Caro Franco

Caro Franco,
ho finito di leggere Vento forte tra Lacedonia e Candela, partecipe della rabbia e della pietas leopardiana del tuo sguardo e colpito dal quadro socio-politico che ne emerge: assalto devastante al territorio, cemento selvaggio sulle campagne, demolizione del Belpaese, nessuna azione umana che ponga riparo a disastri naturali come quelli del terremoto, incuria quando non colpa e complicità degli amministratori, latitanza dello Stato, menefreghismo della popolazione, emigrazione e abbandono come unica soluzione, desolazione di chi resta.

Con ciò però siamo ancora ai margini del tuo libro, che riceve sostanza dalla presenza del protagonista-voce narrante, dell’io il cui vissuto e la cui percezione trasformano un viaggio-inchiesta che potrebbe sembrare di tipo sociologico in un reportage sullo stato dell’io e della condizione umana oggi.

Tu dici sempre “io” e non dubito che questo “io” corrisponda all’uomo Arminio. Nello stesso tempo noi lettori sappiamo molto poco dell’uomo: una volta nel libro accenni a un figlio, una volta a una moglie; un’altra, a una madre.

È un io autore-narratore-personaggio, che ho imparato a conoscere nei tuoi precedenti libri, e che supera di slancio i molti rischi che potrebbero derivare dalla trasgressione dell’interdetto di Robert Walser: che “in un libro in prima persona l’io debba apparire, dove gli è possibile, con la modestia di un personaggio, non con i modi di un autore” (La rosa). È un io individuato, più che da una biografia, da una tensione interiore, come un io lirico.

Eppure questo statuto dell’io non ne fa un io disincarnato, anzi poche volte come in questo libro mi è successo di non potermi identificare con il protagonista, tanto caratterizzate sono le tue pulsioni, gli umori, le ipocondrie, e i modi del loro darsi, irriducibili a un io generico e universale. Né tanto meno tu solleciti facili identificazioni, anzi, al contrario, rimarchi costantemente la tua singolarità.

Mi pare una buona cosa, questa singolarità dell’esperienza, che la esalta anziché depotenziarla, perché in un’età in cui gli assoluti si sono dissolti apprezzo la chiarezza di un pensiero situato, i cui guadagni mi paiono veri guadagni, la cui verità è l’unica verità possibile oggi.

L’uomo e il suo territorio, dunque, l’uomo e il mondo. La prima impressione è di assistere a un corpo esposto: che tu parli di paesi e parli di te. E che viceversa parlando di te parli di paesi, perché i paesi “hanno una pena che parla alla pena che sta in te”.

Il territorio come disiecta membra. Tu non sei uno scrittore di viaggio, le pagine, pur belle, dedicate ai paesi del Piemonte impallidiscono al confronto con le pagine dedicate alla tua Irpinia, al tuo mondo. Che giri e rigiri come per ricomporne i lacerti, inventando la nuova scienza della paesologia.

Sono paesi senza passato e senza futuro, perciò regrediti, abbandonati dalla dimensione umana, ridotti al puro presente, diventati materia inerte. “L’ebbrezza di stare al mondo è svanita” dici. “Almeno un quarto dei paesi italiani è ammalato”. La povertà, i disagi, la miseria, le antiche dannazioni di guerra fame e peste sono poca cosa rispetto a questa malattia mortale.

A cui si affianca la malattia tua, complementare, a cui si può applicare quanto Simone Weil dice nei Quaderni: “Vuoto, quando niente di esteriore corrisponde a una tensione interiore”.

In questo vuoto tu sei mobile e perennemente in tensione, ti muovi sempre ma è come se fossi fermo perché dappertutto trovi le stesse cose, cioè cose diverse ma la cui sostanza è la stessa. Perché ti porti dietro le stesse cose, ti porti te stesso.

Quello che cerchi è l’altro, l’uomo, per specchiare te stesso nell’altro, ma nel mondo abitato non ne trovi traccia, è sparito il mondo dell’uomo ed è venuto meno anche l’uomo. “Nessuno in giro. Prima si vedeva gente in giro anche quando il tempo era brutto. Adesso le case sono calde e comode. E dentro c’è il televisore per i vecchi e per i bambini. C’è il computer per i giovani”.

