da “INTRODUZIONE AI COMPORTAMENTI VILI”: uno (nel quale si parla di Mario) di Giulio Mozzi

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[Pubblico qui il capitolo primo del romanzo mai terminato INTRODUZIONE AI COMPORTAMENTI VILI (1999) di Giulio Mozzi. L’intero pdf è disponibile qui. Vi propongo una bella pagina di letteratura. Inoltre trovo interessante il discorso che il protagonista fa sui poeti maggiori e minori, nonché il discorso sulla felicità. f.s. ]

di Giulio Mozzi

uno (nel quale si parla di Mario)

 

Ora Mario è solo nello scompartimento. I quattro spagnoli rumorosi (due spagnoli e due spagnole) sono scesi a Bologna, diretti a Rimini. Hanno scaricato bagagli enormi senza alcun rispetto, un borsone è piombato improvvisamente sulle gambe di Mario e non c’è stata una parola di scusa, neanche un gesto. Ora che è solo Mario tira fuori il cd-walkman dallo zaino, ci mette dentro On land di Brian Eno, infila gli auricolari e ricomincia a leggere il suo libro.

Il libro è Dance dance dance di Murakami Hariku, Mario l’ha comperato perché sulla copertina biancoeinaudi c’è una bellissima fotografia di Murakami appollaiato su uno sgabello alto, stampata in seppia, deliziosamente sfocata o mossa; e poi perché è un libro grosso, e ultimamente Mario preferisce leggere libri grossi. Nessuno dei libri che Mario ha letti (letti davvero) negli ultimi due anni è meno grosso di quattrocento pagine, Murakami ne fa 490 e Mario c’è rimasto male quando, scellofanato e aperto il libro, ha visto che il carattere era sì abbastanza piccolo, ma l’interlinea piuttosto largo. Anche adesso che ha ripreso a leggere (è arrivato a pagina 146) le pagine gli sembrano leggermente vuote, un po’ troppo vuote per i suoi gusti. E forse – forse – la carta è un po’ troppo leggera, c’è una lieve trasparenza. Diciamo che questo non è un libro perfetto, Einaudi fa abbastanza spesso libri pressoché perfetti ma questo libro non è perfetto, nonostante la bellissima copertina Dance dance dance di Murakami Hariku decisamente non è riuscito un libro perfetto. Mario non ha il feticismo del libro, gli piacciono i libri senza cartonatura (come Dance dance dance è) che si possano tenere in mano, che non stiano rigidi nella mano ma si pieghino e si arrotolino nella mano; gli piace manipolare i libri, cacciarli nelle tasche o nel fondo dello zaino (Mario è spesso in treno, il treno è la sua sala di lettura, per colpa delle urgenze del lavoro e del telefono quand’è a casa non riesce a leggere quasi niente), fare segni con la Pilot verde (usa sempre una Pilot verde), segnare piegando l’angolo le pagine dove c’è qualcosa d’interessante. In questo libro forse ci sono troppi a capo, pensa Mario distraendosi dalla lettura, qui si va a capo a ripetizione come se la storia che si racconta non fosse veramente un continuum, ma subisse interruzioni a ripetizione. A dire il vero la storia stessa che Murakami racconta sembra fatta di interruzioni a ripetizione, c’è un personaggio-io che va di qua e di là e incontra gente, ex amici, vecchi amici ritrovati, giovani receptionist (f.), prostitute di lusso e così via, e tutti hanno una preoccupante tendenza a scomparire: ad esempio una prostituta di lusso scopa con il personaggio-io e la pagina dopo muore, oppure un vecchio amico ritrovato va a cena con il personaggio-io e quattro pagine dopo si suicida, e così via; anche se si intuisce fin dall’inizio che alla fine sarà la giovane receptionist a salvarsi, e probabilmente a salvare il salvabile (benché non tutto e tutti): perché si vede da subito (da come si aggiusta gli occhiali sul naso, ripetendo il gesto ogni poco, come un tic) che la giovane receptionist è resistente, mentre tutti gli altri personaggi (compreso il personaggio-io) sono labili, vestiti (sost.) con niente dentro, presenze esitanti nel mondo. Ultimamente Mario legge quasi esclusivamente libri grossi perché nei libri grossi sono raccontate con particolari abbondantissimi storie di vite intere, e infatti quasi tutti i libri grossi che Mario legge hanno la forma di (immaginari) memoriali o di (immaginarie) autobiografie: libri riepilogativi, conclusivi, risolutivi di una vita (immaginaria). Invece a Mario non piacciono per niente, benché siano pur sempre libri belli grossi, le saghe familiari, le storie che raccontano di generazione in generazione: questi libri lo fanno sentire quasi truffato, perché quattrocento pagine per raccontare una vita (o addirittura una porzione di vita, i tre o quattro anni-chiave di una vita, o addirittura i pochi mesi o i pochi giorni; ma ripercorrendo però il passato con i mezzi usuali ma efficacissimi della memoria, del ricordo e del flashback) sono un bel numero, ma se in seicento pagine si accalcano quattro generazioni con mariti e mogli, zii e amanti, fratelli e sorelle eccetera, il rapporto pagine/vita crolla a valori minimi. Così Mario ha lasciato perdere, ad esempio, la Valle dell’Eden di Steinbeck, quando si è accorto che a metà libro cominciava difatto tutta un’altra storia con tutt’altri attori; mentre ha divorato la Lezione di tedesco (ma la traduzione giusta sarebbe: Compito di tedesco) di Sigfried Lenz, che gli è sembrato bellissimo, e Italo di Marco Belpoliti, che pure gli è sembrato bellissimo, oltre che commovente per