, inevitabili, in uno studio approfondito dei testi e della storia relativi alla propria fede, non fanno che ripetere che la fede cristiana si fonda su un fatto storico, su un evento realmente accaduto, sulla storia di un uomo misterioso, un uomo di nome Gesù che è stato (poi) riconosciuto Figlio del Padre, e che senza il fatto storico -nascita vita predicazione morte- nemmeno la Risurrezione, ( che si discute se possa essere definito fatto storico o metastorico visto che attiene alla vita dopo la morte o meglio oltre le morte) può essere il fondamento di alcunché. Se è vero che senza la storia dell’uomo Gesù (germoglio di Iesse) nessuna fede è non solo possibile ma (badate bene, parole degli esimi professori della lateranense) nemmeno credibile, allora è anche vero che la ricerca di quell’uomo, nella consapevolezza dei limiti propri della scienza storica che non può pretendere di dire tutto ma cui almeno si lasci dire il suo, non solo è lecita ma necessaria all’approfondimento e alla ricerca del soffio dello Spirito in quella che è stata la vita dei credenti dopo il ritrovamento del sepolcro vuoto e l’incontro con il Risorto. Domandarsi cosa annunciasse, in cosa credesse, come si percepisse, quale percorso di discernimento abbia dovuto fare in quanto uomo, a quale radice culturale nutrisse il suo Spirito di uomo nato, vissuto, educato in quel particolare contesto e in quella determinata epoca storica, chiedersi se ci siano state deviazioni e tradimenti o anche approfondimenti del suo messaggio, cercare di riandare alla fonte (che ricordiamolo è sempre potabile anche quando il fiume che da lì nasce fosse un pantano imbevibile) non solo è lecito ma oggi più che mai vitale per una Chiesa che pare incapace di parlare ad altra gente che non sia quella che si trincera dietro un “non so e non voglio sapere”.
    Gesù aveva fratelli? e davvero fu profugo in Egitto? in quali documenti oltre al vangelo di Matteo (Luca non ne parla e udite udite nemmeno Giuseppe Flavio) è rimasta traccia della strage degli innocenti voluta da Erode? è nato davvero a Betlemme (secondo Luca non si è mosso da Nazareth), la trasfigurazione è un racconto pre o post pasquale? perché il vangelo di Marco ci racconta che i fratelli e la madre vennero per portarlo via perché lo consideravano pazzo? da quale rupe volevano buttarlo dopo il discorso nella sinagoga a Nazareth, visto che non esistono dirupi a Nazareth? (professore mi corregga se sbaglio) Saper riconoscere e distinguere la storia dall’interpretazione che di quella storia è stata fatta da coloro che a fatica hanno dovuto capire chi fosse quell’uomo finito sulla croce dei romani, serve a riconoscere dove e se la Pentecoste ha portato e porta oggi i suoi frutti:
    Avevo fame e mi avete dato da mangiare… ecc

    F&R

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  9. roberto rossi testa

    Caro Mario,
    non penso di essere il solo a ritenere che gli atti di nascita del Cristianesimo siano le Lettere di Paolo e ed il Vangelo di Giovanni, soprattutto nel prologo.
    Quanto alla “cristianità” di Cristo, scusa se me la cavo con una frase che può avere il sapore della battuta: Cristo,
    seconda Persona della Trinità, può essere “cristiano” ancora meno di quanto Manzoni possa essere “manzoniano”; dal momento che tali determinazioni appartengono a questo mondo, nel quale Cristo si trovava ma al quale non apparteneva. Lo stesso dicasi dei suoi discepoli diretti, i quali, come giustamente premesso da Mauro Pesce, oltretutto non conducevano un’esperienza filosofica, una riflessione astratta a tavolino, ma un’esperienza di vita comunitaria.
    Mi sembra infine pericoloso, oltre che spiacevole, continuare a contare i morti, credo che possa equivalere a continuare ad ucciderli.
    Ci deve essere, si deve trovare una via per conciliare chiarezza di posizioni con la necessaria apertura ai fratelli: in caso contrario siamo perduti davvero, e saremo giudicati per il contenuto dei nostri cuori e per le nostre azioni e non per le parole che portiamo sulle nostre bocche.
    Un abbraccio di cuore, in spirito di comprensione,
    Roberto

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  10. vbinaghi

    @Fides et ratio
    Giusto. Non si passa dall’ingenuità del mito alla teologia senza la mediazione della ricerca storica. E non si fa storia senza documenti. Ma ciò che interpreta la documentazione è la volontà di comprendere il fenomeno nella sua essenza da parte di chi ne è stato trasfigurato (e ha lasciato che la propria vita cambiasse di questa novità), oppure il pregiudizio riduzionistico di chi vuole riportare tale novità a condizioni ambientali pregresse. Non se ne esce con la filologia intesa come idolo, ma con la richiesta dello Spirito (nè la carne nè il sangue te l’hanno rivelato…ecc). Più laicamente: il soggetto che interpreta è in questione nell’atto dell’interpretare: mai sentito parlare di circolo ermeneutico? In questo genere di biblismo vedo spesso uno scientismo inconsapevole delle proprie premesse.

