Poesie inedite di Michele ORTORE

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(Ellen Burgin, Marking time)

 

                         E il motivo

                         E’ nella rigidità flessibile
                         della foglia di eucalipto,
                         è nella pesca a strascico del vento
                         sui rami

 

Si può pensare dopo le idee

Ci siamo sciolti al chiaro di luna metallico
nel petrolio ostiense salato
come teneri barbari senza domande, invasioni
da vivere, vini da bere nei teschi;
mani e polsi e vertebre stellate
gocce di latte lungo la schiena
e porte vuote del senso da aprire con diamanti
nelle notti del Circo Massimo,
a dormire avvinghiati come randagi impazziti di luce
fra le tube del Palatino e l’asfalto attorno
quasi una battigia, bottiglie di vino urlare
poesie di Majakovskij dai denti rossi,
sapere sapere sapere e non capirci un cazzo
se non dello spazio bianco senza sonoro
dietro gli eventi, la forma che può avere
il retro del sole, e allacciare gli appigli
fra miopie frequenti, disegnando ritratti
di tutto ciò che nell’inferno non è inferno.
Non inquinare il cielo ma solo un po’ di sé,
quel che basta a sbagliare l’accento e inventare
nuove parole, morire di più, essere banali
e chiamare il bibliotecario gentile
o il timido che somiglia, chiamare come merita
perché scivola in declivi di felce la vita
e solo strappando magari dall’alto
si vede qualcosa

 

Blu steso nel letto, serenamente

L’alba ci disimpara,
ci spreme come spighe ponenti,
come gatti dietro l’ellisse di una foglia.
L’alba rammenda con luce
l’evidenza della morte
vissuta come atto d’amore.
L’alba per circa quindici minuti
è come un vecchio blu disteso
su letti di strame e di ossessioni
che prima di salire le scale del silenzio
stringe, come un gioco di rime,
la mano della donna rannicchiata: rimarrà
per entrambi il tentativo, nel sole.

 

Trascrizione d’infinito vento

“Can I bring back the words? Will thought of transcription
haze my mental open eye?”
(A.Ginsberg)

[Le mura serviane sono grucce appese all’orizzonte
di Etrètàt scolpita dal vento
e le falesie bianche d’avorio e fede
senza rispetto incidi un mondo d’immagini,
come piegassi le lenzuola
di un bambino, e la tua parola è la sua stanza
e il plaid marcito dei barboni inginocchiati
contro il muro è Gericault e la marea]

chiedersi se rimanga l’impronta dei passi
come un bicchiere poggiato al mento
o l’opalescenza di un’occhiata laterale
lo sguardo sfuggito dai crocevia della carne
asciugato nelle falde di un girasole
piegato e rorida linfa sul prato
il girasole però vive
e la vita nel vento che non potrò avere
io la bevo dai tuoi mondi scoscesi
che non sai di conoscere.

 

Efterklang

Ogni respiro è un chiodo frapposto

come potrò clessidra e dentro ruggine vederti
rovesciare il mondo e pronunciare
la parola bellezza

potrò
aspettare il mattino e poi la radio
dei passi della luce, scavalcare
l’orda delle rughe e le mattonelle nere,
chiacchierare con ciò che mio padre diventerà
dopo essere morto, scrivere il primo verso,
tessere un sogno di capelli persi

e -nel talamo steso il tempo- eroderlo

 

Come fosse ieri

Allacciami e sarò
l’alamaro delle tue volontà.

Perturba il vento della notte, o
forse non è niente, lo scrutare
della mente nelle foghe dei sogni,
le pagine sgualcite di carta cinese
frementi nello scrivere e nel descrivere,
il ponte sbilenco che il tuo piede
costruisce fra generazioni di amori diversi.

Cercare nei pendoli diuturni
appesi ai fili spezzati dell’alba
il coraggio di segnare nuove parole
sulle vetrine di Campana,
inveterare sospiri. poi agire

 

Il cappello di Talete

Serve molto coraggio
per sfilarsi il cappello da filosofo.
Se solo potessi poggiarlo in mano,
lasciarmi mordere dalle tiritere notturne,
il fango bianco degli istinti,
cantare con la querula voce dei sordi,
che parlano di sé con versi veri,
perché non hanno imparato a difendersi
parlando degli altri.
Mangiami rorida di te, neve sporca
ed a forma di gioco.
Sia sudiciume ogni parte di me,
e solo allora potrò, senza ipocrisia,
porre di nuovo il cappello in testa.
Solo allora potrò donarti
l’amore di un Talete sporco.

 

La fisarmonica

Si ruppe cadendo come un’ancora
dal tavolo peschereccio,
la fisarmonica.
Suonava come sillabando domande
la fisarmonica, strepitando
di dubbi nei cuori e nelle tasche,
Scivolò e scoprì che tutto era finto
una quisquilia simile alla rugiada
ma un po’ più cattiva
un orologio la ordì
se aspettavi e la luna
in un momento
si dimenticò di sorgere

 

Dove

LA DOMANDA

La ragazzina chiese “Dove?”
mentre la ramanzina del melo
si affievoliva
diventando nulla più
che un ramo acerbo e rimosso

LA RISPOSTA

Il mare ha cinque ciglia di terra,
e se come ognuno fosse solo un po’ triste
per tutti
sarebbe chiaro perché l’oceano è salato.

