Da ciò che batte sotto la pelle al formalismo dei dizionari.

di Franz Krauspenhaar

Rispondo qui al pezzo di giuliomozzi Scrittori e professionisti, pubblicato su Vibrissebollettino, per mantenere una promessa e soprattutto rispondere alle domande del patròn di quel sito.
Il tutto è partito da un pezzo mio, pubblicato su Nazione indiana, Siamo i fangio della cultura che non paga. E che ha fatto il giro dei blog letterari.

Rispondo alla mia maniera, di scrittore senza regole se non quelle dettate dalla sua coscienza e dalla conoscenza dell’italiano, cava di marmo dalla quale attingere l’elemento della sua scrittura. Quelle di Mozzi mi appaiono obiezioni mal poste. Sì. Come lui dice che io ho malposto un problema vero, io dico che lui ha malposto le sue obiezioni. Tutto parte dalla sua brillante sicurezza che, per essere dei professionisti della scrittura, si debba essere riconosciuti in un albo. Vale a dire essere come gli avvocati, i medici, ecc.

Ma questo io non l’ho mai detto. E’ una sua splendida idea. Piuttosto, ho cercato di puntare un faro molto forte, quasi accecante, sul problema. E sulla confusione di un ruolo, quello dello scrittore, che anche i blog letterari hanno contribuito ad alimentare.
Non ho dato delle risposte, delle ricette. Non ne avevo e non ne ho tuttora. Ma qualcosa andava detto. In anni di frequentazione, non ricordo alcun discorso simile. Come se scrivere fosse qualcosa di superiore al vivere. Come se non solo si campasse d’aria, ma si leggesse e si scrivesse nell’aria, facendo tanti giri di fumo con le parole. Mai una parola sull’argomento, che io ricordi. Un tabù sconfortante, uno sconfortante silenzio, come una maledizione. I pezzi sui giornali (certi giornali) ti vengono pagati dopo nove mesi? (se ti vengono pagati.) E solo qualcuno, ogni tanto, dice qualcosa in un commento sommerso da tangentaliche elucubrazioni di scrittori evidentemente in crisi di ispirazione. Mai nessuno che parla di questo scoglio, zoccolo duro, o ventre molle.
Comunque, su Vibrisse sono in seguito intervenuti, oltre a me, Livio Romano, Andrea Cortellessa, Guido Tedoldi. Ma ormai la discussione era diventata altro, come spesso succede nei blog. Si faceva altro. Tutto interessante e istruttivo. Ma altro.

Io penso, con tranquillità, che queste discussioni siano inutili e anche dannose. Sono io il primo a dirlo. Ho mosso vorticosamente le acque e alla fine siamo qui, anzi lì, a parlare di chi è il cortigiano (lo scrittore). Come se nulla fosse successo in 500 anni di storia, non solo della letteratura.

Io penso che la “pasticceria letteraria” sia un po’ superata. E’ ora di entrare nel nuovo millennio con tutte e due le scarpe. Se pongo (anche male in alcuni tratti, non lo nego) un problema vero e poi quello che ricevo è da una parte giusta considerazione e solidarietà (da chi evidentemente sente il problema come serio) mentre de altre parti leggo obiezioni basate su splendidi sofismi volti a mettere dialetticamente spalle al muro l’altro senza proporre assolutamente nulla, devo pensare che c’è qualcosa di sbagliato anche in me. C’è qualcosa in questo gioco che per me è inutile. C’è qualcosa che non è nemmeno letterario. Qualcosa che è solo speculativo. Il formalismo ci sta uccidendo, in tutti i settori. Stiamo qui, anzi lì, a tirare fuori il dizionario per rispondere a un urlo di umanità, a qualcosa che batte sotto la pelle. Ecco come pongo io le questione: con un urlo. È vero, sono fuori dal formalismo letterario di questo paese, sono fuori dalle discussioni che non portano mai da nessuna parte.

Mozzi io lo stimo come scrittore, meno come sofista. Penso che non si possa sempre rispondere con sofismi a delle domande che vengono dalla radice della nostra esperienza. Mozzi afferma nel suo pezzo che propongo un altro mito, rispetto a quello dell’artista “genio e sregolatezza”: quello dell’ “artista professionista che svolge la sua professione con cura.”

E anche se fosse? Bisogna dare il meglio, sempre. Ma l’immagine che Mozzi da dell’artista da me “mitizzato” non è quella che penso io. Forse ha capito male, forse immagina male. Fatto sta che io non ho mitizzato un bel nulla: ho parlato di un artista che è sì un lavoratore a prestazione, ma che viene comunque trattato come un professionista, che viene pagato, che viene sempre rimborsato, che riceve l’anticipo su un libro davvero in anticipo, non dopo molti mesi. Che non viene trattato come un semplice tappabuchi della politica. Che non viene trattato come un semplice intrattenitore da fiera (anche se letteraria.) E’ questo un essere mitico? Un nibelungo in copia word? Non lo credo. Sto parlando di un soggetto che può anche vivere d’altro per la maggior parte del suo reddito, che può fare anche una vita sregolatissima (ci mancherebbe) ma che quando lavora nell’ambito culturale- editoriale, cioè quando svolge il “lavoro culturale”, viene trattato dignitosamente. Quello che Mozzi non ha capito, o forse non ha voluto capire, è che nessuno, credo, vuole un albo degli scrittori professionisti, cosa impossibile da ottenere per delle ragioni che non vado neanche a spiegare. Io ho parlato, parlo e continuerò a parlare di condizioni migliori. In generale e, questo è importante, all’inizio forzatamente, in modo vago. Cioè senza dettare delle controregole. Senza parlare di albi o partiti o associazioni. No. Si parli di ciò che non va, si muovino le coscienze, si sensibilizzi laddove regna, diciamolo pure, l’omertà del morto di fame.

Ognuno è nell’intimo quello che si sente di essere. Se Mozzi, citando un suo pezzo precedente che lui a sua volta cita, crede di essere un “cortigiano”, io, per me stesso, non lo credo affatto. Lo scrittore, io credo, è innanzitutto un uomo che lavora. Su vari piani. Il “valore aggunto artistico”, altro nodo della questione che io avevo “messo in giro”, dovrebbe, dico dovrebbe, far considerare uno scrittore come qualcuno che, anche in altri ambiti che non siano propriamente artistici (vale a dire di “lavoro culturale” anche diciamo così di manovalanza) possa dare un contributo valido e quindi monetizzabile. Non sempre sarebbe comunque così, perché è ovvio che ci sono scrittori bravissimi ma che ad esempio come relatori non sono così bravi, anzi.

Un’ultima cosa. Mi pare che in genere si sia voluto farmi passare (leggo da vari commenti) come quello che pensa innanzitutto alla moneta e agli “scontrini”.
Direi di no, e tutta la mia storia editoriale lo dimostra. Semplicemente, sono per legittimare su larga scala ciò che ci spetta. A ciascuno il suo esame di coscienza su ciò che a lui, personalmente, gli spetta. Facciamo così. Che ciascuno si dia il valore che crede di avere.

174 pensieri su “Da ciò che batte sotto la pelle al formalismo dei dizionari.

  1. Son d’accordo con Franz. E’ un discorso prima di tutto di concezione, e conseguentemente di dignità.
    Prendo spunto e dico che per esempio io non ho mai capito perché si dia in genere per scontato che uno scrittore sia tenuto a regalare i suoi libri. A me capita costantemente che quelle poche copie che ricevo in omaggio dopo la pubblicazione – e che alla fine gratta gratta rappresentano una fetta del compenso, immaginando che siano vendute alle presentazioni – vengano prese in mano, sfogliate e a volte (non sempre eh) tenute lì come a dire “allora ok, me la tengo!”, senza accennare alla contropartita in euro e come se fosse per me una gratificazione che qualcuno si prenda il mio libro in regalo. Ma perché? Ma quando vai dal macellaio la bistecca dici “bella bella” e te la fai regalare? Non dico la poesia, che uno ce l’ha stampata in faccia esattamente come l’aria, e come l’aria è gratuita e gira nel viso, nella voce e nella disperata bellezza della vita. Quella è e deve essere al di là del compenso materiale. Ma l’oggetto concreto che a volte ne consegue, il libro, è tutt’altro. Tra la poesia, gratuita, e il libro (o la conferenza, l’articolo di giornale, insomma il lavoro intellettuale in qualsiasi forma, che chiede tempo ed energia da parte di più persone) c’è secondo me lo stesso rapporto che c’è tra una splendida mucca bianca marrone verde e azzurra libera su un prato con sfondo cielo e la bistecca di quando quella mucca alla fine, diciamocelo!, l’hai pure ammazzata. E però te la compri e te la mangi se hai voglia. Basta, sto divagando. Che rottura di palle tutto quanto, anche questo dibattito vecchio come il cucco. E’ buona cosa parlarne, ma che compenso e che trattamento dignitoso si può mai pretendere, se c’è l’ignoranza al potere? Cara grazia che non siamo in campo di concentramento. Besos. A.

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  2. Sto seguendo silenziosamente (e anche un po’ frammentariamente, visto il profluvio di interventi sparsi in giro) il dibattito sollevato da Franz e vorrei aggiungere: anche chi si occupa di traduzione letteraria versa nelle medesime condizioni. La traduzione non è un lavoro creativo “di serie B”, visto che riscriviamo i libri altrui per renderli leggibili al pubblico italiano. Siamo anche noi autori a tutti gli effetti, ma pochi se ne ricordano. I diritti violati nel nostro caso arrivano non tanto e non solo a pagamenti ritardati, a tariffe al di sotto della linea di sopravvivenza, al mito di lavorare per la gloria (come se la gloria permettesse di pagare le bollette) ma anche alla lesione del riconoscimento della paternità dell’opera (che ne direste se vi pubblicassero un’opera senza che il vostro nome appaia da nessuna parte, come se il testo si fosse scritto da solo?… per non parlare della citazione di interi brani su giornali e riviste, o dell’annoso problema della mancata citazione del traduttore nelle recensioni).
    Ecco, era solo per dire a Franz: ci siamo anche noi. Per quanto mi riguarda, proverò nei prossimi giorni a divulgare il dibattito fra i colleghi che non ne sono ancora a conoscenza. L’unione fa la forza. Anche noi traduttori siamo dei piccoli Fangio.

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  3. Grazie cara Anna. Ti scrivo presto in privato.

    Cara Sandra, certo, esiste il “lavoro culturale”. Mi piace quest’espressione perchè dice: “lavoro”. E’ lavoro. Nessuna mitizzazione. Eppure si fa un lavoro che porta in alto. Con le idee, con “ciò che batte sotto la pelle”. Con le emozioni. Con l’arte.

    La traduzione letteraria è al 100% riscrittura, rielaborazione. Come tu fai notare, spesso il nome del traduttore non viene nemmeno citato (mentre si citano, soprattutto nei libri americani, decine di parenti, concubine, lattai, puttane professioniste ecc. che l’autore decide di ringraziare nei “ringraziamenti” che spesso sono vere e proprie “liste di Mr. Ridicule”.

    Siete dei Fangio. Anni fa tentai anche questa strada. Mi fecero fare la prova di traduzione. 45 cartelle di un giallo americano.

    Andai dal “funzionario”, cioè venni convocato dopo un bel pò. Mi fece notare le discrepanze, gli errori. Con un pò di buona volontà e di pazienza avrei potuto sopperire in breve. In fondo nella mia giovinezza l’americano l’avevo parlato egregiamente. Ora, dopo tanti anni, l’avevo perso a pezzi per strada, ma non certo del tutto. Niente da fare.

    E poi? La prova se la sono intascata e statene certi: l’hanno corretta e usata. Prova di traduzione a costo zero, 45 cartelle di traduzione a costo zero. Dimmi (se vuoi) Sandra se non può essere andata così.

    M’è passata la voglia. Eppure, nonostante il “prezzo” del mio lavoro, ero ben intenzionato a farlo, il traduttore. Ma sinceramente ho continuato a tradurre opuscoli tecnici dal tedesco.

    Se divulghi il dibattito tra i tuoi colleghi (che sono anche i miei, i nostri, perchè siamo tutti nella stessa barca) sarà grandioso. L’unione fa la forza. Basta con quest’omertà da “Giorno della civetta”.

    Grazie infinite Sandra. Fatti sentire.

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  4. Lo scrittore, io credo, è innanzitutto un uomo che lavora. Su vari piani. Il “valore aggunto artistico”, altro nodo della questione che io avevo “messo in giro”, dovrebbe, dico dovrebbe, far considerare uno scrittore come qualcuno che, anche in altri ambiti che non siano propriamente artistici (vale a dire di “lavoro culturale” anche diciamo così di manovalanza) possa dare un contributo valido e quindi monetizzabile.

    —————
    Ho scritto per anni su un giornale di un grande gruppo editoriale, quasi quotidianamente. Le richieste di un giusto compenso, rimborsi spese, contratto, ecc. ( non solo mie) accolte dal consigliere delegato del gruppo con: ” Dovreste essere paghi di vedere la vostra firma sul giornale”.
    Ho scritto saggi, con grande passione e impegno: plauso dei curatori dei volumi, ma pagare è un verbo sconosciuto.
    Ho organizzato convegni,incontri culturali, tenuto seminari all’università e ho raccolto sempre la stessa solfa: il lavoro intellettuale non è assimilabile a una prestazione professionale, il compenso è dato da altro(!), un altro mai specificato.
    Beh, mi sono stufata di essere nella condizione di chi per lavorare fra un po’ dovrà anche pagare.

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  5. Scrive l’amico Franz nel commento qui sopra: “Grazie cara Anna. Ti scrivo presto in privato”. E perché questa frase che sottende importanze e intanto le nega? Non mi potevi dire due parole anche qui? Oppure: non me le dicevi e basta? Cos’hai, sei insaponato? Cosa vuol dire dichiarare in pubblico di scrivere in privato? Che allegri sofismi! Da Zenone a Bertrand Russell, i paradossi della comunicazione si sbandierano per ogni dove. Rido e non rido, aspetto e non aspetto. Anna

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  6. Beh deciditi!:-) O aspetti o non aspetti cara Anna! Non sottintendo nulla. Siccome sono mesi che non ci sentiamo… tutto qui. Magari ti avrei chiesto di come stanno i tuoi gatti.

    Ecco, dunque: il dibattito è una rottura di palle, hai ragione, è vecchio come il cucco, certo, però questo non vuol dire che non bisogna parlarne. O stiamo credendo alla favola che nulla può cambiare?

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  7. Infatti ho scritto che “è buona cosa parlarne”… Ma in effetti credo che niente possa cambiare finché a livello di massa (vedi televisione, mercato, chiesa ecc.) l’ignoranza è promossa e la cultura è dileggiata. Sono pessimista, sarà una favola nera, che vuoi che ti dica. Sono convinta che non ci sia niente da fare, vedi te!
    Chi vuole sentirmi, non fa che tirare su le corna del telefono.
    Anch’io come Marilena Russo ho ricevuto quasi sempre pagamenti troppo bassi e a volte solenni fregature a livello di traduzioni. Mi fa piacere allora citare una delle poche eccezioni a questo proposito, un editore gran signore con il quale ho lavorato, cioè Gabriele Mazzotta, che mi ha pagato il giusto e subito. Si va per eccezioni!
    Ciao a tutti.

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  8. Scusa Franz, se intervengo un po’ brutalmente, ma ho seguito il dibattito anch’io e trovo che sia diventato stucchevole. E in buona parte per quello che (anch’io) penso, e cioè che sia stato impostato in modo confuso.

    Per riassumere in una sola tua frase il succo del discorso cito quella finale:

    “Che ciascuno si dia il valore che crede di avere.”

    Ma il valore di una merce (il libro) o di un lavoro (la prestazione d’opera) non la dà chi li offre, ma il mercato. E se vado a comprare uova e il mercato offre una enorme quantità di uova, le pagherò pochissimo e forse alla fine della giornata me le tireranno persino dietro. La comparsata di uno scrittore non è una merce rara. Forse è raro lo scrittore davvero appetibile, e quello quasi sempre viene pagato.
    Lo stesso vale per il traduttore. Non so perchè ci sia tanta gente che vuole tradurre libri per mestiere, fatto sta che ce n’è moltissima, perciò viene pagata poco e se dice no, dietro c’è la fila di altri pronti a tradurre.
    Questo è il problema, a mio avviso, troppa offerta e spesso scadente.
    Vogliamo impedire alla fila di chi vuol scrivere o tradurre di essere così lunga? Non sarebbe almeno un tantino illiberale?
    E’ un semplice problema di richiesta e offerta, com’è sempre stato, tanto che un vecchio scrittore che oggi non c’è più, un discreto scrittore con un suo pubblico, spiegava a tutti i giovani che gli capitavano a tiro perchè faceva il giornalista: perché sapeva che di scrittura e derivati vivono pochissimi.
    Può dispiacere, ma non c’è soluzione, troppa merce abbassa o addirittura azzera i prezzi, e sopravvive solo quella davvero appetibile (non dico buona, come avrai notato, perchè non do giudizi di “valore in sé” ma appetibile per chi la compra, per le più varie ragioni, che possono essere anche i personali obiettivi di un particolare assessore alla cultura in un momento dato)
    C’è soluzione, oltre il comprensibile sfogo? Non credo.
    Se qualcuno ne ha una la butti sul tavolo.

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  9. caro Franz,

    poi mi vado a vedere gli articoli precedenti, però mi sembra di capire, proprio qui, che la responsabilità è ancora nostra, quando non facciamo i nomi degli editori che non pagano (Anna, per contro, premia chiamandolo per nome Mazzotta, che paga).

    Vedi, se continuiamo a dirci le cose al telefono, a parte, o tra parentesi tipo “(certi giornali)” senza chiamarli col lore nome, stiamo al gioco di chi ci vuole ‘dileggiati’.

