DISPERSIONE (1996). Racconto di Giulio Mozzi. Postfazione di Giuseppe Panella

fantascienza-racconto[Terzo racconto di Giulio Mozzi della serie “narrativa d’anticipazione” (cft. Posfazione). Dispersione è  un racconto inedito del 1996. Nella Postfazione il professor Giuseppe Panella ci fornisce alcune chiavi di lettura del racconto e una nota critica sulla Science FictionDomenica 8 febbraio un nuovo racconto di Giulio Mozzi. (f.s.)]

di Giulio Mozzi 

Sono Darlo Rame e sono l’ufficiale di turno della Darwi Odrade. Sono l’ufficiale di turno perché sono l’unico sveglio. Il servo di bordo mi ha svegliato sessantacinque ore fa. Ho fatto un po’ fatica a svegliarmi ma mi sento bene. Nelle prime ore avevo dei crampi ricorrenti, soprattutto al braccio sinistro; ora sono passati. Ho fatto tutti i controlli di routine e il servo di bordo ha detto che sto abbastanza bene. La cosa più difficile è stata fare i prelievi prima di mangiare, visto che stavo morendo di fame. Dopo aver mangiato mi sono sentito subito molto meglio. Ho visto che non sono il primo ad essere stato svegliato. Ho trovato un messaggio di Renna Sori. È di 2.305.392 ore fa. Dice: troppa CO2, in questo pianeta del cazzo! Ho chiesto al servo di bordo di controllare lo stato di salute di Renna, per quello che si può fare durante l’ibernazione. Ha detto che sta abbastanza bene. Siamo partiti 2.935.032 ore fa. Renna quindi è stata svegliata dopo appena settant’anni. So che questi tempi non sono reali, perché il tempo fuori della nave è diverso dal tempo dentro la nave, mentre siamo in viaggio. Tuttavia mi fanno impressione. Io dovrei essere morto da circa centocinquant’anni. Non ho resistito alla tentazione: mi sono fatto consegnare dal servo di bordo i miei effetti personali, ho tirato fuori la riproduzione che mi ero fatto fare prima di partire, e mi sono guardato allo specchio. Ho lo stesso identico aspetto, forse sono un po’ più magro. Agli effetti biologici sono un ventenne. Per quello che mi ricordo mi sono addormentato pochi istanti prima del risveglio. Non ho ricordi di sogni. Mi ricordo che era la cosa che temevamo di più: temevamo di sognare e di diventare pazzi. Chissà se Renna ha sognato. Avrei voluto che mi lasciasse qualcosa di più di quel messaggio irritato. Ho chiesto al servo di bordo i dati e le immagini del pianeta di Renna e ho visto che, effettivamente, c’era troppa CO2. Non saremmo mai stati capaci di modificare un equilibrio così sfavorevole. Possiamo intervenire sul clima, ma c’è un limite a tutto. Per il resto era un bel pianeta. Molto verde, molta acqua. Ho sentito un dispiacere. Non ho ancora osato guardare i dati del mio pianeta. Ho solo guardato i dati dell’energia. Ne abbiamo tantissima. Il servo di bordo non mi ha svegliato per un rifornimento, ma perché ha visto un pianeta che potrebbe essere il pianeta giusto. Magari modificandolo un po’.

Ho chiesti i dati sanitari. Stiamo tutti, come al solito, abbastanza bene. La routine di controllo dettagliato non è ancora terminata. Comunque stiamo abbastanza bene: noi sedici dell’equipaggio, le 512 coppie che trasportiamo, e le due fattrici. Avrei voglia di parlare con qualcuno. Ho fatto un giro nelle parti accessibili della nave. Ho guardato i miei quindici colleghi. Stare in ibernazione non è come dormire. Si sembra veramente morti. Hanno tutti questo aspetto da ventenni e a modo loro, come io a modo mio, lo sono effettivamente. Renna non è differente dagli altri: ha lo stesso aspetto troppo quieto. Ho guardato Séla, mi sono sentito stringere lo stomaco e avrei voluto poterla svegliare. Potrei anche farlo: il servo di bordo non me lo impedirebbe. Ma in realtà non sappiamo niente di preciso di quel che può accadere in un’ibernazione così lunga. In teoria si dovrebbe morire, ma l’esperienza ha mostrato che non si muore quasi mai: io sono la prova che non si muore quasi mai. Invece si muore abbastanza spesso in caso di ibernazioni successive. Ormai la vita di Renna e la mia sono più a rischio delle vite di tutti gli altri. A meno che questo non sia il pianeta giusto. Allora solo Renna sarebbe in pericolo. Forse è per questo che non ho voglia di cominciare l’osservazione del pianeta. Un rischio di morte al risveglio dell’8,3% (in media) non fa piacere a nessuno. Logicamente era questa la causa dell’irritazione di Renna. A dire il vero Renna non ha lasciata scritta una sola frase, ma due. Ha scritto anche: il servo di bordo è un coglione. Io naturalmente so che non è vero e che il servo di bordo è stato incaricato di fermarsi non quando avesse trovato il pianeta perfetto, ma quando avesse trovato un pianeta abbastanza buono (questo lo sa benissimo anche Renna). Poi sta a noi decidere se ce la sentiamo o no. Renna ha deciso per tutti che quel pianeta non era abbastanza buono e così ha portato il suo rischio di morte al risveglio dallo 0,06% all’8,3%. Per fortuna non ha avuto paura. La sua irritazione è più che giustificata. Io ho paura per me, naturalmente, e sto aspettando che mi passi. Dovrò prendere una decisione dalla quale dipenderà la vita di 1.040 persone: io sono solo una di queste.

