Intervista a Valerio Magrelli

magrelli

Cliccare sull’immagine per vedere l’intervista
di Luigia Sorrentino
16 gennaio 2009
Valerio Magrelli, nato a Roma nel 1957, è uno dei poeti più originali dell’ultima generazione. Fin dalla sua prima raccolta ‘Ora serrata retinae’, Magrelli si manifesta come una delle voci più raffinate della poesia italiana contemporanea. Partendo dalla ricerca della visione esatta – ‘dal confine della percezione’ – ma anche dalla visione deformata e deformante della realtà, il poeta raggiunge l’umoralità, l’ironia, che, anche nel vivere quotidiano, accende la riflessione filosofica, politica e civile. Magrelli, che insegna letteratura francese all’Università di Pisa, lo abbiamo incontrato a Fabriano, in occasione della prima edizione di Poiesis, il Festival di poesia curato da Francesca Merloni. ‘Nature e venature’, la sua seconda raccolta di versi, ha vinto il Premio Viareggio 1987.
Iniziamo questa conversazione con una domanda, apparentemente banale, che nel suo caso per me è davvero necessaria: che cos’è la poesia per Valerio Magrelli?
E’ un lavoro con il linguaggio. Dentro questa officina si versa, come se fosse un lavoro di fusione, ogni tipo di metallo: pensieri, immagini, piaceri, sensazioni, piacevoli o sgradevoli. La poesia oscilla dalla lirica amorosa fino all’invettiva, alla denuncia. Ma l’importante è sapere che il punto di arrivo è sulla pagina ed è completamente costituito dalla disposizione delle parole.
La sua prima opera di poesia: ‘Ora serrata retinae’ ha rivelato da subito, fin dagli inizi degli anni Ottanta, la sua cifra. Una poesia concentrata, rivolta alle intermittenze della mente, ma anche dinamica.
Le poesie di ‘Ora serrata retinae’ contenevano molti temi. Le avevo scritte a partire dal 1975, quando ero ancora uno studente e in parte erano anche diari… Avevano un margine anche molto effusivo… Ecco, però sentii il bisogno di ricondurle sotto una cifra più fredda, quasi da catagolazione scientifica, per questo andai a ricercare nei dizionari di anatomia addirittura i termini che avessero a che fare con la percezione, con l’occhio. ‘Ora serrata retinae’ è un termine che designa la parte, il margine frastagliato della pupilla, quindi mi interessava, e potremmo tradurlo, come ‘confine della percezione’.
Potrei dire, dunque, che la poesia è l’area di accesso alla percezione del reale.
‘Ora serrata retinae’ ma anche ‘Nature e venature. Due libri caratterizzati da una scrittura che ha a che vedere con la razionalità e, soprattutto, con “l’uso del cervello”.
Sempre nella direzione che dicevo prima: il ricorso a linee guida, al tentativo di inquadrare razionalmente la riflessione, la presenza di materiali che, almeno da parte mia, erano sempre avvertiti come troppo incandescenti e caotici.
Piu’ che un ritorno all’ordine è un ricorso all’ordine nel tentativo di governare una materia altrimenti bruta e brutale.
Una poesia razionale, secondo lei, non rischia di essere un po’ fredda?
Freddo o caldo non sono essenziali alla riuscita di un testo. Parlerei invece, di mimetismo. Ci sono dei testi che assecondano l’oggetto che descrivono, ad esempio una paura, una pulsione, e che lo imitano, letteralmente. Altri testi, viceversa, che lo analizzano. L’oggetto è lo stesso, però visto da due angolature diverse.
In questo caso per me un maestro, soprattutto all’inizio, è stato un poeta francese, Francis Ponge, che non a caso ha intitolato uno dei suoi libri ‘Le parti pris de choses’ (‘Il partito preso delle cose’). In lui c’è la volontà di descrivere il reale, di contenerlo, ma il senso della sua operazione sta proprio nella spinta contro un’altra spinta, perchè è un reale vivo e tutt’altro che razionale. Una razionalità che è una sorta di rete che cerca di limitare le pressioni altrimenti laceranti.