    Fuori i nomi, dico io! Che venga pubblicamente sputtanato chi non paga, paga tardi, paga male e, peggio ancora, comincia a farti credere che il tuo lavoro, albo o non albo, non vale nulla!

    Fuori i nomi!

    Che si prendano la responsabilità di ciò che fanno (o meglio, non fanno).
    Altro che parlare di Albi professionali! Pubblicare le liste degli inadempienti!

    Buona giornata
    Francesca

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  10. @lambertibocconi

    Scusami se insisto su dettagli materiali, ma il dibattito riguarda il denaro.
    Quanti sono i poeti e gli scrittori in Italia?
    Milioni.
    E se si volesse ridurre il numero, chi dà la patente a uno scrittore o a un poeta?
    E da dove vengono le pochissime risorse che anche oggi vengono impiegate per la cultura?
    Dal pubblico.
    E come si può pensare che si possa stabilire un minimo sindacale per i poeti e gli scrittori quando ci sono problemi di cassa integrazione e fabbriche che chiudono?
    E in ogni caso, se anche fosse possibile trovare le risorse per un “minimo sindacale” verso chi poi si orienterebbero le scelte delle amministrazioni?
    E se anche queste mie obiezioni cadessero e un minimo sindacale venisse stabilito, quante comparsate unite a quanti diritti d’autore ci vorrebbero perchè uno scrittore potesse mangiare del suo lavoro?
    O peggio ancora un traduttore?
    E non crediate che negli altri paesi sia meglio, il sostegno si dà ai giovani (quando le casse dello stato e delle istituzioni che sostiene sono piene), ma come sostegno iniziale, poi ciccia.
    Non è obbligatorio esser poeta, non è obbligatorio esser scrittore, non è obbligatorio essere traduttore, come non è obbligatorio del resto essere meccanico e carpentiere.
    E anche di questi ultimi spesso non c’è bisogno, non è che tutti i meccanici e i carpentieri campino bene.

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  11. una sola considerazione: siamo al punto zero della cultura in Italia. e, di questo, parlava – anche – il primo pezzo di Franz.
    e questo è il punto.
    tutto il sistema delle presentazioni è un’imitazione di quanto han fatto le major editoriali, nel tempo. per dirne una, e una sola.
    le scelte editoriali, anche dei piccoli, sono sempre più indirizzate da una vaga idea di commercialità. luoghi comuni su luoghi comuni, tutti tesi a sgretolare la potenza della cultura, annullare il valore delle parole.
    chiunque giri intorno a questo mondo, quello editoriale, non può non esserne consapevole. e chiunque continua a perseguire e proseguire questo indirizzo non può non sentirsi colpevole.

    stare al tavolino di un bar, mentre tuto intorno ci sono le macerie, mentre il bar stesso è solo macerie, stare al tavolino a bere orzata non ha gran senso. meglio organizzare la ricostruzione.
    oppure pisciare sulle rovine, ma consapevolmente.

    e.

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  12. Siamo al punto zero della cultura in Italia? ma cosa vuol dire? questo sì che è un luogo comune.
    Cmq, io ho detto quello che mi sentivo di dire e lascio il campo agli apocalittici.

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  13. forse, “siamo al punto zero” significa anche che ci sono costruzioni possibili che non vengono nemmeno “pensate”.
    Ritengo che l’editoria soffra dello stesso “morbo della precarietà” relativo al progetto, di cui soffre l’industria e accanto all’industria “l’innovazione” – senti qua che bel termine – italiana.
    Non posso fare che esempi frettolosi, partendo dal piccolo e arrivando al grande: dai rapidi blog dedicati ai singoli libri e agli eventi correlati (già visti, ma con funzioni limitate), fino ai circoli di lettura, fino alle iniziative di sensibilizzazione (sponsorizzate) alla scrittura e alla lettura nelle scuole e altrove, non c’è la minima intenzione da parte dell’industria editoriale di sviluppare altro discorso che non sia meramente nemmeno commerciale, ma merceologico. Qui si fanno le presentazioni per vendere, e basta.
    Gli spazi sarebbero ampi (quanto, non si sa: non c’è un progetto! non si sa quanto “valgono” i milioni di “adulti non lettori” – e questo non è nemmeno marketing, è cialtroneria), i soldi per coprirli arriverebbero con investimenti incrociati e, naturalmente, semmai con il tempo. Ma appunto, il ragionamento dell’azienda moderna è precario. Si limita all’anno fiscale, perfino a meno.
    Non dico che sia tutto possibile, ma che si debba cominciare a parlarne magari sì.
    la borghesia

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  14. Ciao Franz, arrivo qui dal mio aggregatore e sollecitato dalla tua email. Avevo letto entrambi gli articoli precedenti, il “Fangio” e la replica di Giulio. Ho fatto fatica a leggere questo pezzo, però secondo me i punti centrali sono:

    Mozzi afferma nel suo pezzo che propongo un altro mito, rispetto a quello dell’artista “genio e sregolatezza”: quello dell’ “artista professionista che svolge la sua professione con cura.”[…]
    ho parlato di un artista che è sì un lavoratore a prestazione, ma che viene comunque trattato come un professionista, che viene pagato, che viene sempre rimborsato, che riceve l’anticipo su un libro davvero in anticipo, non dopo molti mesi. Che non viene trattato come un semplice tappabuchi della politica. Che non viene trattato come un semplice intrattenitore da fiera (anche se letteraria.)

    ed, al di là dei ragionamenti un po’ convoluti di Giulio,forse possono conciliarsi con questo:

    nella mia esperienza è “professionale” colui che fa bene il lavoro richiesto, rispettando le specifiche fornite, trovando le soluzioni adeguate, nei tempi e con i costi preventivati. Questo concetto di “professionalità” è applicabile allo scrittore?

    Mozzi in realtà però ripropone la dicotomia tra scrittura professionale e scrittura artistica, la prima pagata e la seconda per la gloria

    chi ha la scrittura per attività professionale e anche scrive per fare arte dovrebbe tenere ben distinte le due cose.

    mentre tu, a ragione io credo, chiedi serietà quando si entra in ambito economico (pubblicare).

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  15. @Alcor
    “apocalittico” è già un giudizio.
    e poi dire che siamo nel punto più basso possibile e che è necessario risalire, non credo lo sia – apocalittico.

    Laborghesia si riferisce a un discorso imprenditoriale. condivido molte delle cose che scrive (tutto, forse), ma io ho in mente una cosa che comprende anche le case editrici. ma non solo.

    ciò detto, non è discorso da sbrigare in dieci righe dieci.
    e si finisce per fare quello che meno serve – il prendere l’orzata al bar di cui sopra.
    ognuno faccia.

    e.

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  16. @Frau.

    Mi chiedi qualche nome?

    Eccoti servita. Liberazione (pagamento a 9 mesi). Il Domenicale (pure – mai visto un soldo dopo 2 anni.)

    Baldini Castoldi Dalai: poca chiarezza sul pagamento dei diritti d’autore.

    Fazi Editore: attendo da maggio la seconda parte dell’anticipo. “Anticipo”. Anticipo?

    Ora fai qualche nome anche tu e magari mettici sotto nome e cognome. Ciao bella.

    @Alcor a altri. Risponderò più tardi.

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  17. Cara Alcor, dunque. Se questo dibattito è diventato stucchevole lo si deve certamente a coloro che rispondono alle domande con altre domande, a coloro che hanno già il “no” cucito nella tasca.

    Ma il problema non può non porsi. Tu parli di illiberalità. Bene, io ti rovescio questa presunta illiberalità. Non parlarne, non avere nemmeno la sensibilità di entrare nel “mood” (tanto si sa già tutto, tanto è tutto così, tanto cosa vuoi fare?) mi sa tanto di posizione di comodo. E mi spiego meglio: per posizione di comodo intendo una posizione che non ha bisogno di nient’altro. Uno statu quo del pensiero e dell’azione.

    Che non ci sia la possibilità di cambiare nel tempo non lo dimostrano certo alcune obiezioni che vanno a riempire la grande enciclopedia in 25 volumi “La scoperta dell’acqua calda nel Diciannovesimo Secolo”.

    Cosa devono pensare i giovani che leggono la traspirazione tra le righe del tuo cinismo?

    Perchè di cinismo si tratta. “Noi abbiamo capito tutto, voi abbassate la testa”. E’ questo che s’intende dai tuoi scritti, e da quelli di qualcun altro. Avete perso la vostra battaglia prima di noi? A me non importa.

    Che si facciano i nomi, dunque! Come invita Frau. Mai fatti, vero Alcor?

    Siamo in un regime di omertà?

    Cosa avete da dire?

    Se l’editoria (certa editoria) ci è nemica, dobbiamo farci scannare dal nemico?

    Per una guerra dei poveri? (beninteso, a parte loro?)

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  18. Enpi
    mi riferisco a un discorso imprenditoriale solo per dire che è lì che siamo al grado zero.

    sul piano del progetto culturale il termometro è più basso. non senti che freddo?

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  19. Non credo consoli nessuno, ma la stessa situazione “Fangio” la vivono i giornalisti, i musicisti, gli artisti visivi e plastici, i pittori. Il che vuol dire, che la situazione della cultura in Italia sta messa peggio di quanto ognuno di noi supporrebbe. E se per gli scrittori ancora ci si arena su questioni: “Ma sei un professionista? E se sì, in virtù di quale investitura di mercato o di casta? Chi ti ha conferito il diploma Ufficiale di appartenenza all’Ordine nobiliare dei Cavalieri della Scrittura? Ma sei sicuro sicuro? Quante copie vendi? etc etc etc”, nel caso dei giornalisti, ad esempio, parliamo di persone con decenni e decenni di esperienza (di cui molti anni spesso pagati niente o quasi perché c’è la gavetta da fare), iscritte a tutti gli Ordini di Dio, del Re e di chi per lui. Nel caso dei musicisti, invece, parliamo di personcine che hanno studiato come minimo una ventina d’anni per arrivare a fare volontariato nella cultura. Un pianista viene pagato 25 euro l’ora. Fate voi le debite proporzioni con i trenta minuti del rispettabilissimo e pur preparato idraulico che si fa, giustamente pagare anche la semplice chiamata e il disturbo per lo spostamento. E ancora, gli artisti visivi, plastici etc, spesso escono da anni di accademia, di mostre anche importanti, per arrivare anche loro le gallerie d’arte. Verrebbe quasi da dire: “C’è del marcio in Danimarca”.

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  20. Franz, sai qual è la mia posizione e perciò non ripeto cose già dette. Ho trovato molto sensato quello che ha scritto Giulio Mozzi, ma su questo punto vedo che non c’è possibilità nemmeno di cominciarlo un dialogo.

    Forse è giusta la strada del cominciare a fare dei nomi e a farli in due direzioni: gli editori e/o i giornali che non pagano e gli autori che non vengono pagati.

    Sui traduttori: ho tradotto per Einaudi un saggio con regolare contratto e pagamento. E’ la prima volta che sento dire che il nome del traduttore non viene citato. Però vorrei far notare che in questi casi non è una questione di battaglie da fare: ci sono già fior fiore di leggi, per fortuna, in Italia che tutelano i diritti dei lavoratori perciò è sufficiente rivolgersi ad un sindacato qualsiasi o ad un avvocato per ottenere il rispetto di diritti base.
    Non vedo il motivo per farne una questione così grande.

    Ho lavorato per anni, prima dell’insegnamento, per il Gazzettino di Venezia come pubblicista con regolari pagamenti per articolo e rimborsi spese quando dovuti. (poi bisogna iscriversi all’INPGI, versare i contributi etc., altra trafila quella…) e nei casi in cui ci sono state controversie con i collaboratori, ci sono parecchi modi per ottenere legalmente i compensi che spettano.

    Perciò sinceramente non riesco a capire chi dovrebbe essere sensibilizzato: le leggi esistono, è sufficiente farle rispettare.

    Nel caso dei giornalisti ci sono poi azioni comuni per cercare di migliorare la situazione di preacariato etc.: ma sono appunto batteglie dic ategoria, importanti e che spesso hanno strappato qualcosa in più (non tanto, ma qualcosa) ai datori di lavoro.

    Se vogliamo invece spostare la “battaglia” sul piano culturale e/o di politica culturale allora è tutta un’altra questione.
    Ma di questo evidentemente non si vuole parlare.

    Mi scuso per questo commento contro-corrente e probabilmente OT rispetto agli altri, ma mi è arrivata una mail di Franz con la segnalazione di questo pezzo e in genere io rispondo a tutti gli inviti dicendo la mia.

    Con immutato affetto e stima (nei confronti di Franz)

    Maddalena Mapelli

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  21. franz, sono mesi ormai che cerchi di dire una cosa ma tanti ne capiscono un’altra.
    prova a scriverla in tedesco.

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  22. Io, per un libretto di 70 pagine pubblicato da De Agostini, di cui sono state pubblicate e distribuite circa 10000 copie, e che mi è costato molta fatica, sono stato pagato 480 euro netti.
    Fare il lettore per una grande casa editrice frutta circa 30 euro netti a libro.
    Sui giornali ti fanno spesso scrivere gratis.
    Altrettanto spesso ti chiedono di lavorare per la gloria, ti concedono un occasione per cui devi solo ringraziare.
    E poi, certo, ci son lavori per cui mi han pagato, anche discretamente.
    Ma il punto è, per tornare all’inizio: perché la De Agostini, che fa soldi a palate, invece di pagarti, ti fa l’elemosina? Tratta allo stesso modo il proprio commercialista, la De Agostini?
    Lo stesso discorso vale per i traduttori e per molte altre figure del mondo culturale.
    E’ o non è un problema?
    Mi sembra che la questione sollevata da Franz riguardi questo aspetto terra terra della vita culturale italiana. Terra terra e perciò vero.

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  23. Franz, io parlo volentieri con te se non mi metti in bocca cose che non ho detto, perciò quando tu accenni al tema illiberalità, mi cito:

    “Vogliamo impedire alla fila di chi vuol scrivere o tradurre di essere così lunga? Non sarebbe almeno un tantino illiberale?”

    E parlo volentieri con te se non mi fraintendi volutamente, perciò ti cito:

    “Cosa devono pensare i giovani che leggono la traspirazione tra le righe del tuo cinismo?

    Perchè di cinismo si tratta. “Noi abbiamo capito tutto, voi abbassate la testa”. E’ questo che s’intende dai tuoi scritti, e da quelli di qualcun altro. Avete perso la vostra battaglia prima di noi? A me non importa.”

    Io non sono affatto cinica, se lo fossi non interverrei, è proprio per i giovani che parlo, ritengo molto cinico parlare confusamente.
    Ma cosa ti è successo, Franz?
    Non tornerò qui, non voglio litigare con te, ma trovo anche intollerabile essere manipolata.

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  24. Parlare di manipolazione mi sembra dirla un po’ troppo forte. Devo aver capito male e risposto in fretta, e me ne scuso.

    Ma se non è cinismo volontario, lo è involontario, forse. Anch’io non voglio litigare con te, cara Alcor, ci mancherebbe. Ci mancherebbe perchè ci stimiamo, e non da poco tempo.

    Però, e qui mi rivolgo anche a Maddalena, è inutile portare buoni esempi. Qui si chiedono testimonianze di cialtroneria, non altro. Tanto per non parlare sempre per sottintesi, come chiedeva Frau. Jacopo ha risposto all’appello.

    Risponde alla questione in modo molto lucido Jan, al commento nr. 15.

    Io credo che ci voglia anche un pò di coraggio. Politiche culturali, mia cara Maddalena? Ma è tutto invischiato nello stesso pastone indigeribile.

    La politica culturale primaria, quella che vincerebbe proprio le “primarie” di un’elezione del mondo culturale italiano in un “parlamento europeo della cultura” (mentre ne siamo meritatamente fuori) è quella del trattamento economico DIGNITOSO. Poi viene il resto.

    Dire che “così fan tutti” non vuol dire, in pratica, nulla.

    Forse ha ragione l’amico Zannoni: forse per essere capito dovrei scrivere in tedesco. Traduttori (ovviamente volontari e non pagabili) cercansi…

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  25. Curioso. Franz scrive un pezzo che prone un problema. Io scrivo un pezzo nel quale cerco di dire che il problema, come lo pone lui, mi sembra mal posto. Ora Franz se la prende con i miei “sofismi”. Però, se un ragionamento è un “sofisma”, gradirei mi si dicesse perché lo è.

    Franz scrive qui sopra: “Quello che Mozzi non ha capito, o forse non ha voluto capire, è che nessuno, credo, vuole un albo degli scrittori professionisti”.

    Oh, ma io l’ho capito benissimo, che nessuno vuole eccetera.

    Vorrei però che qualcuno mi spiegasse come si possa – noi scrittori – aspirare a essere trattati come professionisti, se non attraverso una qualche forma di organizzazione. Lambertibocconi notava prima: “Anche di impiegati ce n’è tantissimi, ma hanno dei diritti”. Certo: e non se li sono mica conquistati ciascuno per sé. Esistono i sindacati.

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  26. Il problema è antico. L’ho già detto a Franz.
    Quante scale ha dovuto salire Dante. Quanto pane altrui ha mangiato… La Commedia era per i suoi contemporanei una cosa strana, perché si chiamava così ma parlava di Inferno.

    La committenza è stata la leva dell’arte. Nessuno si è mai scandalizzato. La differenza la faceva la lungimiranza di chi metteva i soldi (anche il Principe possedeva le veline ma poi finanziava grandissimi artisti) e la qualità dell’opera. La frattura c’è stata con il moralisimo romantico e sociale. Solo che sono scomparsi i grandi committenti e i grandi artisti.

    Ecco il punto. Gli ordini vanno aboliti, piuttosto che fondarne dei nuovi. Lo scrittore va pagato. Ma sempre che ci sia qualcuno disposto a scucire il giusto onorario. L’alternativa è rassegnarsi ad essere postumi. Perché l’arte ha due giudici insindacabili: il mercato e/o il tempo.

