Un’ idea, una carriera: i nuovi guru

di Stefano Montefiori

L’ importante è farsi venire un’ idea. Non necessariamente originale e sorprendente, anzi. Se è già un po’ nell’ aria – come il ritornello orecchiabile di una canzone – meglio ancora. Poi bisogna ripeterla all’ infinito, piegando centinaia di aneddoti alla dimostrazione della tesi, tirando in lungo per centinaia di pagine. Infine, esibire un’ immagine efficace non guasta: del resto anche Jean-Paul Sartre non era certo un bell’ uomo ma (tra la mitologia del Flore e la coppia aperta con Simone de Beauvoir) fu sempre in grado di farsi riconoscere anche da chi non leggeva Les Temps Modernes. Oggi il giornalista giamaicano-britannico-canadese Malcolm Gladwell esibisce un fisico asciutto da ex fondista, camicie attillate un po’ fuori dai pantaloni e una capigliatura afro che una volta – dice la leggenda – prese pure fuoco.
Penna brillante del New Yorker e sorta di Steve Jobs senza Apple delle conferenze pagate fino a 80 mila dollari (convegno della Benco Dental, forniture per dentisti, 2006), Gladwell è l’ archetipo della inedita, vincente categoria dei «journo-guru».
La definizione di «giornalista-guru» si deve a Adrian Wooldridge, capo dell’ ufficio di Washington dell’ Economist nonché titolare della column «Lexington» sullo stesso giornale. Wooldridge nota che, mentre i media vivono in tutto il mondo una profonda crisi identitaria e finanziaria, un ristrettissimo gruppo di giornalisti ha indovinato la formula che li sta rendendo nuovi – e ricchissimi – punti di riferimento culturali. La ricetta «un’ idea, una carriera» viene eseguita con virtuosismo impareggiabile da un terzetto composto dal succitato Malcolm Gladwell (di cui presto uscirà anche in Europa il terzo libro Outliers, sulle ragioni del successo), dal columnist del New York Times Thomas Friedman (specializzato nella globalizzazione, autore de Il Mondo è piatto) e dal direttore di Wired Chris Anderson, che in La coda lunga – Da un mercato di massa a una massa di mercati sostiene che Amazon e iTunes permettono a ogni consumatore di coltivare gusti di nicchia al riparo dall’ omogeneità imposta dalla grande distribuzione tradizionale. I «journo-guru» stanno prendendo il posto – almeno nel mondo anglosassone – dei grandi intellettuali che dal dopoguerra in poi hanno dominato il dibattito culturale: dall’ inglese Bertrand Russell, filosofo e logico ma anche appassionato pacifista, alla superstar Sartre al tedesco Günter Grass, che non si è mai ripreso dalla tardiva confessione di avere militato giovanissimo nelle Ss. I pensatori di moda in America – e quindi nel mondo – non si occupano di politica né di massimi sistemi né di macro-economia, ma hanno perfezionato il culto del dettaglio economico. I primi a sfondare il muro degli economisti di formazione classica alla Paul Samuelson sono stati Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner, che nel 2005 hanno pubblicato Freakonomics spiegando perché gli spacciatori di droga sono sempre poveri e soprattutto perché (a loro dire) legalizzare l’ aborto è stata la migliore arma per sconfiggere il crimine (sono nati meno esseri umani in condizioni di degrado e quindi inclini alla delinquenza). Il saggista di origine libanese Nassim Nicholas Taleb segue la stessa linea quando auspica l’ abolizione dell’ inutile e anzi dannoso Premio Nobel per l’ Economia e – in ossequio alla sua teoria del Cigno Nero, raro ma fondamentale – raccomanda di non seguire regolarmente i media perché inducono l’ illusione che la realtà sia un susseguirsi di eventi logici, abbassando così il grado di conoscenza del mondo. A fine novembre, nel teatro del West End londinese che di solito ospita le repliche del musical Il Re Leone, il 44enne Malcolm Gladwell ha fatto il tutto esaurito per due sere di seguito, parlando davanti a 4000 persone dei motivi del successo di Bill Gates (nella sua scuola c’ era un computer) e dei Beatles (agli esordi furono ingaggiati ad Amburgo e costretti a suonare per migliaia di ore). L’ affermarsi di Gladwell come icona globale comincia nel 2000 con The Tipping Point, nel quale applica l’ approccio epidemiologico nello spiegare il diffondersi di idee, prodotti e tendenze nella società: un iniziale ristretto gruppo di early adopters è in grado di determinare il superamento del «punto di non ritorno». Nel successivo Blink, Gladwell ha sostenuto l’ importanza dell’ intuito e della prima impressione nella formazione di opinioni più durature. Negli anni Gladwell ha inanellato analisi del perché ci sono molte varietà di senape ma solo una di ketchup, del perché gli uomini adorano i pantaloni kaki, del progresso legato all’ affermarsi del pannolino usa e getta e della grandezza del pesticida Ddt. La capacità di occuparsi con intelligenza e scrittura brillante di minuzie della vita quotidiana, nobilitandole come spie di mutamenti epocali, lo hanno fatto issare ai primi posti dei best-seller e guadagnare anticipi di milioni di dollari dalle case editrici. Lo stile di rottura ha assicurato a lungo a Gladwell una benevola curiosità. Ma ora che diventa, a sua volta, oggetto di una espressione fulminante come «journo-guru», Gladwell comincia ad attrarre critiche sempre più acide. Dopo le esibizioni nel West End la rivista britannica The Register lo ha definito un «Reader’ s Digest che cammina, rassicurante e banale come un biglietto d’ auguri Hallmark». Soprattutto, la regina dei critici americani Michiko Kakutani (New York Times) ha stroncato l’ ultimo Outliers: «Dunque i Beatles hanno avuto successo grazie a una circostanza ambientale, cioè il fatto che ad Amburgo li abbiano costretti a suonare moltissimo. E come spiegare il successo dei Rolling Stones o dei Beach Boys, che ad Amburgo non sono mai stati? Gladwell ci insegna che il talento non basta, che contano anche ambiente, duro lavoro e fortuna. Ma davvero…». Il giornalista guru è all’ apice del successo. Il suo tipping point (il punto di non ritorno), in questo caso l’ inizio della discesa, potrebbero essere vicini.

pubblicato su Il corriere della sera il 23 gennaio 2009

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