Da “Essere senza destino”, di Imre Kertész

Romanzo proposto in Italia con un titolo di sapore nietzschano, che fa risaltare l’ambiguità di significato di sostantivo e infinito, Sorstalanság fu scritto tra 1961 e 1973. Non si tratta di un lavoro strettamente autobiografico; le vicende degli ebrei ungheresi durante la guerra servono da spunto di una rigorosa riflessione filosofica sulle rotture della storia del ‘900.
Inizialmente non ammesso alla pubblicazione, il libro uscì in Ungheria nel 1975, senza trovare riconoscimento critico.
27 anni dopo fruttò a Kertész il Premio Nobel per la Letteratura (2002). Tra le motivazioni, l’espressione della “fragile esperienza dell’individuo contro la barbarica arbitrarietà della storia”.
Le difficoltà di resa linguistica di una prosa personalissima fu la causa di una tormentata storia di traduzioni. Sorstalanság fu tradotto due volte in tedesco, nel 1990 (Mensch ohne Schicksal) e nel 1996 (Roman eines Schicksallosen). La versione italiana (1999) si basa sulla seconda tedesca. Anche la prima traduzione inglese, dal titolo Fateless (1992), non piacque all’autore, e nel 2004 se ne preparò un’altra (Fatelessness).
Il film tratto dal romanzo esce nel 2005.

A leggere questa breve pagina, bisogna intendere il significato della frase “io non mi sono accorto degli orrori”, significato non immediatamente evidente sotto l’apparente semplicità della prosa. Il narratore, l’adolescente György, non vuole dire di non aver visto le selezioni, la fame, le violenze, il fumo delle cataste dei cadaveri nei forni. Nel libro tutto questo c’è, con l’intensità che ha fatto della letteratura dei sopravvissuti un atto d’accusa che azzittisce il negazionista. Il narratore vuole rivendicare la convinzione dell’adulto Kertész che la vita è comunque fare “un passo dopo l’altro”, e non si può isolare la realtà dei campi di lavoro e di sterminio come “un turbine, un delirio”, un perdere “il lume della ragione”. Quello realtà, quel tempo, non può essere chiamato orribile — come a stenderci attorno un cordone sanitario di parole e separarlo da ciò che non si definisce orribile — ma “è naturale”, come “uno stupido bacio”, come qualsiasi altra cosa, aperto a infinite possibilità, che, “naturalmente”, non sono successe.
“Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile”.
Sta qui, forse, la differenza tra questo romanzo e la testimonianza letteraria di Primo Levi.

(Imre Kertész, Essere senza destino, trad. Barbara Griffini, Feltrinelli 1999, pag. 214-216)

