Il giorno della memoria

Ma nelle scuole si legge ancora il diario di Anna Frank?

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Anna è la ragazzina a sinistra

di Salvatore Mannuzzu

Sono quasi coetaneo di Anna Frank; e ne ho letto il diario appena è stato tradotto in Italia. «Dieci anni dopo la guerra farebbe un curioso effetto se noi raccontassimo come hanno vissuto qui otto ebrei», Anna scrive. E pone una domanda che dura: quale ‘curioso effetto’ fa rileggere le sue pagine?
Ora che sono passati non dieci ma più di sessant’anni. E nel frattempo Anna Frank, colei che io avrei potuto avere compagna di scuola, è cresciuta: senza invecchiare. È cresciuta restando «la ragazzina» (lei diceva) di sempre, «che ha tanto bisogno di divertirsi». La sua età è diventata a poco a poco quella d’una mia figlia; poi d’una mia nipote. Però non la sento figlia o nipote. Mi rimane inesplicabilmente coetanea – col triste senno del dopo. «Coraggio e gioia», continua a dire di sé, assistita da una straordinaria grazia; più che un’esortazione è una constatazione.
Così il punto focale si sposta: da una condizione collettiva – l’atroce destino di una gente – a un caso di specie; dal dolore e dalla morte di un secolo, alla felicità, malgrado tutto, d’un essere vivente. E così – restando spesso fuori dallo sguardo, però immanenti – dolore e morte del secolo ci vengono restituiti, veri e grandi. È (anche) una splendida – involontaria, naturale – operazione letteraria: il cui senso viene dalla prospettiva defilata, dall’obliquità del taglio; dal fatto che tutto ciò che è davvero terribile non viene mostrato: succede dietro le quinte o quando la rappresentazione è finita. Ed è proprio la ricchezza, la piccola incommensurabile ricchezza della vita resa ai suoi battiti quotidiani, a dare la dimensione della tragedia: difficile pensare a una più severa testimonianza a carico; da sempre avevamo capito che il diario è un lungo atto di resistenza. Ma adesso, alla rilettura, passati tanti anni, sono i modi di questa resistenza a imporsi, con la loro leggerezza e il loro tepore umano, per sempre perduti e per sempre vivi, dentro il libro come nella memoria.
Anche se poi si tratta di cronaca, non di fiction. L’obliquità dello sguardo, che lambisce il genocidio da un rifugio fragile, non è un’invenzione letteraria, viene imposta dalle cose. E sono le cose a decidere la conclusione non scritta: non scritta e che però dà al libro il suo grande senso, illuminando d’una luce altissima ogni parola e ogni attimo di vita raccontato. Certo, si tratta d’un pugno di ebrei davvero ‘incatenati’, per oltre due anni, a quelle povere stanze nascoste, nel tentativo di scampare a una morte orribile: e con essi la loro cronista quasi bambina. E davvero da quel rifugio poi vengono strappati; e davvero sette – sette su otto, compresa l’adolescente cronista – trovano la morte, nelle strade del genocidio. Si può aggiungere che forse Anna Frank sarebbe stata Anna Frank anche senza il diario; e comunque è possibile esista una ragazza come lei – investita di quella grazia – che non sappia scrivere. Ma a noi Anna Frank rimane, noi la conosciamo solo perché scrive, racconta: il diario salva i segni esemplari della sua vita, per i superstiti e per tutti coloro che verranno.
La segregazione è una lente d’ingrandimento, dal grande spessore morale: e rivela ogni vibrazione di vita. Fatti e atti in apparenza futili, comuni, casuali acquistano un’intensità incredibile; niente, anche di ciò che è più effimero, si perde. Ma perché a notte, quando termina la sua preghiera («Ti ringrazio, mio Dio, per tutto ciò che è buono e caro e bello»), Anna è sempre «piena di gioia»? Perché Peter, l’adolescente amico e compagno di prigionia, le dice: «Mi aiuti già sempre», spiegandole: «Con la tua gaiezza»?
Da dove le viene questa sua parte di luce, che ne rende straziante la chiacchiera ginnasiale?
La madre di Anna vuol insegnare ‘l’arte di vivere’. Ecco, se diamo all’espressione un significato diverso da quello cui la signora pensa, dobbiamo concludere che forse quest’’arte’, questa capacità di accettare la vita, sempre, di considerarla un dono, è il dono che Anna ha ricevuto: e affida al suo diario, e offre ancora a noi. «Respiro l’aria dalla fessura di una finestra chiusa…».
Così lei ha proprio i suoi anni, i tredici festeggiati all’inizio del diario, poi i quattordici e i quindici compiuti e sempre salutati con festa – con povera e vera festa – nelle stanze dove un pugno di ebrei si nasconde alla persecuzione dei nazisti. Lei ha e vive quei suoi anni, di adolescente, di ragazza (ai sedici non arriverà): non diversamente da una qualsiasi ragazza della sua età, intelligente e amabile. Insieme però è adulta: l’unica fra quegli otto reclusi, ha osservato Natalia Ginzburg. Adulta in un modo tremendo e lieve, misterioso; che la assegna a una dimensione di solitudine: «Navigo da sola e vediamo dove vado a finire». La guardiamo procedere, con equilibrio innato, su un filo sospeso: non ne cadrà mai, davanti ai nostri occhi.