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  11. fides&ratio

    non vedo il problema. se il filologo idolatra la filologia è un problema che non riguarda il fedele che si accosta a quello studio (se ben fatto, se procede secondo i criteri di quella scienza è uno studio neutrale, laico)ma il filologo stesso. alla persona di fede sta ascoltare qualunque studioso serio e poi porsi domande, cercare risposte, vagliare tutte le possibilità, cercare contraddizioni e conciliazioni. la fede non teme la conoscenza, ne trae nutrimento.
    non mi faccio dire dallo storico, dall’esegeta o dal filologo in Chi devo credere, da esso mi faccio dire fatti e ipotesi. le scienze storiche, soprattutto quelle che si occupano di antichità (professore mi ricorregga se sbaglio) si fondano oltre che sui documenti su ipotesi di lavoro. Strano a dirsi, c’è più incredulità nel mondo a causa di atteggiamenti e modi di vivere e relazionarsi col mondo contrari allo Spirito del Vangelo che a causa di studi storico-flologici. se il mondo non crede, o ha smesso di credere forse è colpa dei cristiani, non degli storici.

    F&R

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  12. elio

    Cosa è allora che “uccide” ? L’incapacità di comprendere chi non la pensa come noi, il desiderio di offendere e beffarsi di chi ha idee diverse.
    ===
    Ma perché bisogna “comprendere” chi non la pensa come noi? Non si potrebbe semplicemente lasciarlo vivere in pace le proprie credenze?
    Eh no, non si può, perché il pensiero ha conseguenze nelle azioni, che sono di solito molto più semplici del pensiero stesso. Se guardiamo quelle, parrebbe che tante differenze che qui appaiono capitali siano invece puramente cosmetiche, e che il credere o meno in una qualche variante dottrinaria non comporti degli spettacolari cambiamenti comportamentali. Un gioco linguistico, strettamente vincolato, che può condurre a dei transitori accordi sentimentali. Questo mi sembra essere, nulla più.

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  13. Mauro Pesce

    1. La ricerca storica mette a volte in crisi le teologie, per fortuna. Non avremmo avuto il Concilio Vaticano II senza la grande teologia storica, senza l’esegesi storica (ripeto: storica cioè fondata sulla ricerca storica) del Novecento.

    2. Adriana Destro e io abbiamo appena pubblicato il libro “l’Uomo Gesù. Luoghi. giorni, incontri di una vita”. Nella ricerca che abbiamo fatto per scriverlo ci siamo posti domande che non compromettono né salvano la fede di nessuno. ci siamo domandati per esempio:
    – Gesù praticava solo i villaggi o anche le città? Abbiamo risposto: solo i villaggi
    – Gesù camminava per le strade principali dove andavano anche i non ebrei o solo le strade secondarie: abbiamo risposto: solo le strade secondarie.
    – Gesù era favorevole o contrario alla romanizzazione?
    – Perché Gesù preferiva il mangiare insieme come modello principale del vivere e non la vita coniugale o lo studio dei testi sacri?
    – Che posto aveva nella sua vita personale il ricorso alla solitudine, alla preghiera, alla ricerca della volontà di Dio?
    – perché i vangeli sinottici sottolineano il contrasto tra la volontà di Dio e la volontà di Gesù nel Getzemani e il vangelo di Giovanni la elimina?
    – Il Vangelo di Tommaso e il vangelo degli Ebrei ci illuminano su Gesù come maestro di sapienza?
    – Giovanni il Battezzatore è stato maestro o precursore di Gesù, ecc. ecc. ecc.

    Tutte queste domande – illustrate con testi e documenti – hanno provocato in noi alcune risposte, che come qualsiasi ragionamento umano sono parziali, rivedibili.

    Ma ci hanno messo di fronte ad un personaggio, Gesù, che ci contesta nella sua pratica di vita, che diventa straordinariamente importante per chi ha interesse alle cose della vita e delle religioni.

    Abbiamo scoperto cose che non sapevamo e siamo sicuri che il libro sarà utile a chi lo legge con l’interesse a scoprire cose importanti e diverse su Gesù.

    Francamente non capisco perché tutto questo dovrebbe provocare dei divieti, o delle paure.

    C’è il circolo ermeneutico? benissimo! applicatelo personalmente alle cose che leggete in questo libro.

    MA NON RENDIAMO GESU’ SIMILE ALLA NOSTRA TEOLOGIA.

    Il problema è quello opposto, COME RENDERE LA TEOLOGIA SIMILE A GESU’.
    E se una certa teoria teologica ce lo impedisce, buttiamola via.

    Ma tutte le conquiste umane sono parziali, comprese quelle teologiche ed ermeneutiche (quante ermeneutiche ci sono!) e compresa la stessa fede, altrimenti non ci sarebbero migliaia di chiese in contrasto fra loro.

    3. Non c’è alcuna opposizione tra fedi e risultati delle ricerche storiche. Personalmente non la vedo non la sento, non la sperimento. Le fedi sono un atteggiamento profondo e complessivo di tutta la persona che muovono e orientano tutta la vita, il senso dell’esistere, la percezione della realtà. Mi stupisce che qualcuno possa pensare che una ricerca storica possa mettere in crisi questa dimensione profonda.

    Molto diversa è la teologia che delle fedi è un tentativo di esplicitazione, di chiarimento, sempre parziale. Qui la ricerca storica ha una funzione fondamentale perché depura le teologie di tante concezioni che non hanno diritto di esistenza nei testi fondanti delle religioni.

