6 pensieri su “La civiltà della ripetizione

  1. schemi fissi (più che canovaccio pare uno straccio da spolvero) e ripetizioni per una comicità “autistica”. ho guardato altri filmati: tutti uguali, senza sorprese, senza invenzione, mai un guizzo di novità. quello che sorprende di più è la risata e l’applauso, se sono autentici (voglio dubitarne)vuol dire che la gente non ama essere sorpresa nemmeno dal comico.
    poveri noi.

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  2. Lo sketch, per quanto demenziale, potrebbe anche strappare qualche risatina, se recitato bene. Quel che colpisce, invece, è l’assoluto dilettantismo, il tono smorto delle voci, le espressioni atone dei volti, i tempi tutti sbagliati.
    Il pubblico ride e applaude, manco avesse davanti Totò e Nino Taranto.
    Mah…

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  3. il pubblico è rimbambito: e ride e applaude come un infante alla riproposta del noto. a volte sono più sorprendenti i bimbi: ci sono di quelli che ridacchiano un paio di volte allo stesso scherzetto, lo prevedono e lo pregustano, però poi vogliono passare ad altro. ma di norma, così come con le favole che conoscono a memoria, amano sentire sempre le stesse cose. ma è una fase. poi basta. il pubblico che ride per poco fa tristezza: fa pensare che ci accontentiamo di tanto poco, sempre, ovunque. fa pensare che non c’è più soglia tra la vita seria e quella faceta. che ridiamo dei/coi
    politici da barzelletta o delle loro barzellette o delle trovate-barzelletta. così: per molto poco, senza soluzione di continuità. un popolo ha i comici che si merita.
    e “chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza diletto, sanza stabilità…”

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  4. grazie.
    quello che mi colpisce è precisamente la ripetizione.
    ci sarebbe da fare uno studio approfondito sul genere dello sketch e sull’uso del pubblico, ossia sui comportamenti indotti. ma forse nessuno spettacolo ne uscirebbe vivo.
    fabry

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  5. Secondo me il pezzo non è male, lavora sul ribaltamento dei luoghi comuni che vogliono reverenza verso la morte, assoluto appiattimento davanti alla prepotenza di turno (disponobilità dichiarata, ma non effettiva, in questo caso), fiducia nell’angelo custode (o in chi si dichiari tale), e che ci indicano l’uomo comune come incapace di affrontare le prove importanti della vita.
    Come giustamente dice Fabrizio, la ripetizione funziona per creare comportamenti indotti; aggiungo che è uno strumento utilizzato massicciamente anche in altri ambiti, da quello scolastico, a quello lavorativo, a quello pubblicitario, e via dicendo, per quanto possa avere scopi differenti.
    Uno dei primi a mettere in scena la griglia del meccanismo in modo dichiarato, nello spettacolo televisivo, fu Arbore; ne dimostrò l’efficacia, usata in seguito da altri, con i risultati che oggi abbiamo tutti sotto il naso, dai pacchi ai contropaccotti.
    La ripetizione non è “cattiva”, se pensiamo alla sua funzione di rassicurazione nel bambino che la sera si fa raccontare la stessa fiaba, il problema è che è difficile sezionarla per individuare gli intenti di chi ce la propone (per esempio nella disinformazione: a forza di ripetere una falsità riguardante qualcosa o qualcuno, questa sarà promossa a verità solo per il fatto di essere stata ripetuta più e più volte).
    L’argomento è complesso, servirebbe un esperto di comunicazione per fare luce su alcuni aspetti, ce ne sono un paio all’ascolto?

    Ghega

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