Articolare la sofferenza: il caso di Fritz Zorn, di Andrea Sartori

Pubblico di seguito, con leggere modifiche, parte del saggio Patire l’individuale. Sofferenza come critica in Löwenthal, Zorn e Žižek, che apparirà in «La società degli individui», anno XII, 2009. I passi sono tratti dal libro di Fritz Zorn, Marte. Il cavaliere, la morte e il diavolo, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio 2006 (già Mondadori, Milano 1978, e prima ancora, nell’originale tedesco, Kindler Verlag, München 1977). In questa versione ho omesso, per facilitare la scorrevolezza della lettura, l’indicazione delle pagine. Ringrazio la redazione de «La società degli individui» per aver acconsentito all’estrapolazione.

Lo svizzero Fritz Zorn (1944-1976, all’anagrafe Fritz Angst), nella propria autobiografia estrema, letteralmente in limine mortis, espresse in questo modo il nesso tra individualità e critica sociale: «solo l’individuo sensibile avverte i fattori negativi della società in cui vive con tanta dolorosa chiarezza da poterli tradurre in parole e, attraverso la loro enunciazione, esercitare una critica capace di indurre possibili miglioramenti».
Il caso di Fritiz Zorn è emblematico di come la ricomposizione, nell’individuo, del nesso tra pensiero e sofferenza fisica e mentale, possa dare luogo ad una critica, che non si appelli ad astratti criteri di verità e giustizia, i quali in fondo non fanno che misconoscere il limite dell’esperienza umana, ed il potenziale valutativo che esso custodisce.
Ammalatosi di cancro, e soffrendo conseguentemente di una profondissima depressione, Zorn acquistò la lucida e rabbiosa determinazione di decriptare la propria malattia, di farsene una ragione, vedendo in essa la somatizzazione dell’educazione borghese impartitagli per una vita dalla sua famiglia nella linda e tranquilla Zurigo. Decidendosi per la scrittura, e mutando per essa il proprio nome da Angst (angoscia) in Zorn (collera, rabbia), egli guardò spietatamente entro se stesso, ravvisando nel proprio intimo, nel nodulo di lacrime non piante da cui proveniva il suo cancro, l’azione di una razionalità repressiva e borghese. Questa aveva ammantato l’infanzia e la giovinezza di Zorn con un velo d’armonia solo apparente, che aveva privato la sua individualità della capacità d’esprimere i sentimenti, di dare voce alle emozioni più semplici, sicché egli, con la consapevolezza conquistata grazie alla malattia, potè filosoficamente affermare: «non sono cresciuto in un mondo infelice, ma in un mondo falso. E quando una cosa è veramente falsa, non occorre aspettare molto per veder comparire l’infelicità; arriva da sola». Grazie alla potenza individuante, idiosincratica, della malattia mortale e dell’infelicità che questa porta con sé, Zorn comprende che è stato il mondo falso in cui ha vissuto a generare entrambe, non viceversa. Raramente è dato leggere un resoconto in prima persona in cui l’esperienza ed il pensiero del dolore, del limite dell’esistenza, si coappartengono in maniera altrettanto nitida. Una gigantesca opera di rimozione ha falsato la percezione che Zorn aveva di sé, consentendogli, nel momento in cui essa si faceva carcinoma e insopportabile sofferenza psichica, di togliere il velo d’ipocrisia dall’ambiente in cui egli era stato educato. Che quel luogo così terribilmente patogeno fosse stato la sua stessa famiglia, non distolse la collera dal condurre sino in fondo il proprio esemplare atto d’accusa verso un mondo intero: «Il dubbio amletico che grava su casa mia era: armonia o non essere? Tutto doveva essere armonioso; situazioni problematiche non ne dovevano esistere, perché in quel caso il mondo si sarebbe inabissato». L’interiorizzazione del comportamento borghese della famiglia, una spaventosa educazione alla morte, avevano portato un intero, angoscioso universo psichico e culturale, alla paralisi intellettiva ed affettiva: «Credo di essere stato allora davvero un piccolo, spaventatissimo Kant, che riteneva sempre e soltanto di poter agire in modo rispondente alla legge generale». Tutto ciò che esulava da essa, rientrava nel dominio magico del difficile e dell’indicibile, incluse le relazioni con gli altri individui, poiché «fra le cose “difficili” c’erano (…) quasi tutti i rapporti umani, la politica, la religione, il denaro e, naturalmente, il sesso». Fritz Zorn imparò così a non coincidere con il proprio sé, a temere di nutrire una qualunque idea personale, che determinasse uno scarto rispetto all’educazione impartitagli dal padre e dalla madre: «Oggi so che nella mia giovinezza non ho mai imparato ad avere una mia opinione personale; ho imparato soltanto a non averne affatto. In effetti da ragazzo e anche da giovanotto non ho mai avuto delle opinioni». Tuttavia, è stato proprio questo forzato esilio dal proprio io, a far esplodere l’intelligenza tumorale dell’angoscia e a capovolgerla in ira, in bisogno assoluto di scrivere, come se solo dal margine esterno della propria esistenza fosse possibile guardare con lucido distacco alla propria accidentale vicenda personale, ed utilizzarla come chiave di lettura della società nel suo insieme, come metro di giudizio sulla realtà. Quest’ultima apparve allora come un sistema accecante nel proprio gelido nitore, dal quale erano espulsi anche i rapporti tra le cose, poiché forieri di fastidiosi e disturbanti e per nulla armonici attriti:

«Pareva proprio che le cose di questo mondo non fossero in sé e per sé paragonabili. Ma le cose non paragonabili sono sempre per loro natura prive di valore e se ne stanno isolate e incomprese in un gelido spazio irreale. Non stimolano alla critica né al consenso; non impegnano, non hanno alcuna risonanza (…). I conflitti non esistevano, e non avrebbero neppure potuto esistere, perché le cose del mondo scivolavano via senza scontrarsi, in un sistema di assoluta assenza di rapporti».

Ne derivava che anche la relazione all’altro fosse reificata, al disotto dello strato delle buone intenzioni borghesi con cui ci si muoveva verso di esso. Paradossalmente, scrive Zorn di sé e dei propri genitori, «eravamo ben disposti verso la vita, molto ben disposti, si può dire; stavamo di fronte alla vita con la stessa benevolenza con cui allo zoo si può star di fronte ad un ippopotamo o una giraffa. Basta del resto dire che stavamo di fronte alla vita. Solo starci dentro nella vita, questo no, questo non lo volevamo». L’altro, divenuto l’oggetto – Gegen-stand – giustapposto allo sguardo imparziale di un intelletto deanimato, non era neppure avvertito, propriamente, come qualcuno o qualcosa di soggettivamente urticante: «nessuno avrebbe mai potuto rimproverarci di essere ostili al nostro prossimo; in realtà andavamo verso il nostro prossimo, ma con lo stesso spirito con cui si va al cinema».
Prima dell’esperienza della morte anticipata dalla diagnosi del cancro, Zorn, ancora negli anni universitari, era incapace tanto d’essere individuo, quanto di tessere una qualunque forma di rapporto con gli altri: «Mi sentivo sempre più solo e non potevo sopportare la solitudine; mi rifugiavo nella compagnia degli altri, ma questi non erano mai veri amici, solo semplicemente “gli altri”». Solo il comparire della depressione, poi aggravata dalla malattia fisica, fa in modo che l’angoscia diventi tratto individuante, originale, consapevolmente diversificante, proprio nella misura in cui esso è anche doloroso, patologico, abnorme. Prima di allora, «lo scompenso nasceva sempre meno da questa o quella carenza, e le cose erano “semplicemente così”, senza motivo, una fatalità messami addosso da un ingrato destino». Con il tumore, lo scompenso dell’esistenza singolare diventa scompenso sociale, e pass par tout di una critica che ripercorre, nell’unico libro di Zorn pubblicato (per altro postumo), la vicenda di una vita individuale che appare condizionata fin nelle proprie radici da una totalità sociale falsa: «i miei genitori mi hanno ucciso. Lo hanno fatto, ma non lo hanno fatto loro fisicamente, soprattutto non hanno mai saputo di averlo fatto. Lo hanno fatto senza cattiva intenzione, inconsciamente e, da ultimo, persino contro la loro stessa volontà». Ciò che gli devasta i linfonodi è piuttosto sparpagliato nei simboli di una razionalità e di un’etica borghese che invade il mondo intero fuori di lui e dentro di lui, a partire dell’odiata più bella banca di Zurigo: «Il Credito Svizzero è anche la quintessenza, il concetto astratto dello spirito zurighese, del borghesismo e dello svizzerismo nelle sue espressioni più deteriori; ma (…) la natura maligna di queste precipue qualità io ce l’ho nelle ossa, e le ossa non si guariscono con la dinamite». La resistenza che la rabbia oppone al mondo borghese, è così una resistenza dell’esperienza psichica resa possibile dal dolore e dalla consapevolezza del proprio disfacimento fisico e mentale; un’esperienza che, proprio in quanto individuale, sino al limite dell’idiosincrasia, è per ciò stesso anche politica, sociale e persino religiosa, cioè metafisica, come parte del male assoluto che colpisce gli uomini. Politica, società e religione sono i nomi più astratti, e insieme più reali, più concreti, con i quali Zorn giunge a decifrare la genealogia del proprio dolore, della propria lacuna di vita. Zorn fa in punto di morte, in chiusura del suo mondo – «la mia morte è per me un assoluto» – quanto Adamo fece all’inizio dei giorni dell’umanità: «Come Adamo agli inizi del mondo ha provato il bisogno di chiamare tutti gli animali per nome (…), anch’io (…) provo il bisogno di dire ad ogni fitta che mi trapassa il cuore: tu ti chiami così e tu così», poiché «a