Giorno della memoria: tre problemi

Giorno della memoria
di Stefano Levi Della Torre

La “Giornata della memoria” non può seguire un corso lineare. Mentre si estingue la generazione dei testimoni, cambiano gli interlocutori, la loro ricezione e le loro domande. Ci rivolgiamo soprattutto ai giovani, alle scuole, e con l’immigrazione cambiano la composizione culturale, le mentalità e le sensibilità delle società europee. Si infiammano i rapporti tra maggioranze e minoranze, e le rispettive pretese identitarie entrano in competizione. La stessa integrazione degli ebrei, già tradita dalle persecuzioni del xx secolo, si misura ora coi problemi dell’integrazione di altri gruppi e di altre comunità. Le memorie competono con le memorie, e lo statuto di “vittima”, che è andato crescendo di peso nell’immaginario simbolico, è sempre più conteso per la sua valenza identitaria e politica.

1. Memoria e globalizzazione

Lo sguardo spontaneamente eurocentrico con cui leggiamo Auschwitz è un ostacolo crescente alla comunicazione della memoria a chi viene da altre storie, da altre geografie, da altre tragedie. Ciò persino in ambito ebraico: per gli ebrei provenienti dall’Iran, o dalla Libia, o dalla Turchia, Auschwitz ha una risonanza diversa che per gli ebrei d’Europa. A maggior ragione ciò avviene per i non ebrei. Sempre più Auschwitz si espone al confronto con altri contesti, altri stermini, altri genocidi, nello spazio e nel tempo.

Il concetto di unicità della Shoà è scosso dalle associazioni di idee e di immagini degli interlocutori, che sanno di altre stragi, o ne fuggono. È d’altra parte un concetto già viziato quando chiuda la Shoà in se stessa, specie a sé ed esclusiva, muta all’insegnamento se autoreferenziale, autistica, restia a misurarsi con altre tragedie (sia pure minori) del mondo. Più fecondo il motto di Primo Levi, implicita critica dell’unicità esclusiva: È successo, dunque può di nuovo succedere. E infatti, se non adesso per noi, per altri. Più che un fatto unico, la Shoà è il culmine di una catena senza fine. Questo è il paesaggio che dobbiamo mostrare, per ribaltare la competizione tra le vittime in solidarietà e reciproco riconoscimento tra le vittime.

2. Il nazismo come “questione ebraica”

La memoria dello sterminio nazista tende a specificarsi sempre più come “memoria ebraica”, e la Shoà sempre più si presenta come metonimia del Nazismo, la parte per il tutto, riassunto esauriente che oscura nel suo orrore estremo ogni altro aspetto: l’aggressione e la guerra, la re-introduzione in Europa dello schiavismo di massa (tema attualissimo), la strage di milioni di oppositori politici, civili e militari…

La Shoà, in quanto crimine contro gli ebrei, votati con gli zingari non allo sterminio ma propriamente al genocidio, tende ad oscurare nella sua specificità ebraica il suo stesso carattere di crimine contro l’umanità. (Recentemente, un assessore ben intenzionato di Rieti adottò per una meritoria campagna per l’occupazione il motto Il lavoro rende liberi, che gli suonava bene e del quale non ricordava la storia: fu chiesta scusa agli ebrei, non all’umanità). È come se gli ebrei, per “quota di maggioranza”, avessero assunto l’esclusiva di Auschwitz, e Auschwitz fosse diventato il monumento al narcisismo dolente degli ebrei; è come se agli ebrei, per il prestigio simbolico (cristico?) di vittime designate, fosse conferito il privilegio di giudici della storia. Ma il privilegio è un’arma a doppio taglio, funesta per gli ebrei, come la storia insegna.

Il termine Shoà, assunto a metonimia dei crimini nazisti, rischia di far del Nazismo una questione ebraica, a cui gli altri possono assistere magari con partecipazione, ma dall’esterno, da spettatori. E in definitiva come giudici terzi tra ebrei e nazisti.

3. Vittime e carnefici: la giornata della memoria come tribunale della storia

Perché il mondo conosca se stesso (Primo Levi): giustamente la memoria della persecuzione e dello sterminio vuole essere un insegnamento sul prodursi di un male storico. Ma in forma più o meno esplicita parla anche del bene, quanto meno dei principi elementari (non uccidere, non fare ad altri… ecc.) che hanno ispirato chi allora salvò delle vite e che stanno alla base del nostro giudizio di condanna dei crimini nazisti.

Ora, una domanda inevitabile e sempre più diffusa nel cuore e sulla bocca degli interlocutori è, come è noto, questa: come mai nel conflitto israeliano-palestinese (ora anche libanese) le vittime sono diventate carnefici?

A parte ogni analisi storica e politica di un conflitto asimmetrico ma non unilaterale, dei diritti e dei torti reciproci, ecc,a questa domanda è consuetudine rispondere (in forma indignata o dialogante) secondo il registro del male: la violenza (o, per chi preferisce, gli “abusi di legittima difesa”) che Israele esercita nei territori occupati non è confrontabile con Auschwitz: si utilizza, così, l’incommensurabile per aggirare in realtà la domanda. La quale ha un’altra faccia, meno esplicita, che si muove sul registro del bene, dove i criteri non sono messi alla prova dell’estremo, ma della dignità elementare: come applicate a ciò che riguarda voi quei principi semplici, in base ai quali giudicate ciò che è male?

