Viva la scuola. 5 in condotta? Sì, a Gelmonti

Mentre prosegue la battaglia delle iscrizioni (la Cgil impugna la circolare del ministro che non rispetta la legislazione vigente: vedi qui, qui, qui), il ministro propone telecamere (ma attenti al garante della privacy e al portafoglio), task force e 5 in condotta per contrastare violenza e bullismo nelle scuole. E sul 5 in condotta scoppia il caos (a es. qui, qui, qui). Dubbi sull’utilità (qui, qui, qui, qui, qui), dubbi sulla legittimità del decreto. Vivalascuola propone un articolo del pedagogista Daniele Novara, che ringraziamo per la gentile concessione.

Prevenire il bullismo
di Daniele Novara

Dall’insegnante giudice al gruppo classe mediatore di conflitti
Come pedagogista mi interessa sempre capire cosa si può fare sul piano operativo per attivare dei processi di cambiamento.
L’educazione in effetti si occupa di cambiamenti: per vivere in una società complessa come la nostra bisogna continuamente adeguarsi alle nuove sfide. Rispetto al problema del bullismo, quindi, la domanda che mi pongo e che, immagino, si pongono anche gli insegnanti, è la seguente: cosa si può fare?
L’insegnante o l’educatore che si pone il problema di cosa fare ha due strategie: una strategia diretta e una strategia indiretta.

Cosa fare? Strategia diretta

La strategia diretta sostanzialmente non può che basarsi sulla repressione del bullo o, comunque, dei comportamenti bullistici: repressione e sostegno della vittima.
Il cosa fare diventa, quindi, un’azione di tamponamento, una reazione, una rassicurazione in modo che la situazione venga controllata dal docente e non sfugga, appunto, al suo controllo pedagogico.
La strategia diretta è basata sul concetto di ripristino della giustizia. Approfondirò questo punto più avanti perché è un passaggio molto delicato: nella psicologia del docente, lavorare semplicemente sul ripristino della giustizia può diventare una trappola anche sotto il profilo professionale creando una situazione molto stressante.
Sono, infatti, noti dati piuttosto allarmanti sullo stress psichico-lavorativo degli insegnanti.

Cosa fare? Le strategie indirette
La strategia indiretta necessita di una premessa.
Evitiamo che il bullismo diventi un ulteriore pretesto di “sanitarizzazione” dei problemi educativi, perché questo è un pericolo molto concreto.
Domandiamoci piuttosto di cosa c’è mancanza: di sanità o di educazione?
Cosa manca oggi alle nuove generazioni?
C’è un deficit educativo o un deficit terapeutico?
Io penso, e non lo faccio per partito preso, ma perché le segnalazioni sono tantissime, che manchi una cultura pedagogico-educativa dove far crescere delle competenze reali, concrete, tangibili.
Non usiamo l’allarme sul bullismo per costruire delle ipotesi terapeutico-sanitarie che francamente non rispondono alle esigenze delle nuove generazioni infantili.
La domanda è quali competenze, quali apprendimenti occorre far crescere nei ragazzi per poterli aiutare a vivere senza violenza.
Se il bullismo è rubricabile come violenza – e lo è almeno nei casi più gravi – allora dobbiamo ragionare su questo versante. Non stiamo parlando della banale prepotenza estemporanea del discolo, ma del bullismo grave, quando si presenta nelle forme più drammatiche.
Le strategie indirette si basano sulla relazione socio-affettiva o, comunque, sulle relazioni interpersonali e di gruppo. Tendono quindi a sviluppare la coesione e l’appartenenza comunitaria, ma anche la cooperazione.
Sono questi i due grandi punti di forza: la relazione e il gruppo.
Da questo punto di vista è necessario un cambio di prospettiva nell’analisi della situazione.

Dalla ricerca di giustizia alla ricerca di nuove competenze relazionali
Partiamo da due esempi.

Abdel, musulmano, 13 anni, in mensa non mangia carne di maiale. Ogni tanto Mario, Luca, Fabio e Alberto si organizzano per sostituire la carne di manzo con quella di maiale, senza farsene accorgere. Regolarmente Abdel se ne accorge e li manda a quel paese. Stavolta però sono stati bravi e lui non se n’è accorto. Quando gli rivelano lo scambio, va su tutte le furie e li aggredisce verbalmente in modo molto forte.
Problema: per l’insegnante l’intervento rappresenta una necessità di giustizia o dal punto di vista educativo c’è dell’altro?