Si legge ancora il diario di Anna Frank nelle scuole della repubblica italiana?
Ne sono state fatte innumerevoli edizioni, anche scolastiche; mentre di tanto in tanto il titolo ricompare nelle classifiche dei più venduti. Ma con crescente perplessità continuo a domandarmi se i ragazzi di adesso leggono questo diario, che – divertente e vivo com’è – sembra scritto per loro.
Per loro, proprio perché i tempi lo rifiutano, chiudendosi nella propria sufficienza: e nulla sembra più lontano del mondo di Anna Frank e della casa segreta. Mentre dovunque si ripetono stermini, si fanno prove di genocidi: dei quali nessuno, proprio nessuno, potrà più dire: «Non sapevamo».
«Dio del perdono, non perdonare»: la preghiera di Elie Wiesel ad Auschwitz vale anche per tutti i lager, tutto il sangue e tutta la disperata fame del mondo; si estende all’intera mappa del pianeta e ai nuovi giorni, i nostri. E il peccato imperdonabile è quello che non si consuma, che non diventa mai cenere e rinasce da se stesso, uguale a se stesso: «contro lo Spirito». Però nemmeno merita perdono chi se ne rende complice: chi sta a guardare e con le sue omissioni consente. E mai come oggi il peccato di omettere si è risolto nel fare cose diverse. È per queste cose diverse da quelle dovute, per tanto spreco e multicolore vanità, che saremo giudicati e condannati. Per aver scelto vite prive di memoria, accecate. (In questa scelta noi rappresentati e i nostri rappresentanti ci incontriamo, concordi anche se animati da fini differenti: è la piattaforma morale dell’impero di cui diventiamo cittadini). Così Anna Frank, Anna, muore due volte: ed è (spesso io temo) proprio come non ci sia mai stata la sua resistenza paziente e gaia, nella casa segreta. (Ma adesso penso alla sua morte vera, vera e ignota, di più di sessant’anni fa. «Chi sa che un giorno non resti ancora più sola di quanto desidero», aveva annotato nel diario. E dopo, molto dopo: «Dio non mi ha lasciata sola e non mi lascerà sola». Speriamo – speriamo con tutto il cuore – che la sua certezza abbia avuto ragione).

pubblicato su Avvenire il 25 gennaio 2009

9 pensieri su “Il giorno della memoria

  1. “difficile pensare a una più severa testimonianza a carico; da sempre avevamo capito che il diario è un lungo atto di resistenza. Ma adesso, alla rilettura, passati tanti anni, sono i modi di questa resistenza a imporsi, con la loro leggerezza e il loro tepore umano, per sempre perduti e per sempre vivi, dentro il libro come nella memoria.”

    Un bellissimo articolo.
    Senza altre parole.

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  2. il diario si legge ancora alle medie inferiori. però al liceo spesso si va con l’anpi a dachau e mauthausen. san sabba per noi del veneto è facilmente raggiungibile. è un piccolo campo AGGHIACCIANTE. volete non sentire il solito vocìo, le solite cazzatine, volete non vedere per un paio d’ore titillamenti di cellulari? portate gli studenti nei campi di concentramento. anche senza testimoni viventi essi hanno il potere di zittirli, di fargli gli occhi lucidi. anche per due ore soltanto: rispetto al cinismo in cui vivono, ai sentimenti di plastica, alla crudeltà di cui spesso danno prova, di fronte al genocidio, agli strumenti di tortura e di morte, di fronte alle baracche scatole di sardine, alle fosse, beh, mostrano una faccia che fa sperare che la pietà non sia scomparsa da questo mondo. non è moltissimo: ci vorrebbe anche una presa di coscienza razionale. ma è un primo passo.