È una domanda a cui sempre meno si potrà sfuggire. In virtù di Israele che ha conferito all’essere ebrei anche una responsabilità politica che inevitabilmente si espone al giudizio, sempre meno gli ebrei potranno valersi del prestigio morale e simbolico delle vittime innocenti. E la “Giornata della memoria”, per la sua stessa natura di momento non solo informativo ma anche giudicante, si ritorcerà da giudizio su altri a giudizio anche sugli ebrei.

Se non saremo all’altezza di rispondere adeguatamente alla domanda su vittime/carnefici, essa rifluirà sul passato modificando come un revisionismo diffuso e interiore la percezione stessa di ciò che è stato. E se il Nazismo verrà riassunto come “questione ebraica”, la Shoà si ridurrà a un corto circuito, a un “regolamento di conti” tra ebrei e nazisti a cui “gli altri” potranno assistere con il sollievo di un’estraneità a entrambe le parti, con la presunzione della propria innocenza e con la tranquilla coscienza di giudici terzi.

9 pensieri su “Giorno della memoria: tre problemi

  1. su questi temi c’è un libro molto interessante di David Bidussa, l’ha pubblicato Einaudi, dal titolo “Dopo l’ultimo testimone”, che allarga e approfondisce i temi di questo articolo.

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  2. “Se non saremo all’altezza di rispondere adeguatamente alla domanda su vittime/carnefici, essa rifluirà sul passato modificando come un revisionismo diffuso e interiore la percezione stessa di ciò che è stato.”

    In parte sta già avvenendo.

    Alla domanda su vittime/carnefici non credo troveremo mai una risposta adeguata. Nemmeno una risposta forse.
    In Europa ci interroghiamo sui campi di sterminio, e libri e ricerche stanno riportando alla luce che vennero colpiti più gruppi a partire dagli zingari fino agli omosessuali.
    Altri genocidi attendono di essere riconosciuti come quello del popolo armeno. E nel sud est asiatico sappiamo di tanti altri orrori. Ricordare tutte le vittime non è cosa da poco, riflettere su cosa nell’umano sia tanto storto da indurre delle persone ad aderire a crimini contro altre persone (spesso contro i più indifesi), rimane un dovere nostro. Di tutti.

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  3. al genocidio degli armeni contribuirono i curdi che in un passato non tanto lontano ci apparvero come una popolazione particolarmente *romantica* per il loro non avere una lingua scritta, per essere anch’essi dispersi, non arabi, ma iranici, in paesi prevalentemente arabizzati/musulmanizzati, per i loro capelli e occhi sorprendentemente rossi e azzurri (c’è del celtico in loro). facevano tenerezza. ma hanno anche loro una bella macula. poi furono massacrati dagli iraniani, dagli irakeni, nessuno che permetta loro di avere uno stato. ma hanno contribuito in turchia, dove non sono ben visti, a togliere di mezzo un milione circa di armeni.
    come dice nadia c’è qualcosa di storto che spinge popolazioni contro altre popolazioni.
    (hutu e tutsi? cambogiani e kmer rossi?le cifre sono agghiaccianti, ma non sono europei o, almeno, mediterranei).
    ricordo un libro, ormai datato, sul tema vittima-carnefice: saul bellow, mr. sammler’s planet. i confini si mescolano.
    bisogna vigilare.