Rimasi ancora lì seduto per un po’, perché era da tanto tempo che non stavo seduto così, in una morbida poltrona rivestita di velluto bordeaux. Nel frattempo anche la signora Fleischmann era tornata portandomi un piatto di porcellana bianca dal bordo decorato con su fette di pane spalmate di strutto e ornate con del peperoncino in polvere e anelli di cipolla, perché ricordava che un tempo mi piacevano moltissimo, e io non esitai a confermare che mi piacevano ancora. Intanto i due vecchi raccontarono che “anche qui a casa” non era stato “facile”. Il loro resoconto mi diede l’impressione di avvenimenti confusi, intricati e non del tutto ricostruibili, dai contorni molto vaghi, che si sottraevano a ogni definizione e comprensione. Ciò che più spiccava da quella litania era la ripetizione frequente, quasi sfinente di una parola, con la quale designavano qualunque svolta fosse intervenuta, qualunque cambiamento, qualunque movimento: “arrivarono” le stelle di Davide sulle case, “arrivò” il quindici ottobre, “arrivarono” al governo quelli delle croci uncinate, “arrivò” il ghetto, “arrivò” la faccenda della sponda del Danubio, “arrivò” la liberazione. Bene, e poi c’era il solito errore: come se tutto questo accadere confuso che in realtà appariva impensabile e i cui particolari — come mi resi conto — loro non sapevano più ricostruire, non si fosse svolto nella normale successione di minuti, ore, giorni, settimane e mesi, bensì in un certo senso di colpo, come un turbine, un delirio, quasi si fosse trattato di un bizzarro incontro tra amici, che in modo del tutto inaspettato fosse degenerato in dissolutezza e dove i partecipanti — sa Dio perché — all’improvviso perdono il lume della ragione e alla fine non sanno più quello che fanno. Poi finalmente sono ammutoliti e dopo un attimo, all’improvviso, il vecchio Fleischmann mi ha rivolto la domanda: “E che progetti hai per il futuro?”. Mi ha colto un po’ alla sprovvista e ho detto che non ci avevo ancora pensato bene. Allora si è mosso anche l’altro vecchio e senza alzarsi dalla sedia si è chinato avanti. Il pipistrello si è di nuovo levato e questa volta, invece che sul braccio, mi si è posato sul ginocchio. “Prima di tutto,” ha detto, “devi dimenticare gli orrori.” Ancora più stupito ho chiesto: “Perché?”. “Per poter vivere,” mi ha risposto e il signor Fleischmann ha annuito e ha aggiunto: “Vivere liberamente”, e l’altro a sua volta ha annuito e ha aggiunto: “Con un simile peso non si può cominciare una vita nuova”, e in questo aveva ragione, dovevo ammetterlo. Solo che io non capivo come potessero pretendere una cosa impossibile, ho fatto notare che l’accaduto era accaduto e che non potevo dare ordini alla mia memoria. Una vita nuova — ho obiettato — potevo incominciarla solo se fossi rinato, oppure se una qualche disgrazia, una malattia o qualcosa del genere si fosse impadronita della mia coscienza, e speravo proprio che loro non mi augurassero questo. “E in generale,” ho aggiunto, “io non mi sono accorto degli orrori,” e allora li ho visti tutti piuttosto sbalorditi. Cosa significava che “non mi ero accorto”? Ma a quel punto ho domandato che cosa avessero fatto loro in questi “tempi difficili”. “Be’… abbiamo vissuto,” ha risposto il primo con aria pensierosa. “Abbiamo cercato di sopravvivere”, ha aggiunto l’altro. Dunque anche loro avevano fatto un passo dopo l’altro — ho osservato. Quali passi, hanno voluto sapere, e allora ho spiegato anche a loro come erano andate le cose, per esempio, ad Auschwitz. Per ogni convoglio ferroviario — non voglio sostenere che sia necessariamente andata sempre così, poiché non posso saperlo — quanto meno nel nostro caso, però, bisogna calcolare circa tremila persone. Supponiamo che tra esse vi fossero più o meno mille uomini. Calcoliamo uno, due secondi, più uno che due, per la visita. Il primo e l’ultimo li lasciamo perdere, tanto non contano mai. In mezzo, però, dove mi trovavo anch’io, bisognava calcolare un tempo di attesa tra i dieci e i venti minuti prima di arrivare al punto dove viene presa la decisione: subito il gas oppure per questa volta scampato. Intanto, però, la fila continua a muoversi, ad avanzare, ciascuno fa sempre un passo, corto o lungo, a seconda della velocità di regime. A quel punto è calato un silenzio che è stato interrotto solo da un rumore: la signora Fleischmann mi ha tolto il piatto vuoto e l’ha portato via, non l’ho più vista tornare indietro. I due vecchi però mi hanno domandato cosa c’entrasse e cosa intendessi dire. Niente in particolare, però non era vero che le cose semplicemente fossero “arrivate”, perché anche noi ci eravamo mossi. Solo che adesso tutto dava l’impressione di essere finito, concluso, immutabile, definitivo, così mostruosamente rapido e terribilmente confuso, proprio come se tutto fosse “arrivato”: ma soltanto adesso, guardandolo a posteriori, diciamo da dietro. E, ovviamente, anche conoscendone il destino. Perché così, in effetti, ci rimane solo l’evidente cognizione che il tempo trascorre. Perché così, per esempio, uno stupido bacio ha lo stesso grado di necessità, diciamo, di un giorno di immobilità nel casello daziario oppure delle camere a gas. Ma sia guardare da dietro sia guardare da davanti, sono prospettive sbagliate, questa era la mia opinione. In fin dei conti anche venti minuti, presi in se stessi, sono un tempo lungo. Ogni minuto era cominciato, era durato ed era terminato prima che fosse cominciato quello successivo. Ma adesso — ho detto — proviamo a considerare questo: ciascuno di quei minuti avrebbe potuto portare qualcosa di nuovo. In realtà non ha portato niente, naturalmente — eppure bisogna ammettere che avrebbe potuto, in fondo durante ciascuno di quei minuti sarebbe potuto succedere qualcosa di diverso da quello che casualmente era accaduto, e questo ad Auschwitz esattamente come, supponiamo, qui a casa, quando avevamo preso commiato da mio padre. Quell’ultima frase ha in qualche modo scosso il vecchio Steiner. “Ma cosa avremmo potuto fare?!” ha domandato con un’espressione tra l’arrabbiato e il lamentoso. Io ho detto: niente, naturalmente; oppure, ho aggiunto, qualunque cosa, che sarebbe stato altrettanto irragionevole quanto il non aver fatto niente, è naturale, naturale come sempre.

2 pensieri su “Da “Essere senza destino”, di Imre Kertész

  1. La paura

    Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
    un male crudele che ne scaccia ogni altro.
    La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
    che decapita intorno le sue vittime.
    I cuori dei padri battono oggi di paura
    e le madri nascondono il viso nel grembo.
    La vipera del tifo strangola i bambini
    e preleva le sue decime dal branco.
    Oggi il mio sangue pulsa ancora,
    ma i miei compagni mi muoiono accanto.
    Piuttosto di vederli morire
    vorrei io stesso trovare la morte.
    Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
    Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
    Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
    Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

    Eva Picková, anni dodici, (morta 18/12/1943)

    da qui http://www.assamco.it/terezinpoesie.htm

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  2. Pingback: Memoria in-volontaria. Vassilij Grossman e Imre Kértesz | Asterismi letterari

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