Viola Amarelli – Note su “A ogni cosa il suo nome” di Francesco Tomada

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               Viola Amarelli – Note su A ogni cosa il suo nome di Francesco Tomada

     “Le Voci della Luna” confermano una attenta linea editoriale pubblicando “A ogni cosa il suo nome”, secondo libro di Francesco Tomada, autori tra i più interessanti degli ultimi anni.
     I testi di questa raccolta palesano, con una accresciuta consapevolezza, ragioni e spazi della scrittura di Tomada già presenti nel precedente, felice esordio de “L’infanzia vista da qui”.
     Si tratta di una scrittura che possiede, infatti, la capacità rara di “sintetizzare” uno sguardo stupito sulla vita e sulle passioni in un dettato piano e preciso dove un lessico quotidiano riesce a schivare il rischio sia dell’elegia sia della banalità. La semplicità diritta e ficcante di questo percorso formale molto deve, probabilmente, alle radici geografiche e professionali, dell’autore, biochimico friulano. Un indizio in tal senso riviene dai titoli delle sezioni del libro (altri luoghi, io vivo qui, tre diviso due) a richiamare decisamente gli orizzonti spaziali e scientifici che influenzano la ricerca poetica di Tomada.
     Cifra comune a molti dei testi qui proposti è una sorta di epifania di paesaggi ed eventi che nel loro mostrarsi svelano e rinviano a un’ottica paradossalmente “rovesciata” eppure già presente, immanente, nella loro segnatura: quel che giustamente Alborghetti nella prefazione definisce “cambio di prospettiva”.
     Paradigmatica è la poesia d’apertura, dove l’io-bambino narrante del terremoto del ’76 descrive la paura (“paura per il rumore/ e perché si muoveva la terra/ e restava ferma l’aria//una cosa sconosciuta//il contrario del vento”) come anche il testo sulla ragazza bosniaca di Bihac, che, bimba durante la guerra dei Balcani, ora si avventura in una gita sul fiume (“guarda come è ostinata la bellezza/si ricostruisce da sola/è il seme che germina sotto l’asfalto e lo spacca/ è una ragazza bosniaca che rema leggera senza il tuo aiuto/Europa vigliacca”).
     Tutto il libro si fonda sull’interrelarsi di questi microcosmi privati e collettivi, dove ai caduti ignoti di Redipuglia si susseguono i partigiani cui è stato negato il nome recuperato e rimarcato solo nella poesia (Arcangelo Fabiani/Arcangelo Fabiani) sino agli sfollati bosniaci che riprendono una via dell’esilio segnata dal “Fragile” di un pennarello sul cartone delle loro masserizie. Questa tensione etica che intrama molte poesie – anche quelle più private, come l’amore per la propria donna o il presepe dei bambini con i soldatini della Palestina – nasce sulla pagina come la registrazione secca, puntuale dell’attonito sgomento dinanzi all’insensatezza della vita.
     I versi diventano un sismografo che serve innanzitutto all’autore per ricostruire il disordine del mondo, la mobilità delle passioni, il magma fluido e spesso angosciante degli eventi. Siamo cioè di fronte all’esigenza di delineare una mappa, un diario di bordo, di dirsi le “cose”, in un tracciato poetico dove la finalità precipua è quella classica della catarsi, volta a fugare il buio e il disordine del caos tramite il medium delle parole.