Siamo 1.042. Ci sono anche le due fattrici. Sono i mostri ai quali affideremo la nostra sopravvivenza. Ma non mi sento di considerarle persone.

La routine di controllo sanitario è terminata. Uno dei trasportati ha un rischio di morte al risveglio del 32,6%. Si chiama Strepo Dante. Non lo conosco. Non ho voglia di sapere che cosa gli è successo: tanto non ci posso fare niente. Si tenterà di intervenire al risveglio. Dico al servo di bordo di inibire tutti gli automatismi del risveglio per Strepo Dante. Lui mi chiede: “Per quanto tempo?” e io gli rispondo: “In eterno, salvo contrordine”. Tutti gli altri trasportati stanno sotto lo 0,1%: quindi stanno abbastanza bene, come me. Di noi dell’equipaggio il servo dice solo che stiamo abbastanza bene. Credo che ci sia una censura sul dettaglio dei nostri dati di sopravvivenza. È una cosa ragionevole. Nel caso di Renna credo che abbastanza bene significhi: abbastanza bene per una persona al secondo ibernamento. Credo che se il rischio di morte di Renna fosse attorno all’8% il servo di bordo potrebbe dirmi che Renna sta abbastanza bene: in fondo è la normalità statistica. Decido di chiedere il rischio di morte di Renna e poi decido di non chiederlo. Dico al servo di bordo di inibire gli automatismi del risveglio per Renna Sori e lui mi dice: gli automatismi sono già inibiti, su richiesta di Renna Sori. Penso: caro servo, Renna è proprio convinta che tu sia un coglione. Io mi fido, invece. Le cose andranno come andranno. Siamo già dei sopravvissuti, forse. O forse no. Posso saperlo, se voglio. Almeno in parte. Le informazioni sono lì, dentro il servo di bordo. Basta chiederle. Sto aspettando che mi venga il coraggio.

 

Faccio al servo di bordo la domanda più facile: “Dove siamo?” La risposta è: “Non lo so”. Domando: “È un problema di calcolo o di informazioni?”. La risposta è: “È un problema di calcolo e di informazioni”. Chiedo una stima dei tempi di calcolo. Circa duecento ore. Mi aspettavo peggio. Ordino il calcolo. Come mai il calcolo della posizione non è automatico?

 

Non ho ricuperato ancora un’efficienza fisica completa. Vado in palestra a fare gli esercizi. La tabella di esercizi da fare mi sembra lunghissima. Sono a due terzi e non ce la faccio più. Mi fermo. Finché non sono in piena forma fisica posso fare a meno di iniziare l’osservazione del mio pianeta. Domando al servo di bordo quant’è distante. “Cinquecento ore circa”. “Ci stiamo muovendo o siamo fermi?” “Siamo fermi”. “Ci avviciniamo?” “No”.

 

Ho dormito sedici ore. Ho mangiato abbondantemente. Non mi ricordo di aver mai mangiato così tanto come dal risveglio. Vado nella stanza dell’ufficiale di turno e domando al servo di bordo: “Che cos’è successo, a Trantor?”

 