quell’idea di usare i francobolli d’epoca (la maggior parte veri, alcuni inventati da Belpoliti) come titoli o stemmi dei capitoli (Mario da bambino, come tutti nella sua generazione, ha collezionato maniacalmente francobolli e soldatini), e infine anche Gli esordi di Antonio Moresco che gli è sembrato più bellissimo di tutti perché il più pieno di follia, di verità, di lirismo e di concretezza. Di preferenza Mario legge libri grossi scritti in prima persona, la terza persona lo fa sentire a disagio, è come se nelle storie raccontate in terza persona ci fosse un eccesso di fiction, quando legge un libro scritto in terza persona Mario non riesce quasi mai a credergli completamente, sospetta sempre che dalla sua comoda posizione esterna il narratore voglia giocargli qualche tiro birbone: non gli piace, in sostanza, che il narratore si accomodi comodamente in una posizione esterna. Mario sa benissimo (anche lui ha scritti dei libri, come si vedrà) che i libri scritti in prima persona non sono meno fiction dei libri scritti in terza persona, così come sa che il personaggio-io di un libro scritto in prima persona non ha necessariamente qualcosa che fare con la persona umana il cui nome è stampato in cima alla copertina del libro: a volte ha che fare, ma non sempre, ed eventualmente in modi complicati, e comunque non si può sapere. Tuttavia Mario trova più interessante leggere un libro nel quale sembra che ci sia una persona che si alza in piedi a raccontare una storia, piuttosto che un libro nel quale gli avvenimenti sembrano accadere perché un deus ex machina li ha voluti così, e amen. Ora il treno sta entrando nelle gallerie appenniniche (non è un Eurostar, è l’Intercity del pomeriggio, il Vienna-Roma: il Romulus o il Remus, Mario non si ricorda mai), il rumore è fortissimo e non sentendo quasi più nulla Mario è costretto a spegnere il cd-walkman: i suoni di On land di Brian Eno sono delicati e devono essere ascoltati a volume molto basso, si tratta di musica d’ambiente e non di musica d’ascolto, ascoltarli a volume basso è anche una questione di rispetto verso Brian Eno; per la tratta Bologna-Firenze del percorso Padova-Roma bisognerebbe portarsi i Deep Purple o i Böhse Onkelz, pensa Mario, altro che On land di Brian Eno, avrei dovuto portarmi Made in Japan dei Deep Purple o 290.09.073 dei Böhse Onkelz e spararmelo nelle orecchie a volume dieci, così sarei potuto entrare in galleria senza pensare alle bombe. Mario si sfila gli auricolari, guarda il libro e si accorge di essere ancora a pagina 146. Totale undici, totale due. Proprio ieri sera, leggendo il Corriere della sera all’una di notte come gli capita spesso di fare (compera il Corriere della sera e il manifesto tutti i giorni, la mattina attorno alle sette e mezza, ma è difficile che riesca a leggerli prima dell’una di notte) Mario ha letta una lettera di Mario Tuti a Indro Montanelli (e già gli sembrava assurdo che Mario Tuti scrivesse a Indro Montanelli) nella quale Mario Tuti dopo aver precisato di essersi fatti «23 anni di carcere speciale» domandava a Indro Montanelli: «Cosa ne pensa del fatto che se la prendano ancora tanto contro uno sparuto gruppo di disgraziati – una trentina tra “rossi” e “neri”, certo non i più colpevoli né i più cattivi – non so se assurti a simbolo del male assoluto o semplicemente dimenticati in fondo a qualche carcere perché non hanno sponsor potenti e interessati…». Mario aveva fatta fatica a leggere la lettera fino in fondo, ricordando le fotografie di Mario Tuti con gli occhiali dalla montatura pensante e i baffi, quasi un’imitazione di Groucho Marx, ricordando il racconto nei giornali dei due carabinieri (o poliziotti? un dubbio) che bussarono alla porta di Mario Tuti e furono falciati con la mitraglietta, ricordando il terrore sublimato in maniacale prudenza di (non scrivo il nome per le evidenti ragioni), suo collega e per i casi della vita testimone dell’accusa in un processo contro uno (ancora preferisco non dire chi) della stessa specie di Mario Tuti, ricordando il suo proprio terrore a ogni attraversamento delle gallerie tra Bologna e Firenze, tra Firenze e Bologna, tanto che per qualche anno, dovendo andare avanti e indietro spesso da Roma, aveva scelto di fare la via per Falconara (Ancona), spendendo una volta e mezzo e mettendoci il doppio di tempo, ma riuscendo almeno durante il viaggio a non pensare alle bombe. Ora le gallerie si susseguono, si viaggia tra gallerie e viadotti, immersi nel buio o come in volo nella luce del pomeriggio, a un tratto ci si vede a stento nella luce color tuorlo della lucetta di servizio, a un tratto il sole abbaglia ed acceca. Una volta il treno sul quale Mario viaggiava da Padova a Roma si era fermato in mezzo agli Appennini, i viaggiatori non si rendevano nemmeno ben conto di dove si fosse, la sosta si prolungò senza che se ne conoscessero i motivi, poi il treno si mosse lento fino a raggiungere una stazioncina minuscola, nella quale non era affatto prevista la sosta, e lì attraverso gli altoparlanti interni il capotreno ordinò a tutti di scendere, portando con sé i bagagli. Era estate, c’erano intere famiglie con centinaia di borse, una quantità di turisti stranieri che non capivano che cosa succedesse. I carabinieri invasero il treno e