     In questa ricerca si riconoscono in controluce gli antecedenti di Saba e Caproni, dai quali Tomada mutua oltre che la linea prosodica e il timbro mediano, soprattutto la vena diegetica, particolarmente evidente nel nucleo poematico del libro intitolato “In suo nome” che raccoglie ventuno poesie incentrate sui monologhi di una dolente figura materna con il controcanto del figlio, sezione che non a caso riporta come esergo i versi di una vecchia ballata Bruce Springsteen.
     Diversamente dall’Annina di Caproni, tuttavia, quella di Tomada è una mater dolorosa che riassume la forza e le delusioni di una donna nel secondo dopoguerra, in una terra agra e austera, quasi una metafora storica dell’ascesa e delle difficoltà di una zona di confine quale il Friuli. I sogni dell’adolescenza (ma in te ho creduto davvero) , il matrimonio fallimentare (eppure in casa tutto era come doveva essere), la sessualità subita come patimento, la vecchiaia che avanza si dipanano come stanze di una vita tradita al pari di tutte quelle troppo umane, cui sorregge solo l’affetto profondo e impotente del figlio (ma penso che il vento lei lo porti dentro/il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare).
     I legami familiari costituiscono del resto uno dei temi centrali della raccolta: i ruoli di figlio, marito, padre si intersecano nella loro ambivalenza di responsabilità etica e di senso di inadeguatezza (il primo figlio appena nato nelle mani dell’ostetrica/oggi ha quasi dieci anni, lei che me lo porge/ io tendo le mani e adesso come allora non so/che cosa deve fare un padre). E tuttavia la parola fronteggia efficacemente lo scacco, semplicemente mostrandolo nella sua nudità (vedi, inventiamo un’infanzia che ci assomigli/per riempirla delle cose che avremmo meritato/tu un padre più paziente/io la matematica contata su cinque dita).
     La concretezza della scrittura di Tomada si nutre di geografie, fisiche e interiori (ti voglio descrivere un orizzonte; e dove finisce il muschio che imita l’erba/subito inizia il deserto; i tuoi occhi hanno il colore di terra bagnata) quasi a conferma di un assunto di Seifert che riteneva Urania la più antica e importante tra le muse. Si tratta tuttavia di spazi sempre popolati: gli stessi cieli si presentano, infatti, traversati da voli o visualmente inquadrati nella memoria di un dettaglio sonoro (il cielo in una stanza) con una tensione che, umanissima, diffida tacitamente di salvezze iperuranie.
     Su questa radice si fonda una dimensione politica del libro, di implicito ma secco ripudio di ogni violenza, giocata tecnicamente sull’alternarsi di zoomate e campi americani, come se i versi trovassero spontaneamente il fil rouge che àncora lo specifico, il dettaglio del singolo individuo allo scenario crudo della storia collettiva.
     Esemplare il testo che ‘osa’ parlare di Auschwitz partendo dalle scarpe, gli occhiali, le valigie conservate nel museo (tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima/……./solo una cosa è andata avanti/-non posso proprio chiamarlo vivere-//c’è una stanza intera piena di capelli/sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora/che nella vecchiaia/non li hanno mai raggiunti.). Ciò che consente a Tomada di parlarne è, al fondo, la fiducia nelle parole, il suo affidarsi limpido alla lingua come dimora dell’umano e della com/passione. Al di là di ogni teoria strutturalista o decostruzionista, è questa “ingenuità” a costituire la forza del libro, anche perché, per dirla alla Borges, “forse il dovere della poesia è quello di mantenere il linguaggio, un’invenzione così imperfetta e così bella”.