Irene, 12 anni scrive sul suo diario della sua passione per Fabio, 13 anni della 3a B. I riferimenti sono molto espliciti, al limite dell’oscenità. Elena intercetta il diario e lo fa girare fra le compagne di classe durante l’ora di ginnastica. Scoperta la cosa, Irene inferocita vola dalla professoressa a urlare la sua rabbia e il suo bisogno di giustizia.
Cosa fa l’insegnante?

Dobbiamo chiederci attraverso quali categorie pedagogiche leggiamo le discrepanze relazionali fra i ragazzi.
Se ci facciamo trascinare dalla “trappola giustizialista” è chiaro che la categoria della giustizia rimanda all’idea del «chi ha torto e chi ha ragione»: tu, insegnante, devi dire chi ha torto e chi ha ragione.
Questo significa indicare dove un comportamento è giusto e un altro è sbagliato, definendo esattamente il colpevole ed eventualmente la vittima.
Cosa fa l’adulto in questa logica? Ripristina una giustizia formale, esterna e sostanzialmente arbitraria, basata sulle sue idee, sulla sua percezione della realtà.
Questo è stato il modello educativo dominante: ha funzionato fino alla crisi del concetto di autorità, cioè fino al Sessantotto. Questo momento determina una frattura generazionale drastica, chiara, che segna la crisi antropologica del concetto di autorità nella società occidentale. Da allora in poi il “fare giustizia” non si traduce più in una serie di interventi basati su un’autorità indiscussa, ma in una serie di frammenti verbali che non trovano, poi, un’effettiva incidenza nella ricezione dei ragazzi: siamo di fronte al classico rimprovero, alla “predica”.
Quando il concetto di autorità era di un altro tipo, la pura e semplice giustizia poteva funzionare, ma oggi non è più così.

Gli stessi bambini/ragazzi non hanno più il concetto di autorità, dicono apertamente cosa pensano.
La strada del ripristino della giustizia che, nonostante tutto, ci attardiamo a percorrere, è vecchia, non funziona più, ci vuole una nuova visione più complessa, meno banale.
Possiamo solo ragionare in termini di prevenzione, nel senso di capire quali sono gli apprendimenti che consentono ai ragazzi di vivere in un contesto dove il bullismo non sia più una variabile acquisita.
Non dobbiamo lavorare per un intervento diretto sul bullo o sulla vittima, ossia ridurre la violenza del bullo e accentuare la creatività della vittima, come se non fossero nello stesso gruppo, come se non fossero nella stessa relazione, come se si trattasse di spostare delle pedine in una scacchiera. Può funzionare in una terapia, ma la scuola è un’altra cosa: è importante non prescindere da questa sua dimensione assolutamente più articolata.

Come prevenire la violenza?

Franco Fornari nei suoi studi sottolineava come la violenza sia incapacità di stare nei conflitti, cioè incapacità di accettare la difficoltà che la relazione necessariamente produce, e di voler a tutti i costi eliminare l’altro facendogli violenza, per eliminare le complicazioni della relazione*.
Alcune statistiche segnalano che l’80% degli omicidi in Italia avvengono in famiglia.
È chiaro che la vicinanza, nel momento in cui si fa conflittuale, necessita di competenze ed è su questo che occorre lavorare.
Se riteniamo che la violenza, viceversa, derivi dai conflitti, occorre tenere lontani i bambini/ragazzi dai litigi, dalle sfide, dai contatti e dall’esperienza; se, invece, pensiamo che sia una mancanza di competenza conflittuale, così come vi spingo a provare a riflettere, allora questa diventa l’ambito in cui lavorare.
Nella dimensione della violenza c’è la tendenza molto forte a eliminare la complicazione conflittuale, perché implica una certa difficoltà.
Il bullismo pare, così come il resto dei comportamenti violenti, una vera e propria incapacità conflittuale, infatti, si presenta con le tipiche caratteristiche dell’incompetenza.
Queste caratteristiche sono quattro.

