CONTENITORE A TEMPO ARRESTATO di Giulio Mozzi

viaggi_tempo_4 [ Pubblico qui il racconto Contenitore a tempo arrestato di Giulio Mozzi. Fu scritto su richiesta del “Corriere del Veneto”, dorso regionale del “Corriere della sera”. Ad alcuni narratori fu chiesto di immaginare il Veneto del Tremila.

Domenica primo febbraio pubblicheremo il terzo racconto di Giulio Mozzi. f.s.]

 

di Giulio Mozzi

 

“Ma è sicura?”, disse il professore.

L’uomo dei servizi si irrigidì.

“È sicura”, disse.

“Posso entrare?”, disse il professore.

“Prego”, disse l’uomo dei servizi.

Il professore entrò nella stanza. Era piccola. Quattro panche, un tavolo. Nessuna finestra. Nessuna grata per l’aerazione.

Respirò a fondo. L’aria sapeva di polvere e di chiuso.

“Ma non è che soffochiamo, poi, qui dentro?”, disse il professore”, voltandosi verso l’uomo dei servizi.

“Quanti sarete?”, disse l’uomo dei servizi.

“Undici”, disse il professore. “Me compreso”.

“Mm. Vi metto un aeratore”, disse l’uomo dei servizi.

“Ne avremo per un paio d’ore almeno”, disse il professore. “Forse anche tre”.

“Sa cambiare la ricarica di un aeratore?”, disse l’uomo dei servizi.

Il professore lo guardò malissimo.

“Va bene, lo sa cambiare”, disse l’uomo dei servizi. “Mi scusi, professore, ma io non la conosco. Il mio mestiere è un altro. Ho sentito il suo nome per la prima volta l’altro giorno”.

“Ha ragione”, disse il professore. “Chiedo scusa io. Ho chiesto di avere una stanza sicura, e non dovrei avere dubbi. Perché questo, appunto, è il vostro mestiere”.

Stettero in silenzio un istante, l’uomo dei servizi sulla soglia, il professore al centro della stanza.

“Bene”, disse il professore. Sospirò, infilò le mani nelle tasche del camice, tolse le mani dalle tasche del camice, batté le mani con una sorta di entusiasmo. “Hic manebimus optime”.

“Eh?”, disse l’uomo dei servizi.

 

***

 

I dieci uomini entrarono, uno alla volta. Il professore fece all’uomo dei servizi un sorriso incerto.

“Come faccio…”, cominciò a dire.

“La cosa più semplice”, disse l’uomo dei servizi. “Quando avete finito, battete alla porta”.

“Ci sarà lei, qui fuori?”, disse il professore.

“Sì. Quasi sempre”, disse l’uomo dei servizi. “Se battete e non vi apro, aspettate un poco. Poi battete di nuovo. Vi farò aspettare qualche momento, al massimo”.

“E se qualcuno sta male?”, disse il professore.

“E chi dovrebbe star male?”, disse l’uomo dei servizi.

“No, dico”, disse il professore, “magari l’aria…”.

“L’aria è ottima”, disse l’uomo dei servizi. “Vi ho messo due caricatori. Ne avete quasi sei ore, per undici persone”.

“Ah, bene”, disse il professore.

Sembrava non volesse entrare nella stanza. Guardò il corridoio: da una parte, dall’altra. Guardò in faccia l’uomo dei servizi.

“Bene”, disse. Batté le mani. “Cominciamo”.

Entrò.

L’uomo dei servizi chiuse la porta, con molta cura.

 

***

 

Il professore guardò i dieci uomini in camice. Si avvicinò al tavolo. Fece per andare dietro il tavolo, e sedersi. Si accorse che non c’era una sedia. Appoggiò al tavolo la mano destra, guardando i dieci uomini in camice.

“Bene”, disse.

I dieci uomini in camice lo guardarono con attenzione.

“Bene, signori”, ricominciò il professore. “Vi confesso che sono agitato, preoccupato, e anche incerto”.

I dieci uomini in camice continuavano a guardarlo fisso.

“Voi siete stati tutti presentati, vero?”, disse il professore, muovendo un passo verso gli uomini.

“Sì”, disse uno di loro, dopo una brevissima esitazione.

Gli altri annuirono.

