In memoria della memoria

Tre facili detterrenti all’empatia

di Valentina Pisanty

Con quale credibilità morale – si dice – gli ebrei ci chiedono di partecipare al loro lutto identitario proprio a ridosso dei bombardamenti di Gaza? Il fatto è che il cortocircuito tra ebrei e governo israeliano è del tutto indebito, ed è motivato dal fatto che, nel tempo, la Shoah è passata da evento storico, quale è, a categoria di pensiero, pietra di paragone, collante ideologico
Eccoci di nuovo, si è tentati di dire. Inutile negare l’insofferenza più o meno velata che, a neppure un decennio dalla sua istituzione, il giorno della memoria suscita in molte persone. Da parte di chi se ne occupa da vicino e sistematicamente la sensazione è comprensibile: ogni 27 gennaio schiere di storici, accademici, insegnanti, scrittori e testimoni (quei pochi che restano) vengono convocati per saturare gli spazi mediatici e scolastici che la legge 211 del 20 luglio 2000 prescrive di riempire con «cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (…) affinché simili eventi non possano mai più accadere». Ma non è dell’eventuale stanchezza dei comunicatori che, evidentemente, ci si deve preoccupare, e neppure dell’imbarazzo dei redattori di giornale, degli insegnanti e degli organizzatori di convegni i quali, chiamati di anno in anno a inventarsi nuovi palinsesti commemorativi, si spremono le meningi per conferire un «taglio originale» alla rievocazione dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Piuttosto, meritano attenzione alcune critiche più strutturali circa 1) l’inflazione della memoria a cui darebbe adito la ricorrenza del 27 gennaio, 2) i possibili usi e abusi ideologici di questa giornata e 3) l’opportunità o meno di eleggere lo sterminio antiebraico a tema di riflessione collettiva, sancendone per legge la centralità nella mappa mentale con cui ci viene chiesto di rappresentarci l’identità italiana e/o europea postbelliche (qualunque cosa esse siano).

La prima obiezione
Sul primo aspetto si sofferma David Bidussa nel suo recente saggio Dopo l’ultimo testimone (Einaudi, 2009), a proposito dei difetti della retorica consolatoria di cui sarebbe imbevuta buona parte degli attuali discorsi sulla memoria, inclini ad assecondare i meccanismi di sacralizzazione e di trivializzazione degli eventi, e a trasformare la ricostruzione storica in una liturgia riparatrice che pone la corona d’alloro sul capo delle vittime. Vittime che – si suppone – dovrebbero sentirsi sufficientemente gratificate da tale riconoscimento tardivo da mettere una pietra sopra alle violenze subite. Ricordo di avere partecipato, diversi anni fa, a una trasmissione televisiva in cui la conduttrice pretendeva di chiudere la puntata in bellezza con l’abbraccio risolutivo tra la figlia (peraltro incolpevole) di una SS e una ex deportata. La versione banalizzante del giorno della memoria aspira a svolgere un’analoga funzione terapeutica: come in un film di Hitchcock, la rievocazione del trauma dovrebbe bastare per annullarne gli effetti, sciogliendo nelle lacrime ogni residuo di rancore. A parte l’implausibilità psicologica di una simile pretesa il punto è che, come ricorda Bidussa, «il 27 gennaio non è il giorno dell’identità ebraica», bensì «riguarda un pezzo della storia culturale dell’Europa con la quale il nostro continente ha iniziato a confrontarsi, pur se in ritardo e spesso a disagio».
Lungi dall’essere stata concepita come un’occasione per cicatrizzare le ferite, la proposta di legge perseguiva l’obiettivo opposto di affondare un dito nella piaga, e di tenercelo almeno fino a quando la cultura italiana non avesse cominciato a fare seriamente i conti con i propri trascorsi razzisti e antisemiti. «What, in our house?» (ovvero: «Possibile che questo delitto sia stato consumato proprio qui, a casa nostra?») è la domanda che per la prima volta veniva formulata in via ufficiale: come l’ostentata sorpresa di Lady Macbeth rivela l’ipocrisia di chi sa di essere il mandante del crimine rispetto al quale si dichiara sgomento, così gli italiani venivano posti di fronte all’infingardo vuoto di memoria su cui si fondava la propria auto-narrazione postbellica.
La Shoah non è, come ci si era a lungo raccontati, un increscioso incidente di percorso, frutto di «incosciente faciloneria» piuttosto che di una reale e diffusa intenzione omicida – come se non ci fossero sfumature intermedie – ma un crimine specificamente italiano che per decenni gli italiani avevano spazzato via a colpi di amnistia e di amnesia. Non per niente ci sono voluti quattro anni prima che Furio Colombo riuscisse a far discutere la proposta di legge in parlamento: evidentemente nessuna delle parti politiche interpellate aveva particolare premura di affrontare la questione. Alcuni ricorderanno le polemiche di stampo revisionista che all’epoca scoppiarono circa la presunta necessità di estendere la commemorazione a «tutte le vittime della guerra», e più specificamente alle vittime delle foibe, quasi a cercare il pareggio in un macabro derby ideologico.

