IMPRONTE SULL’ACQUA di Francesco Marotta. Note di lettura di Ivan Fedeli e Luigi Metropoli

copertina_marotta

 [Pubblico qui la prefazione di Ivan Fedeli e la postfazione di Luigi MetropoliImpronte sull’acqua (Sasso Marconi, Le voci della Luna, 2008) di Francesco Marotta, nonché una mia selezione di poesie. Inoltre qui potete leggere altre poesie della raccolta selezionate da Giorgio Morale insieme a un altro testo critico di Luigi Metropoli. f.s.]

 

 

 

Ivan Fedeli, Non sottrarsi al dolore: un sofferto umanesimo, prefazione a Impronte sull’acqua, prefazione a Impronte sull’acqua.

 

Francesco Marotta. Di professione fabbro, levigatore, cesellatore. Se la poesia è magma, materia da plasmare e – proprio per questo – in continuo divenire, nessuno più di Marotta dimostra da tempo di affinare gli strumenti necessari a forgiarla, renderla evoluzione, fabbrica di senso.

     Impronte sull’acqua conferma questa ricerca più che ventennale: ricerca seria, inappagata, fuori dai riflettori della facile comunicazione e necessariamente dotata di forza etica, energia primordiale.

     Perché è questo il primo dato che emerge dalla lettura di Impronte sull’acqua: alla sensazione iniziale di spaesamento, segue una ragnatela di immagini che ingabbia, modella, rivela. Energia poetica delle migliori.

     Già in Per soglie d’increato, l’autore matura una precisa scelta formale: sostantivi assoluti, utilizzo di parole-cardine al centro delle lunghe monostrofe a cascata e di incipit visionari e rivelatori, spaccature – meglio ferite – del verso che s’interrompe improvvisamente sulle preposizioni, linguaggio volutamente analogico e oracolare.

     Quasi il poeta avesse un ruolo profetico, salvifico. Comunicasse così il sovrasenso da cui muove la realtà in ogni propria inarticolata manifestazione in vista dell’altro, della sua inattingibilità.

     Ne deriva un sofferto umanesimo: l’uomo non si trova a priori, non è un dato di fatto, emerge dal sostrato del linguaggio. E’ certo il linguaggio, allora, la chiave per aprire il resto, il di fuori. E per scoprire, necessariamente, l’anima, il soffio vitale con cui convivere, fondersi in vista di un’unità possibile.

     Impronte sull’acqua ha il merito di portare all’estrema levigatezza questa scelta formale già sperimentata e suggerire al lettore nuovi, possibili indizi rivelatori. La poesia suggerisce – nulla è mai scontato nell’opera di Marotta – il percorso gnoseologico e la sintassi necessaria per trovare  quanto meno un’apertura alla ricomposizione del mondo, pena la sua stessa fruibilità: “…Una rosa, in pieno inverno, è un caso… // Il corpo che parla la sua voce / più antica a disperazione della morte” (pagina 11).

     Come dunque giustificare il binomio Amore-Morte nella ricostruzione per tentativi dell’alterità? O quello Dolore-Indifferenza? Gli estremi leopardiani coesistono in Marotta, è la poesia il centro: e Impronte sull’acqua è libro di metapoesia.

     La parola risulta dunque un a-priori: è lingua-madre e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi, ossimori. La parola scatena reazioni di immagini, è essa stessa immagine e dato reale (“ha alfabeti di valli e / di aurore anche l’aria” – pagina 15), corpo e materia.

     Dunque il linguaggio precede, forma.

     Eticamente rivela.

     Non si intenda, con questo, che Marotta sia poeta visionario o sapienziale: sarebbe come ridurne i limiti.

     Per dirla con Dante, è uomo che cerca, da stoico a volte, la soluzione al dolore, l’accettazione dello iato, della ferita dell’altro: “…nessun foglio / contiene a misura il / flusso dell’ultima acqua / il riflusso, il deflusso del seme / la cura…” (pagina 44).

     E, consciamente, percepisce l’impossibilità di una ricomposizione. Da qui la sua grandezza. E la sua splendida malattia, quello scavo linguistico che sottende ogni atto, precede ogni forma di battesimo, ogni possibilità di dare un nome alle cose.