Sparito l’uomo e venuto meno il mondo come luogo abitato dall’uomo, vi è il deserto dell’insignificanza. Questa è la realtà dell’oggi, anche se nelle città essa è celata sotto un caos di segnali che simulano la vita vera.

“In città la faccenda è diversa perché c’è la giostra del consumare e del produrre… è malata anche l’umanità che risiede nella città, ma curiosamente lì il numero invece di accentuare la malattia la attenua. Un milione di persone possono darci un’idea falsa della loro vita. Per cinquecento persone l’impresa è più difficile. Un paese è un luogo dove non si può barare”.

Scegliendo come tua dimensione i paesi infatti tu vai più in là, oltre l’apparenza, oltre la simulazione, in un luogo oltre il quale non si può andare. Dove la realtà è venuta meno e la simulazione non attecchisce. Nella “terra di nessuno” dici più volte.

Questo luogo non è il mondo abitato e non è il mondo selvaggio, non è ecumene e non è wilderness, lo chiamerei un post-mondoabitato, un modo da dopo-apocalisse, un guscio vuoto, da cui l’essere vivente è fuggito, evaporato.

E leggendo Vento forte quest’altra cosa mi succede: che mi viene un’idea, prendo appunti, vado avanti a leggere e quell’idea subito dopo me la vedo stampata. Forza di coinvolgimento della tua scrittura, forse, oppure coerenza dello scrittore. Ad esempio, dopo aver pensato a un post-mondoabitato arrivo a pagina 150 e leggo “è una campagna che insieme è viva e postuma”.

Questa mobilità è dell’uomo e della scrittura, franta, varia, nervosa, e io leggo e le idee si affollano e si accavallano, immagini, scene concretissime, confessioni, sentenze: e la penna fatica a star dietro al pensiero.

Mi interrogavo su questo “vento forte”, prima di leggere il libro, avendo in mente due archetipi: il “vento occidentale” di Shelley, il vento che è forza creatrice e rigenerante, aspirazione alla libertà e a superare nel volo la condizione umana; e il vento claustrofobico, quello che costruisce una prigione attorno all’uomo anche nell’aperto, il cui esempio più chiaro per me è nel film iraniano Acqua, vento e sabbia.

Questi due archetipi mi paiono convivere in Vento forte tra Lacedonia e Candela. “C’è sempre qualcosa che mi sbilancia in avanti” dici, e confessi “quarant’anni d’ansia” e che ti piace “stare all’aria aperta”. E però altrove dici anche che “Il vento corre nella piazza/come una pallina dentro un flipper”, parli dei paesi come luoghi di clausura e definisci la tua avventura con l’ossimoro “marcia da fermo”.

“Io cerco gli esseri come un bambino, li cerco ma ormai la mia ricerca è incomprensibile, parlo un alfabeto perduto e un po’ folle… ogni volta che scrivo è come se volessi accarezzare qualcuno, qualcosa, il mio amore per il mondo è così disperato e infinito da farmi apparire chiuso nel mio narcisismo… Non ci sono strade tra me e il mondo e quelle che ci sono si ostruiscono mentre le percorro”.

E allora? “È inutile nascondersi sotto la mattonella, non c’è casa per nessuno, non c’è riparo. E allora bisogna farsi viandanti, avventurieri anche nei luoghi più poveri e nei più comuni impieghi, anche negli spazi domestici”.

È un completamento di questo tuo modo di abitare il qui e ora, e di esporti, l’impegno che metti nella lotta per salvaguardare il territorio dell’Irpinia dalla distruzione programmata da chi amministra la cosa pubblica, e il tentativo di rimettere in moto una storia di scambi e di relazioni con l’esperienza della comunità provvisoria.

E io ti ringrazio anche per questo messaggio non scritto, Franco. Un abbraccio.

Giorgio

8 pensieri su “Caro Franco

  1. Non posso non associarmi a questa bella recensione, rimarcando – al di là dell’ormai apprezzata scrittura di Franco – il suo impegno “civile” che appunto nella “comunità provvisoria” va, con ostinazione, maturando i suoi frutti, V.