1. Il bullo attacca la persona, la umilia, piuttosto che stare sul problema; il bullo non si occupa dei problemi concreti, ma attacca sempre la persona.
2. Il bullo reagisce brutalmente, reagisce con tempestività, non cerca di riflettere, non ha capacità simbolica, non ha capacità di autoanalisi, di capire la situazione, di comunicare, di trovare un filtro simbolico alle proprie pulsioni e impulsività, va avanti come un carro armato.
3. Il bullo vuole vincere a tutti i costi, vuole prevalere, senza considerare che spesso nel conflitto chi vince sta peggio – e infatti lui sta peggio – e che, comunque, nei conflitti occorre cercare soluzioni che riguardino interessi comuni, piuttosto che la vittoria assoluta. Il successo non vuol dire vittoria, questo è molto importante per le nuove competenze di gestione del conflitto.
4. Infine, il bullo è incapace di riconoscere e gestire le proprie emozioni.

La carenza emotiva è tipica dell’incompetenza conflittuale, insieme al silenzio emotivo, all’incapacità di ascoltarsi e di ascoltare gli altri.
Il bullo sembra dominato da un accecamento ipermaniacale che lo porta a concentrarsi narcisisticamente solo su di sé, riducendo gli altri a puri oggetti di sopraffazione

Se proviamo a riordinare i punti sopra esposti in un’ottica positiva, possiamo facilmente individuare i quattro elementi fondanti una competenza conflittuale, che diventano a loro volta una precisa strategia per prevenire la violenza.

Il gruppo-classe come risorsa anti-bullistica
Andando oltre pongo una domanda: chi esplicita tutto questo? chi lo gestisce?
La risposta più ovvia è: l’insegnante! Intendiamo quindi continuare a aumentargli lo stress?
Se proprio bisogna trovare qualcuno che sia in grado di gestire il bullismo in classe, non bisogna cercare delle soluzioni particolarmente folcloristiche; abbiamo già un soggetto che lo può fare perché è nella sua natura farlo: è il gruppo-classe, è lui il soggetto dell’azione formativa.
Il problema è riuscire a consentire il conflitto nel gruppo come strumento di apprendimento, cioè come vissuto non più demoniaco, come lo abbiamo fatto passare per anni e anni con risultati pessimi, ma consentire che il conflitto venga esplicitato dal gruppo e diventi un processo di apprendimento.
Questo lo dico anche perché il bullo – non dimentichiamolo – a volte in famiglia ha un comportamento modello o, comunque, si presenta in tutt’altro modo.
Il bullo non ha l’etichetta: è un bullo in quel preciso contesto. Alcuni addirittura cambiano classe e non lo fanno più.
È il contesto che gli dà una serie di opportunità per sviluppare quelle caratteristiche che sono sul piano emotivo caratteristiche nichiliste. Il bullo non lo è in assoluto, ma è chiaro che nel momento in cui trova delle condizioni favorevoli lo può diventare.
È quindi nel gruppo che si possono cercare i contenimenti adeguati.
Tutte le strategie indirette su cui voglio porre attenzione sono centrate sul gruppo e, in particolar modo, sulla capacità dell’insegnante di sospendere il giudizio, perché, se non sospende il giudizio, torna in quella logica di giustizia di cui parlavamo all’inizio.
L’insegnante è un esperto di processi di apprendimento.
Sappiamo che esistono le intelligenze interpersonali e intrapersonali, quasi tutti gli studiosi concordano sulla varietà delle intelligenze di cui fortunatamente disponiamo.
Allora, la sospensione del giudizio consente di attivare i processi metodologici che vi segnalerò.
Prima dobbiamo attivare, però, processi di esplicitazione dei conflitti nel gruppo.
Anche su questo punto c’è molta paura: se il conflitto viene esplicitato nel gruppo, cosa succederà?
Non è l’insegnante che deve risolvere il conflitto, ma è il gruppo che può farlo!
Il primo passo è l’esplicitazione. Se non c’è esplicitazione, il bullo può portare avanti le sue violenze nella clandestinità. Attraverso il gruppo, invece, possiamo fare in modo che le situazioni vengano alla luce evitando di essere noi insegnanti i protagonisti; questo è infatti un rischio, perché il gruppo si potrebbe coalizzare contro l’insegnante: è per questo che continuo a sottolineare che va mantenuta la responsabilità del gruppo-classe.
Successivamente bisogna attivare processi di mediazione di gruppo, ossia processi in cui i conflitti vengano responsabilmente assunti dal gruppo stesso o dalle figure delegate dal gruppo.
Vanno bene anche i processi di autoaiuto, ossia creare delle alleanze positive non tanto tra le singole bande, ma alleanze nel senso di capacità di socializzazione e, quindi, di auto-aiuto.
Infine, favorire processi di “ritualità riconnettiva”. Questo lo ritengo molto importante ma, purtroppo, tutta la ritualità pedagogica è stata abbandonata non si sa bene perché, nonostante sia così fondamentale.
Ci vogliono le regole, è verissimo, ma la ritualità consente di rafforzare più profondamente i legami.