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  14. mario pandiani

    Il cenacolo di Leonardo fu dipinto secondo il suo programma sperimentale su un muro preparato ad olio, in quanto Leonardo voleva dipingere come su una tavola di legno, ma la preparazione era inadatta e il muro pescava da una faglia d’acqua. i problemi cominciarono circa trent’anni dopo e da allora periodicamente il dipinto ha subito interventi. La follia filologica di chi ha condotto il restauro fu di arrivare al livello “Originale”, quindi le puliture efferate hanno lasciato un vago fantasma di ciò che fu l’opera su cui con acquerelli e buona volontà si è cercato di rendere visibile qualcosa.
    Come metodo si poteva comprendere, come risultato è un fallimento totale.
    Ora qui parliamo di un’opera che ha in se stessa, che ai parrucconi universitari piaccia o meno, ha in se stessa l’elemento vitale.
    Prescindere da questo elemento che è lo spirito, l’anima e il corpo più vero della Chiesa, per interrogare dei papiri esaminati come cocci di una discarica anatolica del IV secolo a. c. significa fare un’autopsia sul sudore lasciato da un corpo sul sedile di un autobus.
    Mi rendo conto però che dallo scisma in qua le modificazioni avvenute nella chiesa occidentale siano tali che la tentazione di ignorare duemila ani e interrogare i testi possa venire, ma vedo anche che al di fuori delle certezze accademiche, non resta che una maggiore confusione parzialmente saziata da pillole parascientifiche che non possono certo nutrire una fede, soprattutto in chi di questa fede ha bisogno per tirare avanti la sua croce tutti i santi giorni.
    I vangeli sono colmi di stupore, di meraviglia, di nuovissimo nell’antico, il Padre dei monaci del deserto Sant’Antonio il grande, si convertì per una frase soltanto e la sua vita divenne Vangelo, ortodosso quanto sono ortodossi i Vangeli canonici.
    Se si spezza la continuità sacramentale di questo Vangelo vivente si commette un crimine.
    Poi invece si scopre che scavi archeologici confermino notizie considerate fasulle, come la presenza della Madre di Dio nel Tempio fino alla pubertà, quando col sopravvenire del mestruo non avrebbe più potuto soggiornare e fu data in sposa a Giuseppe, Padre dei fratelli di Gesù, di cui Giacomo divenne il primo vescovo della neonata chiesa cristiana, cercare la conferma scientifica della parola di Dio, è in se qualcosa di buffo.
    Mettere dei dubbi sulla tradizione più antica della chiesa per il demone filologico che fa scartare tutto ciò che non sia polveroso documento è di un’aridità che non accrescerà mai la fede di nessuno.

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  15. laura

    interessante l’articolo e bella la discussione.
    mi incuriosisce questo:
    “Poi invece si scopre che scavi archeologici confermino notizie considerate fasulle, come la presenza della Madre di Dio nel Tempio fino alla pubertà, quando col sopravvenire del mestruo non avrebbe più potuto soggiornare e fu data in sposa a Giuseppe, Padre dei fratelli di Gesù, di cui Giacomo divenne il primo vescovo della neonata chiesa cristiana, cercare la conferma scientifica della parola di Dio, è in se qualcosa di buffo.”

    se gentilmente il signor Pandiani volesse offrire un’indicazione bibliografica del suddetto ritrovamento e degli studi storici e archeologici e delle discussioni sicuramente sorte fra gli esperti riguardo alla notizia in oggetto che avrebbero portato ad accreditare questa scoperta, gliene sarei infinitamente grata.

    Laura

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  16. manuel cohen

    Per inciso, ricordo che sui precetti del Talmud si fonda una parte non irrilevante della cultura (religiosa e non solo) occidentale.
    A me sembra che l’approccio di Mauro Pesce sia serio e intellettualmente onesto. Sicuramente leggerò il suo libro. I molti interrogativi sono intriganti e ‘legittimi’. Non mi pare che affronti le questioni da ‘parruccone’…e poi che vuol dire…certi ‘rasatoni’ che ragionano con la pancia non vanno mica lontano.
    E’ un fatto, a meno che non si consideri Gesù un extraterrestre, che viva e operi nella sua terra, e che si nutrisca della sua cultura giudaica (non parlerei di ‘gruppo’, semmai di ‘tribù’). Altro fatto è che sia vissuto anche da un ebreo come un personaggio straordinario. Che io sappia, ogni ebreo ne resta affascinato (e d’altro canto, se non fosse stato così, come avrebbe potuto avere proseliti?). Complimenti e auguri.

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  17. vbinaghi

    Vorrei chiedere ai devoti della filologia cosa pensano di libri come Il Mistero della Sinagoga Bendata di Enrico Maria Radaelli, prefazione di Antonio Livi, editore Effedieffe di Roma. Oppure: I segreti della dottrina Rabbinica. Cristo e i cristiani del Talmud di I. B. Pranaitis. Entrambi sono corredati da cospicue ricostruzioni storiche ed ampie citazioni talmudiche. Il risultato, come è noto, è una visione non proprio umanitaria dell’ebraismo ortodosso.

    Senza voler entrare nel merito dei libri citati, delle due l’una.
    O si riconosce che ogni ricerca storica documentata deve imporsi all’attenzione di credenti e non credenti come strumento integrativo di comprensione, e allora tributiamo alla filologia gli onori richiesti dal profressor Pesce.
    Oppure si riconosce che nella ricerca storica l’orientamento del ricercatore guida la selezione e l’analisi dei documenti stessi, e allora smettiamola con questa ridicola apoteosi dello scientismo filologico. Se permette, caro Pesce, l’atteggiamento di fondo che guida le ricerche sul Cristianesimo degli amici di Augias vale quello delle ricerche sull’ebraismo degli amici di Blondet.