ne ridiscesero qualche minuto dopo trasportando con infinita cautela un borsone verde (di quelli per la roba da sport) che pareva non avesse proprietario. Una telefonata anonima (così lesse Mario nel Corriere, il giorno dopo verso l’una di notte) aveva annunciata la presenza d’una bomba a bordo del treno, ma il borsone verde tipo sport era risultato contenere soltanto una tuta, dei calzini e delle scarpe da palestra, nonché qualche canottiera abbondantemente sudata. Falso allarme? Scherzo infame? Attentato vero ma sospeso all’ultimo momento? In ogni caso, la supposta bomba scaricata, i viaggiatori erano risaliti tutti felici per lo scampato pericolo (i carabinieri si erano limitati a palpare qualche borsa, qua e là) e il treno aveva viaggiato spensieratamente verso Firenze e Roma. A quell’epoca (cioè più di dieci anni fa) Mario leggeva quasi solo poesie, preferibilmente poesie brevi, diciamo madrigali e sonetti e solo di tanto in tanto una canzone o un’elegia, perché, così diceva, voleva imparare a percepire le piccole porzioni di tempo e di spazio (e di pensiero): voglio una percezione parcellare, diceva allora Mario agli amici del bar che lo pigliavano in giro per la sua passion poetica, sono alla ricerca di una percezione parcellare che mi permetta di percepire tutte le irregolarità di un muro intonacato, tutti i pori della pelle di una guancia, tutti gli istanti di tempo di un viaggio in treno. Mario immaginava allora che una poesia breve contenesse una parcella, ossia la parte più piccola possibile, di un tempo e/o di uno spazio (e/o di un pensiero): e siccome a quei tempi la sensazione più forte che Mario provava era di non essere effettivamente a contatto con il suo tempo e il suo spazio (e i suoi pensieri), allora leggeva le poesie. Non usciva la sera per stare in casa a leggere le poesie, spendeva quasi tutti i soldi per comperare libri di poesie, in pochi anni aveva messa assieme una biblioteca di poesia invidiabile, degna di uno specialista [1]. I libri di poesie non sono facili da trovare, spiegava Mario agli amici del bar, non li compera quasi nessuno e perciò gli editori ne stampano pochissime copie, anche i libri dei grandi poeti sono spesso esauriti o introvabili, e non si trovano nemmeno nel mercato dell’usato: questo per quanto riguarda la poesia contemporanea, per la poesia non contemporanea invece è abbastanza facile trovare in edizioni moderne (ed economiche) i poeti veramente grandi, invece quelli che non si trovano assolutamente (a meno di rivolgersi agli antiquari, e anche qui non è facile) sono i poeti meno che veramente grandi, i poeti diciamo normali, quei poeti che alla loro epoca erano più o meno stimati ed erano considerati importanti e belli, ma che agli occhi nostri appaiono inevitabilmente come poeti minori. A Mario era sempre piaciuto leggere i poeti cosiddetti minori delle varie epoche perché lo interessava affiancare, alla lettura dei poeti veramente grandi, la lettura di quei poeti minori che attorno ai maggiori fanno, per così dire, da contorno e da paesaggio. In verità lo affascinava l’idea che un poeta potesse essere considerato un poeta minore, che il popolo dei poeti si dividesse in poeti maggiori e poeti minori, e non ad esempio in buoni poeti e cattivi poeti: anche un poeta minore è un poeta a tutti gli effetti, pensava Mario, è un poeta a tutto tondo, un vero poeta, i cattivi poeti non esistono, esistono i poeti e i non poeti, e i poeti si dividono in maggiori e minori. A volte Mario si immaginava di vedere, nell’aldilà dei poeti (a Mario piace fare immaginazioni sull’aldilà), i poeti maggiori vestiti in pompa magna ed assisi su troni, e attorno a loro i poeti minori, piccoli come bambini, vestiti come bambini e anche effettivamente con un comportamento da bambini, diciamo discolo e confusionario; e i poeti maggiori, in questa immaginazione di Mario, badavano ai poeti minori un po’ come le baby sitter, ai giardini pubblici, badano ai bambini: conversando tra loro, facendo discorsi appunto da grandi, guardando i piccoli giusto con la coda dell’occhio e di tanto in tanto concedendo loro attenzione per risolvere un problema di metrica o valutare l’accettabilità di una metafora o l’opportunità di un arcaismo. Mario aveva pensato spesso che se mai fosse diventato un poeta o uno scrittore, avrebbe voluto essere un poeta o uno scrittore minore, perché mentre i poeti e gli scrittori veramente grandi sono ammirati da tutti, ma da lontano e forse un po’ per convenzione o per conformismo, oppure per convenienza turistica (vedi Recanati dove c’è l’Albergo Silvia e la Trattoria dell’Infinito, e manca solo il Pornoshop Aspasia o il Circolo Anarchico La Ginestra) i poeti e gli scrittori minori, invece, sono amati da pochi, ma da quei pochi sono amati follemente. Un poeta veramente grande è un poeta veramente grande e basta, riceve gli onori di tutti e l’amore di nessuno, è antologizzato nelle antologie scolastiche e celebrato nelle celebrazioni pubbliche; un poeta minore, pensava Mario, ha invece qualche chance di diventare un poeta minore follemente amato, un poeta minore cult. Dicesi cult per l’appunto quel poeta o quello scrittore non particolarmente grande o interessante di per sé, al limite proprio brutto o addirittura kitsch, ma che per