      Perché questo è il problema: come nominare univocamente, trasformare in segno? Lo scacco è evidente, insondabile l’attraversamento del percepibile e del percepito. Ne deriva un vero e proprio vocabolario dell’impossibilità, fatto di termini evocativi, purificatori, quasi sillabari di un ordine da ricostruire: la linfa aggrumata, la creta, il coagulo, l’ala fetale, le mura del corpo, i verbi usati spesso al participio passato e all’infinito quali impregnare, ramificare, intridere, allevare, alcune parole spezzate (“dis / amore”, “dis / ordine”) o fortemente evocative (“urna”, “reliquia”), tutto questo alfabeto in divenire ricostruisce il linguaggio delle origini, poi dimenticato, e che è compito del poeta ritrascrivere nelle sue tavolette di cera.

     E portare così alla luce un codice primordiale vergine, senza il peccato dell’onnipotenza del segno, del dato per sempre.

     Ma Impronte sull’acqua è, anche e soprattutto, libro per l’altro: l’autore carezza e contemporaneamente colpisce l’umano nome, l’essere heideggerianamente nel mondo.

     Marotta, insomma, ammicca con un sorriso doloroso al suo visiting-angel, forgiando un tu inespresso, timidamente sommesso, a tratti evanescente: siamo tutti compresi nell’abbraccio a quel tu sacro, inviolabile e perennemente distante, testimone dello scarto, dell’inconoscibilità.

     E nelle sue tracce, che danno unità e forza ai versi, la rincorsa ai dati del reale si popola di un sottobosco simbolico di grande efficacia: gli inverni, l’acqua, l’ombra, la sabbia, il fango, le paludi, il vapore, le bave di luce, immettono nel mito, nella ricreazione dell’essere oltre la cortina del dolore, della separazione.

     Allora una sorta di nuovo battesimo consacra, cristologicamente l’uomo rinasce, con un chiodo conficcato e la certezza del Cristo deriso sulla croce.

     In Marotta, quindi, l’essere-nel-mondo cade nel tentativo di sperimentare la finitezza che gli è propria, eppure risorge: l’uomo si trasforma, appropriandosi dello squarcio gnoseologico del linguaggio come premessa di una dolcezza inquieta, per cui pronunciare “io esisto” sottende quella magnifica idea di riscatto per cui diventa possibile percepire quel “nulla che / rifiorisce tra le onde“.

     E’ questa, in ultima analisi, una splendida promessa di felicità fugace. Ferocemente voluta. Umanamente inattesa.

 

 ***

da Impronte sull’acqua

 

 

sa di inverno la

bava di luce

che finge l’alba ai

tuoi vetri, un

prima di latrati che

gravano l’aria

col peso di un occhio

risanato, perché

oggi anche l’anima

invecchia, dilaga nel

folto, comincia il suo

giorno tra labbra e

lenzuola e agli occhi

regala un singhiozzo, al

la mano

che corre in aiuto una

colata di calce

 

*

 

la luna si contorce al

la parete, si

sbreccia tra i vapori

azzurrini dell’acqua

che scivola a fatica sul

la pelle, la mia

casa è una soglia

da cui guardo il mare

farsi fiamma, e la risacca

disegnare il

dis

ordine di un’

eternità interrotta al

la parola

grido

 

 

*

 

disordine di sguardi, artefice

il fuoco che altrove

spinge l’occhio a una

vicenda di transiti, al

l’ombra che avvalla e

rovina nell’erba

umida di scintille, e tu

che crolli per l’aria

nel segreto coltivi vertigini

di perdute tenerezze, la

passione che ci perseguita di

anni dementi, e forse

solo la cenere ormai

continua ad albeggiare

in superficie, mentre

i figli, ignari

giocano un sogno

tra gesti raccolti qui

a terra, la tua bocca

in un angolo, la

veste nuda

che mi somiglia come un

grido, come un

addio

 

 

*

 

secrezioni di un male

che si abita viscere e

sangue, un viaggiare degli anni

su una corda che ha

consistenza di eco, e resiste

con l’arte sottile che

ora stringe, ora allenta, ora

brucia e rinsalda, scolora

riprende, intrisa di umori

notturni, di piume strappate al

l’ala fetale, al ritmo dei giorni

al sesso, a un amplesso

disseminato e coevo, in uno

con quello che avanza, che

resta e si oblia, si veste

ancora di vita, nessun foglio

contiene a misura il

flusso dell’ultima acqua

il riflusso, il deflusso del seme

la cura che evoca mani

d’angoscia, e il tuo volto

bambino che strappa alla notte

una stilla, una benda inzuppata

di luce, di alcol, di fame

la promessa che dice il

ricamo pungente di altre

albe sugli occhi

 

 

*

 

è la mente che

numera il silenzio

dei morti, e la conta

è un dolore che vive e

ramifica in chiazze di

nuvole sulla pelle, a volte

è sabbia, un tramonto

un fiore di neve

a distendersi fino al

le pupille, a

riempire la bocca

con la sua lingua colma

di ricordi, con i resti

vaganti di un

incendio, con la sua

veste di orme, di voci

di capelli, con la

rappresa, impura

verità del gelo

 

