Macchie, di Andrea Sartori

Sento che crescono, germogliano, sbocciano, fioriscono. Sono loro a fermentare dentro di me, non corpi estranei, bensì mie parti, originariamente e da sempre in mio possesso, miei attributi, modi. Le sento, in corrispondenza dei nei che mi punteggiano la schiena, penetrano la cute, entrano dentro i polmoni. A macchia di leopardo si diffondono in superficie e dentro di me. Io sono un leopardo. Il mio corpo è la mia bestia, l’animale selvaggio sono io stesso, lo ha detto il dottore. La loro logica di macchie è contraria al mio pensiero. Avrei dovuto aspettarmelo: è la vita che lotta con se stessa, che va contro il suo impulso, ma non annientandolo, poiché lei è più sottile, e lo alimenta in altra direzione.

Espansione e contrazione, anzi, espansione al quadrato, ma orrida, come un sacco contenente visceri e muco, sebo, pus e feci, un inarrestabile gonfiarsi. Dissipazione di liquidi organici che impastano lo spirito. Li sento scorrere, come sento tuonare sommessamente le tubature dell’acqua nelle mie tempie; risuonano, gocciano, da dentro le pareti della mia stanza. È un’interpunzione di macchie che rivestono la mia pelle, più che corpo, o forse meno, mai la cosa stessa, precisa, ripartita, ma più che cosa, quasi respiro, ma non libera distensione. Orribili creste di gallo, come la schiena di un dinosauro. Sporgenze. Escrescenze. Emergenze epidermiche. Me ne accorgo quando mi sdraio, e appoggio le spalle. Faccio attrito. Non sono solo macchie colorate, marroni, rosse, nere, multiformi e senza spessore, a stella, tonde, puntuali. Hanno anche materia. Si sviluppano in altezza, ma anche in profondità; sì, le immagino trivellarmi attorno alla spina dorsale, sotto le scapole, dentro i fasci di muscoli. E io non sono che questo, anche nella testa: insieme anonimo di processi neurobiologici cangianti nel colore e nella fisionomia. L’intreccio interno dei nervi è speculare all’allacciarsi delle scheggiature in superficie, alle incisioni sul morbido della carne, ed insieme s’impasta a loro in una melassa oscura. Cola, la melassa, colo io con essa, verso il basso, giacché in questo mondo v’è solo una forza a spingere. E spinge verso il basso, nella terra, dentro il suolo, ci rende humus, ci rende il nostro ambiente. Noi ci abitiamo, produciamo il nostro consumo e nello scarto, nella perdita, ci alimentiamo. Questo siamo, il nostro humus, zolla avvolta in una zolla, in attesa dell’aratro che ci scopra come confine di un campo. Ci fende la sciabola d’acciaio della macchina, e ci sembra la morte, anche se noi non siamo più. O meglio siamo proprio come enfiatura del terreno, una pulsazione compatta ed intermittente, una sola voce, che è suono delle macchie, dell’unica macchia che ci avvolge, che è il nostro abito. Io sono, noi siamo, corpo e cultura, ma a colpo d’occhio, ovvero l’unità d’una macchia. Tritatura di sfilacci che perdono la loro filamentosa consistenza, e così siamo massa, energia d’un corpo fratto il quadrato della velocità della luce. Una macchia di luce, un bagliore di sole, ma proiettato sul cosmo, nel buio che separa le stelle. Né può esserci corpo senza ombra, vita senza macchia, innocenza, perdono, senza peccato, colpa. Macchia. Macchie. Costellazione di macchie che si tengono le une con le altre, sino a che la loro disposizione non dilegua. E al fondo del loro disegno colgo un atomo. Un punto. Una macchia che si dilata e si scompone e si ricompone. Per essa la crepa è anche vetta, la frattura è legatura, laccio che asfissia e fa sprizzare adrenalina, mentre di nuovo la pasta informe precipita nel punto. Un palla. Una pallottola che mi fende il petto, e si fa strada nelle membra, nel profondo, penitenziale nel suo divagare all’interno dell’universo-zolla, in procinto di rivoltarsi e di cadere ai piedi d’una croce di ferro piantata salda nel terreno. Una croce intaccata da macchie di ruggine.

2 pensieri su “Macchie, di Andrea Sartori

  1. Mi chiedo se rimarrà almeno un alone che ci connoti nella nostra singola diversità.

    grazie, Andrea

    jolanda

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