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  27. giusto, il sindacato. infatti ce li vedo gli autori che lottano per i loro diritti, perchè si sentono tutti uniti, perchè non c’è invidia e c’è spirito di corpo.

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  28. ho letto il pezzo di franz. ho letto il pezzo di mozzi. ho anch’io la sensazione che mozzi sia interessato alla forma più che alla sostanza e traduca tutto in una disfida retorica fine a se stessa. così, pur di predominare logicamente, finisce per contraddire persino l’ovvio: e cioè che in italia il lavoro culturale è umiliato tanto economicamente quanto concettualmente. il punto che krauspenhaar mette in evidenza – il suo grido di dolore – credo sia questo.

    concentrerei il problema non tanto sulla questione di riconoscere istituzionalmente la letterarietà e l’artisticità di un autore o di un’opera – che poi è un problema vecchio quanto il mondo e che certo non risolveremo postando commenti sui litblog – ma piuttosto sulla negazione generalizzata e sistemica che in italia il lavoro culturale abbia anche un valore materiale.

    prendendo per comodità logiche come funzionante e giusto il sistema della mediazione operata da case editrici e stampa – considerando per comodità logiche questa mediazione un sistema in grado di riconoscere chi è autore e chi no – si constata agevolmente che anche un autore riconosciuto come tale viene trattato a pesci in faccia o comunque non considerato nella sua specificità, a meno che non abbia vinto lo strega o, in alternativa, almeno centomila copie. i pezzi che questo scrittore scrive non hanno dunque un valore in sé, ma hanno un valore in quanto lo scrittore è stato riconosciuto come tale. cosi che lo scrittore x non viene considerato per le cose che scrive, ma – essendo uno “scrittore” – è sostituibile e intercambiabile con gli scrittori y, z, e via dicendo. questo, io credo, anche perché i libri il più delle volte non vengono letti, ma giudicati dalle quarte di copertine e dalla allure che trasmettono, sia dagli uffici stampa delle stesse case editrici che li pubblicano, sia dai giornalisti che ci scrivono le recensioni ricalcate appunto sui comunicati degli stessi uffici stampa.

    da qui, a cascata, il problema di quantificare il valore economico di un testo e anche, e soprattutto, le modalità di pagamento dello stesso, che sono problemi pratici e, a mio avviso fondamentali. non è detto, per fare un esempio, che i giornali debbano avvalersi del contributo degli scrittori, ma se lo fanno – se decidono di farlo – perché non trattarli in modo equo e umano? il rapporto, certe volte, sembra rovesciato: lo scrittore viene richiesto perché dà “valore aggiunto”, ma sembra, come dice Franz, che gli stessi giornali – e qualche volta anche gli editori – stiano facendo allo scrittore una specie di elemosina, un favore, quindi possono pagarlo anche a distanza di tre mesi, o di sei, perché in fondo non c’è tutta questa necessità. è una specie di contratto gratuito, un servizio civile. (il fatto poi che i contributi degli scrittori siano superflui è tutta dimostrare e a me sembra più una posizione ideologica da stato totalitario. un giornale come liberazione senza gli interventi di raimo, garufi, e di tutti gli altri “scrittori” che nel corso di questi anni hanno scritto su queer, sarebbe stato semplicemente brutto e noioso e inutile, cosa che si è puntualmente avverata in questo periodo di crisi.)

    insomma, oltre il discorso sulla “artisticità”, prima di questo discorso, c’è un discorso che riguarda il valore materiale di un testo. riconoscere questo valore materiale non mi sembra sinceramente un’operazione così fantascientifica. lo stesso sistema che opera una più o meno giusta, ma funzionante selezione su chi debba essere riconosciuto come autore è tranquillamente in grado di compiere anche quest’operazione. se non riesce a farlo, vuol dire che non ha gli strumenti adeguati per ricoprire questo determinato ruolo.

    aggiungo il problema dell’argentinizzazione: se michele serra prende mille euro per ogni “amaca” e una mia amica venti per un pezzo, anche più lungo, sull’inserto napoletano del corriere della sera, ci sarà pure qualcosa che non funziona. o no?

    (ci sarebbe poi tutto il discorso del lavoro editoriale che merita una digressione molto lunga – con tanto di esperienza autobiografica – ma che vi risparmierò almeno per il momento.)

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  29. @ Vibrisse (Giulio Mozzi)

    Non volevo intervenire perché sembra una partita a schacchi tra Franz e te. Inoltre non ho seguito il dibattito nei particolari.

    Però, secondo me, una premessa come quella del tuo articolo, uccide ogni possibilità di dialogo. E’ una premessa “chiusa”, senza un minimo di “squarcio”. Scelta legittima, sia chiaro.

    Per esempio: l’incipit del tuo articolo:

    —–

    “Krauspenhaar pone una questione:

    Alla fine, siamo qui a domandarci, e legittimamente, chi sia l’autore. La mia impressione è che, non esistendo un metro di valutazione chiaro per dire chi è un autore e chi no, in un mondo di scriventi spesso velleitari, chiunque può dirsi autore e spacciare le proprie righe per verbo di pregnanza artistica.

    E la sua risposta alla domanda: “Chi è l’autore?”, è:

    Un autore è un professionista della scrittura, che è capace anche di dare un valore aggiunto: il valore aggiunto artistico.

    Un “professionista”, secondo il comodo dizionario in rete di Tullio De Mauro (qui), è “chi esercita una libera professione”, ovvero, estensivamente, “chi svolge la propria occupazione con cura, competenza e serietà”; e una professione è (qui) una “attività lavorativa, intellettuale o manuale, svolta in modo abituale o continuativo per trarne un guadagno”, ovvero “attività intellettuale che si esercita dopo aver conseguito la laurea o una particolare abilitazione, spec. in modo indipendente e nel rispetto di una precisa etica professionale”.

    “professionisti” sono solitamente riuniti in “ordini professionali”: così è per medici, ingegneri, avvocati, psicologi eccetera. Le funzioni primarie degli ordini sono: [a] garantire al cliente che il Tizio al quale egli si rivolge è, appunto, un “professionista”; [b] determinare l’etica professionale (più precisamente: la deontologia, ovvero “l’insieme delle norme di comportamento che disciplinano l’esercizio di una professione”, sempre il De Mauro, qui) e imporne il rispetto.

    Io sostengo che Franz Krauspenhaar pone male un problema vero, perché credo che non siano assimilabili le figure dell’ “autore” e del “professionista”.

    ———

    ora, e sì necessario, ogni volta che parliamo e pensiamo, procedere per idee chiare e distinte, ma è necessario pure sapere che la sostanza di una “cosa” non è il lemma di un vocabolario. Non si può dedidere di rappresentare la realtà ( o definire un problema) partendo dalla definizione che ci fornisce il vocabolario.

    “Pietra” è pietra in rapporto all’umanità, non in rapporto al vocabolario di de mauro.

    Il lemma del vocabolario sarà sempre più o meno imperfetto (incompleto). Di conseguenza, la tua premessa è imperfetta, a mio vedere. Oppure perfetta, ma sterile.

    Non so come spiegarmi meglio. Sfuggire ai significati e dedicarsi ai fenomeni sarebbe metodologicamente sbagliato (e qui, forse, Franz eccede un po’). Vero è che noi sperimentiamo la realtà attraverso il significato che diamo alle parole, che ognuno di noi dà alle parole. Quindi il tuo metodo è “castrante” (cft. video Youtube “Mozzi, editor castrante”), poiché sembra ridurre il fenomeno quasi esclusivamente al significanto imposto dal “vocabolario”.

    Quindi, sarebbe opportuno cominciare a definire l’oggetto del nostro discorso: “di che cosa stiamo parlando?” senza irrigidirci troppo su cosa dice o cosa non dice il vocabolario?

    C’è un problema “culturale” in Italia. Lo ammetti anche tu. Che si parta da questo dato di fatto.

    f.s.

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  30. N.B.: quanto segue non è una mail privata, ma un esempio dal vivo di… dite voi che cosa. Qualcosa che non va.

    Con un altro stile e in modo molto più conciso e rozzo, nell’intervento n. 1 avevo detto le stesse cose di Cristiano De Majo, che sottoscrivo. Mi è stato risposto da Franz: “Cara Anna, presto ti scrivo in privato”. E poi, dopo la mia manifestazione di perplessità: “Magari ti avrei chiesto di come stanno i tuoi gatti”. Questa la trovo una pratica svalutante. Caro Franz, se sei il primo a svalutare come pretendi che poi il sistema non svaluti? Pagliuzze e travi, pagliuzze e travi. Stare sui blog a predicare appartiene anch’esso alla logica borghese, come i no global fighetti. Ti ritengo un grande scrittore e aspetto il tuo nuovo libro. “Era mio padre” l’ho regalato a varie persone a Natale. Il mio libro esce a giugno e non mi interessa come stanno i tuoi gatti, o almeno non lo dichiaro come unica frase rivolta a te su un blog letto in tutta Italia da migliaia di persone. Ciao.

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  31. Cari,
    non sono fino ad ora intervenuto mai in questo dibattito perché non mi sento parte in causa. Questo per dire che ora dirò cose come mi vengono, non meditate sulla mia pelle. E però.
    Qui mi pare che il problema di chi sia l’autore sia fuorviante.
    Se uno è chiamato da qualcun altro a fare qualcosa, se gli si chiede un articolo, gli si dà uno spazio per presentare un libro, gli si propone di parlare di sé o di altri… questa è già sufficiente certificazione. Chi è l’autore professionista? Colui che viene chiamato a esercitare la sua professione da qualcun altro. O mi sbaglio?
    Ora, in questi casi ci sono buone prassi e cattive prassi.

    In molte, troppe occasioni, si lascia intendere all’autore che gli si sta facendo un favore a scrivere/presentare/cantare/ballare/parlare-alla-radio. e quindi che vuole, essere pure pagato? E’ autopromozione, è un investimento, se vuole potrà dedurre il costo dalle tasse, come spese per la produzione del reddito.
    Con ciò si deduce che il committente si mette nella condizione di poter fare anche a meno dell’autore, al quale, è chiaro, sta facendo un favore.

    Naturalmente se l’autore si chiama Umberto Eco, e non è amico intimo del committente, il rapporto di forza si capovolge, nesuun committente essendo così sciocco da pensare che fra i due quello che sta facendo un “favore” è lui, e Umberto Eco, qualunque cosa sia stato chiamato a fare (scartare una caramella in pubblico o declamare passi dalla Fenomenologia dello spirito a memoria) sarà adeguatamente remunerato.
    In questo caso il vantaggio del committente è chiaramente maggiore di quello dell’autore.
    Perché se viene remunerato Eco non viene ugualmente remunerato (un po’ meno…) Franz Mozzi? (creiamo questo mostro dialettico per non offendere nessuno).
    Perché il committente è un disonesto. Il committente esercita un potere, o sceglie di sottomettersi a un potere in base alla sua convenienza personale/professionale.
    Il cmmittente stabilisce che Eco gli torna utile, Franz Mozzi in quanto Franz Mozzi no. Se non viene Franz Mozzi chiamerà Giulio Krauspenhaar ed è lo stesso. L’autore non è “autore” ma variabile dipendente da quanto è disposto ad accettare questo rapporto di forze evidentemente squilibrato.

    Il problema è ovviamente la propria dignità professionale.
    Se Giulio viene pagato per fare un corso, ma non per fare una presentazione, si ritiene che questa seconda non faccia parte “veramente” della sua “professione”. Ma sia un’attività collaterale, funzionale a lui quanto al committente, e così, non essendoci di mezzo un commercio economico fanno pari e patta.
    Se io (che sono umile bibliotecario) vengo chiamato a fare un corso professionale vengo pagato, e non perché appartengo ad un ordine (visto che l’ordine dei bibliotecari non esiste – esisterebbe un Albo ma non serve a niente). Vengo chiamato perché sono consociuto nell’ambiente. Ma se mi chiamano a presentare un libro di un collega nessuno si sogna neppure di affrontare il discorso: se posso vado, sennò ciccia. In genere si va per fare un favore a un amico.

    Ma nel caso di uno scrittore credo sia diverso. Andare a una presentazione credo sia parte integrante del lavoro di autore. Proprio perché non l’autore non fa una professione regolamentata da un sindacato, da un badge, e non deve sottostare alle bizzarie di un ministro non molto elevato.
    Dunque in questo caso – mi pare – il mancato pagamento è semplicemente offensivo della dignità professionale dell’autore.
    Scusate la lunghezza (per chi è arrivato fin qui)
    Ezio

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  32. D’accordo, Franz, accetto le scuse.
    Io non ho testimonianze di cialtroneria da offrire, almeno per ora.
    Ho sempre accettato contratti ragionevoli – salvo il caso del fallimento della casa editrice – e sono sempre stati onorati.
    Al sindacato scrittori non credo e soprattutto non ne vedo i vantaggi, si è tanto parlato contro l’albo dei giornalisti, che facciamo, rifondiamo una corporazione? e chi pagherà i contributi?
    All’albo dei traduttori nemmeno (se si parla di traduttori cosiddetti “letterari”), troppo grande l’offerta, troppi i traduttori occasionali, e troppo differenti le valutazioni nel caso che si decidesse per l’albo: chi sta dentro? e chi fuori? e chi lo decide?

    Qualcosa si potrebbe fare per la vecchiaia, tipo una Bacchelli allargata, ma di nuovo, quali finanziamenti
    dovrebbero sostenerla e quali dovrebbero essere i requisiti per essere definiti scrittori? (E qui si riapre la serie delle domande, visto che il discorso è stato impostato come discorso civile e sociale.)

    E poi, Franz, a proposito dei traduttori tu citi una tua esperienza:
    “Andai dal “funzionario”, cioè venni convocato dopo un bel pò. Mi fece notare le discrepanze, gli errori. Con un pò di buona volontà e di pazienza avrei potuto sopperire in breve. In fondo nella mia giovinezza l’americano l’avevo parlato egregiamente. Ora, dopo tanti anni, l’avevo perso a pezzi per strada, ma non certo del tutto. Niente da fare.”

    Se sei un professionista non puoi presentare una prova piena di discrepanze e di errori, né puoi chiedere che il funzionario editoriale ti insegni il mestiere, se chiedi un lavoro e fai una prova perché te lo diano dev’essere buona.
    Se dai ai “giovani” il messaggio che è normale lavorare così, crei solo frustrazione.
    Per questo io dico ai “giovani” quello che ho detto: non pensate di poter vivere della vostra attività letteraria, pochissimi ci sono riusciti, meglio avere un paracadute. Se poi non lo volete mi sarete magari più simpatici, ma ci terrei che lo sapeste fin dall’inizio, non voglio vedere nessuno che si schianta.

    E un esempio di questo rischio frustrazione/confusione lo dà a mio parere Cristiano De Majo quando scrive:

    “aggiungo il problema dell’argentinizzazione: se michele serra prende mille euro per ogni “amaca” e una mia amica venti per un pezzo, anche più lungo, sull’inserto napoletano del corriere della sera, ci sarà pure qualcosa che non funziona. o no?”

    Sì, c’è qualcosa che non funziona, ed è nella percezione che Serra sia uguale all’amica di De Majo. Senza entrare nel discorso di valore, evidentemente l’editore pensa che la firma Michele Serra valga di più perchè porta più lettori o dà un certo target al giornale, e perciò lo vuole lì, e lo paga bene perché non vada altrove.

    Scusate, ma vedo molta ingenuità, astrazione e ignoranza dei meccanismi ai quali facevo riferimento nel mio primo commento.
    Volete ribaltarli? Dovrete ribaltare la società intera?

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  33. alcor, vedo che anche tu ti diletti a manipolare il pensiero altrui. chi ha detto che sono uguali? è il rapporto 50 a 1 che mi spaventa e che del resto è una caratteristica endemica del nostro sistema economico, dove i ricchi sono ricchissimi e i poveri poverissimi. nessuna confusione: solo buon senso. citavo questi due casi perché mi sembra che uno dei motivi dello svilimento sia proprio il fatto che alcuni, pochi, vengono pagati troppo.

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  34. Rispondo ad Anna. Era evidentemente una battuta. Forse avrei dovuto farla proprio in privato – visto che ci conosciamo e ci leggiamo e ci apprezziamo molto – ed invece è uscita qui. Me ne scuso e ti abbraccio.

    Ma non facciamone un’affare di stato. E qui mi rivolgo anche ad Alcor: l’esempio per i giovani, certo.

    Avevo dimenticato di dire che quella prova di traduzione, a mio giudizio, poteva passare. Essendo una “prova”, fatta da uno che non aveva mai fatto traduzioni, la professionalità a mio avviso non era da richiedere. E non era “piena di errori”, la prova, credimi. Comunque: la professionalità la possono chiedere a te, no?

    No guarda, avrebbero potuto insistere con me. Non c’erano grandi errori, ripeto. Tra l’altro l’avevo pure migliorato, il brogliaccio, da scrittore. Questo secondo me, ovvio. E invece zac.

    Ho lavorato in molti settori. Se sei all’inizio, ti si perdona anche qualcosa “di più”. E parlo di settori duri. Sono stato in giro a vendere con il “soft sale”, mica a recitare poesie.

    Per concludere con le translations (lost in ):perchè far fare la prova di traduzione a un “nuovo del giro”, allora? Dai, andiamo!

    Non voglio ribaltare proprio nulla. De Majo ha fatto un intervento a mio avviso “perfetto”. Ha detto quello – e non mi vergogno di certo a dirlo – che io non sono riuscito a dire. Per mia incapacità, foga, quel che vi pare.

    I problemi sono lì. Non vogliamo cambiare? Non parliamone. Vogliamo cambiare? Proviamo a parlarne.

    @Giulio.