Dopo i primi due suoi libri si è aperta una seconda fase che l’ ha condotta verso un nuovo genere poetico, come il poemetto-filastrocca sulla paternità, dal verso più disteso, piano, più vicino alla prosa che alla poesia.  La seconda fase, caratterizzata quindi da una nuova ricerca stilistica, è partita da ‘Esercizi di tiptologia’, ‘Didascalie per la letture di un giornale’, ‘Nel condominio della carne’, fino a ‘Terranera’. Perchè questa virata, questo cambiamento di stile nella scrittura?
Ogni libro è un’avventura nuova. Ogni libro nasce proprio come allontanamento dal percorso precedente e dunque non c’è nulla di programmato, anzi… Credo che questo sia il motore della scrittura: la possibilità di perdersi, di ritrovarsi, in territori nuovi. Quindi soprattutto in “Didascalie per la letture di un giornale” c’era un intento correttivo direi, era un’ironia correttiva perchè io parlerei quasi di poesia civile. Almeno nelle mie intenzioni si trattava di questo. Spesso era talmente forte la denuncia che il sarcasmo, diciamo, interveniva per equilibrare questa deriva.
Qual è il suo rapporto con il pubblico?
Io appartengo ad una generazione che ha cominciato prima con readings poetici e poi a comporre, a pubblicare. Quindi da sempre si può dire ho letto poesie. All’inizio con timore… No… anche alla fine con timore, perchè anche dal quel punto di vista non cambia nulla… Diciamo che c’è un rapporto con la parola detta molto stretto, molto profondo… Parlo per tutti quelli della mia generazione, anzi, a partire dalla mia generazione. E dunque l’incontro con il pubblico nelle letture, ha soprattutto il senso di un collaudo. Io ho sempre molto viva questa impressione. Spesso mi è capitato di cambiare testi dopo averli letti in pubblico.
In ‘Disturbi del sistema binario’ lei prova a comprendere la banalità del Male utilizzando un famoso test percettivo basato sull’ambiguità dell’immagine, l’individuo anatra-lepre. E allora: qual è la parola doppia, binaria, in questo libro?
Tutto il libro è organizzato su due versanti. In questo testo addirittura metto a contrasto la riflessione di carattere pubblico, politico, con quella di carattere familiare e privato. E poi in fondo al libro c’è un poemetto, una specie di dialogo, di trattatello, sul tema della doppiezza, della doppiezza psicologica, della doppiezza direi proprio antropologica. Quindi è un libro molto costruito rispetto agli altri e che funziona in qualche misura come una lente di ingrandimento per mettere a fuoco questo elemento sfuggente per antonomasia. L’appendice finale ha come tema l’ambiguità. E’ stato anche difficile cercare di trattarla in forma poetica e, potrebbe essere per certi versi, anche un saggio.
Lei in questo libro affronta il tema dell’ ambiguità del doppio, di un’epoca ambigua, che oscilla tra illusione e la vulnerabilità. E, lo fa mettendo dentro anche il suo privato, la sua vita domestica… perchè questa necessità di confrontarsi con il familiare?
Arriverei a dire che non esiste materiale che non provenga da li’. Quello è l’unico giacimento possibile, solo che è un giacimento in cui si mescolano molte cose. Addirittura nella prima parte, quella dedicata alla poesia diciamo così politica, c’è un testo in cui parlo della bomba atomica però vista attraverso il dialogo di due bambini e questi bambini sono i miei figli. Quindi il tema stesso per eccellenza che infesta il dibattito dal dopoguerra in poi in realtà arriva filtrato dallo schermo familiare. Dopodichè può venire in primo piano l’argomento dei profughi della Bosnia su cui ho lavorato a lungo per una pagina, e altrove, viceversa, il rapporto diretto con una persona della famiglia. E’ quasi impossibile separare le due cose. E’ come quando guardiamo la televisione: noi assistiamo alle tragedie più spaventose però seduti sul divanetto magari accanto al nostro gruppo familiare.