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  4. Il problema che mi sembra esca dal post, ben circostanziato, anche se sorvola con una formula un po’ troppo generica sui fatti palestinesi, è che della shoà si è fatto un idolo.
    Questo idolo è stato posto al centro della storia moderna, ma come giustamente rimarca, anche drammaticamente, l’autore, chi ha vissuto altri genocidi, altri massacri, non si sente in obbligo di partecipare a questo riconoscendolo come culto ufficiale della memoria delle stragi di innocenti, soprattutto quelli che il proprio genocidio lo vede negato e cancellato dalla storia.
    Diverso è infatti per noi che non abbiamo vissuto tutto questo, che abbiamo letto Primo Levi, Elie Wiesel, André Schwarz Bart e conosciamo la storia per averla studiata a scuola pensare alla shoà e diverso per chi arriva da un campo profughi palestinese o da zone di guerra in africa o da un gulag sovietico, o chi ha perso amici, parenti e beni in asia minore, questi portano nella carne quello che noi portiamo nella mente e alcuni di noi nel cuore, ma che non portiamo nella nostra vita.
    In poche parole il timore è che la storia, con la scomparsa dei testimoni, possa ridimensionare il fatto e la conseguenza di ciò sarebbe una maggior probabilità del suo ripetersi.
    Ma del suo ripetersi nei confronti del popolo ebraico, o del suo ripetersi tuot court nei confronti di chiuque? perchè in questo caso è evidente che la celebrazione della shoà è stata del tutto inefficace ad esempio in Cambogia, non lo è in Africa e in generale non influisce in nessun modo su tutti i germi più o meno sviluppati oggi nel mondo che preludono a stermini o a semplici (semplici?) massacri.
    In “vincitori e vinti” l’ultimo incontro tra il giudice americano impersonato da Spencer Tracy e il giudice tedesco imputato la cui parte è di Kirk Douglas, vede quest’ultimo giustificarsi dicendo che non avrebbe mai pensato che sarebbe successo quello che è successo, la risposta dell’altro è che avrebbe dovuto immaginarlo la prima volta che aveva condannato un innocente sapendolo innocente.
    Tutto ciò che si oppone all’uccisione di innocenti è già scritto nell’uomo, le religioni che conosciamo lo affermano in continuazione e la storia anche non recente offre fin troppi episodi su cui meditare per non rifare una shoà, ma anche per non comportarsi come i babilonesi o gli egiziani delle antiche deportazioni, nella Bibbia infatti si dice, “Non opprimere lo straniero perchè anche tu sei stato oppresso in terra straniera”.
    Quest’anno il giorno della memoria è particolarmente penoso, non perchè vada paragonato ad altri fatti storici analoghi ridimensionandolo, oggi bisogna meditare su questo, domani mediteremo sul Darfur e un altro giorno sul prossimo o quello appena avvenuto, si potrebbe celebrare un giorno della memoria tutti i giorni, ma non è per questo, ma perchè le coscienze, le nostre coscienze, sanno che qualcosa si è incrinato, che quella moneta oggi vale meno, e tutti, a leggere i giornali, fanno finta di niente.

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  5. Grazie, per i contributi, a Demetrio, Nadia, Lucy e Mario.

    Mario, solo un’osservazione: mi pare che l’articolo non sorvoli “con una formula un po’ troppo generica sui fatti palestinesi”, visto che uno dei tre problemi indicati nel titolo, per la precisione il terzo, è il rapporto vittime/carnefici, su cui sono intervenute anche Nadia e Lucy.

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  6. Scusami, in qualche modo ho sovrapposto la citazione dell’articolo di Israel; “Abusi di legittima difesa”, a questo post, evidentemente mi ha fatto infuriare in modo tale che rileggendola qui mi è sfuggito che era una citazione, e abbastanza critica.
    Nella grande operazione chirurgica della fondazione dello stato di Israele si sono formate delle aderenze e nella sutura sembra esserci legato ogni ebreo che cammina su questa terra.
    Ho il dubbio che questo coinvolgimento globale, in parte fosse giustificato dalla natura dello sterminio, cioè l’appartenenza di sangue e non una colpa reale o immaginaria, e quindi coinvolgesse allo stesso modo tutti coloro che potenzialmente avrebbero potuto essere sterminati se i nazisti avessero vinto, ma anche che la conquista violenta della palestina necessitasse di una politica di consenso universale in modo da distribuire, o spalmare, come si dice in banca, le responsabilità su tutti gli ebrei e non solo sugli attori dell’invasione e della pulizia etnica che ne seguì.
    Il problema del sionismo è cruciale, mi rendo conto che ci si sta attaccati con le unghie e con i denti, i crimini che si porta dentro e non rinuncia tutt’ora a compiere, hanno avuto il pegno della shoà come garanzia di accettazione, ma non basta più, e separare adesso il sionismo dal popolo nella sua integralità fa paura.
    Non di meno il rischio è che si resti aggrappati ad un relitto che sta affondando (per lo meno ideologicamente) e che rischia di trascinare con se, come al solito, tutti quelli che sono ebrei per nascita, anche quelli che non centrano nulla con i misfatti storici ed attuali dell’idea teocratica sionista.
    E’ una situazione molto difficile, che non permette che a pochi, fuori dai vincoli politici della “legittimità morale” come l’ha chiamata Yeoshua, di esprimersi con franchezza, è come se si continuasse a usare come difensore colui che finirà per renderti colpevole anche di quello che non hai fatto.
    Quello del popolo di Israele è un dramma interiore molto aggrovigliato, e sembra che ad ogni tentativo di dipanarlo qualcuno pensi bene di rendere tutto irrisolvibile con una strage, da una parte o dall’altra.

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  7. Nessun problema, Mario, comunque basta rimandare all’articolo di Stefano Levi Della Torre qui proposto, che è molto chiaro e ha uno sguardo a mio parere convincente su quel groviglio di nodi legati a questi problemi.

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  8. “Lo sguardo spontaneamente eurocentrico con cui leggiamo Auschwitz è un ostacolo crescente alla comunicazione della memoria a chi viene da altre storie, da altre geografie, da altre tragedie”

    Grazie, Giorgio, per questo articolo:
    “…da altre tragedie.” “E’ successo dunque può di nuovo succedere” La mia reazione e riflessione sono che non si possa osare accostare alla Shoah altre tragedie, per un diritto inalienabile al riconoscimento di vittima: Lo affermo con esitazione e rispetto…..Mi sovviene l’esperienza dell’Esodo: siete stati schiavi e liberati diventate anche voi liberatori…..

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