 

***

Testi

Dalla sezione: In suo nome

 

(parla lei)

Sembrava bello che costruissero le case al posto dei campi
poter vivere in un posto dove prima si era solo lavorato
forse ho sbagliato perché era il tempo della tv in bianco e nero
e non ho mai guardato fino in fondo il colore dei tuoi occhi
ma in te ho creduto davvero mi sembravi la liberazione
dopo un’infanzia di mattoni e stracci e fratelli da crescere
forse ho sbagliato perché le ragazze di buona famiglia hanno fretta
e così tanta paura della solitudine da correrle incontro
forse perché lavoravi come meccanico di aerei
e ho pensato che sapevi aggiustare le cose
e se tornavano a volare i mostri da dieci tonnellate di metallo
allora avrei potuto farlo anch’io che un giorno ci avevo provato
saltando dal secondo piano del fienile con un ombrello per paracadute
e un poco di leggerezza dovevo averla già dentro di mio
se non mi ero fatta niente

 

(parla lei)

Abbiamo ristrutturato una casa per viverci
travi a vista e odore di malta e legno
un nido d’amore dicono ma io
non ho mai visto animali con un nido di cemento
a volte stiamo insieme come è scritto che si deve fare
a volte tu esci e non so dove e con chi vai
                           quando avrò una figlia
per prima cosa le insegnerò che gli uomini
certe sere vengono troppo presto
ma in altre non arrivano mai

 

(parla lei)

Un giorno voglio crocefiggerti sul letto usando le mie braccia
riprendermi il piacere ed il dolore della prima volta
per ogni notte in cui sei stato indifferente sarò il giudice e la pena
tu sarai la terra dove scavo un solco passando e ripassando con i piedi
la traccia a semicerchio consumata dai cani alla catena

 

(parla il figlio)

Come tutti gli anziani raccontavi
cento volte lo stesso episodio
di quando andavi a scuola in bici sotto le nevicate
di quando ti sei ammalata di difterite
un poco abbiamo avuto pazienza ma dopo
abbiamo detto basta

è da allora che hai cominciato a prepararci ogni settimana
un piatto diverso di cucina friulana
polenta frico gnocchi di zucca
quel cibo povero che un giorno era l’unico possibile

e sarà che passi sempre la domenica mattina
ma la tua non sembra una semplice gentilezza

piuttosto una comunione: questo è il mio corpo
prendete e mangiatene tutti

 

(parla lei)

Io non sono mai stata brava con la rabbia
l’ho sempre mantenuta fino a consumarmi
l’ho trasformata in silenzi così lunghi da disimparare le parole
in espressioni così misurate da dimenticare i sorrisi
credo che per questo le spalle mi si siano incurvate
sotto una tensione che le prende da dentro
come se un cavo legasse le scapole alle ginocchia
lo sento il cavo che passa proprio in mezzo al cuore
lo sento il cuore che pulsa come un uccello nella sua gabbia di costole]
a volte ho pensato che se non fosse stato per i figli
avrei aperto questa gabbia
l’avrei lasciato volare via

 

(parla lei)

Adesso se volessi potrei raccontare
ma le frasi mi costano ancora fatica
ogni congiunzione copre un respiro da prendere
ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso
così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta
da te ha preso gli occhi e la rabbia
da me i silenzi
lo sguardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io
ma un uomo che è cresciuto
come una radice
nello spazio tra di noi

 

(parla il figlio)

A volte la vedo camminare china in salita
ricorda certi anziani quando riempivano
le tasche di sassi per resistere al vento
ma penso che il vento lei lo porti dentro
il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare
l’anima che sbatte come una tovaglia stesa
ad asciugare sui fili del bucato – è da lì che sale quel profumo di sapone
che lei tratteneva fra i capelli nelle poche volte in cui l’ho abbracciata
avrei dovuto dirle che odoravano di nuvola e di shampoo Palmolive
lei si irrigidiva come se a stringerla fosse di nuovo mio padre
avrei dovuto dirle che non sono io
                                                 il passato che rivive

 

(parla lei)

Il figlio di mio figlio ha sette anni e chiede proprio a me
com’è sopravvivere a un infarto
e chissà come si vedono le cicatrici sul cuore

               se si potesse appoggiarci le dita
               le sentiresti come una linea un poco più dura del resto
               è muscolo che non riesce più a pulsare
               ma si tiene alle parti buone, le segue
               ed è il suo modo di tornare a vivere
forse per questo d’istinto gli allungo la mia mano
e lui la prende

***

Il libro A ognuno il suo nome (Le Voci della Luna, Sasso Maroni, 2008) si può richiedere scrivendo all’indirizzo dell’editore Fabrizio Bianchi (effebianchi@libero.it).

Qui e qui altri testi di Francesco Tomada.

***

14 pensieri su “Viola Amarelli – Note su “A ogni cosa il suo nome” di Francesco Tomada

  1. Questo poeta mi provoca un sincero sentimento d’invidia. La sua chiarezza e la sua abilità nel creare e trattare le immagini sono sconcertanti. Complimenti.