Valerio Magrelli poeta cerca dei poeti. Chi sono questi poeti?
Sono i poeti che ci vengono dalla tradizione. Questa è una delle cose più importanti, cioè tenere acceso il nostro rapporto con il passato perchè si tratta di poeti vivi. Ogni poeta della tradizione rinasce dalla lettura che viene fatta da un contemporaneo. Una settimana fa mi è capitato di finire di leggere Lucrezio. Per me è fondamentale tenere aperto questo canale con la tradizione proprio perchè non lo sento come uno spazio morto, ma al contrario, proprio come un elemento attivo e vivissimo. D’altra parte poi ci sono i contemporanei. Ci troviamo qui, a Fabriano, a una lettura pubblica e sto per leggere tra poco con Roberto Mussapi e Claudio Damiani che sono due poeti che conosco da anni. Oggi pomeriggio leggerà Valentino Zeichen e tanti altri. Quindi, è una cosa complanare. Bisogna sia tener presente questa verticalità del rapporto con il passato, sia altrettanto indispensabile, lo dico soprattutto per chi comincia a scrivere, la conoscenza della propria epoca.
Che cos’è per lei la poesia lirica? Esiste ancora l’io lirico?
Si, io trovo che esista, e esisterà in forme sempre più strane e forse inconcepibili per noi oggi. Esisterà dopo i trapianti di cuore, dopo i trapianti di ossa, dopo i trapianti di cervello, magari dopo l’ampliamento della memoria che si fa oggi con il computer che verrà applicato all’uomo. Il problema è che siamo in un periodo in cui l’identità è mutante ed aperta ad ogni tipo di metamorfosi. Quindi il lirismo secondo me continuerà a svilupparsi, anche se in forme inimmaginabili.
Che cos’è per lei l’identità?
E’ la domanda l’identità. L’unica cosa che ci può certificare è questo rovello, questo interrogativo. Tanto più in un periodo come quello di questi anni che ha visto per esempio, l’esplosione dell’ingegneria genetica. Sono momenti di trapasso, veramente di transizione che però ci fanno capire quanto prezioso possa essere questo tempo.
Lei ha sperimentato molto anche la traduzione. E l’ha sperimentata con grandissimi poeti come Mallarmè, Verlaine, Valery, Debussy. Che cosa vuol dire per un poeta tradurre un altro poeta?
Questo è un discorso davvero immenso… Tra l’altro io ho diretto una collana di traduzione a cui tengo molto… Direi soltanto come ha affermato uno studioso con parole che io condivido totalmente che la traduzione è l’operazione più complessa che esista nell’universo perchè ci obbliga a scontrarci con il rapporto tra il linguaggio e pensiero. Chi esercita la traduzione, a certi livelli, ovviamente, ma forse anche quando si tratta di portare in italiano le istruzioni per l’uso di un elettrodomestico si trova a che fare con i principi che governano l’essenza stessa del linguaggio.
La mattina, quando si sveglia, qual è la prima cosa che fa?
E’ pensare che posso prendere solo un caffè al giorno e quindi decidere quando.
Davvero? E perchè?
Sono condannato all’insonnia!(Fabriano, 2008)
Poesie di Valerio Magrelli
Ora serrata retinae (Feltrinelli 1980)
Rima palpebralis
Molto sottrae il sonno alla vita.
L’opera sospinta al margine del giorno
Scivola lenta nel silenzio.
La mente sottratta a se stessa
Si ricopre di palpebre.
E il sonno si allarga nel sonno
Come un secondo corpo intollerabile.

