La vita bassa

di Alfio Squillaci

Alberto Arbasino, La vita bassa, Adelphi, Milano, 2008, pp.113, € 5,50

Per leggere con profitto Alberto Arbasino occorrono alcune “dritte”. Innanzitutto essere avvisati che il suo testo è nei fatti un ipertesto, e questo molto prima dell’avvento di Internet. Si aprono sulla sua pagina infiniti link (ecfrasi, divagazioni, collegamenti, intersezioni) a tutto il sapere e l’immaginario dell’Occidente, da Petronio a Petrolini e oltre, che non sempre è agevole seguire nelle sue connessioni logiche; alcuni di questi link seriali sono solo dei puri elenchi – fascinosi e ipnotici come quelli delle genealogie del Vecchio Testamento o il catalogo delle navi degli Achei nel libro II dell’Iliade-, oppure frutto di concrezioni e moltiplicazioni mentali velocissime, elaborate in frazioni di secondo come in Google. Se non si conosce l’HTML del suo linguaggio si rischia di vedere una pagina di “codici” senza senso, una farragine di segni e punti interrogativi come nelle URL interne delle pagine di Internet estratte, coi search dei motori di ricerca, dai siti dinamici dotati di enormi data base. Il tutto sorretto dalla tesi fatta propria da Arbasino che “tout se tient” e “only connect”.
Intellettuale contestualmente estraneo alla Militanza come all’Accademia, disorganico e in polemica con gli intellettuali organici, lombardo ma romano d’adozione, frequentatore del Bel Mondo e globetrotter internazionale, nei fatti è il più grande scrittore italiano oggi in circolazione. Ce lo dice anche il catalogo Adelphi che lo ha preso fra i suoi, e che in genere marmorizza chiunque assume, in preparazione forse del sarcofago finale dei Meridiani.
Da quasi un cinquantennio Arbasino esercita la sua acre ironia intellettuale nei confronti della cosiddetta “cosa italiana”. Usiamo questa locuzione per sfuggire a quella classica di “carattere nazionale” degli italiani, ma foriera di facili psicologismi, che peraltro la pubblicistica corrente più avvertita ha rimpiazzato con la locuzione, più neutra, ma anche meno esplicativa, di “identità” italiana. Dal 1961, dai tempi della prima edizione di Fratelli d’Italia a questo Vita bassa, in versi e in prosa, nel racconto e nel saggio (per quanto queste modalità comunicative possano essere disgiunte nella sua scrittura), il Venerato Maestro di Voghera si è applicato a evidenziare con il lapis blu i “vizi” nazionali di questo nostro “povero Paese”, un tempo solo un “Paese povero” secondo la boutade del generale De Gaulle. È così stretto il nesso fra questi testi che, per fare solo un esempio, in questo libretto che abbiamo tra le mani tornano pari pari i commenti caustici all’inno di Mameli, già presenti sottotraccia nel primo Fratelli d’Italia, il suo libro più importante.
La polemica contro il conformismo e il miserabilismo degli intellettuali italiani, poveri quando non affamati, alla ricerca perenne di qualche greppia (il partito o Mamma Rai); il versipellismo di tanti tra essi; l’irrisione delle ideologie totalitarie; la lotta continua contro le idées reçues e i tic linguistici più frusti e reiterati ( le solite solfe); la “lunga durata” indicata come strato costante sotto la superficie dell’evenemenziale (corsi e ricorsi); tutti questi temi ed altri ancora trattati nei modi saettanti e leggeri della Kulturkritik e affioranti con più nettezza nei precedenti scritti Un Paese senza e Paesaggi italiani con zombi, di cui questo Vita bassa è un sequel e un aggiornamento al 2008 (un anno che come il ’78, il ’68, il ’48, del Novecento e dell’Ottocento, porta in corpo la tremenda cifra ‘8’ che posta in orizzontale è il simbolo scolastico dell’Infinito, e dunque della nostra “cattiva infinità” nazionale), ci dicono che da lungo tempo l’Italia e gli italiani sono la “metafora ossessiva” di Arbasino, una sua (pre) occupazione intellettuale.
Non per piaggeria né per unzione di retorica ( e corriamo il rischio di queste locuzioni perché per Arbasino frasi come queste sono preamboli linguistici che preannunciano una …cazzata) possiamo dire che di tutto ciò, da devoti lettori da un trentennio delle sue opere, di quelle scritte e di quelle riscritte, gli siamo sinceramente grati: l’Arbasino “illuminista” e scrittore “civile”, iscritto nel grande solco della tradizione lombarda, ci è stato nume e guida nell’interpretazione della lunga durata nazionale, più e meglio di un antropologo culturale. Ma giunto ormai il Maestro alla soglia degli ottant’anni scorgiamo che il suo gesto verbale s’è fatto da ossessivo isterico (vedi le lettere ai giornali), da brillante cachinnante, da sorridente e fantasmagorico, ripetitivo e spietato. Forse non ha più nulla da dire, ma solo da ri-dire, Arbasino. Colpa nostra, degli italiani, certamente, che non cambiamo.
Pasolini diceva che Arbasino si è amputato i sentimenti, e se dovessimo enuclearne uno tra questi, è proprio la pietà quello che è saltato per primo nella recisione, una pietà antropologica verso l’Italia, un Paese abitato dai sauvages de l’Europe secondo qualche viaggiatore del Grand Tour, e ieri perciò primitivo e vitale, corrotto e felice, oggi forse smarrito e confuso, immerso nel brago morale dei propri vizi di sempre, ma incapace di sorriderne come un tempo.
Uno scrittore segue la propria ispirazione e insegue i propri demoni: e Arbasino, come Omero, direbbe che gli Dèi ci danno le sciagure perché i poeti abbiano di che cantare. Ma un libro trova il suo significato anche nel tempo in cui cade, e allora non temiamo di aggiungere che il Paese avrebbe bisogno di qualche soccorrevole indicazione in più e di qualche raillerie bellettristica, persiflage colto, marameo scettico in meno. (I termini francesi sono quelli usati da Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, ancora imprescindibile riferimento per ogni “discorso” sulla “cosa italiana”).

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