nessuno piace restare anonimo; e probabilmente nessuno vuole neanche morire di qualcosa di anonimo». Nella generale nevrosi che ha avvolto l’universo borghese e la cultura in cui l’angoscia individuale è cresciuta come collera, l’io oltraggiato e vulnerato può ora dire la propria non-identità con quell’universo e con quella cultura: «Io non sono soltanto il prodotto matematicamente calcolabile di un infernale computer, (…) ma sono anche qualcosa di più, e proprio questo “qualcosa di più” (…) che non è stato programmato e ottenuto con la costrizione, che non è tarato, è, al contrario, nuovo ed importante». Questa sporgenza apparentemente accessoria dell’io reificato, questa sua fastidiosa e disturbante tumefazione, è ciò che restituisce finalmente l’individuo borghese a se stesso, impedendogli, sino alla fine, di procurarsi da sé la morte. Benché ostili e mortali, per quanto inconsapevolmente, il nucleo famigliare patogeno e la borghesia a cui questo appartiene, sono per Zorn dei mali necessari, ineludibili – non per questo meno ingiusti – senza i quali la gabbia dell’anaffettività e del conformismo non potrebbe essere fatta esplodere: «Non sono quindi contro il mondo borghese in quanto convinto che fuori dal mondo zurighese, svizzero, europeo (…) tutto vada meglio, ma in quanto credo che nel concetto di “borghese” ci sia un elemento ostile a tutti, non da ultimo anche ai borghesi». Quella di Zorn è pertanto quanto mai chiaramente una critica immanente della società in cui ha vissuto, una critica che si è sviluppata in essa come un cancro nel corpo, come una vita in lotta con se stessa, come un borghese che da ultimo non ha potuto fare a meno di strapparsi di dosso la sua borghesia e che, con il compiersi del proprio gesto, in virtù della rovina di sé, è divenuto sé. Sia nella famiglia, sia nella società, l’individuo si è messo «sulle tracce dello stesso elemento negativo», riappropriandosi dell’instabilità sino ad allora irriflessa di un’esperienza spiritualmente necrotizzata. Uscendo dai binari predefiniti di un’esistenza armoniosa, il furore ha destato il potenziale euristico dell’angoscia che s’attiene al precetto di non disturbare, di non entrare nella coscienza; ma «il non voler disturbare» è male «proprio perché, al contrario, bisogna disturbare. Non basta esistere; bisogna anche far notare che si esiste. Non basta semplicemente essere, bisogna anche agire. Ma chi agisce, disturba – e cioè nel significato più nobile della parola». Dare un nome al proprio dolore, è il primo e più elementare atto di disturbo, ciò che la società occidentale, in Europa e in America, non è più in grado di fare, e volontariamente non fa, per non disturbare la quiete borghese, attenendosi a una neutralità, o addirittura a una bontà d’intenzioni, che non era estranea al nazista al lavoro e, soprattutto, alla smemoratezza di quello che durante la II guerra mondiale era il cosiddetto “mondo libero”, poiché «quando si soffre si turba la quiete». Se «nell’american way of dying anche ciò che è più nobile scende agli inferi senza emettere un suono», Fritz Zorn, con la propria testimonianza, può ben dichiarare, assecondando uno slancio che avrebbe fatto la gioia dell’ultimo Nietzsche, «io sono la decadenza dell’Occidente» e «io sono il carcinoma di Dio», nel senso che «all’interno della mia società sono io la cellula malata che infetta l’organismo sociale». Una cellula che non si rassegna a coincidere integralmente con l’educazione che le è stata inculcata, e che in questo modo non tradisce se stessa, seppur al prezzo di non rinunciare tramite il suicidio neppure al proprio dolore in cambio di una funebre quiete borghese, dal momento che è di maggior valore la salvaguardia di un frammento di sé non ancora avvelenato, per il quale valga la pena spendere il tempo che resta da vivere.
L’esperienza individuale dell’angoscia e della collera, dell’io che nell’anamnesi di sé esce dall’esilio interiore e sociale, costituisce il prezioso prodotto di scarto che rende la scoria della totalità sociale – ma pure del Tutto teologico, di Dio, intesi come ultima ragione dei mali che affollano il mondo – non semplicemente un “prodotto”, ma anche “qualcosa di più”, l’eccezione. Non solo ogni cosa dovrebbe

