DALLA PARTE – di Giulio Mozzi. Posfazione di Marino Magliani

hotel

[Pubblico qui il racconto Dalla parte di Giulio Mozzibonus track dell’antologia Tutti giù all’inferno, curata da Monica Mazzitelli (Giulio Perrone editore, 2007). Qui è possibile scaricare il pdf dell’antologia. Una curiosità filologica: nel testo qui proposto, lo scrittore ha apportato varianti minime.  Infine, in coda al racconto, nota di lettura di Marino Magliani: Per Charlie. Domenica 25 gennaio pubblicheremo un secondo racconto di Mozzi. f.s. ]

 

di Giulio Mozzi

 

È il quindici marzo, mercoledì. Mercoledì è il giorno che mi fermo a Milano. Dormo all’Hotel Charly di via Settala, vicino alla Stazione Centrale. È un alberghetto pulito, tranquillo ed economico (ma il caffè è micidiale). Ora è notte, sono le undici e un quarto, e da piazza Missori scendo nella metropolitana. Quattro stazioni (Duomo, Montenapoleone, Turati, Repubblica), due passi a piedi, e sarò a casa. Per me a Milano il Charly è “casa”, perché sono cinque anni che ci dormo praticamente tutti i mercoledì sera. La stanza undici al secondo piano, senza bagno ma con lavandino e bidè (e il bagno sul pianerottolo: da condividere, certo, ma tanto la mattina mi sveglio presto, e sono sempre il primo).

Io sono un uomo che vive di abitudini.

Giù, sulla banchina c’è solo un tipo con un completo di lino beige. Cammina avanti e indietro. Il segnalatore annuncia: il prossimo treno tra otto minuti. Vado a sedermi su una di quelle cose rosse e tonde che ci sono nella metropolitana di Milano – non saprei chiamarle né sgabelli, né sedie, né panchine, né seggiolini né altro. Sono dei dischi rossi sostenuti da un ferro piantato nel muro. Ci si siede sopra. Li chiamerò dunque sedili. Si sta anche comodi, per quei pochi minuti che ci si deve stare.

Prendo dalla borsa il libro (ho sempre il libro). L’ho cominciato stamattina in treno, e non mi piace. Si chiama Canti onirici e altre poesie, l’autore è un certo John Berryman che non so chi sia (magari è uno importantissimo: sta in foto sulla copertina, ha barba lunga lunga, occhiali a montatura grossa, camicia a maniche lunghe con i polsi aperti, postura contorta, sigaretta tra le dita della mano sinistra), l’ha pubblicato Einaudi nel 1978 e io l’ho comperato usato.

 

I wished, all the mild days of middle March

This special year, your blond good-nature might

(Lady) admit-kicking abruptly tight

With will and affection down your breast like starch –

Me to your story… [1]

 

Non c’è nessuna Lady ad aspettarmi, all’Hotel Charly. Ce n’era una che volentieri si sarebbe lasciata desiderare, credo, tra le cinque persone che eravamo a cena (in un ristorante gestito da egiziani copti, dove fanno cucina romana: carbonara, scamorza ai ferri, cicoria ripassata). Ma io non ho voglia di desiderare.

Alzo gli occhi. Il tipo col completo di lino beige mi passa davanti. Mi viene in mente che l’unico completo che io abbia posseduto era di lino beige, ed era orrendo. Mi accorgo che il tipo cammina in modo strano – come se zoppicasse, no, non come se zoppicasse, col piede sinistro avanza e col piede destro pesta, e cambia sempre direzione. Cammina – ecco – come uno che vuole pestare uno scarafaggio veloce.

“Mi vuol dare una mano?”, dice il tipo.

“Eh?”, dico.

Non gli dico: mi pare che lei abbia bisogno di un piede.

“Dico, mi vuol dare una mano?”, dice il tipo.