Il nostro addestramento è cominciato dodici anni fa. Non posso considerare i trecento e passa anni di ibernazione come reali, perciò dico: dodici anni fa. Dodici anni fa il nostro governo è arrivato alla conclusione che la resistenza contro gli altri era destinata a fallire. Gli altri avevano già preso un certo numero di pianeti relativamente vicini al nostro. Essendo i pianeti del nostro tipo inabitabili per loro, non avevano nessuno scrupolo a distruggerli. Ogni tentativo di trattativa con gli altri era fallito. Non abbiamo mai saputo che cosa cercassero. Non cercavano pianeti da abitare. Spazio per navigare ce n’era quanto volevano. Nemmeno la lingua degli altri ci è mai stata ben nota. Tecnologicamente c’era qualcosa in comune, ad esempio nelle trasmissioni (noi riuscivamo a sentire le loro, e loro le nostre), ma abbastanza poco. Abbastanza per potersi parlare, non abbastanza per comunicare: non abbastanza per sentirsi simili. Io non so nemmeno come sia fatto un altro; non so quanti dei nostri governanti lo sapessero. L’informazione più precisa che avevamo era questa: Nova Arrakis, il pianeta che aveva resistito più a lungo, aveva resistito diciassette minuti. Le tecnologie di difesa di Nova Arrakis sicuramente erano migliori delle nostre, almeno di quanto la ricchezza di Nova Arrakis era superiore alla ricchezza di Trantor: smisuratamente. Un’altra informazione era questa: la popolazione di Izreel, che aveva tentato la fuga in massa, era stata sterminata. Gli altri erano stati capaci di inseguire e distruggere, una per una, settantaduemila navi in fuga. Tuttavia il comportamento degli altri era abbastanza prevedibile. Tra un assalto e l’altro lasciavano passare circa quindici anni. Evidentemente dovevano andare a prendere da qualche parte tutta l’energia che adoperavano. Poi procedevano ordinatamente. Venivano da una direzione precisa, e sempre assalivano il pianeta più vicino a quella direzione. Quando Atlante fu distrutto in sessantadue secondi il nostro governo prese la sua decisione. Non si poteva restare. Bisognava andarsene. Però non era possibile andarsene da qualche parte. Bisognava organizzare la fuga secondo percorsi abbastanza complicati da rendere troppo difficile l’inseguimento. Mentre gli ingegneri lavoravano a costruire le navi, i matematici lavoravano a costruire algoritmi. Il problema era, grosso modo, che un percorso complicato doveva essere guidato da un algoritmo a sua volta complicato. Ma tutti gli algoritmi abbastanza complicati erano anche troppo lenti. Poi ci voleva un algoritmo concettualmente diverso per ogni nave. Fino a quel punto l’idea era stata: andiamo tutti nello stesso luogo, seguendo ciascuno un percorso differente. Ma agli altri sarebbe bastato acchiappare un solo fuggitivo, per averli tutti. Al sesto anno i matematici si arresero e proposero la dispersione. Io allora avevo quattordici anni e mi ricordo vagamente le sommosse contro il progetto della dispersione. In quel momento ero sotto addestramento già da cinque anni e da cinque anni sapevo che cosa mi sarebbe toccato: addestramento intensivo fino ai diciannove, poi l’ibernazione e, al momento opportuno, il viaggio. Però fino a quel momento avevo pensato, come tutti pensavano, che saremmo andati da qualche parte: se non in un luogo preciso, almeno in una direzione precisa. Saremmo scappati e ci saremmo ritrovati tutti in un altro luogo, magari sufficientemente grande da doversi cercare per secoli, ma comunque un luogo determinato. Il progetto della dispersione era l’esatto contrario. Si trattava di andare via a caso. Ogni nave per conto suo, e con il servo di bordo istruito per eseguire un numero casuale di cambiamenti di direzione casuali. Ogni servo istruito perché agisse a caso secondo un caso concettualmente diverso da quello degli altri servi. Una cosa abbastanza pericolosa: ogni cambiamento di direzione è un salto fuori e un salto dentro l’iperspazio, il che significa uno o due decimi di secondo di vulnerabilità. Il principio non era di garantire la salvezza di ogni nave, ma di aumentare le probabilità di salvezza per un certo numero di navi. Ogni nave sarebbe stata attrezzata per fondare una colonia. Non avremmo potuto salvare l’unità del nostro popolo, ma avremmo potuto, forse, salvare un certo numero di vite: ecco la logica della dispersione. Le sommosse furono sedate, la decisione fu presa. Così un giorno ci radunarono tutti nella sala maggiore e ci dissero più o meno: “Il progetto è cambiato. Non andremo da nessuna parte, andremo ogni gruppo in una direzione scelta a caso. Il servo di bordo, dopo un numero casuale (ma naturalmente limitato) di decisioni casuali, comincerà a cercare un pianeta adatto. Può darsi che qualche nave degli altri lo trovi. Secondo i nostri calcoli, delle 512 mila navi che stiamo preparando è possibile che otto o sedici trovino un pianeta adatto prima della fine dell’energia. Altrettante non troveranno un pianeta adatto ma troveranno un pianeta o un asteroide dal quale riusciranno a ricavare energia; potranno ripartire, ma la probabilità che trovino qualcosa è praticamente zero”.

Ci fu chiesto se ce la sentivamo. Lì nella sala gridammo tutti: “Sì, ce la sentiamo”. Poi, nel giro di un anno, un terzo dei ragazzi abbandonò l’addestramento e fu sostituito da altri. Io non capivo come si potesse preferire la certezza di bruciare con tutto il pianeta in una manciata di secondi a una probabilità anche minima di sopravvivere e rifondare, altrove, non importa dove, non importa quando, la nostra nazione. Oggi invece lo capisco perfettamente.

 

Il mio ultimo ricordo preciso è questo: all’alba, noi sedici nella cappella, faccia a terra, il sacerdote che recita: “Dice il signore: io, il signore, ti ho chiesto tutto te stesso. Tu ti sei dato, e io ti ripagherò secondo il mio costume. La tua discendenza sarà come la sabbia sulla riva del mare, come le stelle nelle notti senza luna. Tu morirai, ma la tua discendenza riempirà l’universo”. Poi Séla si alza e dice per tutti: “Benedetto il mio signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Chi sono io, signore, perché tu ti occupi di me? Io sono come la cenere del bivacco, che un soffio di vento disperde. Eppure, signore, il tuo sguardo si è posato su di me. Mi hai sollevato, mi hai tolto dalle mani dei miei nemici. La tua misericordia sarà ricordata in eterno. Benedetto il mio signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode”. Poi ci siamo alzati tutti, e da quel momento non mi ricordo più niente. Gli altri si stavano avvicinando e li aspettavamo entro un paio di mesi. Noi fummo ibernati quel giorno. Ora sono vivo, sono qui.