una qualche ragione (arbitraria: quindi ragione d’amore) viene scelto come poeta o scrittore di riferimento di una determinata subcultura (o di una élite) [2]. Il poeta minore cult non è antologizzato nelle antologie, non viene celebrato se non (e forse) nel paesello natio, dal quale naturalmente si è allontanato alla prima occasione, irresistibilmente attirato dalla lucentezza delle capitali politicoculturali del suo tempo, stendhalianamente Firenze Roma Napoli ma anche Milano o Torino, per poi ritornarvi (in genere) con la coda fra le gambe, per così dire, e morirvi nell’oscurità dopo aver dedicato gli ultimi anni a qualche opera assurda e grandiosa e mai edita (tipo: Storia universale degli errori de’ preti nel dir messa mattutina; Teorica del sonetto, e sua messa in pratica; Catalogo degli uomini divenuti celebri in tenera età; ecc.), magri fortunosamente ricuperata dalla gran fame filologica delle università del nostro tempo; ma nessuno scrittore d’oggi (di quelli che si vendono davvero) e nessun poeta d’oggi (di quelli che per vendere non vendono, poiché nessuno vende, ma sui rotocalchi hanno di tanto in tanto la fotografia con sotto scritto: «Il poeta Tizio Caio», e talvolta firmano articoli sui quotidiani), alle domande sulla sua formazione e sul suo apprendistato risponde: ho imparato da quel tale poeta, un poeta decisamente minore, o da quel tale scrittore, uno scrittore decisamente minore; no, gli scrittori (che si vendono davvero) e i poeti (che si vedono sui rotocalchi) amano proclamarsi figli, se pur auto-adottivi e per così dire apocrifi, dei veramente grandi scrittori e dei veramente grandi poeti; mai nessuno di loro vorrebbe proclamarsi figlio d’elezione, ad esempio, di Ciro di Pers (Friuli, 1599-1663) o di Federigo della Valle (Piemonte, 1560[?]-1628): ma no, ma no, diceva Mario polemizzando con gli amici del bar, e come si vede ormai partito per la tangente, tutti vogliono discender per li rami da Petrarca e dall’Ariosto, già il Tasso va meno bene, figurarsi il Boiardo o il Parini, tutti si vogliono figli dei poeti maggiorissimi, già dei poeti semplicemente maggiori se ne fregano, dai poeti minori stanno distanti come dalle puzze. Eppure i poeti minori sono quelli che sono amati dai lettori, sono quelli che uno li incontra per caso e si butta, prende decisioni avventate, s’innamora davvero e non per convenienza: del poeta e non dell’alloro che gli circonda la fronte, del suo linguaggio e non del suo lignaggio. Se se mai vorrò diventare un poeta o uno scrittore, aveva pensato spesso Mario, vorrò essere un poeta o uno scrittore minore e cult. Naturalmente Mario non leggeva allora le poesie con lo scopo di diventare un poeta, anzi non aveva la benché minima intenzione di diventare un poeta: a lui non interessava produrre poesie, benché occasionalmente producesse poesie, a lui interessava unicamente incrementare le proprie capacità di percezione parcellare. Leggendo poesie si esercitava, addestrava sé stesso a percepire parcellarmente le cose estese nel tempo e nello spazio, nonché a percepire parcellarmente sé stesso. Era soprattutto la percezione di sé stesso che mancava a Mario, il suo più grave difetto: Mario, all’epoca della lettura matta e disperatissima di poesie, non aveva un’idea precisa del suo corpo e dei suoi pensieri, gli sembrava di abitare dentro il corpo come una persona alla quale un amico ha prestato la casa per qualche giorno, e perciò non sa bene dove sono le cose, si fa scrupolo di toccare meno possibile, benché la casa sia di un amico si sente irrimediabilmente estraneo; a Mario sembrava di non controllare bene il movimento delle gambe, che le mani non afferrassero, che la sua bocca fosse inguardabile: ho una bocca da demente, pensava Mario se imprevedutamente la sua immagine riflessa (da uno specchio, da una vetrina, da una posata lucida) gli veniva incontro e lo guardava con gli occhi sbarrati. La connessione tra la lettura delle poesie e la percezione del suo proprio corpo era secondo Mario estremamente evidente, tuttavia ogni volta che aveva tentato di spiegarla non aveva avuto successo: Petrarca ad esempio, diceva Mario agli amici del bar, doveva avere un corpo controllatissimo, probabilmente non un bel corpo, forse era grasso o comunque pesante, gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno penetravano molto lentamente in lui, ad esempio se vedeva una bellissima donna lo stimolo della bellezza penetrava in lui con lentezza estrema e lo raggiungeva, lo raggiungeva davvero, solo quando lui era già bello e seduto al tavolino da lavoro, con l’inchiostro e la penna a portata di mano; al contrario, aggiungeva Mario, Dante doveva essere sempre in preda agli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, tutto ciò che ha scritto ha l’aria di essere stato scritto all’improvviso sulla carta del formaggio, con una penna presa in prestito, su un ritaglio di giornale, sulla salvietta di carta d’un bar d’angolo come questo, e solo dopo – solo dopo – messo insieme, collegato ad altre cose, così che anche nella Commedia si sente a tratti l’odore del formaggio, il rumore di flipper, una voce che ordina uno spritz, si sentono le cose imperfette e non finite, l’improvviso scattare dei sensi e dei sentimenti. A un certo punto Mario