    Ti rispondo più tardi. Perchè per farlo devo concentrarmi moltissimo. Il buddismo potrebbe aiutarmi. Per ora aspetto l’ora di cena:-)

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  35. intanto, se la conversazione procede a puntini sulle i, in questa fase, il discorso finisce in niente.

    le posizioni dei diversi autori mi sembrano chiare. Da tempo.

    quello che dice f.s. mi sembra anche più interessante: “c’è un problema culturale in Italia”.

    Interessante per due motivi. In primo luogo perché E’ DI QUESTO CHE SI STA PARLANDO. E in genere, anche negli antichi contrasti, una volta definiti i propri nomi, patronimici e attributi, ci si dedicava alla proposta.

    In secondo luogo perché introduce un complemento di luogo che è interessante: in Italia.

    In Italia. Secondo me, molto cambierebbe se non si fosse interessati – nella realtà – solo al piccolo magro quartiere italiano. Se si intendesse non solo “imparare dall’estero”, ma osservare, capire, perché no far prender aria all’estero a quest’esperienza, a questa discussione. O estero è parola che lasciate a Dostoevskij?

    Raccogliere, verbo frugale, esperienze che vengono da luoghi lontani: dal mercato americano, dal quale gli editori (e gli scrittori) sembrano mutuare solo le punte più vistose del marketing. (su questo piano l’invadenza del privato nella cultura è già a livelli americani, perché non capirlo? E gli americani stanno già tornando indietro) Dalla Francia, ben più vincolata di noi all’accademia, eppure più rispettosa dell’arte (come? in che modo?). Dai Paesi dell’altro emisfero.

    Non dico un’indagine. Ma almeno fare il punto.

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  36. @ De Majo, non manipolo, avevo capito bene, il rapporto da 50 a 1 corrisponde all’appetibilità di Serra contro la tua amica, che magari è più brava, ma come ho detto qui non è in gioco il valore in sé, ma il valore di merce del suo pezzo, che è fatto anche di divismo.

    @ Franz,
    non sono d’accordo, se offri un lavoro e vuoi essere pagato non sta a te decidere se è buono, ma a quelli che te lo devono pagare.
    Di giovani che credono di essere bravi e si stupiscono che la loro bravura non sia riconosciuta ce n’è persino troppi in giro. Non credo che sia un atteggiamento da incoraggiare.

    E se vedete una contraddizione tra la risposta a De Majo, in cui dico che il valore non c’entra, mentre a Franz dico che il lavoro deve essere fatto bene, non c’è, perchè nel caso di De Majo si confronta una normale giornalista a una star, mentre nel caso di Franz si parla solo di lavoro.

    Del resto, se io fossi un redattore che si trova sul gobbo una traduzione sulla quale deve lavorare molto e un’altra che risponde già ai suoi criteri di relativa bontà, quale sceglierei? quella che mi farà perdere un mucchio di tempo per sistemarla? No, se non sono masochista.

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  37. Mi ero dimenticata un frammento di risposta per @Franz

    Si fanno fare prove a nuovi traduttori per molte ragioni, per allargare il numero dei collaboratori, per tenere bassi i prezzi (più competitori, ecc..) per non restare scoperti e avere un gruppo di collaboratori affidabili, per fare un piacere magari o fingere di farlo a un amico, ma poi, quello che decide del lavoro è la qualità del lavoro agli occhi di chi lo commissiona.

    Comunque lo si giri il problema è sempre lo stesso, quello della domanda e dell’offerta.

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  38. @Alcor
    scusi ma
    “se offri un lavoro e vuoi essere pagato non sta a te decidere se è buono, ma a quelli che te lo devono pagare”
    se parliamo di lavoro in generale, questo discorso non ha senso: cioè, ce l’ha, ma quale?
    per alcune categorie di lavoratori esistono i contratti nazionali.
    per altre, i tabellari dell’ordine professionale.
    quest’altro tipo di accordo – sono io che decido quanto vale il tuo lavoro – si attua all’alba a margine dei campi di pomodori.

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  39. caro Franz, sempre stata via per un convegno: mi riservo- anche – di leggere il pezzo di Mozzi.
    Per potere entrare nel merito.
    Una cosa è chiara:se anni fa il dibattito era datato da questioni sotto l’egida delle ideologie,da Gramsci, a Fortini e Pasolini a Porta e molti altri,chi era più quotato fra gli artisti?
    Chi era e rivestiva, insieme,la funzione intellettuale.
    Lo scrittore che da solo pareva servire “l’arte er l’arte” poco piaceva.
    “Non amo i poeti laureati” , anche Montale ci scherzava..

    Ma oggi, ma adesso, nell’era post e post, la questione è legata al mercato, all’economia, agli editori ai pagamenti: alla realtà, tout court.
    E giustamente. Più che polarizzare da un alto la professionalità, dall’altro gli artistoni(come direbbe Totò..laureati da chi, poi?i sondaggsti, facitori di popplarità?), direi parliamo piuttosto dall’angolo di incidenza del dove viviamo.
    Del poeta, poi, è tutto da sorridere.
    I diritti d’auotore, le copie vendute, i contriburi acquisti libri, i concorsi, e via.
    Ma ci son quelli pagati a prestazione: prefatori, recendori, abituali voglio dire.
    Si, certo che si deve iniziare parlare di professione.
    Ma legata a QUALE visione della scrittura e del mondo?
    EH, lo so sono di vecchia formazione..Torneremo, spero.
    prima leggerò meglio.
    Grazie Franz del pre testo,intanto.
    Maria Pia

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  40. Alcor, sommessamente, davvero: a me sembri non solo più realista del re che sta sprofondando a Versailles – e spero che succeda, presto o tardi – ma ora come ora ti rinnovo il senso del mio cinismo che mi hai iniettato. Non sta a me decidere? E chi lo decide, tu?

    Non ci siamo. Io non decido in ultima analisi, sono il prestatore d’opera, ma decido, qui e ora, che quel lavoro poteva essere aggiustato e che la prova poteva passare. Certo, ci sono i loro parametri. Molto vagamente ho fatto riferimento ad altri lavori, altrettanto seri e utili alla comunità; e per questi lavori, infatti, esiste il “periodo di prova”.

    Ma fa niente, sei tu l’esperta. Solo che ho l’impressione che tu, senza volerlo, faccia il gioco del Potere. Sì, lo chiamo per nome, con la maiuscola.

    Ora, se il potere mi paga, io posso anche rispettarlo. Ma se non lo fa, comincio a non rispettarlo più. Tu invece mi pare che lo rispetti fin troppo. E questo a me non piace. De gustibus, certo.

    Lo scrittore è un professionista dell’immaginario. Mettiamola così. L’immaginario crea reddito ma anche altro immaginario. Non si può trattare un bravo scrittore come un dilettante.

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  41. @ Franz
    cerchiamo di capirci: non sta e te decidere e non sta a me decidere, decide chi ti dà (e nel tuo caso non ti ha dato) il lavoro.
    Ci piace? no, possiamo spingerlo da parte e dirgli, decido io? no.
    Fine.
    Tu non “decidi” che il lavoro poteva essere aggiustato, tant’è che non hai potuto aggiustarlo, tu “pensi” che potesse essere aggiustato. Ma chi decide davvero non era d’accordo con te.
    Fine.
    Cosa c’entri il cinismo non so, che la realtà c’entri molto, sì.
    Quanto al potere che io rispetterei, devo fare uno sforzo per non mandarti a quel paese, ma non voglio: ho la sensazione che tu non ti renda conto di sfiorare l’offesa.
    Cosa intendi per Potere? Il committente?
    Sì, il committente io lo rispetto, se non lo rispettassi, avendo firmato un contratto, avrei dei guai, ma mi è anche capitato di romperlo, un contratto, perchè sono una persona piuttosto combattiva e il committente (cioè, per te, il Potere) ha fatto un passo indietro.
    Contento?
    Potremmo dire che essendomi fatta una fama di professionista sono stata sopravvalutata.

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  42. Riprendo il discorso. Accantonando il discorso sulla mia prova di traduzione, fatta presso un editore per il quale avevo prestato opera precedentemente per più di un anno come lettore di manoscritti in inglese con piena soddisfazione della redazione, possiamo però rilevare che, quando mi si viene a parlare di “normale giornalista” e di “star”, anche qui, c’è qualcosa che non va. E’ nel lessico (famigliare, d’ufficio e di poltrona, divanesco o divinante) che si nasconde la macchia: eh sì, mi vieni a citare il giornalista bravo “normale” e Serra, che a mio avviso è brillante ma non più di molti altri, “star”. Solo perchè è famoso? Sì, ci potrebbe stare, ma è nelle parole la chiave.

    “Normale giornalista”= 70 euro.

    “Star”= 2.000? 3.000? (non so, veramente).

    Ma quale star? Ma quale normale? E’ normale giornalista uno così? No.

    E’ un giornalista che vive no di certo del suo lavoro di giornalista.

    E’ una star, l’altro? No. Non è Russell Crowe. Non muove le folle.

    Rispondo a Giulio: non lo so. Ma perchè chiudere subito le “trattative?”

    Sulla questione del sofisma ha già detto bene Sasso.

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  43. Dimenticavo Alcor: non prenderei sottogamba le parole piuttosto lucide di La Borghesia, anche quando parla di “sguardo rivolto all’estero”.

    No perchè, se non ve ne siete accorti, effettivamente non esiste solo il Bel Paese, nel mondo. Per fortuna soprattutto degli scrittori stranieri.

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  44. Leggo solo il commento 48 Alcor.

    No, non sono contento.

    Chiudiamola qui. So cosa è il mercato. Ma so anche chi siamo noi.

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  45. e come posso dissentire? e come non posso essere d’accordo?
    la questione della scrittura e dei libri in questo secolo sarà da affrontare ancora credo, molto

    ma ciò che conta è l’idea di fondo che tu propugni, sacrosanta.

    mi chiedo in quale cessione di prodotti o servizi non esista una remunerazione

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  46. basta fare una googlata per capire che i sindacati ci sono
    Iscrivetevi e cominciate a fare un po’ di casino:

    che con la crisi bisognerà fare casino sul serio, prima che tolgano tutti i diritti a tutti. E’ troppo facile protestare sul web, così ci si mette a posto la coscienza e non si fa più nulla nella vita reale.
    Compagni, dai campi e dalle officine della cultura…

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  47. Bene, a questo punto non credo di avere niente di utile da dire, so che vi incontrerò sulle stesse posizioni e nelle stesse condizioni tra vent’anni, se non sarò morta prima, se non altro perchè sono grosso modo le stesse posizioni e le stesse condizioni di vent’anni fa, a parte il maggior numero di attori sulla scena.

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  48. Alcor mi trova più che d’accordo. Non è possibile, qualunque libera professione si pratichi (non confondiamo il lavoro dipendente con una libera professione: sono due aspetti completamente diversi), autodeterminare a priori il proprio costo quantificando il proprio valore autonomamente e ignorando il parere della controparte, cioè di chi paga. Se mi trovo in un mercato inflazionato, nel quale tutti ambiscono a fare traduzioni e tutti ambiscono a diventare scrittori e tutti ambiscono a diventare giornalisti, è più che normale avere, con l’esclusione dei soliti noti, offerte che mirano al ribasso: chi offre lavoro è nella condizione di scegliere, perché non dovrebbe trattare sul prezzo?

    Laborghesia cita i tabellari degli ordini professionali. Credi forse che siano sempre validi? Credi forse che, se produci un lavoro non soddisfacente, la controparte ti paghi comunque la parcella a valori tabellari? Ho qualche dubbio in proposito e, dietro l’angolo, hai sempre il rischio del Cliente incazzoso che ti porta in tribunale e ti massacra per anni rovinandoti la piazza. Sì, Cliente con la C maiuscola: da non dimenticare mai. Anche per chi scrive o traduce o fa il giornalista.

    Un’altra cosa che mi lascia, da sempre, perplesso, è questa volontà di voler lavorare a tutti i costi (e camparci) nel mondo dell’editoria, quando oramai lo sanno anche i sassi che in Italia ci sono più libri che lettori.

    Se poi fai un lavoro, concordi un costo e non ti pagano esistono, come già sottolineato in un precedente commento, le leggi, le società di recupero crediti e gli avvocati. Perché nessuno li utilizza? Non mi pare di aver mai letto di uno scrittore (De André lo fece con il suo primo ‘Editore musicale’) che abbia fatto causa a un giornale o ad un editore perché non l’ha pagato. Perché?

    Ciò non toglie che sia sacrosanto rifiutare una prestazione se non ritengo adeguato il compenso che mi propongono. Senza dimenticare che il gioco regge se il mio rifiuto procura danni alla controparte. A fronte della domanda sulla piazza (numero di scrittori, aspiranti scrittori, traduttori, aspiranti traduttori, giornalisti, aspiranti giornalisti) ho l’impressione di no; la controparte fa spallucce, alza il telefono e in 5 minuti ha trovato un sostituto equivalente.

    A fronte di una simile situazione, a nessuno viene mai il dubbio di cambiare mestiere – per campare – e continuare a scrivere per passione e per arrotondare?

    Blackjack.

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  49. Di tutti voi, “amo” la morta rassegnazione all’idea che in Italia ci siano più libri che lettori.

    Punto.

    Fine di tutti i discorsi.

    La morta
    Rassegnazione.

    Prima di fare il sindacato, prima di dire a me di leggere Marx o direi piuttosto Trotzkij (io so chi sono, Alcor, e non devo dimostrarlo a Lei), prima di qualsiasi altra cosa.

    Abbattete la morta
    Rassegnazione.

    Sento addirittura dire che bisogna cambiare mestiere per campare e per arrotondare.

    Ma davvero, davvero siete ormai convinti CHE NON POTETE PIU’ CAMBIARE IL MONDO? Ma non vi accorgete che è proprio con questa Rassegnazione che lo cambiate?

    Concretamente?

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  50. chi deteneva e diffondeva la cultura in antico erano principalmente schiavi, uomini religiosi, cortigiani: tutta gente praticamente “a gratis”. da noi molto tardi gli scrittori hanno cominciato a “vendere”: pressapoco alla fine dell’800 e quasi mai realizzando proventi dignitosi, di solito inversamente proporzionali al valore dell’opera. in altri paesi da più tempo gli scrittori vivono del loro lavoro. il nodo è tra il ruolo che ha la cultura nel nostro paese (piuttosto infimo, ergo pochi lettori) e un costume invalso che fa orecchie da mercante rispetto al doveroso riconoscimento delle fatiche non muscolari, non produttive di oggetti concreti (anche se il libro lo è: se uno te lo tira ‘ncoppa ‘a capa, chille, ‘o livro, fa male assaie).
    quindi si può dire che *è* una questione di domanda e offerta, ma non si può dirlo al contempo, perché libro e scrittore sono qualcosa di diverso da vetraio e bicchiere, michetta e panettiere. su questa diversità gli editori ci marciano. per restare nella metafora fornaiola, se io inventassi un tipo di pane sfizioso e lo proponessi ad un panettiere egli me lo pagherebbe profumatamente solo dopo aver verificato il suo successo di vendita. se anche producessi il miglior pane del mondo ma la gente non lo apprezzasse il mio pane lo consumeremmo in tre, io mammet’e ttu. moccia vende un sacco, ma che pane è? di plastica. eppure la gente se l’accatta, eccome! perché scandalizzarsi-incazzarsi che le cose vadano come vanno? riassumendo:
    cultura servile, di sacrestia, di corte da un lato, a far costume secolare che tutto si intenda fatto per la gloria, regole di mercato dall’altro secondo cui domanda e offerta, se non son sì rotte le leggi, dettano, appunto, legge. in mezzo un intellettuale puro (non anche prof., magistrato, medico, commerciante, scultore…) che, col cavolo che è schiavo, abatino, cortigiano, ma vende, diciamo… diecimila copie? e che ci fa l’editore con diecimila copie?
    vi pare davvero che si possa uscire da l’empasse? per me sì: a patto che si restituisca (o si attribuisca per la prima volta?) un ruolo essenziale alla lettura, alla cultura, alla scoperta. ergo meno cellulari e più libri. e qui…or incomincian le dolenti note a farmisi sentire…

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  51. Giocatore d’azzardo

    La tua analisi è errata perfino secondo la sociologia. E’ al tramonto l’era dell’uomo flessibile ed è all’orizzonte l’era dell’uomo faber, che pretende il giusto riconoscimento per un lavoro specialistico di cui è valente e riconosciuto Maestro, in senso proprio di maestro di bottega. Perché vedi, qui non stiamo parlando di esordienti, aspiranti o che, stiamo parlando di altro.

    Mi dispiace, ma sono stanca di sentire luoghi comuni, penso che dirò anch’io “amen” come FK.

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  52. @la borghesia: credo che il limite della tenuta dell’incazzatura risieda proprio nella definizione dello scrittore come maestro di bottega e nello stringersi nella cerchia di non “esordienti, aspiranti o che…[ma] altro”. mi pare che si ricada in un altro luogo comune, se non altro comune tra gli scrittori. quel “noi scrittori” tanto deprecabile che si inalbera proprio a vessillo di un fallimento. a parte che molti esordienti superano di botto il maestro da che mondo è mondo, in ogni caso mi pare si parli di ricorrere ad un banalissimo meccanismo di valutazione di chi è maestro e chi no. è lecito chiedere: quali strumenti, quali soggetti la darebbero tale investitura? che c’è di nuovo e non comune nel sostenere questa idea? secondo me bisogna che chi mo’ s’è ncazzato faccia altro. agisca. si muova. disturbi. basta muri del pianto. “noi lettori” compriamo quello che ci piace, come le scarpe, la maglietta, il profumo, il quotidiano. sbagliamo a vestirci, probabilmente, e usiamo profumi orrendi, probabilmente, e leggiamo giornali inadatti. ma li compriamo. qualche volta siamo consapevoli di aver buttato diciotto euro in un libro terrificante, altre volte no, semplicemente perché ci è piaciuto. e gli editori lo sanno. e gli animatori culturali nei comuni, nelle provincie, negli enti autonomi lo sanno e invitano “l’insigne” scrittore, “il finissimo” poeta. il poeta un po’ meno è soggetto a mode: la poesia chi se la legge, in questo paese? per il resto il mercato è tutto e tutto il resto è chiacchiera. non è il mio punto di vista, vorrei che le cose fossero ben diverse, ma provo a vedere le cose come le vedono i più. se non ci si rassegna a questa idea si faccia in modo di cambiare le cose. diversamente si tratta della solita turris eburnea. il decadentismo non è mai finito?