 

“Trantor è stato assalito”, dice il servo di bordo. “Tutte le navi sono state lanciate al terzo secondo dell’assalto. Il primo salto nell’iperspazio è avvenuto al quinto secondo dell’orologio interno. In quel momento tutte le comunicazioni sono state interrotte. Al momento del salto 37.422 navi risultavano distrutte. Nessuna comunicazione successiva da Trantor, nessuna comunicazione successiva con le altre navi. La fuga casuale è stata interrotta dopo 303.600 ore”.

“Trantor è stato distrutto?” chiedo sapendo già la risposta.

“Al momento del salto Trantor era un pianeta sostanzialmente privo di vita animale. L’onda provocata dal salto contemporaneo delle 474.578 navi superstiti era teoricamente sufficiente a farlo esplodere”.

“E la flotta degli altri?”

“Ufficiale Rame, non sono in grado di rispondere. Lei sa quanto me che si sperava di distruggere una parte della flotta degli altri provocando l’esplosione del pianeta. Lei sa che per questa precisa ragione la fuga è avvenuta ad assalto iniziato e non prima dell’assalto, anche se questo significava la perdita certa di un certo numero di navi. Ma ciò che è avvenuto sul posto dopo il salto, non siamo in grado di saperlo”.

“Quanto manca al calcolo della posizione?”

“Sette ore”.

“Servo, l’ufficiale Sori ti ha fatto domande sul destino di Trantor?”

“No”.

 

La fame mi tormenta. Il cibo non è né buono né cattivo. Ce n’è da mantenerci tutti per otto anni. Non mi limito, mangio fino a gonfiarmi. Faccio fatica a digerire. Faccio un po’ di esercizi in palestra.

 

“Servo, quanti pianeti hai esaminato finora?”

“1.724.431”.

“In secondo esame?”

“421”.

“Esame ravvicinato?”

“7”.

“Soste?”

“Questa è la seconda, ufficiale Rame, lei lo sa quanto me. Teme che le nasconda qualcosa?”

 

Mi sono avvicinato all’area delle fattrici. Mi sono fermato difronte alla porta della loro sala. Io non ho mai visto una fattrice, anche se sono stato debitamente istruito su di loro e sul loro funzionamento. La porta era aperta, come tutte qui dentro, sarebbe bastato spingerla. Non l’ho spinta.

 

“Ufficiale Rame, ho i dati della posizione”.

“Dove siamo?”

“Non sono dati molto precisi. Non sono stato in grado di ricostruire del tutto il percorso di fuga casuale”.

“Dove siamo?”

“Siamo sul bordo di una galassia a forma di disco che somiglia abbastanza a una galassia che era visibile da Trantor. La si chiamava m4074. Per quello che sono riuscito a ricostruire del percorso di fuga casuale, dovremmo essere effettivamente da queste parti”.

“Ma dopo il percorso di fuga, che giro abbiamo fatto?”

“Ci siamo spostati pochissimo. Siamo rimasti sempre dentro questa galassia”.

“Rispetto alla direzione degli altri?”

“Siamo fuori”.

“Di quanto?”

“Circa quattrocentomila ore di tempo soggettivo”.

“Non siamo molto fuori”.

“Secondo i modelli di comportamento degli altri che mi sono stati forniti, siamo abbastanza fuori”.

“Trantor quant’è lontano?”

“Circa settecentotrentamila ore di tempo soggettivo”.

“È visibile?”

“In un certo senso sì”.

 

All’improvviso riconosco il nostro sistema, identico a come ce lo mostravano nelle simulazioni didattiche. Al posto del terzo pianeta c’è una piccola stella cometa, e anche l’orbita non è quella giusta. Sto male. Vomito.

 

Ho la febbre. Il servo di bordo consiglia l’assunzione di una piccola dose di psicofarmaci. Acconsento.

 

Ho dormito quasi cinquanta ore. Il mio pianeta è vicinissimo, l’ho guardato dalle finestre della sala panoramica. È molto bello. Ci sono acque, terre emerse, nuvole. Tra qualche ora saremo in orbita. Quella potrebbe essere la nostra casa.

 

Vado a trovare gli altri quindici. Li guardo, così immobili, e penso che forse tra qualche ora si accalcheranno alle finestre della sala panoramica per ammirare, come ho fatto io, la nostra nuova casa. Avrei voglia di svegliarli subito. Renna, spero che non avrai problemi. Spero che ci sia la giusta dose di CO2, nell’atmosfera di quel bellissimo pianeta. Mi accorgo solo ora che Renna si è portata nella cella un amuleto. È una piccola testa di toro in pietra rossa, appoggiata sul fondo della cella, a due centimetri dalla mano destra di Renna. Improvvisamente mi ricordo: ci spogliammo, ci distendemmo nelle celle. Reso voleva tenersi addosso una catenina e non glielo permisero. Quindi Renna, quell’ amuleto, se l’è portato dietro nella seconda ibernazione. Il servo di bordo è un coglione, affidiamoci agli amuleti. Renna, sei impagabile.