Metto il libro nella borsa. Lascio la borsa sulla cosa rossa su cui ci si siede. Sul sedile. Mi avvicino al tipo.

“Cosa le serve?”, dico.

“A me niente”, dice il tipo. “Lei veda di pestarne un po’”.

Guardo per terra.

“Pestare che cosa?”, dico.

“Queste bestie qua”, dice il tipo dando un pestone bello pesante.

Ho un secondo per decidere. Decido. Comincio a camminare qua e là per la banchina. Avanzo col piede sinistro, pesto col piede destro. Pesto con energia, con buona volontà.

“Ma cosa fa?”, dice il tipo.

“Pesto”, dico.

“Ma lì non ce ne sono”, dice il tipo.

“Ce n’è di trasparenti”, dico. “Quasi invisibili”.

“Non dica cazzate. Venga qua”.

Lo raggiungo.

“Lei vada da quella parte”, dice il tipo indicando col braccio. “Io vado da questa”.

“Va bene”, dico. “Guardi però che quando arriva il treno, io lo prendo”.

“Faccia come crede”, dice il tipo. “Quando queste bestie avranno mangiato Milano, mi ricorderò del suo egoismo”.

“Ho una missione da compiere”, dico.

“Per conto di dio?”, dice il tipo.

A forza di camminare e pestare, gli è venuto un po’ d’affanno.

“Per conto del Governo”, invento. “Ministero della Salute, sottosegretariato alla Disinfestazione”.

“Lei non mi sembra un disinfestatore”, dice il tipo.

“Infatti”, confermo. “Io mi occupo della contabilità. Per il gruppo qui, di Milano”.

“Quale gruppo?”, dice il tipo. Accelera il passo, cambia e cambia direzione, come se inseguisse una bestia zigzagante.

“Il gruppo dei Dds. I Disinfestatori di stato”, dico.

“Mai sentito”, dice il tipo.

“È un gruppo segreto”, dico.

“Perché segreto?”, dice il tipo.

Non gli sembra strano, evidentemente, che io gli riveli un segreto.

“Le solite ragioni. Non creare il panico. Il problema va risolto in silenzio”, dico.

“E intanto queste ci mangiano”, dice il tipo. Ora mi sta venendo incontro.

“Ha deciso il Governo”, dico.

“Ah sì, il Governo. Quelli là. Sicuro”, dice il tipo.

Per un po’ gironzoliamo in silenzio, ciascuno a pestare per conto proprio. Guardo il segnalatore, vedo che mancano sempre otto minuti. Di notte succede. Che i segnalatori ingannano. O che i treni si perdono.

“Ma lei”, dico, “fa parte di un gruppo?”.

“Figurarsi, dice il tipo.

“E come mai?”, dico.

“La lascio indovinare”, dice il tipo.

“Allora. Prima si nega il problema, poi lo si sottovaluta, poi si dice che il problema non è quello ma un altro, poi chi solleva il problema viene guardato con sospetto, poi si riserva il problema a un’autorità alla quale nessuno ha accesso, poi a chi per primo ha segnalato il problema si tappa la bocca, eccetera”.

“Bingo”, dice il tipo.

“Eh?”, dico.

“Bingo”, ripete il tipo. “Ha indovinato. Ci ha preso”.

“Bene”, dico

“Bene un corno”, dice il tipo.

“Mi scusi”, dico. “È un tic linguistico”.

“Che cos’è che è un tic linguistico?”, dice il tipo, che decide di fermarsi – a quattro metri da me – per tirare il fiato.

“Dire “bene” quando un discorso è concluso”, dico. “È come un segno di punteggiatura”.

“Un punto?”, dice il tipo.

“Facciamo un punto e virgola”, dico.

Il tipo ride. Non me l’aspettavo. Sfortunatamente ride troppo a lungo.

“Senta”, dice, “mi farebbe conoscere questi Dds?”.

“È interessato a un arruolamento?”, dico.