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  2. Non conoscevo Franco Arminio sino a una settimana fa quando una persona mi ha scritto dicendomi, “ma non lo conosci?”. Ora devo imparare a scoprirne l’opera – come collega – ma come uomo sento che il tema del saccheggio del territorio da questo blog riscuote molte e veementi interpellanze.
    Non disperiamo: ci sono sempre più persone che nel privato e nella propria comunità stanno alzando i toni per farsi sentire dove serve farsi sentire. Ognuno di noi deve capire che il luogo dove possiamo operare meglio é la comunità dove viviamo, dunque il territorio che siamo.
    Qualcuno dice che siamo quello che mangiamo: vero. Aggiungo io: siamo il paesaggio che ci compenetra, accoglie e sostiene.
    Essere “volontari” del nostro territorio é la cosa più pericolosa – assieme al boicottaggio di ogni forma di sopruso – che si può proporre al potere istituzionale che sistematicamente, da nord a sud, non ha affatto a cuore l’interesse del territorio e di chi vi abita, vive, lavora, sogna, respira, immagina e sogna. dav

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  3. Grazie a Viola e a Davide per le note di speranza (e colgo l’occasione per ringraziare Davide per i suoi articoli sull’ambiente – e per le belle foto). D’altra parte, perché tali speranze possano concretizzarsi e perché si colga l’urgenza del problema, mi pare necessario che il territorio sia sentito come parte del nostro corpo e ogni ferita inferta al territorio come una ferita a noi stessi. Anche perché così è.

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  4. Il tema della spoliazione progressiva del territorio è un tema che coinvolge tutti: non esiste ideologia o idea politica che tenga. Il pensiero di lasciare in eredità a mio figlio un territorio masticato, mi fa accapponare la pelle, ma pare che questo sentimento sia vissuto solo dai cittadini e completamente ignorato, o quasi, dalla politica e dall’economia.
    Franco Arminio, che ho conosciuto in rete come poeta (e mi è piaciuto), ha tutto il mio appoggio e non ha alcuna importanza se alcune volte non concordo con la sua visione politica: il territorio è di tutti!
    Questa ferita è ancora più evidente nel Sud Italia, una terra meravigliosa, con risorse naturali e artistiche a portata di mano e di sguardo, un vero e proprio museo naturale e umano vivente. Un museo che accumula tagli e perde sangue giorno dopo giorno. Un museo che potrebbe cambiare la vita delle persone che vivono in quelle terre e del quale nessuno si cura o si cura solo per depredare.

    Dovremmo noi, cittadini, essere molto più attenti alle battaglie di chi il territorio lo vuole preservare.

    Blackjack.

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  5. Giorgio, queste tue lettere agli scrittori, sono davvero belle ed esplicative dell’iter narrativo e della qualità della scrittura.
    Ora, io, purtroppo, non ho letto il libro di cui parli, ma è come se lo avessi fatto attraverso la tua lettura.

    grazie
    jolanda

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  6. Caro Giorgio, mi pare che tu abbia colto con grande intelligenza e lucidità alcuni elementi essenziali della scrittura di Franco, un’opera che ho visto nascere e che conosco da anni:
    1)non è una scrittura di viaggio, ma un “reportage sullo stato dell’io e della condizione umana oggi”; 2)la “natura” dell’Io protagonista delle pagine è una natura lirica, in tensione, un Io singolare, non generico; 3)è una scrittura che cerca l’altro uomo, un altro (o un’alterità)che le faccia da “specchio”, che non viene trovato o che non si riesce a trovare; 4) è una scrittura che riesce a coinvolgere con una grande forza; 5)doppio statuto simoblico del “vento forte” contenuto nel titolo e circolante nelle pagine (“marcia da fermo”); 6) la necessità poetica (civile ed etica)di farsi viandanti, avventurieri “anche nei luoghi più poveri e nei più comuni impieghi, anche negli spazi domestici”.
    Grazie, Giorgio. E’ una delle migliori recensioni che abbia sinora letto di “Vento forte…”

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  7. Grazie a te, Donato, la tua sintesi mi ha ulteriormente chiarito alcuni aspetti del libro.

    Jolanda, a te la domanda che è stata rivolta a Davide Sapienza: “ma non lo conosci?”. Te lo consiglio vivamente.

    Concordo, Enrico, e un caro saluto.

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