Qualche giorno fa (o qualche sonno fa, forse è più giusto dire) non ho resistito e ho steso un telo sopra la cella di Séla. La nudità degli altri mi è indifferente, la nudità di Séla è dolorosa. Mentre la guardavo ho sentito il mio sesso svegliarsi, così ho coperto la cella con un telo. Guardo il viso di Séla e mi rendo conto che della sua vita m’importa più che di tutte le altre vite che portiamo con noi. L’ultima volta che ho dormito ho sognato che questa nave era piena di liquido caldo e denso. Io nuotavo dentro il liquido quasi senza fare movimenti. Andavo verso una luminosità argentea. Dentro quella luminosità c’era Séla, io ero felicissimo. Séla allargava le gambe e io entravo tutto dentro la sua vagina. Mi sentivo dentro di lei, sentivo l’interno della pelle del suo viso sfiorare l’esterno della pelle del mio viso. La baciai sulla bocca, da dentro. Poi cominciammo a tremare e a scuoterci e io sentivo che non ero più io dentro Séla, ma anche Séla era dentro di me, stavamo diventando una sola persona con una sola consapevolezza; poi invece sentii che la mia e sua, sua e mia consapevolezza si divideva, diventava due che non erano né la mia né la sua, e poi ciascuna delle due diventava due, e poi ciascuna delle quattro diventava due, e poi ciascuna delle otto diventava due; e continuava. La luminosità argentea era una bolla, noi dentro la bolla ci stavamo duplicando e dividendo e ogni nuova generazione era in parte me e in parte Séla e non era più né me né Séla, e poi ebbi paura e chiamai Séla, Séla, ma non mi rispose Séla, mi rispose un coro di voci sottili, rapide, schioccanti. “Clic clic”, facevano, “clic clac”.

Séla, abbiamo fatto cose orribili per sopravvivere.

 

Dall’archivio storico del servo di bordo ho preso le immagini della repressione. Noi stavamo nella scuola di addestramento e non sapevamo di preciso che cosa succedesse fuori. Ci fu detto: la scelta della dispersione è stata molto contestata, ci sono stati anche degli scontri, in alcune province una vera e propria sommossa. Non ci fu detto che la scelta della dispersione fu imposta dal governo con il terrore. Un decimo della popolazione fu ucciso, due province sterminate. Gli altri erano un terrore, il nostro governo usò il terrore per difendere la dispersione. Almeno noi della Darwi Odrade siamo sopravvissuti; in fondo, a Trantor è andata abbastanza bene rispetto a Nova Arrakis e a Izreel e ad Atlante. E sicuramente meglio che a Lampadas, Duncan, Finn. E meglio che a Paria, il primo pianeta assalito: gli altri erano comparsi come dal nulla e Paria aveva smesso di esistere. L’assalto era durato un tempo troppo breve per poterlo misurare. Nonostante questo esisteva un partito che voleva a tutti i costi la trattativa con gli altri. Erano stati mandati messaggi e messaggeri. Gli altri sembravano vivere sulle navi e non avere un pianeta. Una sola volta ci fu effettivamente un colloquio: in quale lingua, chi lo sa. Il plenipotenziario di Trantor rimase quasi duecento ore a bordo di una nave degli altri. Il servo di bordo ha ripetuto, imitandone la voce inceppata, la dichiarazione ufficiale resa dal plenipotenziario: “Non credo che sarà possibile arrivare a una convivenza pacifica con gli altri. Gli altri, così ci risulta, sono l’avanguardia di una popolazione in fuga. Si stanno allontanando da una popolazione che li aggredisce. Sostengono che questa popolazione dispone di mezzi distruttivi di stupefacente potenza. Sostengono di non essere assolutamente in grado di difendersi da questo aggressore e di aver bisogno di spazio. Che cosa significhi esattamente per loro spazio, è incomprensibile: non intendono né pianeti da abitare né diritto di transito per le loro navi. La nostra offerta di coesistenza pacifica semplicemente non è stata capita. Il concetto di coesistenza pacifica non è comprensibile per gli altri. A mio giudizio: sono così terrorizzati dagli aggressori che non riescono a concepire la coesistenza pacifica con una popolazione diversa dalla loro. Un’offerta di collaborazione militare da parte nostra contro gli aggressori ha provocato una reazione che, passando da un codice culturale all’altro, si potrebbe definire così: si sono messi a ridere. Ritengo che la trattativa con gli altri sia una perdita di tempo”. Quattro giorni dopo il rientro dalla missione il plenipotenziario di Trantor fu ucciso: gli minarono la casa. L’attentato fu rivendicato da un’associazione clandestina che si autodefiniva: Amici degli altri. Secondo costoro era in realtà il governo di Trantor che non voleva la coesistenza pacifica.

