L’estate è finita – di Girolamo Lazoppina

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L’ESTATE E’ FINITA – GIROLAMO LAZOPPINA – Minimal Narrativa – pag.57 euro 10,00. [ A seguire, l’incipit del libro.]

di Franz Krauspenhaar

Questo romanzo breve – o meglio racconto lungo – dell’esordiente calabrese Girolamo Lazoppina, classe 1970, è un pezzo di quella letteratura minimalista che oggi pare quasi scomparsa dietro lo sfolgorio battente di effetti ed effettacci speciali o presunti tali. Lazoppina non bada a stupire ma semplicemente a raccontare, con un tono piano e morbido, con una voce sommessa, la storia di un’iniziazione alla vita: quella del suo protagonista, Diego Gonzales, un trentenne ancora assorto dentro il bozzolo di una giovane età della perenne immaturità. Sarà in un breve periodo di violenti cambiamenti, che l’iniziazione alla vita adulta avrà luogo. Nel mezzo di questa scossa elettrica, il propulsore dell’amore. Il racconto si divide in brevi capitoli, le figure sono tratteggiate come con una matita sospesa e fine. Una sorta di disegno pieno di tratteggiature ben delineate, che portano il lettore a un’aderenza molto naturale alle vicende narrate. Un modo di raccontare dunque cristallino, e a “bassa temperatura”, una “morale” della normalità e dell’equilibrio, merce di scorta non solo nella vita, ma anche nella vita ulteriore della letteratura.

Incipit

Il nome derivava da un’antichissima e nobilissima discendenza
spagnola. Ma di spagnolo, ormai, non gli rimanevano
che il nome e il titolo.
Il marchese Diego Gonzales era un uomo alto, biondo e
dai profondi occhi azzurri, sicuro nell’incedere e brillante nella
conversazione. Poliglotta ed attento viaggiatore, non aveva
inteso intraprendere la carriera d’ambasciata come più volte
suggeritogli dal padre, l’ambasciatore, marchese Fernandez
Gonzales, e ad oggi, sulla soglia dei trent’anni, si sentiva ancora
alla ricerca del suo io più profondo, alla continua ricerca
di qualcosa che desse profondamente senso alla sua vita.
E sì che il mondo lo conosceva bene, frequentando i
più esclusivi circoli dell’alta società come pure le più misere
borgate dei quartieri poveri, perché, sosteneva, “la gente va
conosciuta e rispettata tutta; da ognuno si ha qualcosa da
imparare”; e sapeva perfettamente come la vita possa essere
docile e spietata al tempo stesso, amara e dolce, ma
certamente bellissima e meritevole di essere vissuta.
Capitava spesso, al marchese Diego Gonzales, di meditare
a lungo durante i suoi interminabili viaggi, sul senso delle
cose in generale, e sulla sua esistenza in particolare. Esistenza
alla quale non aveva ancora dato un copione ben preciso
e che, pensava, era ancora ben lungi dal dargli.
La vita, sia chiaro, gli aveva offerto tutto, dal denaro alle
donne, dal lusso e dalla lussuria alla possibilità, invero più
volte sfruttata, di fare del bene e di avvicinarsi affettivamente
alle classi sociali meno agiate della sua. Faceva molto volontariato
ed altrettanta beneficenza. Ma lui cercava qualcos’altro
che placasse quel perenne senso di precarietà interiore
divenuto insopportabile.
Era un Gonzales, e questo il padre non mancava mai di
rammentarglielo; ma in definitiva, pensava, “cos’è mai un cognome,
solo un rigo su un biglietto da visita…”. Aveva fatto
propria tale espressione leggendo Tomasi di Lampedusa e
spesso gli tornava in mente.
Si trovava immerso in questi pensieri quando il telefono
cominciò a squillare.
Era Susan, la studentessa alla quale impartiva lezioni di
francese, un po’ perché così aveva voluto il padre – la ragazza,
infatti, era figlia di un importante uomo d’affari legato da
ventennale amicizia con la propria famiglia – un po’ perché
questa occupazione gli serviva per tenere occupata la mente
e un po’ per non sentirsi completamente inutile.
La ragazza gli comunicò che quel giorno non avrebbe
preso parte alla lezione e di colpo a Diego si spalancò la
visione di un’altra giornata vuota, che avrebbe presumibilmente
riempito con complesse elucubrazioni. Di certo non
immaginava che da quel giorno la sua vita sarebbe cominciata
a cambiare.

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