da Nature e venature (Mondadori 1987)
La forma della casa
In una camera
c’è la fontana
dove perpetuamente
scorre l’acqua.
Sorgente di clausura
abitacolo freddo
lacustre
sede settentrionale
Amori

Ogni volto fotografato
È un’immagine bellica,
il punto di tangenza
tra l’aereo nemico e la nave
nell’attimo che precede l’esplosione.
Fermo nell’istantanea,
nel contatto flagrante tra due sguardi
immacolato, ripreso
mentre le fiamme covano già
nella fusoliera crescendo
dentro i suoi tratti, vive
soltanto il tempo necessario
a compiere la missione del ricordo.

16 pensieri su “Intervista a Valerio Magrelli

  1. “E’ un lavoro con il linguaggio. Dentro questa officina si versa, come se fosse un lavoro di fusione, ogni tipo di metallo: pensieri, immagini, piaceri, sensazioni, piacevoli o sgradevoli. La poesia oscilla dalla lirica amorosa fino all’invettiva, alla denuncia. Ma l’importante è sapere che il punto di arrivo è sulla pagina ed è completamente costituito dalla disposizione delle parole.”

    Parole ineludibili nell’incessante riflessione sulla nostra e sull’altrui poesia, specie quando il segno è forte e originale come in questo caso.
    Grazie, Luigia, questa intervista.
    Giovanni

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  2. 1. muoversi ai confini della percezione
    2. sperimentare il colloquio con altri linguaggi, in primis quello scientifico
    3. tenersi in stretto rapporto con i classici antichi e moderni, frequentare i contemporanei
    4. giovarsi di quell’ordine che chiamiamo bellezza
    5.misurarsi oltre che col visibile, sulla soglia, con il male e il bene, invisibili, per quanto quotidianamente sperimentabili

    In questa bella intervista respiro un’aria congeniale, nutriente!
    Vi ringrazio Valerio Magrelli e Luigia Sorrentino!
    piera mattei

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  3. Mi unisco ai ringraziamenti con entusiasmo: Magrelli l’ho scoperto da non tantissimo tempo, ma è una delle letture che mi provocano più piacere, e una delle voci poetiche migliori in circolazione. Senza alcun dubbio.

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  4. Magrelli è stato il primo poeta contemporaneo incontrato nelle mie letture. La sua lezione resta imprescindibile e questa intervista lo dimostra.

    Antonio

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  5. Cari amici,
    grazie per aver condiviso ‘la materia dei segni’ di Valerio Magrelli. Grazie a Red, a Giovanni, a Giuseppe, a Francesco.

    Grazie a Piera, per aver fissato lo spazio dentro il quale ogni poeta dovrebbe muoversi.

    Luigia Sorrentino

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  6. Agostino, Emanuele, Antonio!
    Grazie anche a voi che siete arrivati mentre scrivevo il post!
    Emanuele, il vento ha fatto il suo lavoro! di pertinenza… naturale intermittenza… Ciao.
    Luigia

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  7. non so… o non l’ho letto bene o non l’ho afferrato pienamente in quanto, la sua estrema lucidità di non perdere il razionalismo a discapito del delirio, lo rende meno poeta di un poeta, e nello stesso tempo, gran studioso e professore della metrica-linguistica, non chè Maestro della ragione pura. Più che un poeta, mi sembra di ascoltare una esecuzione perfetta di un ottimo musicista wagneriano che soppesa e scruta tutte le possibilità matematiche e fisiche della linguistica, armonizzandone sotto forma di ” nuove formule” possibili.

    Il poeta invece (credo) essere un medico e curatore dell’anima smarrita nell’indefinito, ove tutto sia possibile senza condizionamenti dovuta dal giudizio, pegiudizi e ragione pura del suono virtuale, ma capace ed intonato al solo suono vocale.

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  8. “In una camera
    c’è la fontana
    dove perpetuamente
    scorre l’acqua.
    Sorgente di clausura
    abitacolo freddo
    lacustre
    sede settentrionale”

    Declinare attraverso la “rete” della consapevolezza, un linguaggio che nasce nell’intimo (camera – fontana dove perpetuamente scorre l’acqua)
    Una sensibilità “settentrionale” (geografia e cultura)che fa il pieno con la natura.

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  9. “La forma della casa”

    Nell’arte si persegue e a volte si raggiunge, la sintesi più “estrema” possibile, tra forma e contenuto.