Durante la sua permanenza sulla nave degli altri il plenipotenziario di Trantor non aveva avuto alcun contatto con gli altri. Per duecento ore era rimasto in una stanza isolata, parlando dentro qualcosa che somigliava a un comunicatore. L’interlocutore si esprimeva in un galach che, secondo il plenipotenziario, non era né approssimativo né scorretto: era antico. Una commissione di filologi, incaricata di studiare le pochissime conversazioni radio avvenute tra Trantor e gli altri, confermò l’impressione del plenipotenziario. Gli altri parlavano correttamente un galach vecchio di almeno cinquantasettemila anni. Ma erano umani? Correvano voci che sì, ma nessuna certezza. Il plenipotenziario poteva aver parlato con un sintetizzatore vocale. E chi erano quegli aggressori, difronte ai quali la mostruosa capacità distruttiva degli altri diventava imbelle?

 

Forse gli altri sono ciò che resta di una fuga o di una dispersione. Forse il loro destino è simile al nostro. Se potessi, ora, premere un bottone e farli scomparire dal creato, premerei il bottone. E così i loro aggressori. E così chiunque, alle spalle degli aggressori, li terrorizzi spingendoli ad occupare gli spazi o i pianeti o il quelchessia degli altri.

 

Séla appartiene a una famiglia originaria di Trantor. I suoi genitori sono nati su Trantor, e così i genitori dei suoi genitori, e così via via, per quel che ne sappiamo in eterno (se si può dire in eterno anche all’indietro). Una volta mi ha detto che il suo nome significa, in una lingua antichissima, Luna. Sto guardando Séla e penso che forse, di tutti noi, lei è la più antica. So che il servo di bordo è stato imbottito di tutte le cognizioni storiche disponibili, comprese quelle false e leggendarie, su Trantor e sulla nostra nazione. So, anche se non si può prevedere il futuro, che se ci stabiliremo su un qualche pianeta (su questo pianeta, spero tanto) non potremo che chiamarlo Nova Trantor. E credo che per molte generazioni ci sentiremo in esilio e in fuga. Poi, i pronipoti dei pronipoti forse penseranno a Nova Trantor come alla loro patria. Io mi sono innamorato di questo pianeta. Il servo di bordo sta lavorando. Ormai siamo in orbita, e la somiglianza tra il mio pianeta e Trantor è impressionante. I continenti hanno forme diverse, naturalmente: ma l’azzurro dell’atmosfera e dell’acqua è meraviglioso. Finora l’ho guardato solo con i miei occhi e attraverso i dati stampati dal servo di bordo. Non ho il coraggio di usare gli ingranditori. Magari ci sono uomini, laggiù. Naturalmente so che non è possibile: la prima cosa che il servo di bordo ha fatto è stata di mandare messaggi in tutti i codici possibili immaginabili, e mettersi in ascolto. Abbiamo sentito solo la radiazione del pianeta. Le immagini all’infrarosso mostrano una distribuzione uniforme della vita. Se ci fossero uomini, ci sarebbero comunicazioni, concentrazione di popolazioni, città.

 

“Ufficiale Rame”.

“Sì?”

“Si può mandare una navetta automatica. Chiedo l’approvazione”.

“Approvo”.

 

Guardo la navetta automatica sfrecciare, fiammeggiare nell’atmosfera, allontanarsi e sparire.

Séla, voglio fare un bambino.

Continuo a cercare la navetta con gli occhi, anche se so che non posso vederla.

Se su quel pianeta si può vivere, Séla è praticamente già incinta.

 

“Ufficiale Rame, vuol vedere?”

“No”.

“Ho le immagini dalla navetta”.

“C’è pericolo per la navetta?”

“No”.

“È necessario che io guardi?”

“Pensavo che le avrebbe fatto piacere”.

“Servo, potrei morire di piacere”.

“Non mi è chiaro”.

“Servo, non voglio fare niente che possa turbarmi emotivamente. Tu ragioni solo in termini di abitabilità e non abitabilità, ma per me quel pianeta lì è bellissimo, indipendentemente dall’abitabilità. Sai che cosa ho pensato?”

“Ovviamente no”.

“Ho pensato che, anche se quel pianeta non fosse abitabile, sarebbe bello restare qui a guardarlo, per sempre”.

“Dai dati che abbiamo finora…”.

“…è abitabilissimo, lo so. Anche la CO2 va bene. Per piacere, servo, non cercare di convincermi che questo pianeta va bene. A chi tocca prendere la decisione?”

“Ho elaborato dati”.

“Appunto”.

 

Dentro la teca di vetro ci sono foglie, vere e proprie foglie, e insetti, quasi veri insetti; e un piccolo animaletto peloso, una specie di topo, che mi guarda spaurito. Batto con il dito sulla parete della teca e il topo si precipita contro il mio dito, spalanca la bocca piena di dentini, cerca di morderlo. Che coraggio. Da trentadue ore dentro la teca c’è la stessa atmosfera della nave. Il topolino ha mangiato un po’ del nostro cibo. I quasi insetti hanno sbocconcellato qualche foglia, alcuni si sono mangiati tra di loro. Anche il topolino ne ha fatti fuori un po’. A parte l’agitazione e la paura, sembra che stiano tutti benissimo.

 

“Ufficiale Rame, è ora di cominciare le analisi”.

