KADDISH PROFANO PER IL CORPO PERDUTO di Francesca Mazzucato

Kaddish profano per il corpo perduto (Azimut, 2008, euro 12,50, pagg. 200)
recensione di Leandro Piantini

Questa volta Francesca Mazzucato è andata a Budapest, dove ha conosciuto i libri di Imre Kertèsz. La scrittrice bolognese è sempre alla ricerca di luoghi che la ispirino, la riscaldino, le diano il la per continuare l’avventura della sua vita, la scrittura. Francesca l’ho conosciuta di persona una sola volta ma conosco bene la narratrice. Essa ama raccontare, anche soltanto di se stessa, di quello che la sua persona proietta dovunque la vita la porti. E forse non per narcisismo ma perché a un certo punto la Mazzucato ha capito che per soddisfare la sua passione per la scrittura doveva soprattutto fare leva su se stessa, sul proprio personaggio, reale o immaginario che fosse. Questo la calma, la fa stare bene, e allora le bastano carta e penna, il tavolino di un bar, e il piacere è assicurato.

Francesca non s’annoia mai quando scrive. Sia poca o tanta la fantasia che l’assiste in quei momenti, le è sufficiente per sentirsi nel proprio elemento. E tutto può servire, l’amico che le fa compagnia, le persone che incontra, le città che le capita di visitare – e meglio se sono nuove e ancora da scoprire.

Questa volta il viaggio l’ha portata a Budapest, e per lei che fino allora ignorava tutto dell’Est europeo, Budapest è un trampolino di lancio per nuove scoperte, per sollecitare humour, estro affabulatorio, pensieri ondivaghi.

Ma in questo ultimo libro, al centro di una prosa sgargiante e sincopata c’è il corpo, il corpo di una donna di quarantadue anni, che ora affronta di petto il motivo principale delle sue angosce e dei suoi dolori: l’obesità. Di essa questo racconto ci fa sapere tutto. Come è cominciata, che cosa la persona che ne è affetta è riuscita a fare per nasconderla, finché è stato possibile farlo, e tutti quei complicati stratagemmi messi in opera perché l’obesità non le causasse troppa sofferenza.

Ma la nostra scrittrice non ha peli sulla lingua e quella donna sovrappeso, che è stata una bambina amata dai genitori borghesi, benestanti e tolleranti –e soprattutto dall’impareggiabile padre- ora è lì che mugugna e si torce la pancia contro un destino che l’ha voluta perdente e sfigata. “Io seduco lo stesso anche se grassa… L’ha compiuto altre volte il mio corpo questo virtuosismo, è stato madre e puttana, schiavo e prigioniero, profugo, guerriero, arrendevole, di panna, di burro, di latte ma anche di legno, di ferro e mattoni. Preparavo piatti sugosi e nutrienti, presentavo carne (la mia, brutta) con altra carne. Torte casalinghe ogni sera, glassa e mandorle, cioccolato, peperonata, acciughe ripiene, macedonie, liquori, chiedete e vi sarà dato, io davo…dicevano di me. Ha tette da urlo, pazzesche…”

Ma i suoi dolori non le impediscono di amare la vita, le persone, di farsi tanti amici, e di accettare l’indecente obesità (a tre cifre) come una condanna, una punizione del suo amor proprio che si inchina davanti ai modelli delle magre, delle ragazze anoressiche, delle top model giovani e senza cellulite che in ogni angolo della terra trionfano. E’ così e non c’è nulla da fare.

La lunga narrazione procede ad onde tra il passato e il presente: gli anni dell’infanzia, gli amori, i libri scritti, le traduzioni fatte. E tante sono le frustrazioni dichiarate, le umiliazioni subite.

Eppure la narratrice- che in queste pagine spietate aggiunge un nuovo capitolo alla sua sterminata autobiografia- non se la prende troppo, ha un carattere forte e sa resistere alla disperazione. Non si sa mai, può essere che una dieta efficace un giorno riuscirà a farla dimagrire e a rendere di nuovo amabile il suo corpo. Che intanto, in questo libro che è una vulcanica esternazione di umori ribollenti, viene raccontato nei suoi segreti, nelle sue tenere debolezze, nella sua indifesa e toccante precarietà.

Non scopro nulla a dire che la Mazzucato si conferma una scrittrice dotata, che sa liberare i propri estri fantastici ed esprimerli sulla pagina. Di rado scrive cose scontate, si “butta” secondo l’umore del momento, e vorrebbe scrivere cose definitive, fondamentali. Aspira all’espressione perfetta, ultimativa, segno di un desiderio che non trova mai pieno appagamento.

In questo libro sembra completamente abbandonato l’erotismo, che tanta parte ha avuto in passato e a cui è legata soprattutto la sua immagine, quasi una sigla di riconoscimento. Viene da domandarsi se l’assenza dell’erotismo è dovuta ad una sorta di stanchezza, di assuefazione, ad una ripulsa etica. Certo la Mazzucato esprime con forza il bisogno di rinnovarsi, non si stanca mai, cerca strade nuove, aspira a qualcosa che l’avvicini sempre meglio ad un’espressione completa e soddisfacente delle proprie pulsioni di scrittrice ricca di umori e di sangue.

Leandro Piantini

Approfondimenti qui

3 pensieri su “KADDISH PROFANO PER IL CORPO PERDUTO di Francesca Mazzucato

  1. una scrittrice vera,mai scontata alla ricerca continua di risposte,pulsante come il cuore
    c.

    e poi zurigo è un gran bel posto……..

    "Mi piace"

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