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  3. Nelle scuole inviterei Richard Williamson, quella specie di vescovo della setta antisemita, reazionaria e anticonciliare denominata “Comunità san Pio V”, reintegrati pienamente nella Chiesa cattolica dal restauratore Benedetto XVI. Lo inviterei ad esporre il suo pensiero sulle camere a gas etc. Ricordo che il motivo della scomunica “latae sententiae” (Giovanni Paolo II, 1988) fu proprio il rifiuto dei lefebvriani di accettare il Concilio Vaticano II. La setta lefebvriana (600.000 “fedeli”) considera Giovanni XXIII infiltrato di una congiura giudaica e il suo Concilio il complotto contro la vera chiesa (quella di Pio V, famoso per l’odio contro eretici ed ebrei). Il motivo che spinse i lefebvriani a ribellarsi alla Chiesa fu proprio la dichiarazione sulla libertà religiosa e l’apertura verso il giudaismo. Cercate (ma non la troverete mai) la firma di Lefebvre sotto il documento “Nostra aetate”, a proposito delle relazioni tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Si inviti Richard Williamson, della setta antisemita, negazionista, reazionaria, anticonciliare dei lefebvriani riammessi nella Chiesa cattolica, nelle scuole a parlare dello sterminio di 2 o 300mila vittime nelle camere a gas, come continua (senza pudore) a ripetere. Lo si inviti a ricordare il pensiero di Marcel Lefebvre che difendeva la concezione del popolo ebraico “deicida” etc. Benedetto XVI sa quello che fa, non è uno sprovveduto. Se ha deciso di reintegrare questi personaggi da barzelletta è perché lo spirito conciliare è lontano secoli dalla Chiesa attuale.
    P.S. Non si è ancora capito se ai sedicenti vescovi della setta reazionaria, neofascista, anticonciliare, antisemita dei lefebvriani sia stata tolta soltanto la scomunica o anche la sospensione “a divinis”. Williamson e i suoi sodali sono confratelli di Ratzinger e membri dell’episcopato cattolico? Se sì possono e debbono insegnare le loro aberranti teorie nelle scuole percé rappresentano il pensiero di questa Chiesa. Non si sfugge all’evidenza. Inutile girarci attorno. Questa è la Chiesa ratzingeriana oggi!

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  4. si faccia finire questo sconcio dei negazionisti: e soprattutto perché viene da uomini di chiesa. l’ultimo, tale floriano abrahamowicz, parroco a treviso: “le camere a gas sono servite per disinfettare”. lefebvriano, of course. grazie, benedetto XVI, per averci sdoganato questi – è meglio non definirli – pretonzoli. la memoria, la storia, la cultura, il perdono, la fratellanza, il dialogo ne aveva proprio bisogno. già l’ho detto: il dialogo interreligioso è una bubbola, giusto quando non c’è altro su cui blaterare. o pontificare.

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  5. Credo che certi negazionisti meriterrebbero un contrappasso.
    Ovvero: uscire dalle loro calde vesti (anche talari) ed essere deportati, magari, in un luogo ben gelato a scavare fosse,
    e poi dormire in baracca,
    invece di rimpinzare il capo proprio e di altri di mostruose menzogne.
    Ho usato un condizionale, però un bello schiaffo materiale fisico, ben dato, glie lo darei.
    Per di più dal cognome Abrahamowicz,

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  6. Ludy,
    il fatto che un prete sia negazionisa non ci deve stupire, anche perchè, essendo stati collusi con il fascismo e nazismo, taccione prudentemente per non evidenziare la loro collborazione iniziale contro il socilismo mondiale, in particolare quello europeo. Il fatto che Abrahamowicz abbia lanciato questa provocazone, è perchè lancia un segnale forte alla Chiesa Cattolica invitandola a tacere, ciò per non farsi sottomettere e annullandosi com ordine religioso.
    La Chiesa sa “cose” che non deve dire, come non ci deve stupire il fatto che, pur essendo Abrahamowicz un ebreo, neghi la storia nazifascista quando le indagini storiche stanno mettendo in luce la collusione degli ebrei di destra con i nazireati commessi ai danni del socialismo ebraico europeo. I Nazireati sono stati commessi, eccome, ma degli ebrei fascisti e ultra nazisti. Di questo, si cerca di non far trapelare nulla.
    Ci sono molte domande alle quale non si deve, e non si vuole dare risposte soddsfacenti, mettendo nel calderone degli ebrei socialisti sterminati, ache i pessimi naziebrei loro guardiani, aguzzini, non che Gerarchi militari, promotori della Seconda Guerra Mondiale.

    Nobili sono certi interventi letti in questo forum che lasciano trapelare senza esporsi troppo, questo stato di cose. Non si deve negare la qustione ebraica, ma approfondire meglio le vere reponsabilità dei loro fratelli nazi.

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