“Sì”.

 

Povero topo, ti abbiamo ucciso per scoprire che sei proprio un topo, quasi identico a quelli che c’erano su Trantor. Sei addirittura mammifero, marsupiale, e probabilmente fai le uova. Abbiamo avuto la fortuna di trovare una femmina. Chiedo al servo di bordo se mai è stato trovato un pianeta così simile a Trantor. Melusina, dice il servo di bordo; un pianeta senza terre emerse.

“Che ne dici, servo?”

“È il momento di prendere una decisione”.

“Bravo. Tu che ne pensi?”

 

Il servo di bordo sta pensando da trecentoventi ore. Per pensare meglio ha sospese tutte le attività non essenziali. La nave è semibuia. Il servo non risponde alle mie domande. Sono preoccupato. Ho provato a spiegargli che la mia era solo una battuta, un modo per dilazionare. Penso che forse non avrebbe dovuto reagire così.

 

“Ufficiale Rame, ho pensato”.

“Alt. Non voglio sapere che cosa hai pensato. Prima voglio sapere perché hai pensato”.

“Sono in grado di farlo”.

“Non ne ho mai dubitato”.

“Lei me l’ha chiesto”.

“Non hai mai avuto problemi con l’ironia”.

“Ufficiale Rame, la sua ostilità nei miei confronti è immotivata. Io non sono in grado di trasformare in una decisione ciò che ho pensato. Potrei farlo solo se tutti i componenti dell’equipaggio morissero. Allora potrei decidere io, e questo è abbastanza ragionevole, non crede?”

“Ci credo, servo, ci credo. Non ho più ostilità verso di te. Dimmi che cosa hai pensato”.

“In questo pianeta potete vivere”.

 

Séla dorme accanto a me. Non le ho dato il tempo di riprendersi, nella mia foga me ne sono dimenticato. L’ho svegliata neanche dieci ore fa. Oggi siamo scesi su Nova Trantor, noi due soli. La navetta e il servo ci hanno pilotati su una spiaggia. Abbiamo fatto l’amore rotolandoci tra la sabbia e l’acqua. Ora Séla è stremata, abbracciandola ho sentito come l’ibernazione rende magri e fragili. Anche lei, come ho fatto io i primi giorni, ha mangiato furiosamente. Siamo in preda ai bisogni elementari: il cibo, la riproduzione. Questi saranno i nostri problemi su questo pianeta.

 

Oggi ho mangiato pesce di Nova Trantor. Il servo di bordo ha preteso di analizzarlo prima, e l’ha trovato, così ha detto, buonissimo. “Che cosa ne sai tu”, gli ho detto. “Non sottovaluti i miei progettisti”, mi ha detto.

 

Anche Renna si è svegliata senza problemi. Un po’ di ore perché tutti si rimettano in sesto e perché si studino i dati, e poi cominciamo. Io di fatto ho deciso che qui si può vivere, tuttavia ne parleremo tutti insieme. È stato buffo, al risveglio: io e Séla avevamo le nostre tute leggere, invece tutti gli altri erano nudi. Non avevamo pensato a tirare fuori tute per tutti.

 

Abbiamo deciso.

 

Ora il problema è: che cosa ce ne facciamo delle fattrici? In un ambiente così favorevole sono sostanzialmente inutili. Quando io ho detto inutili, Marcus mi ha rimbeccato dicendo: “Rame, anche quelle sono persone umane”. Così ho dovuto dire: “Io non credo”, ed è scoppiato il putiferio.

 

Le fattrici resteranno in vita.

 

 

[Nota dell’autore: il racconto è incompiuto]

 

***

 Postfazione di Giuseppe Panella

E perché Giulio Mozzi non avrebbe dovuto provarci a scrivere un “vero” racconto di narrativa d’anticipazione (preferisco questo termine più articolato – e più classico – a quello ormai troppo banalizzato e ormai logoro di fantascienza)? Lo ha fatto realizzando questa Dispersione che è, nonostante il finale a sorpresa (ma è poi un finale?), un racconto di genere con tutti i crismi con tutte le sfaccettature del caso (c’è perfino la storia d’amore!).

A partire dall’ambientazione (l’astronave, l’ibernazione) per finire con il dubbio e lo sconcerto dei protagonisti su quello che sarà il possibile futuro del mondo che andranno ad esplorare, i temi classici della scrittura fantascientifica (diciamo così) ci sono tutti.

Mozzi si aggrappa ai classici per giustificare la sua apertura verso un universo letterario che non ha mai affrontato prima (anche se la tentazione forte a farlo deve esserci stata ben prima di questo racconto) e lo fa con un’accorta strategia di citazioni. Trantor, ad esempio, la grande città-capitale dell’Impero galattico, da cui si presuppone che i viaggiatori dello spazio raccontati da Mozzi siano partiti, è soprattutto uno dei luoghi principali in cui si svolge la vicenda della Fondazione narrata in più tomi da Isaac Asimov a partire dal 1951 (quello di Cronache della Galassia) per arrivare al 1992, l’anno di Fondazione anno zero. Oppure il nome dell’astronave che è Darwi Odrade sicuramente in onore della Reverenda Madre che è al comando della Rocca di Rakis in Gli eretici di Dune di Frank Herbert del 1984. Anche New Arrakis come possibile mondo da abitare per i sopravvissuti dell’astronave nel racconto di Mozzi è un nome che ricorre nel racconto (ed è il nuovo nome dello stesso pianeta Dune che cambia denominazione a seconda delle diverse dinastie che lo governano nel vorticoso mutare di prospettiva e susseguirsi di avventure che contraddistinguono questo ciclo di space opera peraltro fin troppo noto per riassumerne le vicende).