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  18. mario pandiani

    Per quanto riguarda i fratelli Di Gesù ci sono i vangeli cosiddetti apocrifi, ampiamente pubblicati, che sono tradizione della chiesa e anche se non canonici, cioè non fanno regola, non c’è ragione di considerarli inaffidabili, poi c’è la grande innologia dei canoni liturgici che contiene ciò che è stato trasmesso dagli apostoli, cioè dai testimoni oculari.
    Per quanto riguarda la presenza di Maria nel tempio le fonti sono le stesse, mi informerò bibliograficamente dove vengono riportate le notizie degli scavi che hanno messo in luce la parte che ospitava le vergini all’interno del tempio e ve lo farò sapere.
    Mi chiedo però di cosa esattamente stiamo parlando, se di una maxitruffa, lo capirei se Gesù fosse nato a Napoli o a Roma, o se parliamo di un corpo vivente istituito da Cristo, dal quale ha anche ricevuto regole e soprattutto esempio.
    Ma l’impressione è sempre più quella di assistere ad una manipolazione di documenti per costruire qualcosa che prima non c’era, fondata sul verosimilmente era così, oppure è più coerente col vaticano II, o ancora l’uomo di oggi ha bisogno di, e non su ciò che Gesù e i suoi apostoli hanno stabilito con chiarezza e che in quella forma e in quello spirito ha dato e ancora da frutti straordinari.
    Portare filologicamente democrazia nelle scritture somiglia tanto a certe missioni civilizzatrici di questi tempi.

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  19. Mauro Pesce

    Non si deve cercare un ritorno a Gesù per costruire una propria identità CONTRO l’identità degli Ebrei e dei Musulmani, degli atei e degli agnostici. Gesù non voleva fondare delle identità “contro”.

    I. Per distinguere una ricerca storica attendibile e seria da una che non lo è, e storici attendibili e seri da quelli che non lo sono, l’unico criterio è la competenza (conoscenza della documentazione, delle lingue antiche per leggerla, dei metodi di ricerca, della storia della ricerca, del dibattito scientifico in atto).

    Esistono poi da molto tempo dei modi chiari attraverso i quali questa competenza si verifica:

    1. Lo storico deve avere avuto una formazione prolungata e seria, ad esempio un dottorato specialistico presso una istituzione accademica riconosciuta internazionalmente (ad esempio, nel dottorato di studi religiosi che io dirigo il candidato è valutato quasi sempre da due istituzioni accademiche di alto livello, l’una italiana l’altra straniera, ed ottiene il titolo di dottore in due Stati. Ad es. Un nostro dottorato in studi rabbinici ha ottenuto il titolo a Bologna e alla Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi e ora ha un posto in Inghilterra presso un istituto universitario specializzato in letteratura talmudica).

    2. Deve insegnare in università.

    3. Deve presentare le sue ricerche nelle associazioni internazionali specializzate (ad esempio presso la Society of Biblical Literature in cui circa 5000-7000 biblisti si incontrano annualmente)

    4. Deve pubblicare spesso libri presso case editrici di buon livello e articoli scientifici in riviste specializzate nel settore (ad esempio della giudaistica)

    5. Deve essere membro di associazioni scientifiche internazionali.

    Questi criteri sono accettati da tutte le grandi istituzioni scientifiche internazionali e le Facoltà teologiche cristiane non sono affatto e ultime e applicano rigorosamente questi criteri.

    Le pubblicazioni sul Talmud che Bineghi cita non hanno nessuna di queste caratteristiche. Sono opere di astio e odio verso gli ebrei.

    II. Quanto alle mie ricerche storiche sono le istituzioni scientifiche internazionali e nazionali con cui collaboro che giudicano. Uno degli ultimi numeri della rivista scientifica Annali di Storia dell’Esegesi che dirigo da 25 anni presso una casa editrice cattolica (edizioni Dehoniane di Bologna) è curato da Tobias Nicklas docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica cattolica di Regensburg (quella da cui proviene Joseph Ratzinger). Del gruppo di ricerca internazionale GERICO fondato da me ed altri a Bologna fa parte il vice rettore della Pontificia Università di teologia di Salamanca, ecc.

    E’ estremamente grave per il nostro tessuto sociale italiano che si condanni il fatto di avere rilasciato un’intervista al Dr. C.Augias che è un serio giornalista e scrittore. Perché è agnostico? Perché è ebreo? Perché non condivide le opinioni dei credenti? Non bisogna parlare con chi ha idee diverse dalle nostre?

    III. Rimane il fatto che per suggerimento del webmaster di questo sito ho presentato un saggio breve. Che contiene osservazioni esegetiche precise. Come tutte le osservazioni esegetiche, anche queste sono discutibili. Le critiche di due persone intervenute nella discussione non hanno preso in considerazione nessuna di queste concrete precise osservazioni. Hanno invece sostenuto che chi ha dialogato con un agnostico come Augias non deve essere preso neppure in considerazione o hanno fatto appello alle tristemente note teorie antiebraiche di secoli passati, smentite dai documenti ufficiali della chiesa cattolica. Ho fatto cenno più volte al libro l’ “Uomo Gesù” che ho appena pubblicato con Adriana Destro, perché la lettrice o lettore non prevenuto troverà argomentazioni che partono da rispetto e estremo interesse per Gesù, da passione per la ricerca storica e per la comprensione antropologica dei fenomeni religiosi. Il libro è frutto di 20 anni di ricerche precedute da circa 50 articoli e vari libri scientifici scritti insieme. L’elenco delle pubblicazioni è consultabile on line in http://www.mauropesce.net.

