La carità delle parole

di Saverio Simonelli

Sto leggendo Il Libro di Mio fratello dello scrittore basco Bernardo Atxaga, cinquantasettenne, un’attività collaterale di giornalista, in ogni caso unanimemente la voce più autorevole di quello spicchio d’Europa. Dice: uno scrittore basco, e subito chi ascolta immagina passamontagna e bandiere di rossi accesi, bombe annunciate e sequestri; al limite una natura impervia e aspra, coste rocciose da contendere al vento. C’è poi il rischio che un’attenzione frettolosa, come accade per tutte le minoranze lo assimili, Atxaga, ai tanti, troppi obiettivi di una ricerca snob, forzatamente alternativa, a caccia dell’eccezione di prammatica al mercato piatto dei best seller.
Penso a questo aprendo la copertina e subito mi imbatto in una poesia d’epigrafe che inizia con un titolo che mi insospettisce per la sua convenzionalità: Morte e vita delle parole. Ci siamo, mi dico, mi attende la solita menata nostalgica e ombelicolare dell’ennesimo relitto d’Europa.
Però leggo, invece, e vengo subito attratto in una convincente litania di termini. E sprofondo senza accorgermene nel mondo nel testo, le gusto quelle parole che sono cose, per nulla convenzionali. Si parla è vero di destini segnati per i linguaggi…e però la metafora sapiente li assimila a fiocchi di neve. Bello, dico. C’è poi – per nulla artificioso, però – il rimpianto su un mondo che passa come i termini che lo accompagnavano nella mente di chi lo parlava, ma subito, come per uno scroscio d’acqua inatteso, il rimpianto cede il passo alla speranza, una speranza legata all’inventiva dei bambini. Leggiamo insieme:

Ma guarda le bambine
Che strillano e giocano
Davanti alla porta di casa,
ascolta attentamente quel che dicono:
il cavallo è andato a garatare.
Cos’è Garatare? Domando.
Una parola nuova, rispondono.

Vedi, le parole non sempre sorgono
In solitarie aree industriali;
non sono necessariamente prodotto
degli uffici per la pubblicità.
Sorgono a volte tra le risate,
e sembrano pollini al vento.
Guarda come vanno verso il cielo,
come nevica verso l’alto.

Sì, poi bisognerebbe parlare del romanzo, dell’affresco articolato e maestoso di decenni di storia spagnola, di un’amicizia che li attraversa, dell’amore che si infrange contro la violenza ma non sparisce. Bisognerebbe dire questo per informare i prossimi lettori.
Magari un’altra volta. Adesso mi colpisce e mi coccola questo affidarsi di uno scrittore all’invenzione di un bambino. Questo dare spazio a una fantasia ancora imberbe e accreditarla della possibilità di far proseguire il mondo. Perché inventare le parole è inventare mondo e questo lo possono solo i bambini. O magari gli artisti che si dimenticano di essere intellettuali per fare davvero la carità alle parole. E’ un atto fragoroso di umiltà, questo, e di fiducia. C’è da qualche parte nell’uomo la capacità di essere di più del mondo. Sempre e comunque. E la concentrazione più alta di questa possibilità risiede nei bambini. Attenzione: non è la solita convenzionalissima tirata su stupore e meraviglia. E’ qualcosa di più. E’ la testimonianza che sanno dare di amare tanto la vita da volerla far sempre scoppiare e moltiplicare tra gli istanti che vivono. Senza sosta e senza necessità ulteriori. L’artista lo sa: sa che i bambini non sono solo la speranza borghese della sopravvivenza della civiltà., i bambini sono già in sé il meglio dell’umano, senza proiezioni in un futuro che inevitabilmente non confermerà la gioia di quei giorni. Sono loro che fanno la carità al mondo. La carità di un’invenzione che lo fa più grande, anche per noi che ce ne siamo dimenticati.

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