aveva rinunciato a leggere le poesie, perché non gli sembrava di avere effettivamente migliorata la sua capacità di percezione parcellare, e così aveva cominciato a pensare che forse leggendo le poesie avrebbe solo imparato a percepire le poesie, e non per esempio le porte delle case o gli alberi; tuttavia, qualche anno più tardi, qualche anno prima del giorno in cui Mario è a bordo del Romulus o del Remus e sta andando da Padova a Roma, si era accorto che se percepiva le porte delle case e gli alberi era perché si era addestrato a lungo leggendo madrigali e sonetti, e talvolta canzoni o brevi elegie. Così Mario, dopo un certo periodo di sfiducia, aveva improvvisamente riacquistata fiducia nella lettura e nell’addestramento di sé che si può compiere per mezzo della lettura. Oggi da due anni Mario legge solo libri molto grossi, storie di una vita intera preferibilmente nella forma dell’autobiografia o del memoriale, perché ciò cui desidera addestrarsi oggi è la percezione della sua propria vita come un continuum senza salti e spezzature, e possibilmente dotato di senso. Mario sa bene che nessuna vita ha senso se non è finita e che pertanto, se cerchiamo di raccontare la nostra vita o una delle nostre vite immaginarie, dobbiamo o rinunciare alla ricerca del senso oppure, che è ciò che Mario intende fare, immaginare di essere morti. Naturalmente Mario sa benissimo che immaginando di essere morto, e di avere quindi conclusa l’esistenza, otterrà dell’esistenza solo un senso immaginario, ma un senso immaginario è comunque meglio di nessun senso e l’alternativa è proprio questa: nessun senso. Mario è abbastanza convinto che quel che è stato è stato, e amen, tuttavia l’idea di trovare un senso alla sua esistenza lo appassiona, gli sembra bella, pensa che se trovasse un senso alla sua esistenza la sua esistenza potrebbe essere felice. Non più felice, ma felice: Mario non conosce gradazioni della felicità e non pensa che si possa essere più o meno felici, pensa che la felicità sia una condizione che si può avere e non avere, e poiché una volta e per un certo periodo è stato felice Mario non può che essere convinto che potrà essere felice un’altra volta. Così come, pensa Mario, in realtà non esistono poeti maggiori e poeti minori, ma poeti che sono stati spesso e a lungo poeti e poeti che sono stati raramente e per breve tempo poeti. Il ricordo della felicità passata è una cosa che rassicura molto Mario: gli toglie ogni dubbio sull’accessibilità della felicità, lo fa comunque sentire contento di essere stato almeno una volta, e per un periodo non proprio breve, felice. Il ricordo della felicità passata e la fiducia nell’accessibilità della felicità mettono Mario in una condizione che Mario non osa, ma si potrebbe chiamare, di prefelicità: un po’ come un poeta (appunto minore) che ha fatta una volta sola l’esperienza della poesia, e grazie a quella sola volta nutre tuttavia fiducia che, coltivando le condizioni opportune, l’esperienza si ripeterà. Ciò che, della felicità, comunque non va disperso anche quando la felicità termina, è appunto il ricordo della felicità passata e la fiducia nella sua accessibilità. Mario pensa che il contrario della felicità sia il non aver ricordo di felicità passate e la disperazione di accedere alla felicità: così come ciò che porta alla disperazione il poeta è la consapevolezza di non aver mai scritto vera poesia, e quindi il dubbio sulla possibilità di mai scriverne. Basta una sola vera poesia per fare un vero poeta, basta una felicità per fare un uomo felice, il poeta che una volta ha scritta una vera poesia inseguirà la poesia per tutta la vita, io che ho sperimentata la felicità inseguirò la felicità per tutta la vita: e non sarò infelice, non sono più capace di essere infelice. Se leggere libri grossi, pensa Mario mentre una galleria piuttosto lunga gli impedisce di continuare a leggere (o meglio: potrebbe continuare a leggere ma la luce color tuorlo della lucetta di servizio è veramente troppo schifosa), rafforza il ricordo della mia felicità passata e coltiva la mia fiducia nell’accessibilità della felicità futura, non vedo perché non dovrei spendere il mio tempo leggendo libri grossi. Naturalmente Mario pensa che anche lui, forse, un giorno scriverà un grosso libro; così come una volta, anni e anni prima, aveva scritti molti madrigali e sonetti, e perfino qualche canzone e qualche breve elegia. Non servivano a molto, quegli esercizi, se non a testimoniare i progressi nell’autoaddestramento: ad esempio l’acquisizione della facilità di rima, grazie alla quale quando Mario si sedeva a scrivere un sonetto le rime venivano senza fatica, spontaneamente si disponevano nel giusto ordine, offrivano appoggio e pienezza al senso lessicale. E questo avveniva, nei periodi di più intenso allenamento, anche quando si trattasse di rime ricche o rare. Se mi vengono così facilmente le rime, pensava allora Mario, vuol dire che la capacità sinestetica, il sentire molte cose contemporaneamente, le correspondances, cominciano a diventare un fatto naturale. Del valore dei suoi madrigali e dei suoi sonetti, nonché delle sue canzoni e delle sue elegie, a Mario non importava molto; e infatti, pur avendone scritti parecchi, non si era mai peritato di farli circolare, di