    Il dialogo presuppone che si stimi l’interlocutore e lo si rispetti. Si può (e a volte si deve) esprimere dissenso, ma sempre rispettando le persone. Le espressioni usate da Pandiani e Binaghi (“parrucconi”, “maxitruffa”, esegesi paragonata a guerra in Irak, “falsificazione sistematica”, “ridicola apoteosi”…) in questa discussione, invece, sono state a volte offensive e hanno mostrato toni aggressivi e dispregiativi.

    V. Nel libro “L’uomo Gesù” abbiamo sostenuto che una ricerca sul Gesù storico è oggi necessaria anche perché il suo messaggio è importante per la nostra cultura di oggi. Ma non si deve cercare un ritorno a Gesù per costruire una propria identità CONTRO l’identità degli Ebrei e dei Musulmani, degli atei e degli agnostici. Gesù non voleva fondare delle identità “contro”.

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  20. Marco Guzzi

    Leggendo questo saggio molto approfondito e la stessa discussione che ha suscitato, mi risuonava in testa la domanda: ma come posso conoscere meglio Gesù?

    Uno dei maggiori esegeti del XX secolo, Rudolf Schnackenburg, ampiamente citato anche da Benedetto XVI, dopo una vita intera dedicata a questi studi, scriveva: “Mediante gli sforzi della ricerca coi metodi storico-critici non si riesce o si riesce solo in misura insufficiente a raggiungere una visione affidabile della figura storica di Gesù di Nazareth”.

    Ancora Ratzinger sostiene che gli sviluppi della ricerca storico-critica hanno condotto “a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione”, e così “la figura stessa di Gesù si è allontanata ancora di più da noi”, mentre ognuno si faceva la propria ricostruzione dell’immagine di Gesù, dando vita a una pluralità di interpretazioni che erano “molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita”.

    Ciò non significa affatto che non si debba dar peso allo studio storico-critico, ma che se ne devono conoscere bene i limiti: non è da lì che potremo mai conoscere qualcosa di essenziale su Gesù, in quanto Gesù non è un personaggio del passato, ma, per chi crede, egli è l’essenza viva di ciò che io sono e ognuno è, e quindi egli è lo spirito del nostro stesso parlarne: uno Spirito vivo che guida la storia nel suo complesso.

    La sua vicenda storica perciò esorbita in tutte le direzioni da qualsiasi accertamento storiografico.

    Il Cristo insomma non è un oggetto, né tantomeno un oggetto storicamente comprensibile, quanto piuttosto il Senso Vivente di ogni storia.
    E questo Senso sfugge ad ogni oggettivazione.
    Oppure a me Gesù interesserebbe ben poco: sarebbe un povero pazzo accerchiato da una moltitudine di illusi, come Nietzsche lo ha ben descritto e per questo maledetto.

    Ma allora come posso conoscere un po’ meglio Gesù?
    Mi verrebbe da dire: conoscendo me stesso un po’ meglio:
    conoscendo il mistero dell’essere umano nel suo abisso di infinità interiore, di alienazione, di colpa, e di anelito straziante alla salvezza:
    un mistero che fiorisce dentro la storia di età in età, rivelandoci a poco a poco ciò cui aneliamo: dentro una storia che è anche il corpo crescente della Chiesa, la sua tradizione, la sua comprensione mutevole e appunto crescente delle Scritture.

    In altri termini a me pare che la teo-logia del XXI secolo sarà sempre più contemplativa, poetica, iniziatica, visionaria: sarà, come è sempre stata nei suoi momenti forti e fondativi, esperienza di Dio.

    Questo almeno mi auguro e mi permetto di augurare anche a Pesce e a tutti voi:
    che sia sempre un’esperienza di Dio, gioiosa e dolorosa e gloriosa al contempo, a illuminare i nostri studi, anche quelli storici, e mai l’illusione di una razionalità che pretenda di ridurre ad oggetto del passato il Vivente:
    Egli infatti non si fa mai com-prendere, prendere nelle grinfie del nostro Be-griffen:
    Egli si dà solo nel respiro degli amanti: non si fa prendere, ma si lascia respirare.

    Grazie.

    Marco Guzzi

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  21. francesco sasso

    a Binaghi

    Invece, io ho letto “Inchiesta su Gesù” di Augias e Pesce e devo dire che è un bel libro.

    Quindi, da umile redattore di questo blog, consiglio la lettura del libro e consiglio inoltre a Binaghi di moderarsi e di leggere il colonnino alla sua destra (vedi “Quanto ad Augias, dialoghi con chi vuole ma tenga presente che i nemici del cristianesimo si sono sempre serviti di utili idioti tra i sedicenti cristiani.”).

    francesco

    francesco Sasso

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  22. sergio pasquandrea

    Quel che non capisco è il “nemico del cristianesimo”. L’aggressività dell’epiteto.
    Augias è agnostico, dichiaratamente. Come del resto sono io, che pur non condividendo il credo dei cattolici (e nemmeno molte posizioni della Chiesa) mi avvicino però con interesse e con rispetto ai Vangeli e a tutto ciò che riguarda la religione.
    Vengo da una famiglia cattolica, mi sono sposato in chiesa, ho fatto battezzare mia figlia e mi capita spesso di accompagnare mia moglie a Messa. Il frate che ci ha sposato è una delle persone più intelligenti e rette che io conosca.
    Non mi sento nemico di nessun cristiano, e nemmeno credo che Augias si senta tale. “Nemici del cristianesimo” di sicuro ce ne sono in giro, ma mi pare che questa volta Valter abbia sbagliato bersaglio.