«avere il suo contrario, o per lo meno essere opposta a qualche cosa. (…). Anche di fronte all’Universale, al Totale, all’Assoluto ci deve essere qualcosa che non è compreso in questo universale, totale, assoluto. Se ora coniamo il concetto dell’ “assoluto-più-appunto-questa-eccezione”, allora io affermo che ci deve essere a sua volta qualcosa che si sottrae a questo “assoluto-più-appunto-questa-eccezione-non-compresa-nell’assoluto”, così che il totale non può mai diventare del tutto totale e l’assoluto mai completamente assoluto. Qualcosa che disturba c’è sempre. Per fortuna!».

Se leggiamo le battute conclusive del libro di Zorn valorizzando il luogo dell’individuo come spazio d’una contingenza critica, del pulsare contraddittorio dei prodotti di scarto della totalità sociale, la gerarchia tradizionale tra i due termini, la totalità e l’accidentalità, va pertanto capovolta.
Individui come Fritz Zorn assumono su di sé la consapevolezza d’essere l’elemento in più nei processi di razionalizzazione e di reificazione della totalità sociale, ovvero di incarnare quell’universalità in forma negativa, che si totalizza in universalità concreta, sociale, grazie alla loro esistenza sofferente, non solo grazie alle rispettive qualità borghesi, conformisticamente integrate nel loro mondo di appartenenza.
L’esistenza disturbata e disturbante di Zorn è allora il vuoto, il punto cieco individuale, dialetticamente dileguante, senza il quale l’universale non si darebbe in forma concreta.
Possiamo perciò sostenere che la rabbia di Zorn si è articolata in linguaggio – in pensiero consapevole – proprio perché egli è stato in grado di tenere ferma la singolarità della propria esistenza sofferente e l’astrazione pensante, universale, insita nella propria individualità borghese, appena prima che l’una e l’altra divorassero il supporto biologico, elementare, della sua vita. Non c’è in tutto questo la presunzione di scoprire al di sotto, o al di sopra del linguaggio, la grammatica ideale di una comunicazione libera dal dominio. Questa va piuttosto rinvenuta, senza mai dismettere il desiderio utopico di essa, nei disvelamenti – improvvisi o attesi che siano – del linguaggio stesso.
L’individuo Fritz Zorn, caso più unico che raro del pensiero critico sviluppatosi nel XX secolo, conservò sino all’ultimo la lucidità necessaria a svellere le incrostazioni grottesche del senso comune zurighese, svizzero, europeo, occidentale, senza però autoattribuirsi enfaticamente la capacità costitutiva, legislativa e fondante che contraddistingue il soggetto moderno. Egli si fece piuttosto carico, senza remore, animato da un umanissimo bisogno di guarigione, della propria accidentalità di vita e di malato, trovando al fondo di sé un’eloquente critica alla forma di vita borghese.