mandarli a riviste, di spedirli ai concorsi, addirittura era stato per tre anni nella redazione di una rivista di poesia (fatta tra amici: Mario ne era il direttore solo perché aveva in tasca la tessera dell’ordine dei giornalisti, elenco pubblicisti; e in Italia c’è una legge infame che vieta di fare riviste senza un direttore iscritto all’ordine; mentre, tanto per dire la contraddizione, nulla è richiesto per fare l’editore di libri) senza mai presentare un proprio testo e senza in effetti nemmeno desiderare di presentarlo. Qualche amico, è ovvio, aveva letto qualche madrigale o qualche sonetto, o perfino una canzone o un’elegia: ma questo era avvenuto perché tra amici ci si raccontano tante cose, anche cose che non valgono niente o che valgono troppo, perfino cose che, a ripensarci, sarebbe stato decisamente meglio tenere accuratamente segrete. Comunque fosse, era andata così. Quasi tutti quei versi ora sono perduti e dimenticati, se un amico non avesse ricuperati una dozzina di fogli ora Mario non ne avrebbe che una traccia nel ricordo, debolissima visto che Mario tende a ricordare molto poco quello che ha scritto, così come in generale tende a ricordare poco. Diversa è la storia dei racconti, che Mario a un certo punto ha cominciato a scrivere senza mai essersi minimamente esercitato a leggere o scrivere racconti [3], e che per una serie di casi sono stati effettivamente pubblicati. Mario ha pubblicati tre libri di racconti, il primo secondo lui molto bello, il secondo così così, il terzo indispensabile ma già evidentissimamente minato dal brutto. Il primo libro era stato scritto tutto di fila e con molta facilità, il secondo risultava da un’accurata e laboriosa selezione da materiali di diverso valore e importanza, il terzo infine era stato scritto con molta fatica e con moltissime esitazioni. Il primo libro aveva procurato felicità a Mario e alle persone vicine a lui, il secondo aveva gettato Mario nella depressione e le persone vicine a lui nello sconforto, il terzo aveva provocato l’allontanamento di molte persone da Mario, e l’avvicinamento di persone indesiderate. Mentre finiva il suo terzo libro di racconti Mario aveva pensato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro di racconti, e di questo pensiero era stato molto contento: non c’è niente di più confortante che finire un lavoro, metterci una pietra sopra, non pensarci più. Veramente Mario ha fatto anche un altro pensiero un poco meno confortante: ho perduta la capacità di scrivere racconti, ha pensato Mario, e forse questo vuol dire che un pezzo della mia capacità di percezione della realtà e di me stesso se n’è andato. C’è un racconto, nel suo terzo e ultimo libro di racconti, che comincia come un racconto bellissimo (così sembra a Mario: e di scrittura «ariosa» aveva parlato un critico, Ermanno Paccagnini, che di quel libro aveva capito tutto[4]), un racconto di ricordi attorno a una persona amata e perduta, e man mano si trasforma, cambia stile, finisce con una tirata bruttissima, probabilmente insopportabile per qualunque lettore (di «soffocamento», aveva parlato lo stesso critico), sul bene e il male e la perdizione e la salvezza. Mario non ha saputo rinunciare alla tirata, la sentiva comunque come una cosa sua, ha pensato che in fin dei conti in un libro che poteva essere il suo ultimo poteva anche permettersi delle sbavature, e ha pubblicato quel racconto così come stava. Oggi Mario pensa che quel racconto raccontava, oltre alla storia vera e propria, anche la storia della perdita, da parte sua, della capacità di raccontare una storia. Mi sono confrontato con le mie storie, pensa Mario, e ho perso. Ho combattuto per cinque anni (tanto è durato il periodo nel quale Mario ha scritti racconti) e alla fine ho perso. Però sono stati anni belli, non me ne pento e non mi pento di aver rischiato più di quel che potevo permettermi. In fin dei conti che cosa ho perso? La mia felicità; ma l’avrei persa comunque. I racconti non sono poi una cosa importante, e quando ho cominciato a perdere il controllo dei miei racconti avevo già perso da un pezzo il controllo della mia esistenza, così che il caos che introducevo nei racconti non era che la testimonianza del caos che si produceva, che io stesso producevo, in quella che per convenzione chiamiamo la vita reale. Mentre pensa questo e si trova sospeso in questi pensieri Mario ha gli occhi puntati sul libro di Murakami Hariku, circa a metà di pagina 147, ma non legge. È un po’ imbambolato, come capita quando si è in treno da troppo tempo (e Mario è in treno da troppo tempo: questo Intercity è una lumaca, tra Rovigo e Ferrara ci sono dei lavori in corso che hanno provocato un rallentamento, per qualche chilometro la linea è ridotta a un binario solo) o ci si è svegliati troppo presto (e Mario si è svegliato troppo presto, stamattina, per cose da fare prima della partenza nel primo pomeriggio) o ci si fa prendere da qualche pensiero che esige un’attenzione imprevista: che è il caso di Mario, ora, appunto. Il treno esce dalla galleria e Mario si rende conto che è l’ultima, riconosce la larghissima curva, tra non molto ci saranno Prato e Firenze. Mario riaccende il cd-walkman, si infila gli auricolari. Ora è completamente fuori dai suoi pensieri, così può