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  23. Mauro Pesce

    Ringrazio Francsco Sasso per l’apprezzamento circa il libro Inchiesta su Gesù. Però questo libro è per me lontano più di due anni. Ne ho scritto un altro su Gesù con Adriana Destro con una riflessione necessariamente nuova (altrimenti perché scrivere), nuova ovviamente per noi che lo abbiamo scritto. In questo sito desideravo proporre riflessioni nuove.

    Mi permetto perciò di sottoporvi questo pensiero che è tratto dal libro L’uomo Gesù, pp.196-197: Scrivendolo abbiamo sperato che fosse utile come lo è stato per noi:

    La potenza del silenzio

    Il silenzio ha gradi ed esiti diversi. A volte è subìto, altre volte
    assunto in modo ostentato. Può anche essere percepito come
    minaccia e paventato. A livello di esperienza di vita, la ricerca
    del silenzio traduce «una volontà di pacificazione, d’immersione
    in un luogo propizio. Manifesta un atteggiamento morale di
    cui il rumore è nemico mortale». Il silenzio può permettere di
    riflettere sulle proprie intenzioni e di concentrarsi sulle decisioni
    da prendere. C’è una carica sapienziale nel tacere e nel
    misurare le parole.
    Nel racconto di Marco, assume un grande rilievo il silenzio
    di Gesù durante il processo. Un’antropologia del silenzio può
    aiutarci a comprendere quali sentimenti Marco attribuisse a
    Gesù. «Il silenzio è un cammino che porta a sé», «procura un
    sentimento acuto di esistere. Segna un momento di spogliamento
    che autorizza … a ritrovare un’unità interiore, a compiere
    il passo di una decisione difficile.»17 Gesù tace per raccogliersi
    in se stesso. Il suo corpo silenzioso è eloquente, contesta chi lo
    accusa e lo interroga.
    Nel sinedrio, quando testimonianze false e discordanti si
    accumulano contro di lui (Mc 14,56), Gesù tace, non dà spiegazioni.
    Si difende, raccogliendosi in se stesso (Mc 14,59). Questa
    assenza di reazione provoca il sommo sacerdote, che si sposta
    al centro dell’assemblea e lo interroga personalmente: «Non
    rispondi nulla?» (Mc 14,60). «Ma egli tacque e non rispose nulla»
    (Mc 14,61; Mt 26,63). Marco non pensa che in quel momento
    Gesù fosse privo di emozioni o non sapesse cosa rispondere. Per
    lui il silenzio è una scelta intenzionale. Gesù non vuole comunicare
    né i propri sentimenti, né le proprie ragioni. Il silenzio
    del resto è spesso motivato dalla convinzione che ciò di cui si
    dovrebbe parlare sia tutt’altro.
    La scena è emotivamente carica. Conferisce una forza e un’autorevolezza
    particolari, che esaltano la figura di Gesù completamente
    chiusa nel silenzio. Il silenzio è qui una presa di posizione,
    una risposta. Serve per sfuggire all’influenza e al potere di altri.
    Egli non solo si sottrae a chi potrebbe manipolare le sue parole,
    ma anche controlla e domina la situazione e si prepara a imporre
    il discorso finale e decisivo. Il suo silenzio, infatti, ignora le
    accuse tendenziose e crea le condizioni per la risposta finale al
    sommo sacerdote sul suo essere il Messia (Mc 14,62). È questo
    non proferire parola che permette a Gesù di esprimere tutta la
    carica emotiva delle affermazioni in cui alla fine prorompe: «Io
    lo sono. E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della
    Potenza e che viene sulle nuvole del cielo» (Mc 14,62). Se Gesù
    fosse stato coinvolto in un dibattito con i suoi poco attendibili
    contestatori, la rilevanza e la forza delle ultime parole sarebbero
    state nettamente diverse. Ci si può domandare se alla fine
    Marco, nel sottolineare il passaggio dal tacere al parlare, non
    abbia voluto sottolineare anche un mutamento nella tensione
    interiore di Gesù che passa dalla sopportazione docile all’impeto
    profetico.

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  24. vbinaghi

    @Sergio
    Mi sfugge il motivo per cui alcuni agnostici, animati da superiore disinteresse per le questioni religiose, si adoperino per presentare visioni riduzionistiche del fenomeno religioso. Comunque, come al solito, è concesso di parlare di Cristo a tutti, tranne a chi ci crede.
    Amen.

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  25. sergio pasquandrea

    Intendevo dire che QUI, su “La poesia e lo spirito”, non ci sono nemici.
    Quello di Odifreddi è un attacco pregiudiziale (e spesso anche abbastanza cafonesco) alla religione e infatti, da agnostico, lo trovo inaccettabilmente banale.
    Ma il discorso di Pesce mi sembra tutt’altra cosa.