 

*

 

sapersi in sintonia

con la luce

franata dove sei stata

un attimo o una vita

prima che il

colore dell’assenza

riempisse lo spazio

vuoto dei tuoi

gesti, qui ogni cosa

tiene la conta di quello

che hai lasciato, qui

sento il tempo premermi

sul capo con tutto il

peso che ti riduce a

ombra, eco di un

corpo che acquista

movimento a ogni ricordo

a ogni fitta che

ricolma il palmo

di schegge, di voci, di

abbandono, stimmate

di chi muore a

chi non sa morire.

 

 

Luigi Metropoli, La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi, postfazione a Impronte sull’acqua.

 

 

L’impronta sull’acqua è qualcosa che non permane e non si trattiene. Un segno che tende al movimento più che alla posa. È voce più che scrittura, con tutte le conseguenze del caso. Scorrendo grossa parte della produzione di Marotta è sempre possibile scorgere un fil rouge, quel disporsi della parola come atto transitorio, quasi a farsi sostanza che partecipa dell’aria, del vento, di ciò che scorre (dell’acqua appunto), inafferrabile e mai testamentario. È una scelta di campo che, al di là di ogni ragione poetica, si pone come stile di vita, ricco di implicazioni sociali, politiche, in una parola: umane.

     La parola che partecipa dell’aria, come elemento naturale, è la parola che cresce con e nella realtà, in un rapporto complesso che confonde (da intendersi sull’etimo) la causa e la conseguenza di una nascita: è l’hic et nunc che adombrandosi apre all’altrove, declinandone la temporalità in un prima posto dinanzi a noi (e perciò innescando uno slittamento della dimensione-tempo, inducendola a trasmigrare, a rigenerarsi, dilazionarsi continuamente, a farsi attesa: «anche ieri / fa giorno da un / grumo di secoli», «la morte che / ci segue, che ci precede / in forma di stagioni») e in un luogo a cui si accede per negazioni e sottrazioni («un sogno / che cancella le tracce»). L’alfabeto è costitutivo del mondo, in un intreccio indecidibile (dice bene Guglielmin, quando, sottolineando le analogie tra la poesia del Nostro e quella di Jabès, ricorda la matrice grammaticale-derridiana della scrittura di Marotta).

    

     Errare è il verbo (e l’azione) soggiacente al disegno compositivo: l’essere nomade, viaggiare senza posa, che reca nell’accezione pur positiva, fondativa, eraclitea, un sapore di condanna, errore, peccato originale. Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana), è quello di porre un argine alla deriva, al disordine che pur fonda il reale. Perciò resta impossibile, nella prismatica girandola dei versi e dei verbi, estrarre un senso. Qui ogni segno vale se stesso e il contrario, in un azzeramento della logica aristotelica.

     La sapienza prosodica e architettonica di Marotta, qui portata alle estreme conseguenze, ci dice tutto questo: il verso si frange, si sgretola, atomizzandosi, eppure conserva una cantabilità che spiazza, riuscendo nel miracolo di mostrarsi come frammento separato e autonomo e nello stesso tempo di intessere un tappeto sonoro unitario nell’intera silloge, fitto di rimandi, echi, rumori di fondo; la parola presiede al verso, eppure in un sinusoidale rincorrersi di suoni contribuisce alla costruzione di una sintassi tutt’altro che sgranata. Ancora una volta l’immediatezza del dettaglio prevale sull’insieme, ma è solo l’effetto di un primo sguardo: a lettura ultimata ci si accorge di come l’intero libro si costituisce come un lungo poema ininterrotto e il disegno finale si impone sull’apparente frammentarietà dei componimenti.

