Una settimana psicoterapeutica

di Mauro Baldrati

occhio1La settimana bianca incombe.
Io non scio, il mio ruolo è di assistenza logistica. La macchina, soprattutto, portare i figli sulle piste, riportarli in albergo. E guidare “fin lassù”, cioè Folgaria, perché una mamma non se la sente e viaggerà con noi. Sono soprattutto un autista e un trasportatore di sci, scarponi, bacchette e borse.
Il progetto iniziale era per me fascinoso. Dovevamo essere tre famiglie, tre mamme ed io, sia perché è necessaria la mia assistenza, sia per smaltire giorni di ferie arretrate che il mio datore di lavoro, il Comune, sulla scia dell’esaltazione tecnofobica derivata dalla demagogia di Brunetta, ci obbliga senza appello a consumare entro giugno.
Oh, pensavo, dopo il trasporto dei figli e delle cose mi aspettano passeggiate solitarie sulla neve, aria buona di montagna, e la sera, nell’albergo poco affollato con la hall rivestita di legno chiaro (tutti gli alberghi di montagna che ho frequentato hanno questa caratteristica), qualche chiacchiera rilassata con le mamme, un’occhiata distratta alla tv, e tanta lettura (e un po’ di scrittura sul quaderno moleskine con la stilografica, che lusso).
Quando immaginavo questa bella vacanza mi veniva da sorridere e sentivo come un rilassamento che mi scioglieva la schiena, che di solito è sempre così dannatamente tesa.
Ma forse qualcuno mi ascolta, perché dopo tanti anni di viaggi in questa vita ho imparato che non devo mai, mai rilassarmi. Se mi rilasso quelli là mi sentono, si arrabbiano e mi stangano.
Così, tutto è cambiato. Hanno iniziato ad aggregarsi altre famiglie. Siamo diventati un gruppo che si espande ogni giorno, e soprattutto – soprattutto, ahimè – arrivano i papà.
I papà.
Tutto cambia, si complica, si appesantisce, si territorializza, si sovraordina, si indurisce.
E’ difficile coi papà. E’ come quando usciamo a cena il sabato sera, un gruppo enorme abbastanza eterogeneo che sta insieme perché sono amici i figli e le figlie: il tavolone diviso in due da un muro, da una parte le mamme che parlano dei figli, la scuola, le complicatissime relazioni pericolose, e dall’altra i papà che discutono animatamente di una quantità di argomenti tecnici: il calcio, l’economia, le auto, di cui conoscono tutte le marche, i modelli, le caratteristiche tecniche fino all’ultima vite, il basket, con la battuta ripetuta fino allo sfinimento “Sabattini deve capire” o “Sabattini deve metterselo in testa.” Ma chi è Sabattini? Mi chiedevo all’inizio. E’ il padrone della Virtus, la squadra di basket della città di cui tutti sono tifosi esaltati. E la guerra: sanno tutto delle armi, i tipi di missili, la velocità, la potenza, le testate, i sistemi di lancio. E anche i fucili mitragliatori, per non parlare dei carri armati e degli aerei, coi sistemi di puntamento e i decolli dalle portaerei. Ammirano la potenza di fuoco dell’esercito israeliano, e il loro servizio segreto militare, che è il migliore del mondo, dicono. L’altra sera sono intervenuto parlando dei massacri della popolazione palestinese, ma il mio intervento era così dissonante e squilibrato rispetto all’impalcatura dominante che tutti i papà hanno chinato il capo sul piatto con espressione afflitta. Si era creata questa situazione paradossale, il lato ovest del muro con le mamme che parlavano delle relazioni pericolose dei figli e della scuola, il lato est coi papà taciturni e cupi. Per fortuna è arrivato Sabattini che deve mettersi in testa qualcosa e tutto si è risolto.
Quindi addio serate rilassanti. E’ dura, durissima. Ci sarà il gruppone con tutti i papà che sbraitano, e le partite a carte, uno dei miei incubi. Giocare a carte gratis, un’assurdità. Ci fosse almeno un vero poker, con vere puntate, veri soldi, invece si gioca per niente. Una noia mortale, punitiva.
Dico a mia moglie: “senti, andate voi. Io non vengo.”
Non male. Me ne sto a casa in ferie, lunghe passeggiate solitarie nel grande parco del Reno, adorato da Stendhal che ci veniva a piedi ogni giorno quando era a Bologna.
Mia moglie mi fulmina. Non esiste. Lei conta su di me. E’ fuori discussione che andrò.
Ma mi annoio coi papà, lo sai, le dico.
E allora stattene per i fatti tuoi, nessuno ti obbliga a fare nulla. Leggi, scrivi, esci, sei libero.
Non riesco a ribattere. Sì, potrei. Il problema è che come al solito faccio la figura dell’orso, o dell’emarginato. Divento quello che si fa i fatti suoi, il lupo solitario.
Insomma, un maledetto guaio.
Ne parlo col mio amico Pierfrancesco, vecchio compagno di avventure, col quale esco di solito il venerdì, per il cinema, quando c’è, perché spesso la situazione è triste, neanche un titolo decente. Lui mi capisce sempre e totalmente. “I papà!” esclama. “Da suicidio.” Lo sa, lui. Anche lui paga il pedaggio della cena del sabato sera, coi genitori degli amici della figlia.
E’ il caso che approfondisca. E’ troppo gravoso il peso. Decido di parlarne con la mia psicanalista.