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  2. Grazie a Viola e a Francesco per proporci il libro di Francesco Tomada e la sua poesia e la sua “fiducia nelle parole, il suo affidarsi limpido alla lingua come dimora dell’umano e della com/passione”.

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  3. Prima di tutto grazie a LPELS che mi ospita di nuovo, a Viola e a Nadia che sono capaci di farmi sentire affetto e attenzione anche se prese nella loro vita, come capita un po’ a tutti, da centomila altri problemi. Ci tengo a scrivere anche qui che apprezzo moltissimo.
    A Viola avevo già scritto che la sua recensione, oltre ovviamente a farmi piacere, è estremamente acuta, non solo coglie gli aspetti secondo me più importanti del libro (e probabilmente non sta a me dirlo) ma ne ricava i fili conduttori. Anche se i nomi che, sia pur da lontanissimo, richiama come paragone a me fanno tremare i polsi.
    Grazie anche a Agostino per le sue parole, in particolare per quello “sconcertanti” che mi ha fatto sorridere, è un bel complimento da ricevere perchè lo intuisco sincero.

    Francesco

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  4. Le ho trovate troppo prosastiche per i miei gusti, e un po’ troppo lineari e biografiche nei contenuti. La prosodia, invece, mi è piaciuta. A presto rileggerti, in bocca al lupo per il libro!

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  5. La poesia di Tomada (ho letto il libro) a mio parere ha la capacità di trasformare il dato biografico in dato universale e non è cosa da tutti, ma prerogativa solo di chi sa scrivere vera poesia. E’ poesia ricca di suggestioni che giunge al lettore con il suo carico umano e, come sottolinea giustamente Viola, di tensione etica.
    Personalmente lo ritengo uno dei più bei libri letti ultimamente e tra quelli che sai che tornerai a rileggere.
    liliana

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  6. Continuo a leggere ammirato le poesie di Francesco T., sempre preciso (non sapevo della sua formazione anche scientifica) efficace suggestivo. Esemplare la recensione di Viola Amarelli. Complimenti a entrambi, e grazie a Francesco M.

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  7. Grazie anche da parte mia a Marotta per la cura nella scelta dei testi, dei link e soprattutto per l’ospitalità sempre gradita offerta su LPELS. Per Tomada non posso che ribadirgli che considero davvero buona la sua produzione, anche…nei dati…”biografici”..notazione alla quale ha già ottimamente risposto Liliana. Un caro saluto a tutta LPELS e ai lettori, Viola

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  8. Ringrazio Liliana, Giorgio e Viola per le loro parole, così come Francesco Marotta (ieri mi ero dimenticato, me ne scuso!). Indubbiamente questi apprezzamenti servono e fanno molto piacere.
    A Michele: mi piace che un blog sia anche un luogo di riflessione, dove non trovano spazio solo i commenti positivi ma anche delle opinioni diverse espresse con lucidità. Le tue “obiezioni” sono giustificate, nel senso che:
    è vero che i miei testi sono personali. In realtà è il solo modo che conosco per scrivere, ma su questo, almeno per ora, non credo di poter rimediare…
    ed è vero che questi testi sono prosastici, forse troppo. Mi sono posto anche io la stessa domanda, ma poi ho preferito lasciarli così come sono nati, mi sembrava che preservassero più immediatezza.
    Al di là del valore o meno, spero che il mio lavoro meriti il tempo che gli si dedica, che richiede la lettura. Poi chi legge è giusto che ne scriva con sincerità, come fai tu, e valuti secondo il proprio metro. A me serve anche questo come spunto di riflessione per l’adesso e – spero – il futuro.