     È il gioco mirabolante dell’acqua, coi suoi riverberi e i suoi specchi, a moltiplicare le immagini, i segni, ampliandone le possibili letture. La scrittura, la parola e, ancora più nel dettaglio, l’alfabeto, in quanto partecipi della realtà, ne posseggono la chiave di lettura, il grimaldello per interpretarne il senso. Il libro del mondo si sfoglia tra il silenzio e la lenta sillabazione del verso, quasi in un incedere ipnotico e nel contempo terribilmente calato nel nostro tempo e nel nostro spazio. L’alfabeto è qui ciò che i numeri sono nella cabala ebraica: uno strumento interpretativo e un elemento costitutivo. È da qui che bisogna partire per comprenderne la portata profetica, un ideale dover essere che, beninteso, è utopia incarnata nel reale. La poesia di Marotta è profetica nel momento in cui non rinuncia ad interpretare la realtà in chiave utopica e perciò politica. La parola è etica nel suo stesso porsi, proprio perché è calata nella realtà: afferma il reale negandosi, rinunciando momentaneamente ad una presenza per sperare ancora in un permanere sotterraneo, invisibile, caduco, eppure ostinato. Qui la negazione, quasi in aderenza alle teorie mistiche medievali (ma, paradossalmente, scrostate di misticismo e dottrina metafisica per attenersi invece all’esistente), ha il valore di un’origine e di un compimento, ma soprattutto è la cifra dell’essere terrestre che non è se non in transito. Eppure è quella transitorietà a tenere insieme nascita e morte, inizio e fine, lume e ombra (figure che abbondano nel libro), quel persistere nonostante tutto.

 

     Questa è una poesia del sensibile e dell’intelligibile, della perdita e dell’assenza, che rinuncia ad appartenere ad un determinato luogo e ad un determinato tempo per scommettere in un futuro remoto, in un altrove non-luogo non meno reali. L’emblema della raccolta è la splendida ultima poesia del libro, chiave di volta ed epitome dell’intera silloge: «qui ogni cosa / tiene la conta di quello / che hai lasciato, qui / sento il tempo premermi / sul capo con tutto il / peso che ti riduce a / ombra».

***

Il libro Impronte sull’acqua (Le Voci della Luna, Sasso Maroni, 2008) si può richiedere scrivendo all’indirizzo dell’editore Fabrizio Bianchi (effebianchi@libero.it).

[Francesco Marotta, Impronte sull’acqua, Sasso Marconi Le voci della luna, 2008, pp.55, € 10]

***

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici, si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne e oggi vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi sulle riviste: Il Segnale, Dismisura, Anterem, Convergenze. Tra le sue pubblicazioni in versi, Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986);  Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988); Alfabeti di Esilio (Torino, 1990); Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991); Postludium (Verona, 2003, Vincitore del Premio “L. Montano”, sezione inediti); Per soglie d’increato (Bologna, 2006); Hairesis (E-dizioni Cepollaro, 2007); Impronte sull’acqua (Sasso Marconi, 2008). In antologie ha pubblicato diverse sillogi. Gestisce lo spazio web www.rebstein.wordpress.com.

19 pensieri su “IMPRONTE SULL’ACQUA di Francesco Marotta. Note di lettura di Ivan Fedeli e Luigi Metropoli

  1. Ci sono secondo me delle immagini nuovissime.
    Una su tutte: l’anima che invecchia. Da tempo ritengo
    Francesco Marotta una delle voci che piú mi emozianano,
    spero presto di leggerlo in spagnolo.

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  2. l’ultima poesia riportata, in particolare, mi dà i brividi, mi commuove, mi frastorna, mi imbarazza.
    grazie, francesco. un bacio.

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  3. grande francesco marotta. cesellatore d’aria, di elementi, di dolore profondo, vena aurifera del male e del bene che in questo male nonostante tutto riesce a sopravvivere, addirittura a crescere.

    un enorme in bocca al lupo per quest’ultimo libro.

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  4. Al di là della stima e dell’affetto che nutro per Francesco, credo che con questa raccolta abbia portato alle (per ora) estreme conseguenze un processo già iniziato con le raccolte precedenti, secondo un percorso al tempo stesso lineare e personalissimo. Anche io nel mio piccolo ho già avuto modo di scriverne; mi piace sottolineare qui la tensione etica che ri-nasce dai versi frantumati e ricomposti, come se Francesco da questo mondo polverizzato fosse stato capace di trarre l’essenza.

    Francesco t.

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  5. Marotta si fa apprezzare per la maestria con cui riesce a restituirci un autentico sentimento della vita e della morte.

    Considerazione: su “Poesia” 234 di gennaio, rubrica “per competenza”, c’è una segnalazione della raccolta di Marotta. L’articolo di Carifi, o chi per lui, è un taglia e cuci della prefazione e postfazione qui pubblicate con poche righe finali di pseudocritica.

    Eccole:

    “La poesia di Francesco Marotta ha questo compito, di rifondare la realtà sul linguaggio, fare del linguaggio il momento fondante del reale.”

    Mentre, sullo stesso numero, due pagine a un “mecenate della poesia” di Roma non si negano mai.

    Inutile, oggi la cultura viaggia in rete e non fra le pagine patinate.

    andiamo avanti…

    scusa Francesco, ma dovevo dirlo!

    f.s.