La seconda obiezione
Si giunge così alla seconda obiezione: il giorno della memoria come posta in gioco di interessi politici ulteriori. Se dieci anni fa la battaglia ideologica attorno alla memoria dello sterminio ricalcava il conflitto tra fascisti e antifascisti, in quale misura la successiva abiura degli uni come degli altri (ammesso che di abiura si possa veramente parlare) ha intaccato il senso profondo del giorno della memoria? Rispetto al 2000, oggi il revisionismo di De Felice fa meno scalpore, il negazionismo ha perso gran parte del suo slancio, perlomeno in Europa (non altrettanto in Medio Oriente), e il razzismo selvaggio sembra essersi scelto altri bersagli, pur senza rinunciare all’occasionale profanazione di cimiteri ebraici per tenersi in esercizio. Certo, non è da escludere che questi progressi siano almeno in parte attribuibili agli approfondimenti sulla storia e sui meccanismi dell’antisemitismo promossi (anche) dalle passate edizioni del giorno della memoria. Tuttavia, potrebbe darsi che – arrivati a questo punto, e proprio in virtù dei successi mietuti – l’urgenza dell’iniziativa sia meno evidente di una volta. La Shoah è probabilmente l’unico evento di cui i ragazzi, per il resto beatamente ignoranti, abbiano una cognizione piuttosto precisa: sullo sfondo di un’enciclopedia storica alquanto fuzzy che stenta a distinguere il Rinascimento dal Risorgimento e la guerra del Golfo da quella in Afghanistan, lo sterminio nazista si staglia con la luminosità di un’insegna al neon. Alla luce di tutto ciò, è ancora il caso di dedicare una giornata di riflessione collettiva alla Shoah, o non sarebbe invece ora di spostarsi su altri argomenti meno frequentati, ma forse altrettanto rilevanti?
A maggior ragione quest’anno, qualcuno aggiunge: come si fa a celebrare con la dovuta empatia il giorno della memoria a ridosso dei bombardamenti israeliani di Gaza? Con quale credibilità morale – si dice – gli ebrei ci chiedono di partecipare al loro lutto identitario proprio nei giorni in cui infliggono dolore agli altri? Come non tenere conto del tradimento che, secondo alcuni, Israele starebbe consumando nei confronti dell’orizzonte ideale in cui si colloca la storia del suo popolo? Come raccontare agli studenti la storia del genocidio antiebraico senza riferirsi alla tragedia che oggi colpisce il popolo palestinese? E addirittura: come non equiparare l’assedio di Gaza all’assedio del ghetto di Varsavia, il sionismo al nazifascismo, le vittime di un tempo agli aguzzini di oggi?
Non c’è bisogno di tirare in ballo Roger Garaudy o i neofascisti boicottatori dei negozi romani gestiti da ebrei per accorgersi dell’indebito (e indecente) cortocircuito tra ebrei e governo israeliano che simili domande retoriche presuppongono. Cortocircuito ufficializzato in almeno un caso, se è vero che la decisione del governo catalano di ridimensionare (sia pure solo marginalmente) le celebrazioni del giorno della memoria a Barcellona è da intendersi come una forma di rappresaglia culturale. Sembra strano dovere precisare ancora una volta che gli ebrei della Shoah sono un’altra cosa – nel senso che sono individui diversi, vissuti in epoche diverse – rispetto agli israeliani, qualunque giudizio si voglia dare sulle responsabilità, sugli sbagli e sulle eventuali colpe di Israele, il quale (a volte lo si dimentica) è uno stato nazionale e non uno stato mentale. Ricordare Auschwitz non toglie – e non aggiunge – nulla alla valutazione politica che si può dare del conflitto arabo-israeliano, e da questo punto di vista non c’è moltissima differenza tra chi usa la Shoah per legittimare le scelte del governo israeliano, e chi gliela risbatte in faccia con atteggiamento almeno altrettanto ricattatorio.
È interessante osservare come in dieci anni la Shoah, in quanto topos narrativo retoricamente spendibile, sia migrata dal contesto di una diatriba storiografica nazionale a quello della disputa transnazionale tra anti-israeliani e filoisraeliani. Ma in ogni caso, quale che sia l’uso specifico che se ne fa, lo sterminio degli ebrei sta sempre per qualcos’altro, e da evento storico (come tale contingente e pertanto unico – che non vuol dire incommensurabile) diventa categoria di pensiero, pietra di paragone, oggetto totemico, collante ideologico e, all’occorrenza, strumento contundente.