“Potrei pensarci”, dice il tipo.

C’è vento. Sta arrivando il treno.

“Muoviamoci”, dice il tipo. “Quei suoi amici ci aspettano”.

Appena il treno si ferma, si butta dentro. Salgo anch’io. Dentro, tranne me e il tipo, sono tutti negri.

 

Venti minuti dopo stiamo camminando per via Vitruvio. Il tipo mi sgambetta accanto. Sembra allegro. Ha la faccia di quello che ha raggiunto un obiettivo della sua vita. Io mi sto domandando se ci sia un modo di liberarmi di lui. Poi penso alla Lady che mi aspetta, benché non all’Hotel Charly, e il pensiero è: che chissà se è vero che mi aspetta. Domani la guarderò negli occhi. Ultimamente non mi guarda negli occhi. Due pensieri nella testa contemporaneamente non ci stanno. Metto da parte il pensiero della Lady. E i suoi occhi.

Stiamo andando verso corso Bueno Aires. La via del Charly, via Settala, che è una laterale sinistra di via Vitruvio – sinistra per chi va nella nostra direzione – l’abbiamo già passata. Potrei fare uno scatto. Secondo me non riesco a staccarlo.

“Senta”, dice il tipo.

“Mi dica”, dico.

“Lei pensa che io potrei essere un buon elemento?”, dice il tipo.

“Di che? Dei Dds?”, dico.

“Di che altro?” dice il tipo.

“Guardi”, dico, “io come le ho detto mi occupo della contabilità. Della selezione dei nuovi elementi si occupa il maresciallo”.

“Che maresciallo?”, dice il tipo.

“Il maresciallo che sta a capo del gruppo”, dico.

“Per un gruppo così importante, solo un maresciallo?”, dice il tipo.

Che ti aspettavi, di incontrare il generale Cadorna?, penso.

“Ciao ragazzi”, dice una signorina.

“Non ho soldi”, dico.

“Magari il tuo amichetto ne ha per due”, dice la signorina.

“Abbiamo da fare, signora”, dice il tipo. “Affari gravi e importanti”.

“Oh”, dice la signorina. “Non dubito che il tuo affare sia importante”.

“Non attacchi discorso”, dico.

“Prima o poi dovranno rendersi conto”, dice il tipo.

Prendo una via a sinistra, che non so come si chiami.

“Di che, dovranno rendersi conto?”, dico.

“Lei è stordito”, dice il tipo. “Anzi, lei è proprio un contabile”.

“Vuole dire”, dico, “che prima o poi bisognerà informare la popolazione?”.

“Almeno prima che si estingua”, dice il tipo.

“La vedo pessimista”, dico.

Scanso per un pelo una merda enorme.

“Lei non ha risposto alla mia domanda”, dice il tipo.

“Quale?”, dico.

“Perché solo un maresciallo per un gruppo così importante”, dice il tipo.

Di cosa si farà?, penso.

“I gruppi sono molti”, dico. “A capo di tutti quelli di Milano c’è un generale di brigata”.

“Ah, ecco”, dice il tipo.

Svolto ancora a sinistra.

“Stiamo tornando indietro”, dice il tipo.

“Lo so”, dico. “Ho l’ordine di non avvicinarmi alla sede del gruppo secondo un percorso troppo rettilineo. Sa, per non dare nell’occhio”.

“Capisco”, dice il tipo. “Mi perdoni un momento”.

Si allontana di dieci passi, tira fuori un telefono da dentro la giacca. Parla per un minuto o due. Non sento cosa dice.

“Ecco. Fatto. Mi scusi”, dice.

“Aveva altri impegni stasera?”, dico. “Se vuole, possiamo rimandare la cosa a domani. Così magari ne parlo al maresciallo, gli spiego…”.

E intanto io mi do alla macchia.

“Stasera va benissimo”, dice il tipo.

È inossidabile.

“Va bene”, dico.