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  53. lucy
    famo a capisse.

    quando io rispondo sui luoghi comuni, lo faccio parlando con giocatore d’azzardo, che sostiene solo la parte del “non si può muovere foglia”.

    Se però sento dire un’altra volta che “non si legge poesia”, o che “non si legge narrativa”, e basta, comincio a seccarmi.

    Non mi secco perché intendo sostenere che dici sciocchezze. Al contrario. Ma perché, sapendo che “non si legge poesia”, non fai niente (non tu in particolare!!! non ti conosco nemmeno!). Ok, non si legge poesia, ma proprio nel momento in cui non si legge poesia, io non posso, semplicemente, accogliere la “notizia”.

    E’ un concetto vecchio di “pubblico di qualcosa”, un concetto vecchio anche di lettore.

    Non è così che vivo. Non vivo aspettando la posta. Aspettando le nuvole. Piove, non piove. Vivo facendo, combattendo, sbagliando, protestando, e soprattutto cercando di capire. Da scrittore? Bene. Da lettore? Bene.

    b. Il problema è l’analfabetismo di ritorno? Sai che razza di problema di analfabetismo di ritorno hanno negli Usa? Nel tanto sbandierato mercato Usa? Se devo dare retta a Giocatore d’azzardo, che mi pare non azzardi un bel nulla, devo limitarmi a dire: “beh, che figata, qui negli Usa abbiamo un mercato così grande che possiamo infischiarcene degli analfabeti di ritorno!!!”

    Qui le cose da fare sono tante. Io penso all’età scolare perché mi capita di vedere molte iniziative dedicate alle scuole, e di avere dubbi sulla loro efficacia, ovviamente. Anche sulla loro attualità. Ma posso pensare anche al social network, e al suo peso nella diffusione di (cultura? modi? mode? vedremo). E poi? Un diverso concetto di editoria? La nascita di gruppi di lettura? Ma che ne so! Ci sono tante cose da fare.

    Altro che decadentismo.

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  54. cara @borghesia,
    non se la prenda, la prego, non le ho mai chiesto di dimostrarmi chi è, un’idea me la sono fatta scorrendo i suoi commenti.
    L’invito a leggere Per la critica… era un bonario invito a tornare (o dovrei dire andare, vista la sua giovane età) ai fondamentalia dopo il suo accenno al caporalato e alla raccolta dei pomodori.
    Ma così come l’ho fatto posso anche ritirarlo, non faccio questioni di principio sulle letture degli altri, liberi tutti.

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  55. @Laborghesia; la mia analisi sarà anche sociologicamente sbagliata, ma se in circolazione trovi più scrittori e giornalisti e traduttori, che panettieri: mi dici dov’è l’errore?
    Basta entrare in qualunque libreria per porsi una domanda semplicissima: ma dov’è la gente che dovrebbe comperare e leggere tutti questi libri?
    Fare lo scrittore NON E’ un lavoro da dipendente (il metalmeccanico, il chimico, il tessile, etc…), ma una libera scelta e una libera professione; con tutti i vantaggi e gli svantaggi della libera professione. In tutta la mia vita ho fatto il dipendente per 4 anni, da molto giovane, e poi ho deciso, contro il parere di tutti, di non voler più fare il dipendente: mi sono preso in groppa vantaggi e svantaggi e mi sono inventato il mio tariffario dimostrando sul campo che valevo quel tariffario.

    Che poi sia più che corretto essere pagati per le proprie prestazioni, mi trova non d’accordo, ma d’accordissimo (se qualcuno si azzarda a non pagarmi, dopo un paio di tentativi gentili che non si negano a nessuno, passo la pratica al legale e finita lì), ma se nessuno vuole pagare, o pagare un prezzo che non sia infimo, perché c’è la fila di chi è disposto, per giocarsi la carta della fama, ad accettare di lavorare gratis e sottocosto: che alternativa rimane? Sparare a chi accetta di lavorare gratis sperando, in questo modo, di beccare il treno giusto per la gloria?

    Non vale nemmeno il discorso dello stato che aiuta i giovani scrittori, perché quello è, nei paesi che lo applicano e come scrivevo da un’altra parte, un aiuto a tempo: 1 o 2 o 3 anni e se non sei emerso ti dicono che non sei emerso; maestro o non maestro (senza maiuscole che è meglio). Come diceva Lucy giustamente: chi decide se sei un maestro? A chi spetterà questo titolo e i relativi onori?

    Blackjack.

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  56. cara Alcor
    vorrà credere che non me la prendo affatto con le persone che “si fanno un’idea” con la profondità e la rapidità con cui lei pare in grado di farsela.
    Anche sull’età della gente, mia dolce.

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  57. giocatore

    a volte ci si sente piccoli davanti al mare, a volte davanti alle pareti piene di libri di un multicenter. Parlavo proprio stasera con un libraio e uno scrittore di best seller, e avevo accanto a me uno di quei grandi lettori, pieni di rughe, e lo guardavo scuotere la testa mentre sentiva sottovalutata così la sua intelligenza e la sua capacità di scegliere, di insegnare.
    Lo so, è un grande mare. Ma Alcor dice che sono giovane, quindi ho il tempo di solcarlo.
    Che altro abbiamo, tutti, da fare?

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  58. @Laborghesia, faccio parte di quella schiera di ‘pirla’ che, appunto perché liberi professionisti, hanno il tempo (e i soldi!) per dedicarsi anche alla lettura e, con un figlio che macina libri a tutto spiano, è quasi una sfida in famiglia (è riuscito a finire persino Il Signore degli Anelli e continua a sfottermi, giustamente, perché io mi sono arreso a pagina 200, più o meno). Non ti nego che sono comunque in difficoltà e, quando entro in una libreria, non so più cosa acquistare. Il percorso? Tranne un paio di autori salto a piè pari gli ‘esposti’, gironzolo un po’ in altre direzioni, sfoglio qualcosa (se non hanno incellofanato il libro, cosa che odio) e poi vado a fare acquisti sulle bancarelle dell’usato. L’ultimo, era una vita che mi ero promesso di leggerlo e non l’avevo mai fatto, è stato Dracula di Bram Stoker.
    Alla fine sempre più frequentemente è lì che vado a spendere il mio denaro, oppure nelle ‘svendite’ sottocosto dei supermercati dove trovi fior di autori a 5 Euro! Magari con libri vecchi di 15, 20, 50, 100 anni: ma la scrittura non ha età. Giusto?
    Cosa dovrei fare? Comperarmi le melisse, o gli esordienti che mi massacrano gli zebedei con le loro tirate pseuso esistenziali, oppure gli ex sessantottini nostalgici, oppure le Kinsella?

    Se poi gli ‘scrittori’ non sono capaci, da liberi professionisti e a fronte di un editore che non li paga, di organizzarsi in un sindacato SERIO o di affidare la pratica a un legale e si limitano a discutere in internet; io che ci posso fare?

    Blackjack.

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  59. Dearest, la borghesia in questo paese è giovane per definizione, doveva scegliersi un altro nick se voleva passare per millenaria.
    Quanto al farmi un’idea, è una pratica alla quale sono affezionata, lei no?
    Ma adesso, cari tutti, vado a dormire a auguro a questa instabile comunità una felice notte e molte battaglie future, vinte, ovviamente.

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  60. @Alcor
    una notte, sebbene notte, felice anche a lei. Si ostini a pensare sempre in termini di questo Paese, questo Paese, questo Paese, mi raccomando. E’ la sindrome di Prospero, prima che la giovinezza lo soccorra nel suo potente errore.

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  61. @giocatore

    ci sono tanti piccoli problemi collegati l’uno all’altro. C’è chi ne sceglie uno, chi un altro.

    Una gigantesca libreria di questioni, di cui magari seguitiamo a parlare domani, che ne dice?

    ‘notte.

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  62. @Laborghesia, mi pare un’idea buona e mi scuso; solitamente a quest’ora non c’è mai dibattito 🙂
    Notte.

    Blackjack.

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  63. Dunque, vediamo se ho capito bene da dove ha preso spunto la questione posta da Franz Krauspenhaar.
    C’è stato un ente culturale che ha invitato Franz a presentare, nella propria prestigiosa sede, il suo ultimo libro e più in generale la sua attività di scrittore. Per aderire alla richiesta, Franz avrebbe dovuto fare un certo viaggio, sostenere una certa spesa, non lavorare per diverse ore all’opera cui si sta dedicando. Solo di viaggio, Franz avrebbe dovuto pagare 120 euro. L’ente culturale in questione si è detto disposto a dargli del denaro: ma soltanto 70 euro.

    Non ha chiesto Franz di andare a fare la presentazione. Gli è stato chiesto.
    Gli organizzatori, invitandolo, pensavano di poter attirare un certo pubblico, di poter avere visibilità sui mass media locali, di poter acquisire credibilità presso un certo tipo di sponsor pubblici e privati. Volevano avere tutto questo, ma non erano disposti a remunerare Franz per il suo sbattimento.

    Rimaniamo nel punto di vista di quegli organizzatori. Se avessero voluto più pubblico, più visibilità sui media, più sponsor – avrebbero dovuto chiamare un nome noto, di quelli ambiti anche dalle tv. Tipo il solito nome che si fa in questi casi: Umberto Eco. Ma Eco pensavano che avrebbero dovuto pagarlo tanto.
    Magari quei soldi li avrebbero anche avuti, ma per loro ragioni non volevano spenderli. O forse non li avevano proprio, e quindi hanno voluto sopperire in qualche modo.
    E allora, genialata: gli è venuto in mente di chiamare uno meno famoso. Ma non uno qualsiasi, noto soltanto nei dintorni del suo condominio, perché il rischio è che uno così richiami poco o niente pubblico, e riscuota poco o niente interesse d’altro tipo. Quindi, non va bene.
    Alla fine la scelta è ricaduta su Krauspenhaar. Autore di più romanzi, pubblicato da editori distribuiti su tutto il territorio nazionale, personaggio con una sua notorietà nel giro dei blog letterari e non.

    A questo punto la logica direbbe: per avere un personaggio di quel calibro, stabiliamo un budget per averlo. Ma in quel caso non è andata così. La proposta economica è stata stentata, e nemmeno tale da coprire le spese.

    Ora.
    Ciò che ho appena scritto è, mi pare, praticamente identico a diversi post di Franz e, in questa discussione, al commento numero 35 pubblicato da Ezio il 14 gennaio 2009 alle 18:34. La differenza è che io ho usato parole diverse.
    Perché l’ho fatto?
    Perché questa discussione è arrivata al commento numero 71 e a quanto pare il problema non è ancora del tutto chiaro.

    C’è chi ha parlato di rivendicazioni sindacali, chi ha parlato della lunga e inesorabile mano del mercato, chi ha domandato chi cazzo ha detto che Franz è uno scrittore. Eccetera.
    Qualcuno ha anche parlato, santiddio, di rispetto. E ha centrato il punto.

    Il principio è che, se mi invitano, mi pagano. Altrimenti stanno prendendo in giro me, se stessi e il pubblico al quale si rivolgono.
    Spero di non essere stato oscuro.

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  64. Rispondo in particolare a Francesco Sasso, commento n. 33 e a Cristiano De Majo, commento n. 32.

    Secondo Cristiano io sembrerei “interessato alla forma più che alla sostanza”. Trovo bizzarra questa considerazione. A me pare che tutto il discorso fatto da Franz Krauspenhaar (e, tra parentesi, anche il modo in cui Cristiano lo dettaglia) vada nella direzione della costituzione di un’organizzazione (un ordine, una corporazione, un sindacato…) che pattuisca le forme delle relazioni tra lo scrittore professionista e i suoi clienti e vegli sulla loro sostanziale applicazione.

    Poi Franz mi dice: “Quello che Mozzi non ha capito, o forse non ha voluto capire, è che nessuno, credo, vuole un albo degli scrittori professionisti”. Io questo l’ho capito (cioè: ho capito che Franz pensa questo; e so che la sua è una credibile ipotesi): ma non ho capito come si possa perseguire certi obiettivi se non dotandosi degli strumenti adatti.

    Oggi lo scrittore è debole difronte ai suoi clienti. E’ debole perché è solo. All’essere soli ci sono, mi pare, due alternative: o ci si organizza (ma questo “nessuno lo vuole”; e vabbè) o ci si mette nelle mani degli agenti. Molti scrittori si sono messi nelle mani degli agenti. Santachiara è l’agente che incarna nel miglior modo, oggi in Italia, il ruolo dell’agente che tutela e promuove i “suoi” scrittori (chiedendo loro in cambio l’accettazione delle sue strategie). Ma non mi pare che il ragionamento di Franz possa concludersi con una consegna degli scrittori – ricchi e pasciuti, nonché legati mani e piedi – agli agenti.

    La costituzione di una qualsivoglia organizzazione che si dia come rappresentativa di interessi collettivi (cioè: non individuali, ma di un gruppo) richiede, ahimè, una definizione delle caratteristiche necessarie per farne parte. O no?

    Umberto Eco (come nota Ezio, commento n. 35) si fa pagare anche per respirare: perché lui ha – oggi – il potere contrattuale che ha. Nella situazione attuale è così: ciascuno per conto proprio, ciascuno secondo il proprio potere contrattuale.

    Non mi pare di essere intevenuto su aspetti formali. Non mi pare di aver fatto sofismi. Franz Krauspenhaar ha posto un problema vero ma non ha indicato – mi pare – nessun mezzo, nessun percorso ecc. per raggiungere gli obiettivi di riconoscimento della professionalità ecc. che gli stanno tanto a cuore.

    Se domandarsi come raggiungere gli obiettivi che ci stanno a cuore – e discutere attorno alla qualità delle soluzioni proposte per raggiungerli – è vuoto formalismo, non so che dire.

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  65. @laborghesia: scusi, ha letto quello che ho scritto o fa parte anche lei di quelli che, abituati a leggere velocemente, capiscono una cosa su tre e di solito quella che più si attaglia al loro modo di pensare?
    la questione è spinosa: non si esce dal mercato. perché per uscirne bisogna cambiare le regole del mercato in senso stretto, tutte le regole, non solo il rapporto domanda-offerta. per quanto riguarda tale rapporto nell’ambito letterario esso è un ibrido da un certo livello di scrittore in giù. i “grandi” si strapagano per qualunque apparizione, i meno grandi non un po’ meno: se si può non si pagano affatto. questo non è compatibile con nessun altro prodotto. i “grandi” a volte sono meritatamente tali, più spesso li ha resi tali un criterio di valore commerciale che è uno sconcio si elegga a parametro in questo contesto. anche secondo me non è solo la vendita del prodotto libro ad dover essere rivoluzionata. però mi pare che tutti gli scrittori sarebbero più contenti e forse non se la prenderebbero più di tanto se un’apparizione non gli venisse pagata, se vendessero di più. la metterebbero in conto promozione. novità: perché non venite gratis nelle scuole dove vi possono essere assicurate platee di cinquecento, minimo, studenti? fareste un servizio a voi stessi e ai ragazzi che nella media leggono solo sotto tortura. l’invito alla lettura, la curiosità, se suggeriti da canali un po’ meno scolastici hanno più appeal che gli obblighi istituzionalizzati. io dal canto mio *obbligo* alla lettura, non ho molte chances, ne parliamo insieme, ci lavoriamo. spesso questo “obbligo” si trasforma in un colpo di fulmine, e poi in un innamoramento per la vita. io faccio quello che posso.
    e non continuo a dire che i ragazzi non leggono, ma perché i ragazzi non leggono li faccio leggere. le pare poco?
    domanda: quelli dalla parte di qua della barricata che pagano per un corso di scrittura, per un ciclo di conferenze, per comprarsi i libri, per andare ad un festival di letteratura e che voi spesso considerate meno di niente: non è il caso di rivolgersi principalmente a loro e cercare la loro alleanza, la loro fiducia? io ho bisogno degli scrittori, dei poeti, degli studiosi. per me sono cibo cibo cibo. da sempre.

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  66. Due cose mi danno fastidio in questa discussione:

    1. L’uso improprio, o parziale, delle parole “mercato” o “ la legge dell’offerta e della domanda” quasi che evocando questi termini ci si voglia mostrare molto realisti ed aggiornati, privi di illusioni e fanfaluche per la testa, insomma, l’assioma reaganiano secondo cui il mercato è buono perché si autoregola, trionfa.
    Invece questa è gran palla, come dimostrano le drammatiche vicende economiche internazionali di questo ultimo anno (ove a patirne sono stati soprattutto i deboli). Il mercato può essere manipolato, aggiottato, sedotto, corrotto. Tanto più in questo bel paese, ove il falso in bilancio è stato pure depenalizzato, per cui, tanto per tornare al dibattito presente, se un editore (disonesto) mi dice che ha venduto del mio libro 1650 copie, e lo dichiara al fisco, invece ne ha vendute 15000, io non ho possibilità di verificare; nel caso fortunato che riesca a dimostarlo il falsatore pagherà una multa, e io mi troverò in linea di massima “fuorimercato” perché scassacazzo.
    2. Per ora non si è fatto un solo esempio di come vadano le cose in altri paesi europei, di come siano trattati gli scrittori, gli addetti alla cultura, dico pagati,remunerati, in luoghi ove si abbia applicazioni di reali di principi democratici, di rispetto della persona e dei suoi diritti. Solo Marino Magliani fece cenno giorni fa a certe remunerazioni mensili o stipendi che l’Olanda versa agli scrittori “professionisti”. E’ un miraggio e non so proprio se in Italia sarebbe un bene.
    Pare che qui tutto vada ben, madama la marchesa…cosa volete…il mercato è così!! Invece no, proprio no, l’Italia è uno dei paesi più corrotti del mondo, al 47° posto per affidabilità e onestà della dirigenza. Quindi parte di quest’editoria italiana, dico una parte, non è che uno specchio delle tristi condizioni reali d’Italia. Cercano di fotterti….