    Francesco

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  9. gran bella recensione per un libro che mi è piaciuto assai. trovo molto interessante la conclusione della recensione: “Ciò che consente a Tomada di parlarne è, al fondo, la fiducia nelle parole, il suo affidarsi limpido alla lingua come dimora dell’umano e della com/passione”. questa fiducia spiega proprio la capacità di Tomada di trovare “spontaneamente il fil rouge che àncora lo specifico, il dettaglio del singolo individuo allo scenario crudo della storia collettiva”. su cosa si fondi tale fiducia è certo degno di approfondimento, anche filosofico. ma l’atto di fiducia nella lingua da parte del poeta è il primo autodafé [sacrificio di parte della propria individualità nell’accettare la possibilità di riconoscersi ed esprimersi in una forma condivisa, possibilmente non inedita, essenzialmente generale e generica] che fonda la possibilità che il poeta dica qualcosa di interessante per noi.

    lorenzo

    p.s.
    mi piace anche scoprire qui che l’autore è “biochimico”, e che però rifugge dall’uso di metafore e terminologia scientifiche (al contrario di tanta poesia post-post-post), lasciando che la sua formazione scientifica traspaia (si mostri) nelle strutture, come sottolineato dalla amarelli.

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  10. Per Francesco: sono contento che le critiche non creiino risentimenti, ma vengano inserite all’interno di una dialettica onesta e proficua per tutti. Proprio per questo ho specificato che, nonostante non fossi stato convinto dai testi, speravo di rileggerti. A presto 😉

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  11. Caro Michele, “tecnicamente” (e, in questo caso, “semplicemente”) la tua non può definirsi “critica”: è solo l’espressione di un’opzione di gusto che nasce dalla comparazione dei testi letti con “tue” precise intenzioni stilistiche e di poetica. Sostanzialmente, però, non aiuta a enucleare e a comprendere le “ragioni” dell’opera in esame.

    La “critica”, l’approccio all’opera indagata nella sua “singolarità” e nella “coerenza” delle scelte operate in funzione della “necessità” della sua “esistenza” in quanto tale, è proprio ciò che manca, “assolutamente”, alla poesia italiana di oggi: in rete e altrove. E ciò ingenera non pochi equivoci in un paese “analfabeta” in materia, ma che, proprio perché tale, vanta il tristissimo primato di tre milioni di persone che hanno pubblicato almeno un libro di poesia.

    Un saluto a tutti.

    fm

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  12. Caro Francesco, probabilmente hai ragione, ma al tempo stesso negli spazi spesso angusti di un blog è difficile, credo, una vera e propria critica. Io per quello che riesco e so ascolto le opinioni positive (ovviamente con più piacere) ma anche quelle negative che è giusto ci siano, se vengono espresse come elemento di discussione come in questo caso. Di buono c’è che ancora una volta mi illumini con i tre milioni di libri di poesia: significa che con un poca di pazienza questo sarà uno dei rari campi in cui entrerò a fare parte di una maggioranza.
    Per te, Viola e Lorenzo volevo aggiungere una cosa, a proposito di critica. Tutti e tre avete scritto del mio libro (ma adesso parlo di ciò che avete scritto voi e non del libro), ed avete formulato letture differenti tra di loro che rispecchiano il vostro partimonio intellettuale. E’ molto stimolante per me riconoscermi in letture a cui io non avevo pensato, non direttamente almeno, sentirmi a mio agio nel vestito che mi avete cucito addosso. Quando questo accade è merito del sarto.

    Francesco

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  13. Caro ft, non c’era nessuna “critica” nei confronti di Michele Ortore, che stimo (e anche molto): ho solo preso a prestito un termine da lui usato per esprimere una “mia” considerazione di ordine generale. E poi, ben vengano le critiche; e ben venga anche l’espressione di una propria personale predilezione per una scrittura piuttosto che per un’altra, per uno stile o un altro di diverso segno.

    Ti saluto.

    fm

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  14. giungo tardi, qui, ma trovo veramente “bella” la nota di Viola. una nota su un libro che leggo e rileggo (te lo dico qui, Francesco, anche se sono sparito, sono con te…)
    quando avrò risolto alcune cose ti dirò…
    e comunque per dirla alla Zinetti ” Francescoha la capacità di trasformare il dato biografico in dato universale ”
    intanto vado a rileggere la nota di Viola!
    un caro saluto a tutti,
    roberto

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