“Bene”, disse il professore. “Immagino che alcuni tra voi si conoscessero già di persona”. Stava ricuperando l’andatura accademica. “E immagino che vi siate domandati lo scopo di una riunione così riservata e, insieme, così ampia: visto che tra voi ci sono biologi, storici, neurologi, informatici… Un po’ di tutto. Ebbene”, fece un passo indietro e uno a lato, si mise difronte al tavolo, appoggiò il bacino al tavolo, “la risposta è semplice. Abbiamo bisogno di allestire un gruppo di ricerca interdisciplinare, di alta qualità, su una questione altamente riservata. Quando dico abbiamo“, e portò le mani al petto, “non intendo parlare dell’istituto che indegnamente dirigo, ma di una causa più alta”. Fece ricadere le mani ed emise una grande quantità d’aria, tutta insieme.

Gli uomini in camice fecero ciascuno uno o due piccoli movimenti. Spostarono le mani, inclinarono le teste, si grattarono un polso. Ciascuno manifestò l’inquietudine a modo suo, senza aprire bocca.

“Allora, tanto per mettere subito tutto in chiaro”, riprese a dire con foga il professore, “non è una questione militare. Non siamo qui per inventare un nuovo modo di ammazzare i popoli. Siamo qui per una questione scientifica, di grandissimo interesse, che però presenta un aspetto… politico”, e questa parola il professore la disse cambiando velocità, rallentando un po’ l’eloquio, “che non può essere assolutamente trascurato. Assolutamente”, ribadì, alzando un po’ il tono. “E, sia chiaro”, continuò guardando i dieci uomini uno dopo l’altro, fermandosi un momento su ciascuno di loro, incrociando uno dopo l’altro i dieci sguardi, “che non sto parlando di un’intromissione della politica nella scienza. Casomai, si potrebbe dire, è in atto un’intromissione della scienza nella politica”, e fece un sorriso disorientato.

“Professore”, disse uno degli uomini in camice, alzandosi in piedi.

“Sì”, disse il professore.

“Ci dica di che si tratta”, disse l’uomo. “Non si preoccupi. Nessuno di noi è ingenuo. E nessuno di noi è infedele”, e si sedette.

Il professore, come avesse ricevuta una spinta, cominciò a parlare a raffica.

“Lei ha ragione, caro collega”, disse. “Vi espongo i fatti. Quarantatré giorni fa, alla periferia di Adria, è stato trovato un contenitore a tempo arrestato. Per quelli di voi che non lo sapessero, un contenitore a tempo arrestato è un contenitore di dimensioni modeste, due o tre metri cubi, all’interno del quale lo scorrimento del tempo è virtualmente arrestato. Oggi i contenitori a tempo arrestato, i cta, sono comune attrezzatura di laboratorio, ma il cta di cui sto parlando è stato costruito qualche centinaio di anni fa”.

Non ci fu esattamente un brusio. Ma si sentì distintamente un respirare più affrettato.

“Non è la prima volta che ricuperiamo un cta di tre o quattrocento anni fa”, continuò il professore, “e non è nemmeno la prima volta che ne troviamo uno perfettamente funzionante – o almeno così sembra. Il cta è, di per sé, un oggetto interessante dal punto di vista archeologico, ma non credo che porterà a nuove conoscenze di particolare interesse”. Il professore alzò un braccio, mentre uno degli uomini in camice già si stava alzando in piedi. “Mi scusi”, disse il professore, “non intendo invadere il campo della competenza altrui, ma le mie sono semplici considerazioni preliminari, non sono certo conclusioni. Voglio solo dire che questo cta sembra assai simile ai tanti altri che sono stati ritrovati nella zona. Quello che mi interessa”, e fece una pausa, “è naturalmente il contenuto”. Si voltò, girò attorno al tavolo, riprese a parlare mettendo il tavolo tra sé e i dieci uomini in camice.

“Dentro il cta”, disse il professore, “c’è un uomo. Vivo”. Questa volta sì, ci fu quasi un brusio: degli “Oh!” e degli “Ah!”. “Vivo”, continuò il professore, “e pluricentenario. Naturalmente è ancora lì dentro. Il cta è come l’abbiamo trovato. Che è vivo, lo sappiamo dal quadro di controllo esterno. Ma non è nemmeno questa la cosa importante”, e si fermò. L’attenzione ora era fortissima. “Perché mai un uomo si è fatto introdurre, o è stato introdotto, in un cta? Questa ovviamente fu la nostra prima domanda. E il quadro di controllo esterno, per nostra fortuna, ci ha fornita la risposta. Qualcuno sa come si cambia un caricatore d’aria?”.