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  10. Vorrei dire una parola sul saggio di Valerio Magrelli dedicato al sonetto “Raccoglimento” di Baudelaire .
    Da lettore fiducioso nei titoli, pensavo di trovare in questo libro dieci “riscritture” o, addirittura, come è detto nella “Premessa”, dieci “reincarnazioni” del sonetto baudelairiano “Recueillement”, Fiducia, ahimè, delusa perché tolta la riscrittura lipogrammatica di G. Perec presente nel romanzo “La Disparition” e tolta la trsansmetrizzazione operata da J. Prèvost in “Baudelaire Essai sur l’inspiratio et la création poétique”, resta ben poca cosa. Del che è consapevole l’autore stesso, che dopo aver promesso scoperte epocali, finisce col parlare, a proposito dell’influsso esercitato dai versi baudelairiani sulle opere di scrittori quali Michaux, Céline, Colette, Nabokov, Beckett, Queneau, Houellebecq, di “echi”, di “spie labili”, di “riferimenti esili”, di parallelismi “minimi e circoscritti”. A rivelare questa “forzata” modestia è il mutamento di tono. Via, via che il libro si dipana non più dichiarazioni perentorie, ma affermazioni cautelose che fanno apparire il Magrelli afflitto da una sorta di sindrome attenuativa tanto è grande l’uso che egli fa di condizionali, di dichiarazioni reticenti come: “Non sembra azzardato suggerire”, “Non pare eccessivo definire”, “Senza forzare l’interpretazione, potremmo ritrovare in…”, “Questo brano sembra riprendere la struttura di…” “Pare oggettivamente consentito annoverare…”… ”A costo di forzare la lettura sembra possibile stabilire un parallelo fra…” ecc. Reticenze e cautele imposte dalla oggettiva “povertà” degli accostamenti possibili. Velocemente esemplificando diremo che del “Repos dans le Malheur” di Michaux si dice che “sembra riprendere la struttura, l’assetto, le componenti stesse di ‘Recueillement’”, ma subito dopo si aggiunge che si tratta di “accostamento affatto congetturale”; di Colette si cita un brano di “Noces” in cui la scrittrice, cedendo al suo amore dei calembours, dà una versione ironico-sarcastica di un verso di “Recueillement” trasformando la dolce “Sera” del sonetto nel titolo di un giornale: “Le soir”; Di Nabokov, si dice che in “Lolita” l’esortazione del professore di francese all’amata Dolores: «Fa’ la brava, Dolores» riecheggia il baudelairiano «Sois sage, ô ma Douleur»…”. Quanto a Beckett viene riconosciuta l’azione che i versi del sonetto baudelairiano esercitano su “Fin de partie” e se ne dà come prova il “mouchoir” col quale Hamm si copre il viso, estrema metamorfosi del “linceul” (sudario) con cui la Notte incede negli ultimi due versi di Baudelaire”. Per la raccolta “Fendre les flots” di Queneau si propone un accostamento, anche se riconosciuto “minimo e circoscritto”, fra il verbo “raccogliere” presente in una quartina e il sostantivo “recueillement” del sonetto. Della versione lipogrammatica di Perec si afferma solo che essa fa apparire il sonetto baudelairiano “uguale ma diverso, sfigurato e insieme riconfigurato”. Restano infine il romanzo “Les particules élémentaires” di Houellebecq, “Mort à crédit” e “Voyage au bout de la nuit” di Céline. Nel primo romanzo uno studente della banlieue parigina scorge nelle sue strofe l’essenza “funeraria” di Recueillement, giudizio che Magrelli dichiara di condividere pienamente. “Mort à crédit”, a sua volta, offre l’occasione per rilevare una somiglianza fra questa riflessione di Céline sull’invecchiamento di Parigi,: «è una rottura di scatole invecchiare, vedere cambiare le case, i numeri, i tram e le pettinature della gente”, e i versi di “Le Cygne”:: “..….la forme d’une ville / Change plus vite, hélas! que le cœur d’un mortel”. Stesso accostamento viene fatto fra il sarcastico invito [“viens!”] rivolto da una bouquiniste al marito perché si sbrighi a chiuder bottega e i versi. “ma Douleur, donne-moi la main; viens par ici” Rimarrebbero altre osservazioni da fare, ma credo bastino questi “vertiginosi” accostamenti per dare un’idea di un libro ricco di digressioni-divagazioni nettamente superfetatorie e povero, estremamente povero, di reali “somiglianze”. (Gino Spadon)

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  11. Hai ragione, Spadon; e bravo a fare l’analisi. Ma troverai un poeta su cento che dice cose diverse, concrete e precise. Lo stucchevole consenso di Cohen non riguarda solo i commentatori: riguarda innanzitutto i poeti, che tendono ad ammucchiarsi sul nulla di mestiere.

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