ricominciare a leggere. Ora Murakami Hariku (anzi il personaggio-io che Murakami interpreta nelle 490 pagine di Dance dance dance) comincia a parlare di un altro personaggio mai sentito prima, un certo Makimura Hiraku che era stato marito della madre di una ragazzina, Yuki, che invece è un personaggio importante nel libro (a pagina 147 non si capisce ancora quale sarà la sua importanza, ma da come il personaggio narratore ne parla si capisce che sarà importante): questo Makimura, scrive Murakami per interposta persona, era stato un discreto scrittore (ed è naturalmente, pensa Mario, una sorta di doppio del Murakami stesso, e quindi del suo personaggio-io; espediente che a Mario, d’istinto, sembra decisamente stucchevole). Il personaggio-io ne aveva letti anni prima alcuni libri, legge Mario a pagina 147, trovandoli abbastanza buoni. Ma a pagina 148 Mario legge come Makimura si fosse poi all’improvviso trasformato in uno scrittore sperimentale, e in quanto tale avesse prodotti alcuni libri bruttissimi, «collage di frasi prese di peso dai romanzi francesi d’avanguardia»; dal che si deduce che il personaggio-io, e fors’anche Murakami Hariku in persona, consideri i cosiddetti romanzi francesi d’avanguardia (quelli di Alain Robbe-Grillet? o di Claude Simon?) più o meno come l’immagine del brutto assoluto. Qualche riga dopo, però, Mario legge le frasi che lo impressionano: «Non capivo cosa gli fosse successo [a Makimura Hiraku], ma dedussi che i suoi primi tre libri dovevano aver prosciugato il suo talento. Però, nonostante tutto, era uno che un testo riusciva a metterlo insieme. E per questo continuava ad aggirarsi negli ambienti letterari come un cane castrato che continua ad annusare le cagne per abitudine». A questo punto Mario si ferma. Lo scompartimento è vuoto, il treno corre senza troppo rumore, la musica di Brian Eno è una sequenza lenta di suoni indefinibili e gradevoli con, in lontananza, il den den den dei passaggi a livello. Mario sfila gli auricolari, non sente più il den den den, rimette gli auricolari, sente il den den den: quindi il den den den è proprio dentro la musica, pensa Mario, non appartiene al mondo, io sono in treno e ascolto musica da treno, sono completamente dentro al treno fisicamente e mentalmente. Il pezzo s’intitola «The Lost Day», il giorno perduto, e infatti questo è il mio giorno perduto, il mio giorno nascosto. Sto viaggiando di nascosto come una spia dei romanzi di John Le Carré o come un marito cornificatore, in questo momento sono quasi esattamente a metà strada tra Padova e Roma, tra il mondo al quale appartengo e che esiste realmente a Padova e l’altro mondo al quale appartengo e che esiste realmente a Roma. Il mondo al quale appartengo a Padova non esiste realmente per il mondo al quale appartengo a Roma, e il mondo al quale appartengo a Roma non esiste realmente per il mondo al quale appartengo a Padova. Vivo una doppia vita, come si scriverebbe in un romanzo di serie b, eppure nessuna di queste due vite è veramente doppia, non ho quasi mai avuti sentimenti di doppiezza, non mi è mai sembrato di tradire una delle mie due vite nel momento in cui mi dedicavo a vivere l’altra, non ho mai pensato alla realtà di Roma mentre vivevo nella realtà di Padova, e tutte le volte che mi sono recato nella realtà di Roma ho completamente distolti i miei pensieri dalla realtà di Padova. Le mie due vite non sono contrapposte, non si negano reciprocamente, non sono nemmeno due vite vissute una di nascosto dall’altra, la verità è che mentre sono contenuto in una delle mie due realtà io vivo una vita assolutamente singolare, del tutto priva di doppiezza, naturale e sincera quanto mai. Solo qui e ora, pensa Mario, solo quando sono in viaggio e devo attraversare la soglia che porta da un mondo all’altro, da una realtà all’altra, da una vita all’altra, solo quando sono in viaggio io sento di vivere effettivamente due vite, solo quando sono con il piede alzato per passare da un mondo all’altro mi rendo conto davvero dell’esistenza di due distinti mondi, solo mentre attraverso la porta tra un mondo e l’altro mi rendo conto che a Roma tradisco Padova e a Padova tradisco Roma, solo mentre mi cambio di vita come potrei cambiarmi d’abito ho la sensazione di tradire Viola quando vado a trovare Bianca (e Agnese) e di tradire Bianca quando con Viola progetto la nostra vita futura. Ma questo forse presto finirà. Sto viaggiando, sto andando da un mondo all’altro, tra poche ore sarò a Roma senza aver dimenticato Padova, metterò in comunicazione (dentro al mio cervello) la realtà di Roma e la realtà di Padova. C’è una serie di cose che sono finite, nella mia vita, e forse queste cose hanno prosciugato il mio talento: non è detto che io abbia talento per altre cose o che io abbia talento in genere, non so se diventerò un cane castrato che annusa le cagne per abitudine, ciò di cui sono sicuro è che desidero che alcune cose finiscano, ho deciso di sposare Viola e quindi Bianca e Agnese dovranno uscire definitivamente dalla mia vita, negli ultimi tredici anni non sono mai state veramente dentro la mia vita ma ora dovranno veramente uscirne fuori, Roma si distaccherà da Padova, io non avrò più una vita doppia ma una vita sola, come tutti, la mia vita con Viola. A Padova.