 

Si prende cura di me

Imitare l’apertura alare
di chi fra le dita stringe una rondine,
dotarla di eliche, grasso o reattori,
a cavallo dell’aereo degli inetti
a un passo dall’asfalto salvare il suicida,
e scoprire l’America,
prima dei Vichinghi e di Colombo,
dare al comunismo una chance Atlantica,
per ritrovarsi poi nel millenovecentocinquanta
con un Krusciov liberista, un’Ungheria ancora ribelle,
un’Italia sempre a metà, Stakanov che sforna trade-mark,
e di nuovo tutti nel freezer.
Ma è questo sognare, e chi per amore comprende la morte,
sono queste cose, che si prendono cura di me.

 

Polvere di statue (un’Onda)

Erano mille petali infiammati:
in ognuno l’espressione di un ricordo,
il socchiuso sguardo delle teche
quando ancora vuote si riempiono di storia
di speranze sfuggenti e inspiegate
e non ancora fossili, code di rettili.
Ruvidi e dolciastri, come la resina sui tronchi,
quei ragazzi abolivano le pause dei giudizi,
i secondi vuoti della razionalità,
l’oggettività sorda.
Conoscevano i selciati del cielo,
se mentre il corteo occupava il ministero
due di loro si amavano sui tetti.
Statistiche e idee, giornali strappati,
giornali fumati.

E la polvere delle statue, al suono
di flauti invecchiati per rinascere,
non si ferma, sgrana i nasi simmetrici
e amputa le perfezioni di braccia e gambe,

cade nell’acqua e forse piove, lascia
il corpo perfetto ed è nell’aria:
fermatevi, non toccate più il suolo
e nei mille silenzi di un attimo, siate unici
fotografie di voi vivi
fotografie vive, un angolo piegato e Dio dietro,
solo per un attimo, solo se nell’attimo.

 

La cognizione del sapere

Allacciare lo sguardo alle dita
e frapporle con epica infantile
al sussurro che scuote la pelle:
lì, inizia il dolore.

Passi l’ago sulla stoffa del tuo tempo,
e più scorre il filo delle idee
      – trovare, smanacciare, deridersi
          interpretare cuori altrui
      l’esangue speranza che chiamiamo sapere,
          alba in drastica pausa –
più fatichi a non vedere
il disegno schizofrenico della tela.

E più sai, più soffri,
più sai, più sai il male.

…nacque un pesce dai due polmoni,
e nel suo salto dall’onda
s’asciugava con la roccia di riva:
un solo tonfo senza rumore,
ed il lento scivolare del ritorno
nel blu smorzato dell’acqua.
Cerca aria, cerca sé,
e chissà se il fiume lo vede,
quel guitto nobile che non muore.

 

Amare i paraventi (A Roberta)

Forse, come in certi proverbi, l’anima è quel riflesso
dalla luce smerigliata, di pomeriggi avvolti in mèsse
e consegnati ai tiepidi granai del ritorno,
della permanenza, dell’alba rossa fra le spighe.
E a volte un proverbio, anche se drenato
nei vetri delle ampolle e nelle pance dei filosofi,
nelle carte fragili e nei canti dimenticabili,
si dimostra vero:

quando mi svegli dalla vita e guardi,
sei la nuotatrice cieca che affresca
nell’acqua i proverbi più veri,
volti che restano costellazioni,
coralli intensi
oltre lo scoglio.

***

4 pensieri su “Poesie inedite di Michele ORTORE

  1. Non mi sono dimenticata di scriverti un commento, come promesso.
    Le tue poesie sono intelligenti, di un ragazzo che studia e legge e ne conosce le ragioni, le cause; nient’affatto ingenue, originali e profonde. Forse manca loro un velo di ingenuità, appunto, di immediatezza, che faccia sembrare il poeta più bambino.
    Molte sono quelle che mi piacciono, non starò a farti l’elenco; ti dico solo che mi ricorderò della fisarmonica che cade “come un’ancora” e del mare salato come una lacrima.
    Grazie
    Marti

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  2. Poesie delineate da un linguaggio ricercato e misurato col contagocce. Il lavoro che dà le radici alla forma è estremamente attento e assolutamente non scontato. Il pensiero su cui si erge l’anima delle varie poesie è evidentemente profondo e articolato – “sintomo” di una mente acuta – .Il risultato di tale “ragionamento” sembra portare al compimento di versi fatti d’immagini e pensieri che si intrecciano e si snodano (o si annodano, a seconda dei momenti) tramite legami più o meno visibili, più o meno chiari ed evidenti. Il verso -tutt’altro che ritmato – scandisce ad intermittenze ben poco regolari gli attimi d’immagine e pensiero dando vita ad un contorcersi di parole, riflessioni e sensazioni.

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  3. Applausi per la prima e per Efterklang! Ad una superficiale ed affrettata lettura da video.
    Cara Marti, tranquilla: un vero poeta è vecchio come il cucco già a quattro anni… Si capisce tutto già nel mare amniotico, e poi a poco a poco inesorabilmente si va in disperdita.
    Michele Ortore è uno dei migliori poeti in giro, forse lo amo così perché lo sento molto affine come poesia, magari sarà anche lui un maledetto, oppure mi avrà copiato, meglio così! 🙂 (scherzo ovviamente, la mia è solo sincera ammirazione e adesione).
    Non avere mai capito niente e usare questa strana cosa per inebriarsi cavalcandone la tigre, mescolare i cinque sensi, anelare all’aria e alla risoluzione di enigmi attraverso immagini, volatori di miniera tra storia del mondo e del proprio spirito. Potrei continuare tutta la notte, mi fermo per verecondia. Ciao, complimenti!

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  4. quando mi svegli dalla vita e guardi,
    sei la nuotatrice cieca che affresca
    nell’acqua i proverbi più veri,
    volti che restano costellazioni,
    coralli intensi
    oltre lo scoglio.

    questo basta a contenere tutto il resto.
    ciao mic,
    un abbraccio

    Ale

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