Le tappe di ogni evento traumatico
Riprendendo il modello proposto da Henry Rousso nel suo libro Le sindrome de Vichy, Enzo Traverso (Il passato: istruzioni per l’uso, Ombre corte, 2006) ricorda le varie tappe che la memoria di un evento traumatico tende ad attraversare: «prima un evento importante, un punto di svolta, spesso un trauma; poi una fase di rimozione, che prima o poi sarà seguita da una inevitabile ‘anamnesi’ (‘il ritorno del rimosso’) e che può, a volte, trasformarsi in ossessione della memoria». Così è accaduto esemplarmente alla Shoah (laddove altri stermini sono ancora in attesa della propria anamnesi), e il problema ora è di capire se e come si possa superare la fase dell’ossessione, non tanto da parte delle vittime stesse o dei loro discendenti (nessuno si può arrogare il diritto di dettare i tempi di metabolizzazione della memoria soggettiva), quanto della collettività più ampia di cui essi fanno parte a pieno titolo e a pari condizioni.
Non credo ci siano molti dubbi sul fatto che l’auto-rappresentazione europea, imperniata sul principio della tutela dei diritti delle minoranze, si fondi in buona parte sulla promessa solenne di conservare il ricordo dello sterminio affinché episodi del genere non si ripetano più. Ma se si vuole onorare per davvero questa promessa occorre impiegare la giornata che il calendario istituzionale ci mette a disposizione per ricordare, certamente, ma soprattutto per ricostruire le dinamiche storiche e culturali del razzismo (non solo antisemita), per ragionare sui suoi meccanismi logici e retorici, per imparare a riconoscerne le avvisaglie, per smontare vecchi stereotipi sempre in agguato, per contrastare l’inerzia delle scorciatoie interpretative e, alla fin fine, per mantenere vivi i nostri anticorpi.

 

Pubblicato su Il Manifesto, 27 gennaio 2009

Un pensiero su “In memoria della memoria

  1. Non sopporto l’uso ricattatorio della Shoah che fanno certi rabbini col dire:
    Tu non riconosci come giusta l’operazione di “autodifesa” del popolo israeliano a Gaza, quindi sei antisemita!

    A parte il fatto che un antisemita dovrebbe odiare anche gli arabi, che sono semiti pure loro;
    non mi sento affatto antigiudaico, avendo apprezzato sempre e tanto la cultura ebraica, antica e non.
    Però tra l’apprezzare una cultura e le sue radici,
    e condividere le gesta recenti del governo israeliano c’è di mezzo il mare.
    Per di più nei media si parla sempre troppo poco:
    1.della minoranza israeliana contraria a queste guerre
    2.della, ormai meno sparuta, anzi in via di crescita, minoranza israeliana di origine palestinese.

    Tanto per dire, so che i cittadini israeliani, quelli più conservatori, temono molto il tasso demografico in aumento degli israeliani di origine arabo/palestinese.
    Questo fatto crea un paura sottile, anche inconscia, di estinzione come stirpe, come identità in molti ebrei israeliani, poiché il loro tasso demografico è negativo.
    Questo aumento potrebbe causare, nel giro di una, due generazioni, un equilibrio diverso, forse favorevole alla pace. Lo spero.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.