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  67. Al volo. La persona che si firma “laborghesia” dice (qui), rivolgendosi ad Alcor: “Io so chi sono, e non devo dimostrarlo a Lei”. D’accordissimo.

    La stessa persona (presumo, visto che la firma è la stessa) poco dopo (qui) racconta: “Parlavo proprio stasera con un libraio e uno scrittore di best seller, e avevo accanto a me uno di quei grandi lettori, pieni di rughe, e lo guardavo scuotere la testa”, eccetera.

    Eh no. Se si nasconde la propria identità si può argomentare. Ma non si può testimoniare. Un buon argomento è un buon argomento, a prescindere da chi l’ha offerto, se noto o ignoto eccetera. Ma una testimonianza senza testimone non ha senso.

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  68. Mozzi ha ragione. L’altra sera parlavo con il Papa, e anche lui diceva che questi commentatori che si firmano con nomi del piffero (senza allusione sessuale) non possono rendere testimonianza, e anche questi scrittori che vogliono essere pagati per ogni pipì che fanno rompono i maroni (senza allusione politica), e che la Bibbia è stata tutta scritta gratis.

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  69. Franz Krauspenhaar scrive:

    “Tutto parte dalla sua brillante sicurezza che, per essere dei professionisti della scrittura, si debba essere riconosciuti in un albo. Vale a dire essere come gli avvocati, i medici, ecc.

    Ma questo io non l’ho mai detto. E’ una sua splendida idea.”

    Eh no, l’idea è mia. L’ho messa nea su bianco la prima volta circa due anni fa in un pezzo che si intitola “Critico”.

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  70. Caro Mozzi

    il mio non è anonimato, uso uno pseudonimo, da diversi anni. Non mi appartiene il commentuccio 78, tuttavia.

    la saluto.

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  71. provocazione in forma di provocazione:

    insalata per tutti, ché la terra è bassa e qualcuno la deve raccogliere (l’insalata non la terra) visto che tutti la mangiamo quasi ogni giorno (sempre l’insalata e non la terra, ovvio).

    saluti!

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  72. Riassumo:

    Sezione A – dalla parte dello scrittore.
    1) dire di no alle prestazioni non pagate a meno che non si voglia mettersi a fianco di Lucy o di battaglie meritorie e civili.
    Non mi pare rivoluzionario, già si fa, se non si freme dalla voglia di mettersi in mostra.
    2) stipulare buoni contratti con editori seri e se non si può e non si è certi del numero di copie esigere dall’editore il carteggio con la tipografia, (questo consiglio, che do a MarioB, viene da un agente – non li demonizzate, ce ne sono di onesti che sanno fare quello che non sa fare l’autore – e funziona, o almeno finora ha funzionato meglio del sindacato scrittori).
    3)Andare all’estero e vedere di persona come funziona lì.

    Sezione B – dalla parte del mondo di cui tutti siamo parte,
    1) sostenere Lucy e tutti quelli come Lucy andando spesso gratis nelle sue classi, sostenere i presidi del libro.
    2) avere le idee chiare e sapere di cosa si parla senza creare leggende metropolitane.

    Sezione C – dell’illusione (sarebbe la pià lunga, ma mi limito)
    1) smetterla di dire all’estero all’estero, lì si sostengono i giovani per la durata di un battito di ciglia, inoltre c’è UN poeta residente, UN pittore invitato, UN borsista per anno, a insindacabile giudizio della commissione che chiede titoli e lettere di presentazione. Sono certa che se non foste voi i prescelti parlereste di lobby pastette e camarille.
    2) Non credere a MarioB quando dice che il problema della domanda e dell’offerta è una palla. Evidentemente MarioB è fuori mercato. Ci sono editori dilettanti esattamente come ci sono scrittori dilettanti. La domanda e l’offerta prendono anche aspetti tortuosi, come fare un libro prestigioso che venderà mille copie per mantenere alto il target della casa editrice.
    3)Cercare di parlare con un editore grande e medio-grande (i piccolissimi parlano molto di cultura, ma spesso sono anche quelli ai quali bisogna chiedere il carteggio con il tipografo) vi dirà che la sua è un’azienda, interrogatelo sui suoi rapporti con quell’altra azienda che è il distributore, chiedetegli, se vorrà dirvelo, qual’è il suo rapporto con le banche.
    Scoprite, parlando con l’editore, che le presentazioni non servono a vendere il libro presentato e che solo il piccolo le richiede e chiedetevi a vostra volta come mai.
    4) cambiate il mondo, se tutto questo non vi piace. Io ci ho provato, in passato, e non mi è andata bene.
    5) create, se ci riuscite, una filiera autonoma, dal produttore al consumatore, resterà sempre marginale rispetto al grande editore che dispone di capitali, ma avrete provato.
    Io, se non fossi così vecchia e stanca, punterei alla filiera autonoma, una società degli autori con distribuzione e librerie proprie. Ci sarebbe il problema del finanziamento e avrei bisogno di amici amanti del libro che fossero anche ferrati imprenditorialmente per non fallire il giorno dopo, ma mi piacerebbe. Finora i primi abbozzi sono nati in rete e mi sembrano confinati in realtà provinciali, ma non è detto che non possano funzionare.

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  73. Nel pezzo Da ciò che batte sotto la pelle dei dizionari di Franz K. in risposta a un pezzo di Giulio Mozzi su La poesia e la spirito trovo scritto questo:

    “Tutto parte dalla sua brillante sicurezza che, per essere dei professionisti della scrittura, si debba essere riconosciuti in un albo. Vale a dire essere come gli avvocati, i medici, ecc.

    Ma questo io non l’ho mai detto. E’ una sua splendida idea.”

    Eh no, l’idea è mia. L’ho messa nera su bianco la prima volta circa due anni fa in un pezzo che si intitola “Critico”.

    Bizzarro che ci si lamenti di non essere pagati e intanto… si rubi!

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  74. Come ho detto io: bizzarro che ci si lamenti di essere svalutati e poi si svaluti. Vediamo se FK risponde anche a Candida con una battuta! (Caro Franz, so che non conta nulla e ho anchesì altri interessi, ma non mi piace essere presa in giro o trattata con dei “pat pat” da donnetta. Per cui questa volta te lo chiedo cortesemente io di non rispondermi. La mail privata non l’ho vista. Tutta questa discussione è un bluff).

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  75. Alcor, nella sezione C al paragrafo 1, dai un’informazione un po’approssimativa.
    Sembra che io ci tenga per non so quale motivo a ripeterlo, ma ecco, visto che ci si chiede cosa succede all’estero e si danno dei dati.
    In Olanda esiste una legge che si chiama Wet werk en inkomen kunstenaars (WWIK ) che signiica legge lavoro e reddito artisti, la quale per la durata di 4 anni sostiene in varie forme gli artisti.

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  76. @marino magliani

    è approssimativa perché non sono andata paese per paese.
    Tu parli solo dell’Olanda, dove il battito di ciglio dura 4 anni (ma non dici se vale per tutti gli artisti o solo per qualcuno) ma poi il ciglio si ferma e l’artista si arrangia.

    Quello che vorrei far passare è solo che paesi più più civili, ma soprattutto meglio amministrati e più ricchi, offrono di più, MA NON A VITA E NON A TUTTI.
    Dire che non è a vita è importante, per non creare l’illusione tra i giovani che si possa vivacchiare in eterno con un sussidio pubblico scrivendo qualche moscio raccontino o bucherellando qualche lamiera.
    Prendi l’Islanda, paese piccolo e fino a ieri ricco dove l’abbandono scolastico era impossibile perchè al primo cenno torme di educatori e insegnanti di sostegno si facevano carico del ragazzo in difficoltà, che succede adesso che il paese è fallito?
    Qui da noi non c’è una lira neppure per la gestione ordinaria, ha senso parlare di questo?

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  77. sul punto 5 di Alcor, sezione C: filiere parzialmente autonome “nate dalla Rete” mi pare stiano già funzionando in realtà che non sono provinciali. Per niente.
    Mi sembra, in generale, il suo, un atteggiamento un po’ chiuso nei confronti del mezzo: ma l’han detto anche della televisione, che sarebbe stato un fenomeno passeggero.

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  78. Non nascondo alcuna identità, come le ho già detto: lavoro sull’identità. Inoltre, se avessi avuto intenzione di testimoniare, avrei fatto nome e cognome del libraio, dell’autore e del grande lettore.
    Infine, avevo capito che il commentuccio l’aveva scritto lei. Mi permetta, riconosco uno stile, senza bisogno di nomi.

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  79. @ la Borghesia

    “sul punto 5 di Alcor, sezione C: filiere parzialmente autonome “nate dalla Rete” mi pare stiano già funzionando in realtà che non sono provinciali. Per niente.”

    Vista l’oscurità della sua frase e del suo pensiero, temo che coerentemente con la sua classe di appartenenza lei abbia frequentato solo scuole private.
    Faccia uno sforzo argomentativo, se vuole che le si risponda.

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  80. Ìnfatti Alcor, capisco bene che non potevi fare un dossier internazionale dei sussidi all’arte. D’accordo
    anche sul pericolo di creare un’illusione certo. Specificavo appunto che sono 4 anni.
    Sul fatto che sia un battito di ciglio invece non sono
    d’accordo, quattro anni secondo me é un buon pezzo di vita durante il quale si puó capire cosa fare e se ne vale la pena.
    E’insomma il ragionamento di chi ha fatto quella legge.

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  81. visto che qui tutti precisano:

    la questione – mi pare – nasce dall’invito di *Fahrenheit*, programma radiofonico di Radio3, per la premiazione del “libro dell’anno” alla fiera della piccola e media editoria di Roma, piùlib(e)ri.
    FK ed Era mio padre erano in lizza in quanto vincitori di un “libro del mese”.

    quindi si tratta della Rai.

    poi, vorrei dire a Franz:
    quando dici “il Potere se mi vuole mi deve pagare” sovverti (tutto?) il ragionamento. libero di farlo, ovviamente.
    ma, a questo punto, qui, non è chiaro se il *sistema di potere* ti sta bene o meno.
    solo per capire meglio, eh!

    cioè: di che stiamo/state parlando?
    di rimborsi spesa, o di un sistema editoriale (e non solo) che non va?

    e, a Franz: ma a te sta bene il Potere?
    io t’avevo accennato a un paio d’idee, concrete, e ideali allo stesso tempo (che, se mi sente Alcor, ride per mesi; e che quindi non ripetero qui…), magari te ne riparlo per mail.

    enrico

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  82. giulio, mi pare che almeno siamo riusciti a superare le questioni terminologiche e di definizione. ti spiego e preciso perché il mio discorso non va affatto nella direzione di una costituzione di un albo di categoria.
    è dimostrato nella prassi che l’albo di categoria non serve a niente. l’esempio che ho citato riguarda due “giornalisti” entrambi appartenenti a un albo di categoria – l’ordine dei giornalisti – che nonostante la sua presenza contrattuale rende possibili sproporzioni spaventose, nel caso in esame: quella appunto di 50 a 1. credo piuttosto che il problema sia una questione di mentalità in senso più ampio. e cioè di quanto valore – materiale, ma non solo – un paese in un determinato momento storico attribuisce alla produzione culturale, quanto il paese pensa che questa produzione culturale possa servire. la contraddizione che cercavo di mettere in evidenza è che il sistema in vigore si ritiene in grado di valutare chi è autore e chi no, con conseguente cooptazione, ma rifiuta di riconoscere al lavoro di chi ha riconosciuto come autore un valore economicamente dignitoso. compie, in altri termini, solo una parte dell’operazione di mediazione. allora due sono le cose: o questo sistema non è in grado di filtrare in modo giusto (da cui l’eccesso di offerta), oppure c’è un sentimento diffuso di superfluità della cultura, da cui deriva la totale assenza di considerazione e valorizzazione delle individualità, che annulla il potere contrattuale degli autori. per parlare di fenomeni, ho letto un tuo recente racconto in cui quest’angoscia era espressa in modo molto preciso. dal tono sembrava la cronaca in prima persona della sparizione di un dissidente sotto il regime di pinochet e invece si parlava solo di precariato nell’editoria.

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  83. @la borghesia
    guardi, se non devo risponderle sono più contenta, finora lo ho fatto perchè tutto sommato sono una persona gentile. Tra l’altro lei cita male, il che vuol dire che legge anche male.

    @marino magliani

    hai ragione, 4 anni sono un buon pezzo di vita, ma non hai risposto alla mia domanda, il sussidio viene dato a chiunque affermi “sono un artista”? O c’è una selezione? E se c’è, chi la fa e quali sono i criteri?
    E adesso me ne viene subito in mente un’altra, cosa è successo, poi, agli artisti che questo sussidio lo hanno avuto?
    Sono scomparsi? Sono entrati nel mercato dell’arte e della cultura? Voglio dire, questi quattro anni, al di là della loro appetibilità, sono stati effettivamente utili, o solo piacevoli?

    @ENPI

    magari potessi ridere per mesi, fa bene alla salute, ma non è detto che riderei delle tue proposte, non sono tanto priva di ideali come forse appaio qui, mi piacciono però le cose che hanno qualche possibilità di realizzarsi.
    Forse ho letto troppo Sun Tzu.

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  84. La proposta di Lucy, di andare a raccontare la scrittura nelle scuole, di generare innamoramento per la lettura nei giovani e con canali diversi, mi pare MOLTO interessante. Strano che nessuno abbia pensato, fino ad ora, a percorrerla seriamente.
    Per il resto mi paiono più che sensate sia le osservazioni di Mozzi (o gli scrittori si organizzano o non si va da nessuna parte da soli; salvi i ‘grandi’), sia le considerazioni di Alcor.

    Sui finanziamenti (Olanda) ai giovani scrittori (che vuol dire giovani?), mi pare che i passaggi cruciali siano chiari: c’è una commissione che sceglie a chi dare supporto economico, il periodo è limitato (4 anni) e al termine, se non sei in grdo di reggerti da solo, saluti e baci. In pratica c’è chi decide se sei uno scrittore oppure no; questa mi pare la sostanza.

    Blackjack.

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  85. Dunque, la legge non é solo per giovani scrittori o per gli scrittori giovani, ma per chiunque artista il cui reddito non sia sufficiente a sostenersi, il minimo di fatturato non lo conosco, dovrei leggere bene.
    Alla fine naturalmente puó succedere di tutto, parlo in generale, intanto che lo scrittore, se é uno scrittore, ci pianti lí oppure che riesca a mantenersi con cosa produce. Oppure, che continui a scrivere, ma anziché il sussidio di artista, chieda quello di disoccupazione. Questo per dire – come sosteneva Alcor altrove – che ci sono posti diversissimi dall’Italia e che certi confronti non si possono fare. Ma é bene sapere.

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  86. Alcor,
    Lei non mi ha mai risposto,
    si è limitata a insultarmi.
    Ho il difetto di non raccogliere le provocazioni, sono tranquilla e gentile, mi piace scherzare. E questo scatena la sua rabbia, non so perché. Mi tratta come se le avessi rubato il parcheggio. O l’osso. Ha la necessità di svilire la mia cultura per affermare la Sua? Non sarò io a impedirglielo.
    Non capisco il motivo di tanta aggressività: sono qui solo perché sono stata invitata.

    Peccato.

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  87. tutti a deprecare con troppi distinguo lo stato delle cose. insisto a chiedere: se vendessero di più, gli scrittori che lamentano proventi insufficienti, se la prenderebbero così tanto in questa che viene fatta passare per una questione di dignità e di principio? non credo. ma allora si lamentino del fatto che il lavoro intellettuale è costume non valorizzarlo come si deve, almeno in italia, e non attribuiscano alla protesta ora sì ora no, a seconda della convenienza del ragionamento, un taglio di principio, un valore di civiltà. io credo che ce l’abbia, ma molto a monte: vale a dire in una rivoluzione complessiva del modo di stare a questo mondo, in cui gli oggetti resatno oggetti, strumenti, mentre gli scopi alti della cultura attraverso strumenti-non strumenti culturali quali il libro, l’ascolto, le recitationes, il teatro, l’arte in genere vengono perseguiti da una società che ha mutato le sue gerarchie. il mercato anche nell’immaterialità della cutura è una realtà fin che resta una realtà il mercato tout-court con le sue finte leggi eterne, presto sconfitte da manipolazioni speculative che ne hanno alterato i connotati tradizionali. già domanda e offerta penalizzano l’intellettuale, se poi esse non sono nemmeno più le buone vecchie domanda e offerta…
    abbassate gli scudi e avvicinatevi al popolo bue, scendete dal parnaso, solo allora vi crederanno dei lavoratori cui riconoscere la giusta mercede. se la percentuale di lettori si adeguasse alla mia modesta
    quantità di libri acquistati e letti in un anno, qui non uno brontolerebbe. ve ne stareste pasciuti alle barbados a pensare alla prosima opera d’inchiostro. e direste che il vostro lavoro è soggetto a questioni di mercato, non sarebbe giusto, ma…che ci vogliamo fa’, c’est la vie!

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  88. Marino, grazie dei chiarimenti. Ciò che posso constatare, anche per paesi come l’Olanda, è che anche loro stanno tirando la cinghia e pensando di modificare alcune ‘regole’ (vedi sussidio di disoccupazione) restringendo i livelli di copertura statale. Comunque questo discorso, di carattere generale, mi pare che sia collaterale rispetto al punto di partenza: mi chiedono prestazioni che non vogliono pagare o pagare poco e quasi sempre con grande ritardo.