Tecniche e strumenti formativi
1. Nell’ambito dell’esplicitazione dei conflitti in classe, tra le diverse tecniche ritengo molto utile il cosiddetto consiglio di cooperazione.
Vi segnalo, in particolar modo, il libro di Danielle Jasmine**, un’insegnante canadese, sul consiglio di cooperazione. Si tratta di uno strumento che ha dei contenuti rituali: la classe, una volta alla settimana, a un orario preciso e al luogo stabilito si dà un appuntamento in cerchio. Perché il cerchio? Semplicemente perché il cerchio richiama la coesione, richiama la possibilità di vedersi e di parlare, per analizzare i conflitti o, comunque, le situazioni difficili, le lamentele che i ragazzi hanno lasciato in una apposita cassetta durante la settimana.
In questo cerchio chi conferma la sua segnalazione ha la possibilità di discutere con i suoi compagni aiutato dall’insegnante che non entra mai nel merito del giudizio sui contenuti. L’insegnante, semplicemente, favorisce il dialogo, consentendo a tutti di avere la parola, di intervenire, di esprimere la propria opinione ed eventualmente può aiutare i ragazzi a superare il problema in questione.
Ovviamente conviene tenere un registro dei conflitti risolti, ritualizzare facendo firmare anche un accordo di soluzione.

2. Per quanto riguarda, invece, la mediazione di gruppo, la tecnica che si sta diffondendo anche Italia, ma che ha le sue radici in area anglosassone, nell’area tedesca e in parte anche in quella americana, è quella del “mutuo insegnamento” applicato all’apprendimento nella buona gestione o, comunque, nella gestione competente dei conflitti.
Nella storia della pedagogia una delle poche idee che ha resistito è proprio quella del mutuo insegnamento, cioè che sia più efficace un insegnamento offerto dal coetaneo, piuttosto che quello offerto dall’insegnante***.
Tale tecnica è basata sull’idea che all’interno dell’istituto scolastico nel suo complesso emergano dei ragazzi e delle ragazze disponibili a questo ruolo di aiuto nei conflitti e nei litigi dei loro coetanei, aiuto nel senso della mediazione.
La mediazione è un concetto molto specifico. Mediazione dei conflitti vuol dire considerare il ruolo di un terzo che utilizza una procedura di neutralità che favorisce processi di comunicazione in vista dell’individuazione di possibili esiti positivi. Il mediatore non parteggia, e neanche cerca soluzioni al posto dei confliggenti, ma aiuta a trovare un’eventuale soluzione.
Per fare questo i ragazzi hanno bisogno di un piccolo training, perché il concetto di mediazione se è semplice per alcuni aspetti, deve fare comunque i conti con i nostri automatismi che vanno più nella logica o del giudizio o della alleanza.
Dopo che i ragazzi hanno terminato questo piccolo training, la scuola può predisporre uno spazio specifico dove alcuni coetanei possono aiutare gli altri coetanei nel momento in cui c’è un litigio, un conflitto e una richiesta di aiuto che deve essere sempre volontaria. Si istituzionalizza così un servizio a livello scolastico di mutuo insegnamento nella gestione dei conflitti.
Cosa favorisce tutto questo?
Favorisce un processo di autonomia, un processo di apprendimento.
Se lavoriamo nell’ambito dell’esplicitazione e della mediazione aperta è chiaro che i processi di alleanza regressiva, come sono quelli di una certa sudditanza nei confronti del bullo, si riducono, perché tutto viene reso in termini trasparenti e diventa molto più difficile fare delle alleanze contro qualcun’altro.