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  26. sergio pasquandrea

    Aggiungo, tanto per chiarire, che ho avuto anch’io il mio periodo di furor anticlericale. Fino a tempi abbastanza recenti, peraltro: uno o due anni fa, più o meno.
    Poi ho passato la boa dei 30 anni, ho cominciato a riflettere su una serie di cose (ad esempio, sul fatto che dare dei cretini ai credenti significava dare dei cretini a persone che stimavo e a cui volevo bene). Sono anche diventato padre, e questa non è affatto una circostanza secondaria.
    Tutto ciò per dire che Odifreddi per certi versi mi sta anche simpatico, ma per altri non lo sopporto proprio. Quindi posso anche capire la tua irritazione.
    Ma non ritengo appropriati certi toni in una discussione come questa.

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  27. Paola Renzetti

    Gesù ebreo, venuto però però non soltanto per le “pecore d’Israele”. La sua missione e predicazione è rivolta a tutti: incontro con la samaritana al pozzo e parabola del buon samaritano, incontro con Giairo (guarigione di sua figlia), con la donna cananea (anche i “servi godono delle briciole cadute dalla tavola dei loro padroni” … Gesù cita la donna “pagana” come esempio di fede)e fin dall’inizio spezza le categorie di giudizio del suo tempo e della cultura giudaica. La sua stella brilla da lontano per tutti i popoli. Il mio commento è fatto così un po’ a caldo dopo aver scorso questo interessante articolo e i molti commenti.
    Gesù ebreo, uomo radicato nel suo tempo e insieme portatore di gesti e parole che vanno oltre ogni spazio geografico e culturale.
    Un saluto e un augurio a tutti

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  28. MarioB.

    A volte mi chiedo, da ex cristiano da lungotempo, perché queste persone che hanno fede in un loro medesimo dio,(che dovrebbe essere Amore) tanto si dibattano, quando non si scannino per delle sciocchezze, scusate sottigliezze, lana caprina….

    E poi, vi dico: “Chi dice Raca a suo fratello ha già commesso omicidio nel suo cuore”..
    questa è una gran brutta frase, meglio un proverbio di buon senso che dice: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.
    Fa parte il detto evangelico precedente, del Raca, di quel mondo rozzo di giudicare che fa il processo al pensiero e l’equipara ad un azione.
    Non dimenticherò mai le parole udite in chiesa …”hai peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni”….

    Ma,caspita , non è già dura la vita?
    Non vi è già tanto dolore dappertutto?
    Devo farmi pure il processo ai pensieri?
    E se dicessi “bastardo ” a mio fratello, sarebbe come averlo accoltellato?
    No, eh, no!
    Non ci sto più con le religioni del Libro, neanche a confutarle!

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  29. Marco Guzzi

    Dalla nostra discussione, che pure è più pacata di molte altre, mi pare che risalti ancora una volta il paradosso del Cristo Gesù:

    essere il principe della pace, colui che ci dona la sua pace,
    ed essere al contempo segno di contraddizione, colui che divide il padre dal figlio, e scatena le peggiori violenze omicide.

    I maestri di zen direbbero che questo è proprio un koan:
    qualcosa di irrisolubile sul piano della mente razionale,
    che richiede perciò un vero e proprio salto quantico della nostra coscienza:
    un diverso livello dell’esperienza umana (mentale-spirituale).

    Forse l’estrema conflittualità intorno al nome di Gesù, di cui tra l’altro proprio oggi celebriamo la festa liturgica, è il segno di questa necessità di silenzio assoluto per disporsi al salto di un’esperienza nuova e folle: Io lo sono (come ci ricorda bene Pesce).

    Va inoltre ricordato che la soluzione di un koan è preceduta da stati di autentica disperazione e di estrema conflittualità interiore e anche con il maestro che te lo assegna.
    L’ego cioè deve sperimentare la propria radicale impotenza, e disperarsi, prima di cedere, e di morire, affinché io (un nuovo io) possa vedere ALTRO: un luogo in cui gli opposti risuonano in armonia.

    Non stiamo forse vivendo collettivamente questa fase della risoluzione del koan di Gesù?
    Non sarà forse lo stesso nichilismo uno stato di questo passaggio?

    Grazie di queste riflessioni che ci uniscono, nonostante le divergenze concettuali, nella stessa passione per la verità, e nella stessa gratuità nel condividere le nostre idee.
    E grazie, Emanuele, per la tua indicazione cinematografica…

    Marco Guzzi

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  30. francesco sasso

    Non sono un biblista né uno studioso di storia della religione. Perciò non posso intervenire in questo dibattito, sarei ridicolo e mostrerei solo la mia ignoranza o la mia sete di sapere, ma leggo sempre volentieri, e confesso che per me sono essenziali, saggi e commenti come quelli del professor Pesce (cft. Commento 30, “La potenza del silenzio”) e quelli di Marco Guzzi (cft. Commento 40).

    francesco

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  31. vbinaghi

    @Guzzi
    Il nichilismo è in tutta evidenza lo stato che consegue dalla perdita di consapevolezza dell’universalità del valore. Il Cristianesimo, che ha garantito questa universalità fondendo insieme Gerusalemme, Atene e Roma (cioè l’ethos ebraico, il logos greco e il diritto romano) non si mostra più capace di farlo quando viene regionalizzato ad appendice dell’ebraismo, ma anche tradotto nei termini di una pura mistica esistenziale.
    Qua in giro c’è gente che si firma “Fides et ratio”, chissà se qualcuno ancora ricorda che è proprio grazie alla “ragionevolezza” della fede che il Cristianesimo ha saputo farsi ospizio per il mondo intero.