“Lei è il contabile solo di questo gruppo, o di più gruppi?”, dice il tipo.

“Vuol farmi parlare di queste cose in mezzo alla strada?”, dico.

“Mi scusi”, dice il tipo.

Camminiamo in silenzio. Ho deciso cosa fare. Arriviamo al Charly. Lì gli dico di attendermi fuori per dieci minuti. Se il maresciallo è disponibile a incontrarlo, scendo a prenderlo entro dieci minuti. Altrimenti, appuntamento a domani. Devo scegliere un luogo per l’appuntamento – possibilmente un luogo dove non vado mai. In via Ricasoli. Ci sarà una via Ricasoli, a Milano. Se pianta casini mentre è fuori, chiamo la polizia. O la neuro.

“Siamo quasi arrivati”, dico.

“Bene”, dice il tipo.

“Lei mi aspetterà in strada”, dico. “Io salgo a parlare col maresciallo. Se accetta di vederla subito, entro dieci minuti scendo e saliamo insieme. Se non accetta di vederla subito, non scendo. Se non scendo, appuntamento domani alle diciotto in punto in via Ricasoli”.

“Via Ricasoli dove?”, dice il tipo.

“Scelga lei”, dico.

“Davanti al quarantatre, le va bene?”, dice il tipo.

Perché mai davanti al quarantatre, penso.

“Facciamo il quarantasette”, dico. “Morto che parla”.

Il tipo sogghigna. Un’altra svolta a sinistra, e siamo in via Settala. Passiamo davanti al Charly. Facciamo altri venti passi. Mi fermo difronte all’albergo accanto.

“Adesso io salgo lì”, dico indicando il Charly, “lei mi aspetti”.

“A tra dieci minuti”, dice il tipo.

“Se il maresciallo vuole”, dico

“Vorrà”, dice il tipo.

Mentre faccio i venti passi fino al Charly, penso che questo vorrà  era veramente deciso. Tanto deciso. Troppo.

Metto i piedi dentro al Charly, e mi saltano addosso in quattro. Per prima cosa mi incappucciano. Poi mi legano. Poi mi pestano un po’.

 

Dieci minuti dopo sono legato a una sedia. Ho ancora il cappuccio. Sono sicuramente dentro al Charly. Mi frugano, mi tolgono il portafoglio.

“Allora, Mozzi, lei ci deve delle spiegazioni”, dice la voce del tipo.

“Che spiegazioni?”, dico.

Ha una voce diversa, adesso che la sento senza vederlo. Ma è la voce sua.

“Come fa a sapere tutte queste cose”, dice la voce del tipo.

“Ma lei, scusi”, dico, “chi è?”.

“Maresciallo Iacono, responsabile del quinto gruppo Dds di Milano”, dice la voce del tipo. Sento che è una voce ironica.

“Ma cosa sono i Dds?”, dico.

“Me l’ha spiegato lei poco fa”, dice la voce del maresciallo Iacono.

Non ci credo.

“I Disinfestatori di stato?”, dico.

“E che altro?”, dice la voce del maresciallo Iacono.

“E c’è davvero un gruppo di Milano? Che ha sede qui all’Hotel Charly?”, dico.

“Non faccia domande stupide”, dice la voce del maresciallo Iacono.

“E lei poco prima che arrivassimo ha telefonato qui per avvisare?”, dico.

“Non faccia domande stupide, ripeto”, dice la voce del maresciallo Iacono.

 

L’interrogatorio è durato fino alle sette di mattina. Mi hanno tenuto sveglio a sberle. Volevano sapere come avevo fatto a sapere tutto, ma proprio tutto: il nome del gruppo e la sua sede, la struttura organizzativa, le procedure per gli incontri eccetera. Perfino la parola d’ordine per gli appuntamenti: quarantatre, quarantasette.

“Stavo inventando”, ho detto.

Sberle.