3. Un’esperienza nuova che stiamo cercando di realizzare è quella dei gruppi di auto-aiuto basati sull’individuazione di problemi, sulla capacità di rileggere i problemi in un altro modo e sulla definizione di compiti che emergono dal processo di auto-aiuto stesso.
I gruppi di auto-aiuto si trovano in orario non scolastico in maniera del tutto volontaria e questa è un po’ la novità anche rispetto alle altre due tecniche precedenti.
I gruppi di auto-aiuto hanno bisogno di una forte volontarietà, quindi sono particolarmente utili nella fase di transizione preadolescenziale dove, comunque, i ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con i loro coetanei sul versante del conflitto.

* Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano 1988. Vedi anche: D. Novara-D. Miscioscia, Le radici affettive dei conflitti, La Meridiana, Molfetta 1998.
** Danielle Jasmine, Il Consiglio di Cooperazione, La Meridiana, Molfetta 2003.
*** A questo proposito, recentemente è stata molto valorizzata e presa in considerazione la peer education (letteralmente “educazione tra pari”), una strategia educativa volta ad attivare un processo spontaneo di passaggio di conoscenze, di emozioni e di esperienze da parte di alcuni membri di un gruppo ad altri membri di pari status (cfr. La peer education, “Quaderni di Animazione e Formazione”, collana di Animazione Sociale, EGA Editore, Torino 2003).

* * *

Confronti
“La valutazione del comportamento non può più essere separata dalla
valutazione del profitto- spiega Gelmini- d’ora in avanti a scuola, gli
studenti delle scuole medie e superiori che prenderanno 5 in condotta
saranno bocciati. Non basteranno più, quindi, voti alti nelle materie
scolastiche per essere promossi, ma bisognerà avere un comportamento sempre corretto”.
(on. Maria Stella Gelmini, qui)

“Nessuna infrazione disciplinare connessa al comportamento può
influire sulla valutazione del profitto”.
(Statuto delle studentesse e degli studenti, qui)

“Uno si sarebbe aspettato aule meno affollate, più investimenti nella scuola pubblica, migliorameto delle condizioni di lavoro e aggiornamento degli insegnanti, nuove competenze a sostegno della popolazione più debole”.
(Otello Ciavatti, qui)

* * *

Alcuni numeri
Secondo un sondaggio di Svg “il 18% dei giovani italiani dice di aver subito violenze o angherie da compagni di scuola, il 48% ha assistito a episodi di bullismo”. Il 38% del campione ammette che il bullismo sia molto più diffuso che in passato e il 26% ha paura di esserne vittima. Tra gli altri dati figura una forte diffidenza verso i media, che per il 78% degli intervistati danno un’immagine negativa dei giovani.
(da qui)

* * *

Spazi on line sul bullismo
Qui, qui, qui, qui, qui

Materiali: bibliografia, filmografia, articoli, ricerche
Qui.

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Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

C’è un appello anche per l’università qui.

Un appello di docenti e formatori nel campo dell’educazione linguistica sulla valutazione degli apprendimenti qui.

Un appello per il diritto alle prestazioni sanitarie urgenti agli stranieri (compresi i bambini) qui.

Segnalo anche un appello per il diritto alla tutela della salute per i dipendenti pubblici qui.

Le leggi contestate: la legge 169 (ex dl 137), dl 133, mozione Cota.

6 pensieri su “Viva la scuola. 5 in condotta? Sì, a Gelmonti

  1. le proposte contenute nell’articolo, dall’esame dello stato del problema ai suggerimenti per combatterlo, sono in buona misura condivisibili. l’auto-aiuto funziona anche nel campo del sostegno-recupero: dopo che sono falliti tutti i tentativi con lezioni in più, curricolari ed extra-curricolari, formare gruppi e lasciarli lavorare a partire da un minimo di regole auree da rispettare, mostra che il recupero tra pari mette in moto risorse di apprendimento sconosciute. bisogna avere fantasia e fiducia e provare provare provare… in tutti i campi. quanto ai ministri con il registro telematico e il cinque in condotta, o la condotta che fa media, beh, vabbè…

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  2. Grazie, Lucy, anche la mia esperienza è simile alla tua, peccato che tutte le riforme della scuola partano da persone che non conoscono la scuola e che ne ignorano totalmente le esperienze. A volte sembra anzi che abbiano in mente, più che aule scolastiche, istituti di pena o aule di tribunali.

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  3. Pingback: Vivalascuola. Bullismo e tabacco « La poesia e lo spirito

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