    Blackjack.

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  89. Ecco quello che faccio di solito. Prendo il treno, vado nelle vie commerciali delle città o nelle piazze principali, leggo le mie cose (abito in Olanda e le leggo in italiano). Poi, siccome pochi si lasciano intenerire versando l’obolo, arrotondo facendomi schiaffeggiare. Uno schiaffo, un euro. Gli olandesi sono generalmente educati e gentili, si limitano a una specie di carezza. Una giornata di lavoro mi frutta dai 100 ai 150 euro. Lavoro una decina di giorni al mese. Il resto lo dedico alla scrittura e alla coltivazione di fiori. Non è molto dignitoso, lo so, ma è un metodo come un altro per continuare a scrivere e a mangiare.

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  90. @borghesia

    se sono risultata insultante me ne dispiaccio, non era nelle mie intenzioni.
    Ho cominciato a risponderle solo perchè lei ha cominciato a rivolgersi a me, cioè ho cominciato a risponderle per una semplice questione di cortesia, senza questa sollecitazione non lo avrei fatto perchè nessuno dei suoi interventi era di mio interesse.

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  91. Per “laborghesia”, in riferimento al commento n. 89. Ovviamente il mio commentuccio era giocoso.

    Quindi: abbiamo una persona della quale ignoriamo (e non possiamo sapere) l’identità (il blog non mi pare molto d’aiuto), la quale sostiene che in un luogo che non sappiamo che luogo sia, in una città che non sappiamo che città sia, ha conversato con un libraio che non sappiamo chi sia e con uno scrittore che non sappiamo chi sia, mentre una persona che non sappiamo chi sia faceva un certo gesto.

    Che senso ha una comunicazione del genere? Che valore possiamo dare a qualcosa che ci viene fornito in questo modo? Se chi racconta un fatto non “testimonia”, che cosa fa? Fa pura invenzione?

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  92. Cristiano, tu dici che “è dimostrato nella prassi che l’albo di categoria non serve a niente”. In realtà offri un singolo esempio di non funzionamento di un singolo albo. Ciò non prova che in generale gli albi di categoria non servano a niente. In un’altra epoca della mia vita, fu grazie all’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti che riuscii a farmi pagare decentemente: ma non mi sognerei mai di affermare che ciò dimostra nella prassi che l’albo di categoria funziona perfettamente.

    Faccio un’ipotesi. Mettiamo che gli scrittori che si ritrovano in La poesia e lo spirito, o quelli che si ritrovano in Nazione indiana, o quelli che si ritrovano in Il primo amore, decidano di adottare un codice di comportamento. Mettiamo che questo codice, ad esempio, imponga di non effettuare prestazioni gratuite; indichi tariffe precise per specifiche prestazioni; impegni a svolgere le prestazioni con coscienza e serità; eccetera. Nel caso in cui un qualche soggetto si rifiuti di praticare a uno scrittore le condizioni scritte in tale codice di comportamento, tutti gli altri interromperanno i rapporti con tale soggetto.

    Questo potrebbe funzionare?

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  93. @cannella: sa se ce ne sono altri di scrittori che la imitano? potrebbe essere interessante: andare “nel posto in cui si prendono a schiaffi certe facce da schiaffi”. io darei anche cinque euro per un ceffone ben aggiustato a certi scrittori. gli è che non ci andrebbero i papaveri che dico io, ma dei poveretti, pure bravi, càspita! no, così non va.

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  94. @ Lucy:
    no, e’ un metodo tutto mio. Generalmente funziona, ma per il momento nessuno mi imita. Puo’ essere che un domani, indurendosi i tempi, qualcuno si lasci sedurre. Mi capitasse l’occasione di una faccia importante ti diro’.

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  95. @Carlo Cannella
    Gentilissimo, se ha una postazione particolare, le chiederei cortesemente di affittarmela per le restanti venti giornate del mese in cui si dedica alla scrittura e ai fiori. Disponibile a pagare il nolo con mie produzioni.

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  96. 100 euro al giorno esentasse sono tremila euro al mese, e per essere carezzati.
    @Canella, questa è più che un metodo, è una grande idea.
    Mi propongo come supplente di Holits, per di più adoro l’Olanda, per strada mangiano sempre le aringhe crude sbattute nel trito di cipolla?

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  97. Giulio,conosco personalmente La Borghesia e so che non dice cose a vuoto. Hai la mia parola. Quindi credo sia meglio non parlare al plurale (“noi non conosciamo”) ecc. Io, ad esempio, conosco. Se non ti basta la mia “testimonianza”, cioè se non ti fidi della mia parola, è un altro discorso, certo.

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  98. @ Holits e altri interessati:
    posti fruttuosi sono Harlemmerstraat a Leiden, la Grote Mark ad Harleem e Delft (nei giorni di mercato), Damrak e Raadhuisstraat ad Amsterdam, ma anche i paesini vanno bene nelle vie commerciali. Ben lieto di essere utile, non pretendo pizzi. Fra uno shiaffo e l’altro ottima l’aringa cruda come suggerisce Alcor.

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  99. @Alcor

    io ho citato un tipica frase del tempo di Reagan: “il mercato è buono perché si autoregola”,
    ampiamente smentita da autorevoli economisti in questi mesi.
    Non ho scritto: “il mercato è una palla”.
    Non sono così scemo da negare l’esistenza di un mercato.

    Quindi travisi ciò che ho scritto e dici pure ad altrui di non credere a ciò che affermo.
    Il mercato non è buono in sé, come ho aggiunto poi, infatti necessita di correzioni e regole che si stanno aggiungendo o riscrivendo specie negli USA.

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  100. @Mario

    Evidentemente ti ho frainteso, tu dici infatti:

    “1. L’uso improprio, o parziale, delle parole “mercato” o “ la legge dell’offerta e della domanda” quasi che evocando questi termini ci si voglia mostrare molto realisti ed aggiornati, privi di illusioni e fanfaluche per la testa, insomma, l’assioma reaganiano secondo cui il mercato è buono perché si autoregola, trionfa.
    Invece questa è gran palla …”

    Posso solo dire che anche tu hai frainteso me, che non ho mai detto reaganianamente che il mercato è BUONO, ma che il mercato E’.
    Consigliando di cambiare il mondo o di tener conto di ciò che E’.

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  101. Questa cosa del banchetto dove si vendono baci l’ho vista per la prima volta tantissimi anni fa in una storia di Topolino. Mi pare ci si impegnasse Minnie. Sì, lo so che qui si tratta di schiaffi, ma l’idea è un po’ la stessa, no? Una prostituzione soft, solo un pizzico più trasgressiva che andare in ufficio, di certo più redditizia… @Alcor: le aringhe crude da calarsi in gola ci sono sempre, le ho viste l’estate scorsa.

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  102. @MarioB

    Dicci quali leggi e quali regole e dicci anche come possiamo fare.
    Altrimenti resta una serie di vaghe invettive, criptici riferimenti e oscure lamentazioni.
    Se è così l’unica cosa utile, pare a me, è farle diventare godibili invettive letterarie.
    Almeno ci si diverte a leggerle.

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  103. giulio, non credo che possa funzionare, anche perché non tutti gli scrittori sono riconducibili a dei gruppi, ma questo non toglie che si possa provare. magari si potrebbe iniziare a stilare una tabella tipo parucchiere con i vari servizi!
    una cosa invece che secondo me andrebbe fatta è quella di iniziare a snocciolare i nomi e a raccontare le situazioni, perché tutto questo sistema si regge anche sulla paura dell’autore di non riuscire più a lavorare se diventa un rompiballe. eliminare questo handicap contribuirebbe a fare un po’ di chiarezza, secondo me.

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  104. Rispondo al 111. Franz, non ho nessuna ragione per non fidarmi di ciò che dici: e cioè che conosci personalmente la persona che si firma “laborghesia”, e che questa persona “non dice cose a vuoto”.

    Detto questo, mi sfugge quale sia il senso di una testimonianza portata da una persona (un’ottima persona, una bellissima persona, una persona ammirevole), se non si può sapere chi è questa persona.

    Ripeto: un’argomentazione è buona o cattiva indipendentemente da chi la porta, dall’identificabilità di chi la porta, dall’esistenza stessa di chi la porta. Ma se uno mi dice: “Guarda, io ho visto questo, ho assistito a questo”, senza che si possa sapere chi è “io”, mi pare che siamo in una situazione paradossale. Ed è irrilevante che molti conoscano di persona quell’ “io” lì, e che addirittura alcuni siano a conoscenza della coincidenza tra quell’ “io” lì e una certa persona.

    E, aggiungo, non ho nulla – ma proprio nulla – contro l’uso di anonimati e pseudonimati.

    Solo, credo che da anonimi o da pseudonimi non sia possibile fare alcune cose (es. testimoniare) che col proprio nome è possibile fare. Ad esempio, anonimamente posso comperare una bottiglia d’acqua al distributore automatico. Ma non posso altrettanto anonimamente comperarla al supermercato (espongo il mio corpo, sono riconoscibile ecc.). Anonimamente posso garantire la credibilità di massima di un’informazione se la corredo di circostanze che altri possano confermare. Ma non posso garantire la credibilità, ad esempio, di una conversazione avvenuta non si sa dove, tra persone delle quali non si sa il nome. Ecc.

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  105. Cmq, al di là delle battute, quello di cui parla MarioB è il mercato finanziario, che non ha immediatamente a vedere con quello di cui si parlava qui o almeno di quello di cui parlavo io.
    E le correzioni e regole non sono così semplici da cambiare, almeno secondo uno che se ne intende, e cioè Guido Rossi, di cui ho letto (con enorme fatica perchè è per me enormemente difficile) Il mercato d’azzardo, Adelphi, 2008.
    Rossi suggerisce o auspica un’autorità europea di vigilanza.
    Ma io non stavo certo parlando di questo, ma di una cosa più semplice, tirar dentro il mercato finanziario va molto al di sopra delle mie capacità, benché mi interessi come cittadina, tanto da autoimpormi la fatica, non sempre premiata, per mia inadeguatezza, di leggere Rossi.

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  106. @giulio mozzi sono d’accordo su un codice di comportamento da applicare da parte degli scrittori. in questo paese il valore è quello che ti dai e vieni giudicato in base a quanto costi al giornale/editore/festival etc. io organizzo eventi culturali con i comuni ed è difficile far passare l’idea di prevedere un rimborso spese per gli autori. Se non fosse più possibile organizzare festival/incontri senza pagare chi vi partecipa, si sarebbe costretti a cambiare atteggiamento. e sarebbe un gran bene. i soldi per la cultura nella pubblica amministrazione ci sono: solo spesso vengono usati in modo sbagliato.

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  107. Nel commento numero 100, Lucy domanda: «Se vendessero di più, gli scrittori che lamentano proventi insufficienti, se la prenderebbero così tanto in questa che viene fatta passare per una questione di dignità e di principio?». E dà una risposta: «Non credo».

    Io, personalmente, risponderei: «Credo di sì». Ma in questa sede non è in gioco la solidità degli argomenti che inducono Lucy a sostenere una cosa, e la solidità dei miei argomenti che mi inducono a sostenere il contrario.

    In questa discussione, mi pare, i proventi dei contratti di pubblicazione che gli scrittori stipulano con gli editori fanno parte del contesto. Al centro dell’attenzione (se ho capito bene di cosa parlava Franz Krauspenhaar nei suoi post) c’è un’altra questione.
    Qui si parla di conferenze, eventi pubblici, ospitate televisive, corsi di scrittura… insomma di ciò che nell’attività dello scrittore è in qualche modo collaterale alla scrittura stessa e alla pubblicazione di libri. Tali attività collaterali danno vita a una sorta di ecosistema in cui lo scrittore contemporaneo si trova a muoversi e a sviluppare la propria carriera – e mi sembrano produrre uno iato tra la nostra e le epoche precedenti.

    L’ecosistema letterario contemporaneo, per esempio, ha integrato internet come strumento di espressione e di contatto con il pubblico. Ma internet è uno strumento che soltanto pochi anni fa non esisteva. Una discussione come questa non avremmo potuto farla nel 2002, visto che fino ad allora la parola «blog» non era nemmeno stata coniata perché non c’era una tecnologia che richiedesse di essere denominata in quel certo modo.
    Tre o quattro decenni fa nell’ecosistema letterario era appena entrata la televisione, ed era in corso il dibattito su come poterla sfruttare o al contrario schifare.
    Sette secoli fa, prima che Gutenberg inventasse la stampa… eccetera.

    Dignità per il lavoro di scrittore. Oggi, qui.

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  108. Il discorso di Guido Tedoldi mi pare molto sensato e alla fine di questa lunga saga di espressioni mi sembra centrare il punto abbastanza bene. Mi pare che la questione verta sulla “collateralità” degli eventi/interventi che uno scrittore al giorno d’oggi, pare, debba fare.
    Io mi espressi già lungamente, e il mio incazzo è tutto per il 7 per cento che gli strozzini accoppiati (editore/distributore) perpetrano ai danni degli scrittori. ma qui l’attenzione è sull’aspetto spettacolare collaterale al lavoro dello scrittore. Bene, anche qui mi sono già espresso: tanto più sei spettacolare tanto più verrai pagato, per farla breve. E invece c’è chi, come Franz invece, rivendica (leggittimamente) un’onorabilità del lavoro dello scrittore che ahimé, in questo contesto, nel contesto “spettacolarizzazione”, non è riconosciuta e, parere personale, non verrà riconosciuta mai perchè: gli scrittori aumentano, i lettori diminuiscono e una presentazione/intervento viene vista come “un favore” all’autore che puo’ promuoversi, in questo mare magnum. lo scrittore rifiuta? pace, ce ne sono 10.000 altri che vengono gratis. Concludo dicendo che non avallo questo modo di pensare ma, da esperienza, mi sembra funzioni così. e va peggiorando. Mi dispiace non esser ottimista né propositivo ma questa è la mia visione della situazione. ognuno poi risponde a questo fuoco amico come meglio crede.

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  109. anche i miei interventi erano descrittivi della situazione, come quello di a. ansuini. non mi piace che le cose stiano così, tifo per gli scrittori, ma stanno così e non credo ci si possa fare molto.
    quando dicevo che vendere di più calmerebbe le rimostranze su altri fronti, dicevo una cosa lapalissiana: dubito fortemente che uno scrittore economicamente soddisfatto e che nessuno tenta di far fesso si lamenterebbe di un passaggio gratis ad una fiera, ad un simposio. se fosse famoso, tra l’altro, verrebbe richiesto e pagato. con il che la cosa si elide da sè, il serpente/il gatto si morde la coda.

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  110. Un’altra cosa: a furia di ahimè, e lamentazioni e attestazioni della gravità della situazione, qualche lettore potrebbe anche pensare che tutto tra vent’anni sarà come oggi perchè vent’anni fa era così, come sostiene l’amica Alcor.

    E invece, se non saltiamo tutti in aria, penso che le cose cambieranno.

    Tedoldi faceva riferimento a internet. Prima del 2002 un discorso del genere non si sarebbe fatto perchè non esisteva la piattaforma di discussione. Ed è un esempio non di piccola sostanza. Non diamo per scontato che la monarchia vivrà in eterno. Anche Roma è caduta (parlo di quella imperiale.)

    Il sistema economico ci stupirà, prima o poi.

    Nuovi modi di fare cultura sorgeranno, altre possibilità. Io ci credo.

    Bisogna avere fiducia nel futuro, non avere sfiducia perchè abbiamo una ragionevole sfiducia nel passato. Fermiamoci fin là. Dal presente in poi, dal “qui e ora”, pensiamo che le cose possano cambiare. Perchè comunque le cose cambiano, lo dice anche David Mamet.

    Dignità per il lavoro di scrittore. Qui, ora.

    E se non mi viene data me la vado a prendere. Bisogna sacrificarsi per tutto, anche per inocularsi un po’ di sano, sanissimo ottimismo.

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  111. Caro Giulio, se La Borghesia non vuole dare riferimenti precisi ha le sue ragioni.

    Se diamo ascolto e consideriamo validi, ai fini di questo dibattito, le opinioni di persone che si firmano con un nick (alcor, lucy, blackjack) secondo me dovremmo avere l’elasticità mentale e anche il buon senso di avere fiducia di “testimonianze” come la sua. Io, con nome e cognome, garantisco in questo senso, conoscendo il soggetto. Non basta, all’interno di un dibattito come questo?

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  112. io non sono un nick, l’ho già detto e lo ripeto. sono una perfetta sconosciuta, ma qui ho un’identità. inoltre perché laborghesia è giustificabile? perché dice cose che lei approva, FK? se dicesse cose di segno contrario… lei è sempre sempre troppo partigiano. e capisce quello che vuole. punto.

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  113. Sto scrivendo, lontano dal web e dalle pagine di diario dei vari blog che possiedo, un testo per me fondamentale sull’identità. Non mi interessa che alcuno lo legga, ne parli, lo pubblichi o mi dica che cosa ne pensa. E’ scritto per lo stesso motivo per cui cade un albero nella foresta. Strano, in un mondo in cui tutti smaniano per la pubblicazione, o per la pubblicità di se stessi e del proprio nome di battesimo? Non lo so.
    Scrivo su un quotidiano con il mio nome, che non è affatto un nome segreto, solo pleonastico in altre sedi: Ida Bozzi. Ma il nome che prendo su di me quando scrivo sul web (e sui siti altrui), il Gantenbein di questo dialogo, è La Borghesia. Con questo nome di penna firmo da anni i commenti, per esempio, sul blog di Satisfiction. Ho aperto un blog anch’io, con questo nome, solo perché con il Creative Commons che regola wordpress diventa più difficile che altri commentatori, per gioco, firmino con un nome che ho scelto per una vicenda e un percorso personali e nient’affatto scontati. Riempio il blog con semplici appunti di diario, né pubblicherò mai online in tale contesto altro materiale.
    Ho deciso, senza troppa retorica e senza insistere troppo nemmeno sulla mia decisione, di non partecipare alla vita degli altri blog con il mio nome. Non intendo spiegare perché La Borghesia si chiama così: occorrerebbe parlare del testo che sto scrivendo, e non ne ho intenzione. Ho l’esempio di numerosi autori che hanno tentato di tenere nascosto il proprio nome – oppure la propria identità – e so che tutti i personaggi di un testo di finzione lo fanno.
    Tutto qui, e per il mio carattere è già troppo.

