Pazzo di Vincent

di Ade Zeno

Hervé Guibert, Pazzo di Vincent, Playground, pp.80, € 8

Traduzione di Maria Grazia Ruspoli

Bello come un dio in bianco e nero ospitato nel corpo leggero e tagliente del ragazzo che in pochi anni – quelli che partono dall’esordio letterario per interrompersi all’improvviso con una morte ferocemente prematura – scriverà trenta libri, quasi tutti di narrativa, seducendo un pubblico vastissimo, Hervé Guibert è approdato in Italia tardi, tardissimo anzi, soltanto grazie ai testi ultimi, pressoché postumi, vale a dire quelli (pur splendidi, meravigliosi) ai quali aveva affidato il difficile compito di raccontare il proprio calvario, l’avventura definitiva, lo scontro selvaggio destinato al fallimento tra il suo corpo e una malattia orribile, il virus maledetto che nei primi anni Novanta fu battezzato “peste del secolo”. La trilogia dell’aids, composta da Lettera a un amico che non mi ha salvato la vita, L’uomo dal cappello rosso, e Le regole della pietà, arrivò dalle nostre parti solo in virtù della sua riconducibilità a un tema tutto sommato di moda in cui il morbosismo e le umane affezioni nei confronti della morte che rendono ciascuno di noi – consapevolmente o meno – spettatore necrofilo, trovarono terreno fertile per un successo editoriale tanto vigoroso quanto prevedibile, clamore comunque destinato a spegnersi in breve tempo, considerata la natura passeggera di ogni evento mediatico. E di mediaticità infatti si tratta quando a parlarci non sembra essere, almeno al primo sguardo, l’opera di uno scrittore notevole, ma il riverbero di una psicosi collettiva debitamente supportata da dibattiti televisivi, pubblicità progresso, articoli di divulgazione scientifica e defunti illustri. Sparito lo spauracchio – mediaticamente parlando, s’intende, considerate le migliaia di vittime che l’hiv si ostina a mietere ancora oggi – svanisce anche l’opera, confinata nel timido e silenzioso archivio delle testimonianze che non interessano più, e che dunque non sono più niente. Eppure ci sarebbe molto altro da dire a proposito di Guibert, e a distanza di tanti anni (la sua morte risale al 1991) è arrivato il momento di guardarlo dritto negli occhi per quello che è, ovvero sì testimone diretto di una malattia tanto turpe quanto indiscriminata, ma anche e soprattutto fruitore di se stesso, protagonista del proprio corpo e del linguaggio che lo ha reso unico tra corpi (tra linguaggi), scrittore timidamente immenso, profondo, indimenticabile. Basta poco per rendersene conto, sarà sufficiente leggere il resto, un resto numericamente non trascurabile e, anche se con limitatezza, perfino un occhio solo italofono avrà gli strumenti necessari, vale a dire le otto opere finora tradotte qui, meno di un terzo del tutto, ma è già qualcosa. Escludendo – non certo per scelta qualitativa, ma solo per scoprire orizzonti che esulino dall’esperienza per così dire “patologica” – i romanzi della trilogia, rimangono piccoli capolavori come Il paradiso, I miei genitori, Lettere dall’Egitto, Io e il mio valletto e quest’ultimo, più recente, Pazzo di Vincent. In tutti regna sovrana la costante, quasi ossessiva, ricerca dell’immagine di sé, un sé che può, anzi deve esporsi al mondo con tutta la violenza amorosa che sa germinare tra gli organi pulsanti del corpo; che è un corpo vivo, gravido, un fantasma assetato di autocelebrazione, e vuole scavare, mettersi a nudo, conduce senza mai ritrarsi giochi al massacro coi ricordi – l’infanzia, la sessualità, una famiglia da uccidere e allontanare solo per rendere più dolce e possibile il riavvicinamento, l’abbraccio finale – si espone fino all’esasperazione, grida – anzi no: sussurra – all’universo qualcosa a proposito di un’incontenibile urgenza di purificazione. E che lo faccia edificando intrecci pornografici, reportage en plen air o regalando al lettore estraneo storie intime, proibite e votate alla segretezza non importa: Guibert intende codificare la vita, rintracciarne il senso, fissarla su carta. Anche inventando mondi inesistenti e dialoghi mai avvenuti, c’è sempre lui, il suo Io imperatore votato all’esposizione, costi quello che costi. La malattia assurda e diabolica che lo colpirà fino a ridurre il suo corpo in larva e le sue energie in nulla diventa allora pretesto per esplorare la gamma di possibilità offerte dall’essere divenuti – improvvisamente, involontariamente – consapevoli di un’imminenza; pretesto capace di offrire il perfetto epilogo per lasciare che letteratura e vita definitivamente compenetrino, e siano l’una al servizio dell’altra. E’ questa la ragione per cui vale la pena scontrarsi con tutta la letteratura di Guibert, un testo unico spartito in unità plurime che hanno assunto molteplici forme, le forme di un’indagine governata da perfidia e autocommiserazione, da egoismo infinito e estrema devozione verso l’esistenza. Pazzo di Vincent non è che un capitolo minimo, un episodio, un riassunto, nient’altro che l’ambigua storia d’amore in grado di imprigionare le pulsioni di un osservatore spietato alle grazie del ragazzino acerbo e selvatico di cui si è invaghito. Vincent gioca, si diverte, distribuisce complicità e sofferenza, incarna il simbolo assoluto del marasma di sentimenti che possono devastare (colorare) una vita. Ogni pagina è diario, e ciascuna delle frasi che disegnano il diario si trasforma in tassello, tessera indispensabile per immaginare un’autobiografia che porti con sé segno, significato. Guibert esibisce il suo cuore, la sua voce, una personale e intima verità mascherata da mistificazione. Dire le cose come stanno, raccontarsi, scoprirsi: tutto qui. La vita è così. E la letteratura non fa eccezione.

Ade Zeno

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