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  32. fides&ratio

    di quale ragionevolezza può parlare chi ha paura della storia?

    rinnovo il mio grazie a chiunque ricerchi con onestà e competenza. e come non ci si deve far dire dallo storico in Chi credere non ci si deve far dire da un qualunque Binaghi cosa leggere e dove andare a cercare le ragioni del credere , per le quali c’è il proprio cuore, il padre spirituale e il confessore.

    continuo a vedere la paura come unico movente di questa crociata contro gli studi storici e quel che è peggio contro gli storici stessi.
    ma la paura è sempre cattiva consigliera.

    F&R

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  33. Mauro Pesce

    Ha ragione mariob: meglio un proverbio di buon senso che dice: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Il guaio è che la criminalizzazione che facciamo dell’avversario nei nostri pensieri poi si può tradurre in parole e semmai in atti e quindi può diventare la base per conflitti terribili, tanto più terribili se fatti in nome di una verità assoluta. Quindi un’autocritica anche dei pensieri può non essere male, se fatta ovviamente senza astio verso gli altri e neppure verso se stessi. Il richiamo a tanto dolore in giro è sanissimo. grazie.

    Renzetti dice: Gesù “fin dall’inizio spezza le categorie di giudizio del suo tempo e della cultura giudaica”.

    Joachim Jeremias, un esegeta protestante conservatore di cui la casa editrice cattolica Paideia ha tradotto tante opere pensava (e con lui altri) che Gesù si fosse limitato a predicare solo agli ebrei (gli atti che Lei cita non sono atti di predicazione, ma di guarigione e i Samaritani facevano parte della tradizione ebraica , perché avevano Il Pentateuco, i profeti e gran parte della ritualità ebraica) perchè aspettava nel futuro, da parte di Dio, con l’avvento del Suo regno, la conversione dei non ebrei (i cosiddetti “pagani”) secondo le profezie di Isaia e di Zaccaria e di Daniele. Quindi un Gesù ebreo, che si limita solo alla predicazione agli ebrei non è in contraddizione con la conversione dei non-ebrei aspettata dopo. E la conversione dei non ebrei era un desiderio profondamente radicato nell’ebraismo del tempo. Non c’è alcuna rottura né con la teologia, né con la cultura ebraica. Il Vangelo di Matteo che è proprio quello che insiste sul fatto che Gesù si era limitato agli ebrei e che fa parte di una comunità di discepoli di Gesù che rispettava il sabato, praticava la circoncisione, rispettava la legge ebraica fino all’ultimo iota, è il vangelo che dice che bisogna predicare il messaggio di Gesù ai non ebrei (vedi i versetti finali e vedi l’inizio con i teologi (magi) non ebrei che hanno ricevuto la rivelazione che Gesù è il re di Israele. Matteo pensava che i non ebrei dovessero si accettare la predicazione di Gesù, ma anche tutta la Legge ebraica. pensava ad una forte ebraizzazione dei Gentili (i pagani).

    La grande questione che Giacomo, Paolo, Matteo e tanti altri dovettero affrontare era: come dobbiamo fare quando predichiamo ai non-ebrei? Gesù non aveva lasciato alcuna norma su questo problema e non lo aveva affatto affrontato.

    Quindi sorsero opinioni diverse.

    Alcuni predicavano, si, ai “pagani”, ma volevano che diventassero prima ebrei (circoncisione, rispetto della legge, ecc (Giacomo per esempio, ma anche Matteo).

    Paolo sosteneva invece che in una stessa comunità dovessero coesistere ebrei e non ebrei e che gli ebrei non dovevano ebraizzare i pagani e i pagani non dovevano paganizzare gli ebrei. Paolo quando dice che in Cristo non c’è più né maschio né femmina non dice che allora c’è un terzo genere, quello ermafrodita, quando dice che in Cristo non c’é più né schiavo né libero, non dice che allora esiste un terzo ceto sociale indefinito; e quando dice che in Cristo non c’é più né ebreo né Gentile non dice che esiste un terzo genere quello dei “cristiani”, che allora non esistevano, dice solo che ebrei e gentili debbono coesistere senza tentare di trasformare l’uno ad immagine dell’altro. In attesa del regno di Dio che risolve le contraddizioni (Dio le risolve non l’uomo, nel pensiero paolino e gesuano) si convive in pace accettando la differenza.
    Ma neanche la soluzione di Paolo fu quella vincente, purtroppo.
    Nelle gradi città dell’impero romano del II secolo esistevano gruppi di seguaci di Gesù con tendenze differenti fra loro. Peter Lampe ne ha mostrati più di una decina nella Roma del II secolo. E Giustino che scrive intorno al 150-160 dopo Cristo mostra una grande mobilità tra i diversi gruppi: le differenze tra cristiani ed ebrei non erano sempre così nette, ancora.

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  34. Paola Renzetti

    Gli studi seri e circostanziati non tolgono nulla alla figura di Gesù, che continua ad interpellare, chiunque gli si avvicini, al di là di ogni possibile schematizzazione (anche religiosa).
    Ogni “lente” e ogni punto di osservazione risultano sempre parziali. Chi si avvicina a lui (anche da studioso) terrà conto di questo. Gandhi sosteneva come le religioni, con i loro precetti e la loro storia terrena, fossero necessarie al cammino interiore.
    Novità e tradizione possono coesistere nella Storia. Non è successo anche con Gesù?

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