E lo fece passando al setaccio, con l’impietosa perizia determinatagli dall’ira per la propria condizione, il lessico famigliare con cui il suo «povero papà» e la sua «povera mamma» lo avevano educato a morte, comme il faut. Come si conviene, o meglio: come conviene ad un individuo borghese che, grazie ad una tardiva psicoterapia, ha gettato un’ultima, ma necessaria, luce, su di sé e sul suo tempo.

«Quando mi vedo costretto a considerarmi un prodotto di scarto, una scoria della società borghese, vorrei da questa scoria estrarre la parte di me che ora così la giudica, perché questa parte sono veramente io. Ed è questa in effetti che costituisce l’interesse della mia storia. La mia infelicità è soltanto una parte presa a caso nell’infelicità generale e rappresenta solo l’elemento generico, quindi non interessante. Ciò che interessa è soltanto la mia individuale ribellione contro questa infelicità. Solo l’elemento individuale è la mia storia, o meglio: solo l’elemento individuale è la mia storia».

9 pensieri su “Articolare la sofferenza: il caso di Fritz Zorn, di Andrea Sartori

  1. E’ un libro potentissimo, straordinario, una delle cose più folgoranti mai state scritte sulla famiglia borghese – un fil di ferro di quelli che quando lo tocchi resti attaccato a scuoterti con le mani che vanno arrosto. Dirò solo che non me lo ricordo più, perché l’ho letto decenni fa, ma è ancora ben vivo in me il ricordo della profonda impressione che mi fece.
    Ho visto che è stato rieditato da una casa editrice svizzera. Bravi! Qui da noi era fuori catalogo da anni, e se lo ripubblicassero magari andrebbe in scomunica… Sarà facile da trovare? Boh! Vi segnalo che qui a Milano un mesetto fa c’era e quindi forse c’è ancora alla Libreria Centofiori in corso Indipendenza.
    La famiglia, questa fucina originaria e sabbia mobile di ogni atrocità! Gesù è stato cattivo, ma ha detto anche l’unica cosa che poteva dire, base di tutta la serietà futura del suo insegnamento, quando a Cana ha dato del lungo a Maria… Dispiace, eh, ma è così. Lo dico io che ho avuto la fortuna di due persone stupende come genitori, figuriamoci gli altri.

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  2. Molti di coloro che hanno letto questo libro, ne hanno parlato nei termini di una “folgorazione” e di un “pugno nello stomaco”. Una lettura terribile e grandiosa, tragica e necessaria. Credo che da qualche parte esista la tesi di laurea di Zorn sulla letteratura andalusa. Penso si tratti del suo unico altro scritto esistente (ma mai pubblicato). Nelle pagine conclusive di “Marte” si possono trovare delle interessanti osservazioni sulla religiosità lusitana e sul culto mariano, che l’Autore opponeva significativamente a quello incentrato sulla figura di Cristo.