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  6. si sente una lamma affondare tra le luci e le ombre, tra il calore di un ricordo ed il gelo di un presente, la spaccatura crea crepe dell’animo che si scruta scandagliandosi in ogni minimo dettaglio sensibile e di pensiero. continuerò questa lettura tra le pagine del tuo libro.
    un abbraccio.

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  7. Spero di leggere il libro presto.
    L’umanesimo di Francesco Marotta, la sua presenza, sono nei suoi versi e Carifi evidenzia giustamente (nel commento riportato) quel ” rifondare la realtà del linguaggio”.

    Un saluto

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  8. E’ tutto detto come avremmo voluto leggere da sempre, come avremmo voluto addirittura dirlo. Francesco ci presenta il suo faticoso sguardo su ciò che ci circonda e ci anima e parla direttamente al nostro io, che puntualmente confondiamo nelle parole sofferte e mai pronunciate. Francesco spezza e ricompone il verso come fanno la natura e il destino con l’esistenza ma ce lo dice da poeta, lasciando aperti i lembi della sua e della nostra ferita perché respirino.

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  9. Dice bene Lucy, poesie che danno i brividi e nuove a ogni lettura, forse per la purezza delle parole e il senso di vicinanza che trasmettono, forse per la mobilità dei significati e il loro procedere simile a quello dell’acqua e al suo perenne divenire. E ottime le letture di Ivan Fedeli e Luigi Metropoli.

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  10. La poesia di Francesco Marotta non reperta il mondo pulsante dell’oggi; ne divella, anzi, la superficie, e con mano potente l’affonda nel profondo della terra, mostrandocene la consistenza sapida e imperitura. Si viene così poco alla volta, di verso in verso, condotti in uno spazio immaginifico di rara bellezza; riportati a un’armonia interiore e cosmica con dolcezza eufonica, e silenzi, e folate di senso.
    Grazie a Francesco, e molti auguri per questo libro prezioso.
    Complimenti a Ivan Fedeli e Luigi Metropoli per gli ottimi interventi.

    Giovanni

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  11. ho letto Impronte sull’acqua quando era ancora un libriccino edito da PaginaZero e ne ho tratto qualche parziale considerazione qui:
    http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/197-Francesco-Marotta-da-Impronte-sullacqua.html
    Sono d’accordo con chi ha parlato di umanesimo e etica riguardo a Marotta, ma la sua dote maggiore è l’abilità manipolatoria del linguaggio. Manipolatoria in senso plastico, con un lavoro estremo(qualcuno ha parlato di fatica, ed è fatica “buona”)e costante che non ha niente di mistificatorio nè di esoterico. Il rapporto con la parola è paritario: il poeta denuda la parola in tutti i suoi significati, la parola si incarna e respira nel momento in cui viene “esposta” dal poeta. Il lettore accorto si avvede di questo dono che gli viene offerto.
    saluti

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  12. Purtroppo io non mi reputo un buon lettore di poesia. So di non essere all’altezza. Però, da quel poco che capisco, penso che Francesco Marotta sia un grande poeta.

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  13. Fedeli coglie bene la poetica di Francesco: una scrittura che si pone nella matrice incessante delle “figurazioni”, laddove il disfarsi ridiventa nascita, in un continuo vortice di ricerca e senso, quasi un neo-barocco di altissimo rigore formale…..Viola

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  14. Grazie di cuore a tutti voi.

    fm

    p.s.

    Il carisimo Mauro Baldrati, per penitenza, dovrà assistere a un’intera puntata del prossimo sarrèmo, comprese le finestre (?) nei vari notiziari della giornata e gli approfondimenti (sic!) notturni del dopofestival.

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  15. Francesco, sto cominciando a leggere, poi ti dirò. Le paole di Fedeli e Metropoli le leggerò alla fine perchè è così che amo affrontare un testo poetico. Mi immergo in religioso silenzio e non voglio essere fuorviata da critiche, seppur alte, di altri.

    ti abbraccio
    jolanda

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  16. Caro Francesco.Tu sei speciale.Ho cercato il libro stasera nella libreria di fronte al BASTIONE DI S.REMY che è della TIZIANO ma senza successo.L’ho segnalato ed ho dato l’address
    de LA DIMORA.Ma non avrò pace finchè non arriverà.Questi ultimi giorni ho preso ore di pausa dal lavoro e mi sono tuffata nella lettura.Ma la mia ipersensibilità di Ariel,è in incantamenti.Non so trovare parole originali per ringraziare Te.Mi intimidisce la tua semplicità e sarò perciò sobria.Grazie caro Francesco.Sei un balsamo per le ferite.Con tutto il cuore.Marlene

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