magritteEntro nello studio in penombra, mi stendo sul lettino. La dottoressa spegne la luce e lascia accesa la piccola lampada alogena sulla sua scrivania antica.
Inizio a raccontare. Cerco di restituire tutta la noia, l’oppressione di quelle serate ad ascoltare quello che Sabattini deve capire; le pestifere partite a carte, e le battute enfatiche dei papà brillanti, sempre su di giri, sempre gasati, sempre al massimo.
Non so quanto parlo, mi sembra di non riuscire mai a rendere fino in fondo le situazioni, mi dilungo in particolari.
Alla fine la dottoressa tace. Un lungo silenzio. I silenzi della dottoressa sono sempre enormemente significativi. Ci sono anni di discorsi non pronunciati in quei silenzi. Come diceva Jimi Hendrix, io voglio scoprire quello che si nasconde tra le note. Io voglio scoprire cosa c’è dentro i silenzi della dottoressa.
Infine la dottoressa parla. “A noi interessa solo marginalmente la situazione materiale, lo sa. Cioè la natura dei discorsi, e la distanza culturale che la separa dagli altri papà. A noi interessa ciò che prova lei.”
Lo so.
“Per cui le chiedo di riflettere su ciò che prova. E di cercare di capire in quale situazione particolare ha luogo il suo disagio.”
In che senso? Chiedo.
“Per esempio: lei si trova mai da solo coi papà? Solo voi, voglio dire, in un tavolo appartato, o in un bar. Le capita?”
Qualche volta, faccio.
“Bene. E il disagio che prova è diverso da quello che prova quando sono presenti anche le mamme?”
Ecco. Ci siamo arrivati. Sì, è diverso. Il disagio è al massimo quando ci sono anche le mamme.
“Perché secondo lei?” chiede la dottoressa.
Perché i papà si esaltano di più, dico. Quelli brillanti vanno su di giri, nessuno li tiene più. Bisogna ridere come degli ossessi, sbracarsi dalle risate. E non si sa più cosa deve capire e cosa deve mettersi in testa Sabattini.
“I papà, d’accordo. Gli uomini sono quasi continuamente in competizione, in sfida, e questa dinamica si accentua quando sono presenti le donne. Ma a noi interessa relativamente il comportamento degli altri uomini.”
Relativamente. Come sempre.
“Quello che ci interessa è il suo comportamento.”
Il mio. Lo so.
Guardo il quadro astratto appeso davanti al lettino, illuminato da un pallido raggio di luce della lampada.
“E ci interessa il suo disagio. Che deriva dalla sfida. Dalla competizione. Lei ha un problema con la sfida al maschio, all’uomo. Questo noi lo sappiamo, e ci stiamo lavorando da tempo. Lei ha vissuto in maniera distorta la sfida fondamentale che ogni maschio deve sostenere nella vita. La prima sfida, la più importante. Se lei non vivesse con sofferenza la sua sfida, potrebbe tranquillamente adattarsi alla situazione, con leggerezza, stare nel gruppo finché le va, giocare a carte, uscirne, ritirarsi a leggere, tornare nel gruppo, senza provare quello che chiama senso di emarginazione. Senza sentirsi in colpa, cioè, perché fugge dalla competizione.”
Mi affloscio sul divano, mi allargo. Respiro a fondo, chiudo gli occhi.
Sì, ora iniziamo per l’ennesima volta il viaggio. Devo cercare di spegnere questa luce abbagliante che mi illumina dall’interno, e confonde tutto, i sentieri, i paesaggi. Devo cercare di imboccare la strada giusta, per entrare nelle zone buie. Viaggiare nel buio, nelle zone poco esplorate. Sono affollate di presenze, esseri giganteschi, oscuri, misteriosi e spaventosi.
C’è di tutto, in quel buio.

11 pensieri su “Una settimana psicoterapeutica

  1. Divertente e interessante. Provo qualcosa di simile certe volte che mi ritrovo in gruppi di conoscenti,questa distanza da tutti… la dottoressa poi è una volpe.

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  2. first of all: questo raccontare, nel modo e nei contenuti, mi piace un sacco.
    poi: che piacere che un uomo si sottragga alla sfi(g)da maschile.
    poi ancora: perché immediatamente questo disagio deve essere letto interpretato portato alla luce? io trovo gli uomini di serie così noiosi: anche i più colti ed evoluti cascano sempre lì dove casca, per l’appunto, l’asino. si trasformano in galletti amburghesi, pettoinfuori, appena ci sono delle donne nei paraggi. se poi sono belline, non parliamo. che piacere trovare un uomo che non ha il gene della lotta per il territorio, che non va facendo metaforiche pisciatine tutt’intorno, che si sottrae. ecco: che si sottraggano, che non marchino il territorio, che si lascino portare dalla corrente, senza nuotare contro. che parlino di bambini, di se stessi bambini. perché mollare un attimo il grifo deve generare sofferenza? ma poi: non è dolce naufragare in questo mare di diversità solitudine separatezza? sarà che noi donne l’insufficienza la fatica di stare al passo di essere all’altezza ci viene consegnata come pacco dono alla nascita e ci facciamo il callo subito…non so. vorrei che gli uomini che non fanno le cose da uomini sapessero che un mucchio di donne li adorano. ho una grande simpatia per loro. anche per te, mauro.