“Vi giuro, io sono uno così. Sono uno che si inventa storie, di mestiere”, ho detto.

Sberle.

“Sono uno scrittore. L’invenzione è il mio mestiere”, ho detto.

“E io sono Marlon Brando”, dice la voce del maresciallo Iacono. E giù sberle.

“Oh, insomma, datevi almeno la pena di controllare chi io sia”, ho detto.

“È una minaccia?”, ha detto un’altra voce.

“Macché”, ho detto. “Dico solo che io sono uno che di mestiere s’inventa storie, e lo posso provare. Ce l’avete Google?”.

“Formichere, tira fuori il computer”, ha detto la voce del maresciallo Iacono. Io ci ho messo un po’ a capire che “Formichere” è un soprannome da battaglia.

“Vi giuro, non sapevo niente”, ho detto.

“Certo, niente. Tranne l’esistenza del gruppo, la sua denominazione, la sua sede, le procedure per un incontro…”, dice la voce del maresciallo Iacono.

“Coincidenze. Casi. Casi imprevedibili”, dico.

“Come no?”, dice beffarda la voce di Formichiere.

 

Alla fine li convinco. Controllano i registri, vedono che sono davvero un cliente abituale del Charly. Controllano non so come il mio uso dell’internet, le mie telefonate. Mi guardano anche in gola, sollevando appena un po’ il cappuccio. Non mi dicono perché mi guardano anche in gola. Alle sette dicono: “Va bene, lei può andare”. Mi slegano. “Ha una pistola puntata addosso”, dice la voce del maresciallo Iacono. “Non si tolga il cappuccio. Noi ce ne andiamo, poi lei si toglie il cappuccio. Conti fino a cento, prima di farlo”.

“Ma sentite”, dico.

“Ci dica”, dice la voce del maresciallo Iacono.

“E se io volessi entrare nel gruppo?”, dico.

“Come operativo o come collaterale?”, dice la voce del maresciallo Iacono.

“Vedete voi”, dico.

Un’occasione così per fare uno scoop e un libro, càpita una volta nella vita. Quando l’epidemia – mi viene da chiamarle così, quelle bestie – avrà raggiunto il livello di guarda, e non sarà più possibile tenerla segreta.; quanto il ministro dell’Interno sarà chiamato a rispondere in Parlamento a una selva di domande – per quel momento io voglio essere pronto, voglio poter sventolare davanti ai fotografi, fresco di stampa, il libro del momento. Tutto sul servizio segreto disinfestatore. Informazioni esclusive. La peste del terzo millennio. Gli eroici disinfestatori. I loro modi bruschi. Il loro agire silenzioso, subdolo.

“Se la prendiamo dentro”, dice la voce di Formichiere, “scommetto che nel giro di due ore lei va a rivendersi la storia”.

“Facciamo un’ora”, dico.

“Come vuole”, dice la voce di Formichiere.

“Possiamo correre il pericolo”, dice il maresciallo Iacono.

 

Conto fino a cento. Mi tolgo il cappuccio. Sono all’Hotel Charly, nella mia camera. Come immaginavo. Ho bisogno di prendere aria. Esco dal Charly. Mi incammino verso la Stazione Centrale. Ho l’impressione di essere seguito. Probabilmente lo sono. Voglio dell’acqua, un caffè. Per me comincia una nuova vita.

 

Da quella notte sono passati due anni. Il nostro gruppo ha ricevuto una menzione d’onore per l’eroismo dimostrato nel combattere le bestie. Io ora sono il responsabile del gruppo di Milano centro, con il grado di maresciallo. Tutte le notti esco, m’inoltro nella metropolitana, e schiaccio quante più bestie posso. Ogni tanto arruolo qualche giovane promettente. Con le bestie de la stiamo cavando. Da un anno in qua la loro popolazione non è aumentata. Ci sono precisi segnali di controtendenza. Io accumulo materiale per il mio libro. I ragazzi non ne sanno niente. Dopodomani il “Corriere della sera” farà un paginone, con richiamo in prima pagina. La firma non sarà la mia. Il mio nome non sarà mai fatto. E le informazioni, per sicurezza, non saranno del tutto precise e del tutto veritiere. Voglio vederli, a scoprirmi che sono stato io.