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  114. appunto: uno non può essere credibile perché usa un nick? automaticamente le sue idee – se non gradite – vanno scartate? il web consente tanta vigliaccheria, ma anche tanta riservatezza, consente ai timidi e agli incerti di dire la propria opinione. tutto qua. è circa un anno che scrivo qualche opinione, nessuno prima d’ora mi ha trattato in malo modo perché scrivo “lucy” e non lucia tosi. che poi sto nome che càspita vi dice? niente. e allora? tanto vale. lucy è il mio nomignolo familiare, il nome dell’affetto, e il nome del personaggio dei peanuts a cui assomiglio: una gran rompicoglioni. contento FK?

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  115. Discorso, quello sui nick, che ricorre spesso. Io quoto Lucy e, a mio modesto parere, l’unico distinguo lo applicherei a quei ‘nick fantasma’ che cambiano alla bisogna, entrano una volta sola per foraggiare la claque del momento e poi scompaiono.
    La valenza di un nick che è sempre lo stesso, con gli stessi riferimenti e identificabile, è la stessa di uno che si firma con nome e cognome. Cosa cambia? E’ sempre la stessa persona e se, per qualcuno, l’apparire fa parte del ruolo e giustamente, per altri l’apparire non ha alcun senso.

    Blackjack.

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  116. quoto blackjack che quota lucy

    Perché uno deve dire che è di Mantova? A che serve? Oppure dire che ha un lavoro e un padrone a cui render conto. A che serve?

    SetteBello
    (in tutti i sensi)

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  117. Proviamo a distinguere: da una parte c’è l’aspetto economico, che è alla base di qualsiasi legittima aspirazione esistenziale, non esclusa quella dello scrittore. Se hai la pancia vuota altro che artista: sei e resterai per sempre un uomo non libero – in altre parole uno sfigato – anche se hai avuto la ventura di nascere nel paese più democratico e liberale del mondo. L’altro aspetto è la scelta di vita. Lo scrittore non è un figo né un professionista: lo scrittore è un uomo solo. Ma soprattutto è un uomo che ha scelto la via della solitudine. Ora, i motivi che ti spingono verso una decisione così radicale possono essere mille. È perché non avevi nient’altro di meglio da fare? Ok, ti capisco, meglio che andare a gettare i sassi dai cavalcavia o massacrare a sprangate i genitori, ma pretendere che tale scelta “paghi” non mi pare pragmatico. È per far soldi? Beh, in questo caso, lasciatelo dire, sei un coglione: ti conveniva mandare il curriculum al grande fratello… È per un tormento che ti brucia dentro, un’inquietudine che ti consuma, una rabbia che non ti fa trovare pace? e non riesci a capire di chi sia la colpa? Beh, parliamone. Se è questo il motivo io ti stimo. Ma ti debbo anche avvertire che i più non ti stimano per questo. Puoi dare tutto il valore aggiunto che vuoi, puoi metterci l’anima donare te stesso ma i più diranno: Quello là è uno che ha rinunciato a vivere una vita vera: poveraccio, che pena mi fa!… Se poi un domani i tuoi libri diventeranno dei long seller, automaticamente verrai iscritto all’ordine professionale degli scrittori e i soldi per le presentazioni ti arriveranno a carriolate. Non solo: vedrai le schiere di fan! vedrai quanti “amici” ti leccheranno il culo!… E gli editori faranno a botte per accaparrarsi i tuoi margini. La cultura paga, eccome se paga! Purché sia quella “giusta”. Non è colpa del sistema: è la natura umana.

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  118. Qui Pasquale si chiede rispetto e dignità per il lavoro. Il resto sono speculazioni, spesso maligne. Grazie per il tuo post.

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  119. Ida, non mi azzardo nemmeno a fare un discorso sull’identità. Mi sono limitato a notare che ci sono – mi pare – cose che si possono fare anonimamente, e cose che anonimamente non si possono fare.
    (E anche cose che si possono fare in entrambi i modi: stamattina ho comperato un biglietto del treno alla macchina automatica, pagando in contanti e quindi anonimamente; stasera ho comperato un altro biglietto pagando con il bancomat, quindi lasciando traccia del mio nome. In certi casi si vota anonimamente, in altri casi si vota con il proprio nome, in altri casi si vota anonimamente ma registrandosi con il proprio nome eccetera).

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  120. Sì, è una questione di cui mi occupo da diversi anni, dire che è complessa è dire davvero poco. Affrontarla è doloroso.

    Comunque, s’è preso il treno, spero, alla fine. Eccoci qua. 🙂

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  121. Ovviamente non sono d’accordo con Mozzi. Un nickname stabile è uno pseudonimo, Palazzi Folena:

    “Pseudonimo: nome fittizio usato da scrittori, giornalisti o artisti (e oggi blogger) nel firmare le proprie opere per mantenere l’anonimato…”
    Sin.nome d’arte, di battaglia.”

    Che lo si rivesta di negatività associandolo alla lettera anonima, all’insulto anonimo, è una forzatura, se la persona che lo usa non lo usa per danneggiare, calunniare ecc. Tra l’altro, in caso di uso criminoso il blogger può benissimo essere rintracciato.
    Se una persona che non danneggia né calunnia vuole tenerlo separato dal suo nome legale sono affari suoi, magari soffre della sindrome di personalità multipla, o ha una mente tortuosa, o vuol scrivere senza essere associato a se stesso, o si è stufato del suo mondo reale e non vuole avere più niente a che farci, o gli piacciono i mondi paralleli, o ha semplicemente cattivo carattere e non vuole essere seccato col suo nome.
    Questa vecchia storia mi fa ridere, sono più rintracciabile io, anonima col mio blog, che Paolo Rossi col suo nome e senza blog. E sono sicura che i lettori del mio defunto blog mi avrebbero dato credito, se avessi testimoniato di una certa situazione come Alcor e non come Maria Rossi.
    Ma tanto è inutile:-)

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  122. Eh sì Franz, è proprio il rispetto che manca. Non solo per l’autore ma per tutti i soggetti “deboli” della società. L’attenzione per il prossimo si è ormai polarizzata – in maniera scandalosa – verso interessi di tipo meramente commerciale. Tu vali qualcosa per me se la nostra frequentazione mi porta a casa prestigio, denaro, potere… Di quello che riesci a esprimere come persona, di quello che potresti darmi in quanto individuo della specie umana mi importa meno che niente. Riguardo alla nostra categoria, oltre all’emarginazione di tipo culturale che subbiamo, c’è anche un’evidente carenza legislativa che ci mette all’angolo. Contro le speculazioni del potere editoriale non c’è molto da fare, ma un’arma secondo me potremmo usarla: quella di non dare troppa importanza agli editori. E ove possibile boicottarli, a cominciare dagli editori finti: quelli che ti chiedono soldi, ti promettono la luna, e poi ti lasciano nella solitudine più nera. Il problema che sollevi, Franz, è sacrosanto, e io sono con te in questa battaglia. Ma la lotta bisognerebbe iniziarla a monte, contro quei personaggi viscidi che alimentano il circuito perverso dell’editoria fasulla. Personalmente ci sono cascato una volta, sei anni fa. Oggi manoscritti pronti nel cassetto ne ho quattro o cinque, ma non sono più disposto a sganciare neanche un centesimo. È una questione di principio. Mi piacerebbe che tutti gli APS seguissero il mio esempio, ma a quanto pare c’è gente che sborsa la prima, la seconda, la terza volta… C’è gente che continua a pagare per tutta la vita pur di vedere il proprio nome su un oggetto stampato. Anche tra gli autori “laureati”, poi, ce ne sono un sacco che non chiedono il bollino SIAE. Chi gli potrà dire quante copie saranno effettivamente vendute se non pretendono il bollino SIAE? Insomma, qualche margine d’azione ancora rimane.

    Ciao,
    Pasquale

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  123. Pasquale, sul bollino la cosa é un po’ complessa.
    Il bollino ha un costo di alcune centinaia di euro e talvolta l’editore preferisce spendere quei soldi per spingere il libro diversamente e allora chiede all’autore, in caso questi desiderasse davvero il bollino, di pagarselo a sue spese.
    Sto parlando di editori piccoli, ma buoni, e soprattutto onesti, che proprio perché onesti sanno di
    non fregare l’autore e investono il costo del bollino
    in qualcosa che sostenga il libro.

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  124. Come dice Pasquale Giannino:
    “Eh sì, Franz, è proprio il rispetto che manca”
    Quello che abbonda, qui, proprio qui in Italia, mi riferisco (anche) al campo editoriale, è il “malcostume” ovvero un cattivo costume, un andazzo di modalità di comportamento che non tengono in conto de “l’altro”, cioè atteggiamenti & azioni che sono lo specchio del modo di vivere malato di questo paese: uso “malato” per non dire di peggio, perché dalle malattie spesso si guarisce.
    Il malcostume è il vermocane della democrazia, quello che la rosicchia di dentro.
    Questi atteggiamenti, molto frequenti, (non generali), di chi possiede ed amministra un poter relativo nelle case editrici sono di sprezzo del postulante, di colui che chiede di essere ascoltato, letto; di arroganza, strafottenza verso lo scrittore, il narratore minore che chiede di essere remunerato il giusto, secondo le regole, di essere rispettato come lavoratore della e sulla parola, sull’immaginario, del fantastico, sulla finzione, sulla favola chessia.
    Quando non si va al reato di truffa.
    (Non dico qui di tutto un fiorire di imbonitori, impostori che trafficano con falsi corsi di scrittura, finte agenzie, sanguisughe che ti propongono salate valutazioni di manoscritti, facendo balenare chissà quali edizioni)

    Il disprezzo si manifesta non rispondendo, se non raramente alle lettere, anche cortesi, degli apprendisti scrittori, all’invio di manoscritti. Non mi importa, al limite, che si risponda, con formula stereotipa: ma si risponda, perdiana!
    Con l’e.mail si fa prestissimo, come sapete.
    In altri paesi europei si risponde “sempre”, e lo confermo con mie esperienze.
    È inutile che mi si ripeta che i postulanti sono tanti e il tempo non c’è, perché invece il tempo ci sarebbe, basta trovarlo, come lo trovano certi lettori di case editrici che stanno ben attenti a sfogliarsi il testo raccomandato dalla cognata, o chi per lei, basta che il patrocinante sia persona di peso.
    E, ancora, ben sapendo che il mercato È, (anche del libro)posso aggiungere, anzi riscrivere, che il mercato può essere manipolato, sedotto, contraffatto ed è compito questo anche dei manipolatori dei media, di certi uffici stampa, di certi critici che non sono affatto indipendenti perché sovvenzionati da case editrici.
    Qui non si tratta di cambiare il mondo, sarebbe meglio mutare il “costume” in meglio.

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  125. beh, mariob il malcostume è tipico anche di molti blog. e lì è ancora più facile rispondere… con un commento 🙂
    è l’italia… andrebbe fatta deflagrare :))

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  126. Prendo al volo questo 3d prima che scompaia nel tunnel. La coerenza del nick… è quella che dimostra che il nick non necessariamente soffre del complesso del dottor jeckill e mr. hyde. Poi non ho ben capito se Mozzi ritiene meno utili le cose che acquista anonimamente al distributore automatico o alla biglietteria automatica anziché quelle che acquista al supermarket lasciando traccia identitaria. O forse il nick ha solo il diritto ad accedere al distributore automatico e non al supermarket?

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  127. Tempo fa ho condotto un’inchiesta sulle distorsioni del mondo editoriale. Qui ci sono le risposte di Massimo Sannelli:

    http://www.romanzieri.com/archives/001971.php

    Il problema è sostanzialmente quello di un’omertà diffusa che di certo non aiuta. D’accordo, è più facile magnificare i propri successi che ammettere le proprie sfighe. Ma se vogliamo cambiargli davvero le “mutande” a questi signori, conviene ogni tanto mettere da parte l’orgoglio e non aver paura di raccontarsi. Non mi pare ci siano altre vie.

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  128. Non so se siamo giunti alla foce.
    Per me é giunto il punto in cui sento il bisogno di ringraziare Franz Krauspenhaar, per ció che ha detto, perché lo ha detto per tutti, e per porre un problema verissimo, posto bene o male non so, era posto ed era ed é vero, rovinato in parte da chi l’ha fatto diventare una fiction – ma ringrazio anche loro, era loro diritto.

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  129. Alcor, nel commento 147 dici che non sei d’accordo con me. Poi, però, le opinioni che critichi non sono le opinioni mie. Io ho solo sostenuto – allegando alcuni esempi – che ci sono cose che si possono fare anonimamente, e cose che anonimamente non si possono fare.

    E ho scritto (nel commento 120: “on ho nulla – ma proprio nulla – contro l’uso di anonimati e pseudonimati”.

    Forse, prima di replicare, conviene leggere.

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  130. La mia risposta qui sopra era indirizzata alla persona che si firma Giulio Mozzi, sperando che si tratti della stessa persona che io prendo per Giulio Mozzi.

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  131. PS: tutto faceva pensare che si trattasse effettivamente di Giulio Mozzi, ma poi ho notato che la persona che si firma Giulio Mozzi QUI si è firmata Giulio mozzi anziché giulio mozzi. Non è da persona che si firma Giulio Mozzi essendo giulio mozzi, firmarsi come Giulio mozzi.

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  132. Perché dovresti ridere, Franz? e perché dovrei offendermi per il fatto che non ridi?
    Tra tutti i commenti questo è davvero il più incomprensibile.
    Al massimo posso aspettarmi che Mozzi sorrida, ma che rida tu non era proprio in programma.
    Almeno non nel mio.

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  133. Alcor, il fatto che tu abbia libero accesso ai commenti in vibrisse, blog da me curato, dovrebbe suggerirti – secondo me – che le mie opinioni non sono quelle che mi attribuisci.

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  134. @ Mozzi

    Io riconosco un tuo tono, perciò non chiedo alla redazione di LPELS se è possibile verificare la tua identità, prima di risponderti, mi fido del mio orecchio, della ricorrenza dei tuoi temi e se testimoni di un fatto ti do credito, purchè sia puntuale e argomentato.
    Anche perchè i temi di cui si parla sono temi sentiti, ma non rischiosi per la vita.
    Lo faccio perchè esiste fuori dalla rete uno scrittore Giulio Mozzi?
    No, lo faccio perché c’è quella coerenza nel tempo che mi fa pensare che la persona che si firma Giulio Mozzi abbia qualcosa da dire su alcuni argomenti.
    Da me veniva a commentare una certa alanina che sosteneva di essere biologa, ho sempre pensato che lo fosse davvero, e infatti lo era.
    La riconoscevo anche quel paio di volte che non si è firmata.
    Se io adesso dicessi qui l’altro ieri ho parlato con una mia conoscente che è, che ne so, la direttrice editoriale di gallimard, che mi ha detto questo e quell’altro, tu non mi crederesti, indipendentemente dal fatto che io possa aver dimostrato negli anni di sapere quello che dico e non contar balle.
    Io evito sempre, e in questo in un certo senso ti do ragione, di portare esempi concreti che si basano sulla mia vita vera, ma la vera differenza è che io sono piuttosto fiduciosa, almeno finchè la posta in gioco è l’opinione e il discorso generale.
    Se dicessi, la mia conoscente che è direttore editoriale di gallimard mi ha detto che hanno fatto lo sgambetto a Mozzi, sarebbe giusto che te ne dessi le prove.
    In questo caso ti darei la mia mail privata per permetterti di verificare.
    Non so, questa tua diffidenza è certamente giustificata in linea di principio, ma esagerata, io credo, se si resta sulle generali e nel campo dei discorsi che si sono fatti qui.
    Cmq resta il fatto che il nome “vero” è un pio desiderio, come a me hanno scippato il mio nick abituale portandomi ad aprire un blog, a te potrebbero scippare il tuo nome vero e non è detto che tu riesca a tracciare ogni commento che esce a nome Giuliomozzi.
    Ma è un vecchissimo discorso, so bene che non mi fai una guerra, tanto che, come dici, posso commentare sul tuo blog.
    Ma potrei farlo anche se usassi un nome falso, se aprissi un account hotmail.it e commentassi un paio di volte, perchè non hai la possibilità di verificare.
    Tu sai che tecnicamente non è rintracciabile, a meno che la gravità della cosa non comporti il ricorso alla polizia postale.
    Non è che io non sia una persona di principi, ma il buon senso e una certa propensione al gioco mi rendono poco sensibile all’argomento.
    Credo che sia uscito un commento lungo e verboso, ma vedo solo poche righe alla volta.

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  135. Alcor, scrivi: “Io evito sempre, e in questo in un certo senso ti do ragione, di portare esempi concreti che si basano sulla mia vita vera”. Appunto.

    Poi scrivi: “Se io adesso dicessi qui l’altro ieri ho parlato con una mia conoscente che è, che ne so, la direttrice editoriale di gallimard, che mi ha detto questo e quell’altro, tu non mi crederesti”. Ma niente mi impedirebbe di telefonare alla direttrice editoriale (o direttore che sia) di Gallimard. Anonimamente non si può testimoniare, ma si può indicare una fonte d’informazioni.

    Poi scrivi: “Non so, questa tua diffidenza è certamente giustificata in linea di principio, ma esagerata”. Ma io non sono diffidente! Mi limito a osservare – ripeto – che ci sono cose che anonimamente si possono fare, e cose che anonimamente non si possono fare.

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