    Un caro saluto a Lambertibocconi!

    Andrea.

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  3. Ciao Andrea, ritengo questo estratto del tuo saggio particolarmente buono e molto interessante. Questa idea di articolare il dolore, di dargli espressione, a partire da un nucleo individuale che in qualche modo diviene paradigma sociale è molto potente e credo faccia un po’ parte anche della tua poetica dello scompenso. Profonda e efficacie anche l’idea di disturbo mentale come disturbo sociale, con la società che non vuole essere disturbata. Credo che la malattia e la consapevolezza della malattia mortale da cui ogni uomo in fondo è afflitto possa in effetti essere il nucleo di una protesta o rivolta sociale, a partire dalla sensibilità di chi esperisce l’assurdo che ci circonda. L’importante come dici tu è articolare questa sofferenza, avere la forza e il talento di farlo, riuscire a guardar dritto senza togliere lo sguardo nella spirale senza fine di quella sofferenza che ci costituisce in quanto individui, Davvero bravo Andrea!

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  4. Replicant 24: grazie della simpatetica lettura! Ti dirò che l’espressione “articolare la sofferenza” è una parafrasi del titolo di un libro del filosofo Robert Brandom, “Articolare le ragioni”. Come dici anche tu, qui, però, non si tratta di articolare argomentativamente, in maniera deduttiva, cioè inferenziale, le ragioni della conoscenza e dell’azione, ma il nucleo pre-verbale, il grido analfabeta e sordo del dolore, trasformandolo in linguaggio introspettivo e narrativo. Non avevo pensato ad una “etica dello scompenso”, ma certo questa è un’idea a cui giro intorno da tempo. In questi termini: dove si collocano gli appigli normativi di una critica sociale? Dove si trovano le macchie anamorfiche di un pensiero che faccia resistenza alle varie forme della coartazione sociale? Direi nell’esperienza psichica del dolore, la quale, se viene adeguatamente elaborata, si trasforma in vettore di consapevolezza, d’identità, di parola. Le “ragioni”, a cui fa riferimento anche Brandom, vengono dopo, sono una costruzione a cui dà respiro l’individuo nella trama delle sue relazioni intersoggettive, intessute della sofferenza dell’io e dell’altro. Axel Honneth sottopone i “Minima moralia” di Adorno ad un lettura del genere. Come disse un mio compagno d’università dei tempi andati: i “Minamia moralia” sono il più grande testo “morale” del ‘900, benchè non siano affatto un testo di “teoria” morale (quest’ultima è la cosa che interessa molto i filosofi professionisti, accademici di lungo corso, come Juergen Habermas).

    Abrazos,

    Andrea.

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  5. Pingback: “… l’assenza di un messia personale che arrivi e mi salvi…”. Dentro (e fuori) un libro di Giuseppe Genna, di Andrea Sartori « La poesia e lo spirito

  6. Percorso il mio che sin qui mi ha recato obliquo assai ma fruttifero. Da michelstaedteriano impenitente la figura di Zorn (che ignoravo) mi sembra, etimologicamente, accattivante. Grazie dunque. Vale.

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  7. Riporto qui il commento di Moustafa Safouan, noto psicanalista allievo di Jacques Lacan, al testo di Zorn. “Supponiamo […] che un soggetto non trovi nell’Altro, o in coloro che occupano questo posto, alcuna simbolizzazione della morte: un soggetto che ha a che fare, per esempio, a dei genitori che non mettono assolutamente in dubbio l’immortalità che le opere assicurano. Non è escluso che un tale soggetto trovi nel suicidio il solo atto in cui può ancora significarsi in quanto soggetto”. Zorn “educato a morte”, in un mondo in cui ogni male era forcluso. (M. Safouan, Le transfert et le desir de l’analyste, Editions du Seuils, Paris, 1988)

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