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  3. io voto entusiasticamente per Lucy, e voto contro la tua psicoanalista, caro Mauro, e comunque apprezzo molto. Ciao.

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  4. Anch’io apprezzo molto. Interessante che Mauro parli di altri papà, e non di altri uomini. Senza disturbare la psicanalista, eh.
    p.

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  5. Apprezzo molto anch’io il racconto, fa sorridere e riflettere. Come comprendo la situazione, davvero. Odio ogni gioco di carte che non sia il poker tra amici. Infatti evito di trovarmi in tali situazioni imbarazzanti, ma talora è capitato. Allora ho tentato di attuare la tattica del “simpatico guastatore” tra le donne in circolo.
    Un jack in mezzo ad un poker di donne non ci sta male…
    Scusate, fatemi un po’ di posto, i prezzi delle verdure le conosco, a scuola la bambina ce la porto anch’io e purtroppo mi è capitato di leggere Nicholas Sparks. (Gran sorriso rivolto a tutte) Vi prego non rimandatemi di là (tono supplicante-paraculo) perché non capisco nulla di aeroplani, automobili e basket.
    E scoppia la polemica: perchè proprio Sparks? E’ arrivato il sapientone… Guarda che è tuo dovere interessarti di tua figlia, così come quello di fare la spesa, ecc…
    Però il ghiaccio è rotto. E con un pizzico di abilità si riesce a svoltare la serata. In ogni caso, se proprio va male, meglio farsi divorare da un sinuoso manipolo femmineo, piuttosto che rimanere schiacciati da una formazione di lancieri spartani.
    O no?

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  6. Grazie per le condivisioni. Sulla sfida, la psicanalisi la contempla, certo, perché viene da lontano (sostanzialmente è il bambino che a un certo punto inizia a sfidare l’immagine del padre), e genera una serie di problemi interiori e comportamentali nell’adulto (però non mi voglio addentrare in uno studio psicologico perché non ne ho la competenza tecnica). Si tratta di capire se questa dinamica (cioè un “disturbo” dovuto alla sfida) possa essere in qualche modo sdrammatizzato, alleggerito, accettato come una serena consapevolezza di non-conflittualità, come mi sembra che sostenga Lucy; oppure addirittura capovolto, ribaltato, come sosteneva una certa antipsichiatria che faceva capo soprattutto a Guattari, per cui l’Edipo andrebbe ripassato al contrario, come una sorta di punto di arrivo di anti-nevrosi; oppure se sia giusto indagare, per cercare di raggiungere un equilibrio soddisfacente in base alle conoscenze attuali (cioè, conoscenza come inizio di terapia).

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  7. Caro Mauro,
    apprezzo e solidarizzo.
    Elle, la soave metà del mio amico Erre, ti chiederebbe: perché uno psicanalista donna?
    Un caro saluto,
    Roberto

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  8. Caro Roberto, può essere casuale, ma anche voluto. Non è la stessa cosa raccontare le proprie storie a una donna o a un uomo, specialmente quando sulla figura di chi ascolta, e fa domande, si operano dei trasferimenti importanti. Non c’è una regola assoluta.

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  9. Io mi annoio profondamente sia in mezzo al metaforico eccesso di testosterone sia in mezzo all’eccesso di estrogeni.
    Perché gli uomini devono sempre stare a fare le sfide e mantenersi in superficie parlando di Sabatini e razzi e motori e computer (aggiungo io), e le donne devono parlare di bambini, maestre, rapporti familiari e di Nicholas Sparks (my god!).
    Aspiro a un mondo di persone ormonalmente in equilibrio che si parlino tra loro.
    Ho invece l’impressione che la psicanalista ti voglia risistemare tra i papà riaggiustandoti l’Edipo.:-))
    Io fossi in te scapperei e mi godrei la beata solitudine e alternativamente la compagnia maschile e/o femminile con un occhio un po’ distaccato.

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  10. Elena, scrivi: “Io fossi in te scapperei e mi godrei la beata solitudine e alternativamente la compagnia maschile e/o femminile con un occhio un po’ distaccato.”
    E’ proprio questo il punto. Si arriva a questo occhio distaccato se c’è tranquillità interiore, e la dottoressa cerca di condurre il narratore di questa storia verso l’obiettivo. E prima di superare un problema, bisogna capirlo. E’ come chi è dipendente dalle sigarette: noi diciamo: ma insomma, perché devi assumere catrame ecc. che ti fa ammalare, perché non ti godi la tua salute e lasci perdere? Il punto è che prima bisogna trovare la forza di smettere.

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