 

 Note

 

[1] Scrisse anche una tesi di laurea: Il mito del poeta lebbroso e santo nelle poesie italiane di P. P. Pasolini. Non lo fece per lucro, ma per aiutare un amico e per il piacere della cosa in sé. La tesi fu discussa nella sessione d’autunno del 1989; l’amico si laureò con 110 (sei punti di tesi) ma senza la sperata lode. Dalla tesi fu ricavato un saggio, esso pure scritto da Mario e firmato dall’amico: «Dalla metafora ossessiva al mito personale: il caso di P. P. Pasolini», leggibile in Studia Patavina, a. xxxii, vol. 2, pp. 365-401.

 

[2] Remo Ceserani, prolusione al convegno «Die junge italienische Literatur zwischen Pulp fiction und Postmoderne», Stoccarda, 26 giugno 1998.

 

[3] Se ne potrebbe ricavare qualche interessante riflessione su: a. la formazione dello scrittore, b. le scuole di scrittura, c. i casi della vita, d. la forza del destino, e. eccetera.

 

[4] Il Sole/24 ore, 26 aprile 1998.

11 pensieri su “da “INTRODUZIONE AI COMPORTAMENTI VILI”: uno (nel quale si parla di Mario) di Giulio Mozzi

  1. Con fatica ho letto tutto,
    e sono rimasto perplesso, anzi & forse mi sento depresso.
    Pare un pesantissimo e vano esercizio di stile,
    di tirarla apposta in lungo senza alcuna passione o voglia vera, energia,
    al minimo dei giri.

    E penso davvero che il sig.Mario scrivesse “bene” una volta,
    ora non più.

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  2. Letto anch’io, senza fatica. Forse non è tutto merito del testo, se comincio qualcosa mi dà fastidio smettere a metà.

    Mi pare che Mario (quello che è solo nello scompartimento) scriva ancora bene. Nei limiti di una porzione (parcella) di un progetto testuale più ampio e sconosciuto al lettore, il post possiede un’ovvia unità narrativa.

    E poi l’avvitarsi solipsistico del monologo fa parte, che piaccia o no, della comunicazione letteraria contemporanea.

    Non mi sembra il caso di deprimersi per così poco.

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  3. Faticato parecchio pure io. Troppe ripetizioni, troppe circolarità, per i miei gusti. E’ come se l’autore (per punirsi? per noia? per boh?) ricerchi con cura e monti una scrittura ‘sgradevole’: continua a mescolare le carte, senza mai distribuirle, ignorando gli altri che iniziano a guardarlo in cagnesco. Perplesso.

    Blackjack.

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  4. Si è la mancanza di passione più di tutto che svuota quello che potrebbe essere il diario bruto di un’ossessione o di una malattia mentale.
    La biancheria sporca di Mario, la lista della spesa, poesie a tanto e le arance a meno, però forse è necessario, se è così la letteratura contemporanea tocca adeguarsi.

    In fondo non è la noia o la scrittura sgradevole o l’effetto setaccio di frammenti così insignificanti che passano tutti per la retina senza che nulla si fermi per la sua dimensione maggiore, come la digressione annoiata sulla poesia grande o piccola o Dante che scrive la Commedia sul rotolone regina, no, è un senso di inadeguatezza che provo, non sono pronto, ancora non me la sento di affrontare la vita e la letteratura omogeneizzate, frullate e macinate insieme, livellate, come fatto d’arte.
    Vorrei ancora piangere o ridere prima di apprezzare la forma, la sintassi, la costruzione, il senso persino.

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  5. Sul romanzo non si puó dir molto, ma la scrittura di Mozzi
    ha qualcosa di vergognoso da cui uno vuole staccarsi ma non ce la fa.
    La paragono al gesto di quei narratori orali che usano raccontare posandoti la mano sul braccio e togliendola, quasi ti invitassero a non andartene, ma tu non avevi deciso
    di andartene.
    E’una mano che ti da quasi fastidio e nello stesso tempo un piacere immenso, di cui – é di questo che – ti vergogni.
    E quella mano sul tuo braccio sembra quasi diventare parte del racconto e il narratore lo sa.
    Le cose minime nelle pagine di Mozzi diventano cosmiche.

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  6. Questo commento di Marino, per me che son partigiano,
    mi piace assai di più di tutta la prosa mozziana di sopra, essendo che’è spesso, denso e tastabile, tangibile ,ecco…
    :-))

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  7. Non mi piace commentare solo per dire: bravo, sono d’accordo, la penso come te. Ma stavolta il commento di Marino mi obbliga a fare un’eccezione: Marino, a me quel commento, che mi pare descriva alla perfezione lo stile di Giulio, sembra letteratura pura, cristallina, intelligenza millesimata, uno dei motivi per cui vale ancora la pena leggere i commenti su un litblog. Grazie,
    Ezio

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  8. Pingback: DALLA PARTE - di Giulio Mozzi. Posfazione di Marino Magliani « La poesia e lo spirito

  9. Pingback: La formazione dello scrittore, 13 / Giulio Mozzi | vibrisse, bollettino

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