Nei giorni scorsi abbiamo depositato – in giro per fogne, gallerie, scantinati, tunnel, parcheggi sotterranei – una dozzina di cassette di spumante. Domani a mezzanotte darò l’annuncio: ragazzi, è assodata l’inversione di tendenza. Le bestie diminuiscono. Non abbiamo ancora vinto, ma abbiamo la prova che si può vincere. A gloria del nostro coraggio, in memoria dei nostri amici e compagni mangiati dalle bestie, brindiamo! Sarà un grande brindisi sotterraneo.

La mattina dopo, scoppierà il casino. Già m’immagino: l’opposizione che insorge, il Governo che traballa, il ministro chiamato a rispondere in Parlamento. Il blocco delle attività. L’indagine interna, il sospetto, tutti contro tutti. Trasferimenti d’ufficio. Qualche strangolamento discreto. Questi servizi segreti sono tutti uguali.

 

La paga – quella che mi pagano le bestie, dico – non è male. Quando sarà tutto finito, capace che mi dispiacerà. Spero solo che il marchio che ho qui in gola mi protegga. Tanto, crepare per crepare, tanto valeva stare dalla parte di chi vince.

 


 

[1] Desiderai, tutti i miti giorni di metà marzo

Quest’anno speciale, che il tuo biondo buonanimo

(Signora) ammettesse – scalciando repentino teso

Di volontà e affetto come amido nel tuo seno –

Me nella tua storia…

[trad. di Sergio Perosa, pp.31-32 dell’edizione citata nel testo].


 

PER CHARLIE- nota di lettura di Marino Magliani

 

I racconti di Giulio Mozzi, come gli diceva il fratello – sostiene Giulio Mozzi – sono racconti che fanno cadere l’anima. Non sono molto d’accordo, credo che un’anima non riesca a cadere più di tanto perché l’anima che sento di avere io è già posata in un posto che sta al fondo, un deposito dove si fermano le cose, e dove rimangono anche i racconti. Anche quelli di Mozzi.

 

Qualche giorno fa Francesco Sasso ed io abbiamo fatto una breve chiacchierata sui racconti di Mozzi. Tutto è nato dalla pubblicazione in rete di un estratto di «tentativo di romanzo» di Mozzi, passatemi il termine tentativo.

Se non lo conoscessi personalmente, potrei immaginare Mozzi come uno che ha gettato dai finestrini dei treni più tentativi di romanzi di quanti una generazione di scrittori veneti non abbia annegato nei canali di quella regione. Anche conoscendolo personalmente l’immagine è confermata.

 

Alla fine, con Francesco, è maturato il progetto di offrire ai lettori un Mozzi che non fosse il solito raccoglitore dei frammenti di vetro che tutti conosciamo o il narratore di un altro tentativo di romanzo annegato, ma un Mozzi sconosciuto ai più, grottesco. Un Mozzi che quando lo lessi (è uscito in un’antologia curata da Monica Mazzitelli ma questo ve lo spiega meglio Francesco) mi divertì come a leggere certe pagine di Palazzeschi, e non dico che assomiglia a Palazzeschi. Dico che ho riso.

 

L’albergo dove in parte si narra questa storia lo conosco, ci alloggio anch’io quando vado a Milano, è pulito e serio, vai a letto e non ci trovi nessuno. E’ in una traversa dalle parti della stazione, traversa tranquilla, pochi rumori, intorno ci sono dei bei palazzi, questi incredibili palazzi milanesi che all’interno nascondono giardini e orti, vigne, palmizi con datteri maturi, filari di kiwi e silenziosi roditori alati che saltano da un albero all’altro, e poco distante ci abita l’autore che ha inventato l’ispettore Ferraro.