D’altronde anche il titolo del racconto ricorda l’epopea delle Matres Onorate che nel romanzo rovesciano e contrastano l’opera del trapassato imperatore Leto II con la cui morte è iniziata la Dispersione, l’espansione esplosiva e progressiva dell’umanità in tutto il resto dell’universo.

Mozzi rende omaggio, dunque, a due grandi autori di narrativa d’anticipazione che sono sicuramente dei punti di riferimento per gli appassionati del genere (anche se non sono certo tra i miei preferiti).  Ma in questo caso siamo davvero in presenza di un racconto che riprende (un po’ pedissequamente, d’altronde) le coordinate di alcune opere già famose per continuarle o contaminarle? Mi sia lecito dubitarne. Nonostante la buona volontà di molti suoi autori e nonostante il giudizio spesso riduttivo del pubblico dei lettori, la Science Fiction non è un genere letterario né si basa soltanto su un codice stereotipato di situazioni e di personaggi fissati in maschere che può essere utilizzato a volontà in qualsiasi situazione.

La fantascienza, a mio avviso (e, come ho più volte scritto), è una delle forme più esemplari di rappresentazione letteraria dell’inquietudine del presente (come dimostrano opere assai diverse linguisticamente quali Cecità di José Saramago o La strada di Cormac McCarthy accomunate però dalla presentazione di un futuro spaventoso e apocalittico).

Anche Dispersione lo è nel momento in cui mostra il ritorno dei navigatori dello spazio (ibernati e risvegliati con gravi rischi per la loro salute) e li pone di fronte alla necessità di scegliere una nuova patria e un nuovo destino. I mondi fino ad allora conosciuti sono tutti esplosi quando sono stati sottoposti ad un attacco tanto micidiale quanto misterioso e di fronte alla prospettiva della distruzione totale di tutto quanto era fino ad allora esistito nell’universo l’unica scelta (brutale, violenta, imposta con la forza) era stata la dispersione. Ma dalla dispersione non si può che tornare, dalla deriva non si può che uscire, dall’esodo si finisce sempre per arrivare da qualche parte dove ricominciare. Di fronte all’attacco concentrico di nemici troppo forti per poterli sconfiggere o fermare non c’è che la fuga. Ma dopo averla consumata ed essersi dileguati nello spazio profondo non c’è altro che tornare e rifondare la Trantor dalla quale si era partiti.

L’allegoria che è al centro di questo beve e succoso racconto di Mozzi è questa – anche se l’umanità si disperde e perde i suoi caratteri originari non potrà che ritornare ad essere se stessa in luoghi più adatti (anche se diversi) e rigenerarsi (la storia d’amore del protagonista Darlo Rame con Sela non ha altro significato, forse – l’amore come ritorno al passato, come rigenerazione dalla dispersione).

La fantascienza di cui Mozzi si fa promotore parla proprio di questo – della necessità di andare oltre la dispersione e di imparare ad accettare il proprio destino di umani magari con qualche concessione a ciò che umano non sembra (le misteriose e inquietanti “fattrici” su cui si chiude il racconto). E non è compito da poco…

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[Scarica e leggi il racconto Dispersione in formato pdf ]

[Tutti i racconti di Giulio Mozzi in formato PDF pubblicati su La poesia e lo spirito]

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Collegamento: REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana, saggio di Giuseppe Panella. Nel web: [QUI] prima parte. [QUI] la seconda parte. [QUI] la terza parte. [QUI] la quarta parte. [QUI] la quinta parte. [QUI] la sesta parte [QUI] la settima parte.

[QUI] puoi scaricare il pdf del saggio REGOLE PER SOPRAVVIVERE. Modelli di analisi per una storia della fantascienza italiana di Giuseppe Panella.

(Fonte immagine: Luca Oleastri)

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2 pensieri su “DISPERSIONE (1996). Racconto di Giulio Mozzi. Postfazione di Giuseppe Panella

  1. Sicuramente interessante,
    per quanto gli abbia trovato un inizio pesante e prolisso.
    Mi è piaciuto molto il tema/tesi impossibilità e incompresibilità della coesistenza pacifica per gli altri.
    Tuttavia lo stile gelato pare una mimesi dell’ibernazione a cui fu sottoposto l’uff.Rame e, in effetti, un omaggio ad altri narratori famosi di fantascienza che crearono dei nostri discendenti molto razionali e controllatissimi.
    Ma non c’è nessuno che s’incazza, o ridacchia, lì dentro?
    Meno male per le battute di Sela Sori che solleva l’umore caduto a terra:-)

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