Due uomini in camice si precipitarono verso l’aeratore, quasi scontrandosi. Sorrisero imbarazzati. Quello che era più comodo per l’operazione tolse il caricatore scarico, inserì il caricatore nuovo. I due si sorrisero ancora. Tornarono al loro posto.

“L’uomo del cta”, riprese il professore, “è stato modificato. Il suo cervello è stato adattato a base di dati. La sua personalità è la personalità di un servo. Risponderà, ubbidiente, a tutte le interrogazioni. E, cosa che farà la gioia dei nostri archeologi”, aggiunse rivolgendosi all’uomo in camice che, prima, aveva cercato di interromperlo, “il suo data base è un data base storico. Nel suo cervello c’è più o meno tutto il patrimonio di conoscenze di un istituto denominato Istituto per il miglioramento della razza“.

“La data?”, domandò l’uomo in camice archeologo.

“Quattrocentoventisei anni fa”, disse il professore.

L’archeologo s’imbambolò per un attimo.

“Nel duemilacinquecentosettantanove”, disse sorridendo, “secondo il calendario di allora”.

“Sì”, disse il professore.

Ci fu un momento di silenzio.

“Allora”, disse un altro degli uomini in camice, “qual è la questione politica?”.

Il professore si rassegnò. Sedette sul tavolo, lasciando penzolare le gambe.

“La questione politica è questa”, disse. “Noi abbiamo ricuperato, in sostanza, l’archivio forse completo di un Istituto per il miglioramento della razza esistente quattrocentoventisei anni fa. Non chiedetemi niente di questo istituto, in quel periodo istituti di questo genere, nonché enti e associazioni e partiti per il miglioramento della razza, ce n’erano a iosa”. L’archeologo assentiva. “Ma il problema non sono le conoscenze accumulate dentro la testa di quell’uomo. Credo che i nostri colleghi archeologi e storici troveranno solo conferme, precisazioni e ampliamenti di quanto già sanno. Lo credo fermamente. Il problema è…”.

Il professore scese dal tavolo. Si spazzolò il camice sulla pancia – un gesto del tutto inutile.

Alzò la testa.

“Il problema, signori”, disse finalmente, “è che quell’uomo è bianco”.

“Bianco?”, esclamarono alcuni uomini in camice.

“Sì, sì”, insisté il professore, “è bianco. Bianco”. Pesò un piede sul pavimento. “Bianchissimo”.

“Ma qui, ad Adria, popolazioni bianche…”, cominciò a dire uno degli uomini in camice; ma si interruppe, con la bocca semiaperta.

“Capito”, disse il professore avvicinandoglisi, “che bella patata bollente?”.

Si voltò. Incrociò lo sguardo dell’archeologo.

“Eresia!”, gridò questi. “Lei è un eretico!”, gridò ancora. “Questa è una truffa! Lei è un eretico!”.

“Si calmi!”, gridò il professore. Ma anche in lui cresceva l’agitazione. Sudava, addirittura. Cavò un fazzoletto dalla tasca del camice. Si asciugò la grande fronte nera, imperlata di sudore.

***

[Scarica e leggi il racconto Contenitore a tempo arrestato di Giulio Mozzi in formato pdf ]

[Tutti i racconti di Giulio Mozzi in formato PDF pubblicati su La poesia e lo spirito]

***

 

[I commenti di questo post sono gestiti in questo modo: commenti fuori argomento, o considerati offensivi o irrispettosi nei confronti di persone e opinioni potrebbero essere tagliati, modificati o rimossi. I commenti insultanti non saranno accettati. Netiquette: si invitano i lettori a prendere visione della “nota” nella colonna di destra del sito. (f.s.)]

Un pensiero su “CONTENITORE A TEMPO ARRESTATO di Giulio Mozzi

  1. La prima cosa che mi viene in mente dopo aver letto questo
    piacevole racconto, é una domanda da porre a Mozzi.
    Come mai dal Nord-Est ci arrivano racconti schizzati nel futuro, ma che contengono anche altri elementi, racconti dove entrano in gioco anche questioni etniche, mi viene in mente un romanzo di Avoledo e uno qualche anno fa di Marco Franzoso, e ora quest’altro racconto etnico.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.