***

 [Scarica e leggi il racconto Dalla parte di Giulio Mozzi in formato pdf ]

[Tutti i racconti di Giulio Mozzi in formato PDF pubblicati su La poesia e lo spirito]

10 pensieri su “DALLA PARTE – di Giulio Mozzi. Posfazione di Marino Magliani

  1. racconto buono e ironico, serio e sciagurato, di genere e d’autore… un po’ di tutto, dunque ma proprio per questo apprezzabile… e soprattutto sembra un racconto di fantascienza…

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  2. Mi sarebbe piaciuto che avesse continuato un po’ di più nella lettura di John Berryman. Ora mi tocca andare a cercarlo. Ma chissà dove l’ho cacciato…

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  3. 1. L’hotel Charly: http://www.hotelcharly.com/.

    2. Mi piace molto Palazzeschi. Il Palazzeschi delle poesie, dei romanzi più bizzarri (Perelà, Il Doge, Stefanino). Ho imparato leggendo Palazzeschi a scrivere “difronte” anziché “di fronte” (e poi, per amor di paradosso, ho cominciato anche a scrivere “in somma” anziché “insomma”…).

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  4. Piacevole assai, bella sorpresa,
    corre ch’è ‘na meraviglia, fa pure ridere,
    e un po’ di surreal/ironico fa solo bene!

    (Però, che pseudonimo ha preso il Mozzi in qualità di maresciallo? Mica Mar.Mozzi o Mar.Charly?
    Gli andrebbe bene Mar.Berryman, ecco.)

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  5. Berryman è stato un poeta importante anche se la sua morte da suicida ha un po’ oscurato la sua poesia… In quanto a Palazzeschi ci sono dei suoi racconti (uno su tutti, Il punto nero) che meritano di essere letti per la loro improvvisa modernità (non tutti i Palazzeschi sono così…)

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  6. a me ricorda landolfi. può essere offensivo, come no, dipende dal grado di apprezzamento del nostro scrittore fanta-surreal-grottesco. a me il racconto piace. giudizio non di valore, ma gastrico, forse. non da buttare tuttavia il piacere im-mediato, categoria spesso mal considerata in quanto a-critica, ma è quella da cui discende tutto il resto. *mi piace* anche palazzeschi: tutto.

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  7. Nota di servizio:

    Ho cancellato due commenti “fuori dalle righe” di iannozzi e un mio commento di risposta.

    La scelta è tutta mia, non di LPELS o dell’autore mio ospite.

    Il rispetto del lavoro altrui è fondamentale.

    f.s.

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  8. Lucy, il piacere immediato non è mai da buttare. Anzi! L’impressione “irriflessa” è fondamentale, è il punto di partenza di tutti i lettori (professionisti o non). Il critico è colui che non si ferma a quelle prime impressioni, ma inizia un lavoro “riflesso”.

    f.s.

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  9. Forse Marco hai ragione. Ma io sono stufo di dover lasciar sempre correre. Inoltre ho la sensazione che ci sia un po’ di ipocrisia nel far finta di nulla, un po’ di “spettacolo” non guasta mai, direbbe qualcuno. Per me non è così.

    Impiego ore del mio tempo libero per confezionare un post e non mi va di vedere il mio lavoro banalizzato così, senza un motivo valido se non il desiderio di Iannozzi di apparire e lasciare link per i propri siti.

    Immagino che Giulio Mozzi non sia d’accordo.

    E’ una mia scelta. Non censuro nessuno, ma ho deciso di non accettare più i commenti di Iannozzi. E’ una scelta, non un censura.

    E’ anche una scelta il rifiuto di commenti volgari (“il racconto vale meno d’una mezza sega” per me è un commento inaccettabile).

    f.s.

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