«Come pagina bianca», di Pasquale Esposito

comepaginabiancadi Gaja Cenciarelli

Se dovessi riassumere nella forma più breve possibile il romanzo di Pasquale Esposito lo definirei un alfa privativo.
A cominciare dal titolo, si percepisce la centralità dell’assenza, del vuoto come cardine della narrazione: eppure le pagine di questo romanzo sono tutt’altro che bianche. Talmente densa è la storia, talmente ricca di riferimenti e testimonianze, che il mondo creato dalla mente e dalla scrittura della voce narrante non può non avvolgere chi legge, lasciandogli addosso quella seconda pelle costituita dagli interrogativi che solo i libri ben costruiti sanno sollevare.
Il narratore è internato in un ospedale psichiatrico, e per conservare la percezione di sé scrive lunghissime lettere alla donna amata in cui le racconta la sua vita, il suo passato, le sue speranze, tutto quanto ha fatto di lui l’uomo che è e che vorrebbe essere.
Non conosciamo il nome del protagonista, ma conosciamo bene la sua vita, il suo passato, il suo presente. L’uomo che scrive è immerso in un flusso narrativo senza soluzione di continuità: il suo è un monologo interiore organizzato in forma di racconto. Un monologo interiore – e qui mi trovo d’accordo con quanto scrive Flavia Weisghizzi nella prefazione – che ricorda l’Ulysses di Joyce e che non esisterebbe se non esistessero le parole scritte. Perché sì, il protagonista concepisce la sua vita solo in funzione della scrittura, del suo esistere in quanto parola.
Nemmeno la donna ha un nome.
«Dovrei decidere come chiamarti e già questo mi risulta complicato, dal momento che qualunque nome mi sembrerebbe inadatto a rappresentarti. Eppure devo dare un nome a chi riceverà queste lettere, un nome per chiamarti, un nome per pensarti. Non he hai bisogno per esistere. Tu sei quello che sei, qualunque nome io ti dia, ma è importante per me. Devo riconoscerti in quel nome, poter indicare il pensiero di te e riconoscerti con esso».
Il protagonista soffre fortemente per quella che riconosce essere la caratteristica fondamentale del linguaggio umano, ovvero la sua mancanza d’iconicità. Non esiste alcun motivo, alcuna regola per cui – poniamo – un tavolo debba chiamarsi “tavolo”. E la parola “tavolo” non evoca in nessuno di noi un’immagine univoca e universalmente condivisa: il linguaggio umano è una convenzione. E ben lo aveva capito Shakespeare, linguista ante litteram, che, nella seconda scena del secondo atto di Romeo and Juliet, fa dire a quest’ultima: «What’s in a name? That which we call a rose
/ By any other name would smell as sweet / So Romeo would, where he not Romeo called /, Retain that dear perfection which he owes, / Without that title».
Cosa c’è in un nome?, si chiede Shakespeare per bocca di Giulietta. Forse che quella che chiamiamo rosa perderebbe il suo dolce profumo se non la chiamassimo rosa? E così pure Romeo conserverebbe quella cara perfezione che gli è propria anche senza il suo nome.
Ma il protagonista, pur consapevole dell’impossibilità per il significante di rappresentare iconicamente il significato, trova nel fissare le parole sulla pagina la sua unica missione, il suo unico scopo.  Rivendica «la possibilità di usare quella parola come una icona della sua presenza», chiama la sua amata «mia dolce parola».
Il protagonista reclama un’attenzione senza la quale non esisterebbe, vuole che il suo amore conosca tutto di lui: si percepisce chiara tra le pagine di questo romanzo l’ansia di esprimersi, di fare a gara con il tempo, di scrivere ogni giorno, fin quando nell’ospedale psichiatrico non avranno spento le luci.
In Come pagina bianca emerge l’approfondita ricerca compiuta dall’autore in quasi ogni campo della scienza e dell’arte: l’alchimia, la chimica, la pittura, la mnemotecnica, la musica, per citarne solo alcuni. Alle parti in prosa si alternano intarsi poetici di rara eleganza: è, di conseguenza, difficile definire questo libro. In linea con l’impossibilità di esprimere le mot juste in quanto parola iconica, anche il romanzo di Pasquale Esposito sfugge a qualsiasi “etichetta verbale” che riesca a rappresentarlo per quello che è veramente.
Una corsa? Un viaggio? Un quadro sfregiato di proposito da sfumature di nero cupo a testimonianza del dolore, e rischiarato dal nitore accecante delle parole (e anche dalla loro assenza)? Un brano di raro lirismo? Una quest?
È la sua ricchezza, la moltitudine di spunti di riflessione (evidenti o nascosti) che offre, a decretare l’impossibilità di assegnargli un’etichetta.
Eppure questo libro, che è parola, esiste, e ispira, chiama ed evoca altre parole. Quasi a tentare di colmare un vuoto spaventoso. Il vuoto della non-vita.

«Giacché possiamo
ancora morire
se manca una parola
».

Pasquale Esposito
Come pagina bianca
Euro 14,00 pagg. 112
Aletti Editore

19 pensieri su “«Come pagina bianca», di Pasquale Esposito

  1. Le poème n’est point fait de ces lettres que je plante comme des clous, mais du BLANC qui reste sur le papier [ Paul Claudel ]

    e grazie Gaja per l’esposto/Esposito, per un ” alfa privativo ” che è: OMEN senza NOMEN.
    Senza bordi. Senza ” etichette “. Solo battere [ in levare ]. Esprimere.

    E leggerò – con pupille pronte. Per non morire, quando manca: la parola.

    Chiara

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  2. Come Gaja sa bene, credo si tratti di uno di quei casi nei quali la recensione supera in valore il testo recensito.
    Anche con l’editore avevo segnalato quanto fosse pericoloso accostare un esordiente a Joyce o a Kafka o a Shakespeare, ai grandi insomma. Chi, come me, si muove nel sottobosco della letteratura ha già enormi difficoltà nel farsi raggiungere da qualche raggio di sole che filtri tra le foglie. Se viene esposto all’intensa luce che promana da uno di quegli astri è destinato all’invisibilità.
    Io sono stato toccato dal “raggio di sole” di Gaja e di altri che hanno mostrato benevolenza nei confronti di questo testo.
    E’ davvero piacevole la sensazione di calore che promana da tanta, spontanea attenzione.
    Rimango qui nel mio onorevole manto di foglie cadute e di muschi, a contatto con la terra umida, ma col capo eretto per non perdere neppure un istante di questa luce insperata. In questo, forse, sta il complemento alla privazione. Chi ha un nome come il mio non può che credere al valore dell’omen, indipendentemente dal nome.
    Il protagonista di come pagina bianca saprebbe che Gaja ha accettato la sua e la mia eredità fatta solo di parole.

    Pasquale

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  3. Chiara: tu sei sempre lì, nel cuore di quello che voglio esprimere. Sono così felice che tu mi legga. Mai far mancare le parole, mai far mancare i fatti: la luce potrebbe spegnersi. Ti voglio bene, Chiara e luminosa, come una pagina cui non manca niente.

    Pasquale: la mia recensione è solo figlia della bellezza del tuo libro. Non avrei potuto scrivere certe cose se il tuo romanzo non me le avesse ispirate. Sono felice che le mie parole siano state un raggio di sole per te.

    Lulù: grazie! luminosa è un aggettivo che amo, non per niente l’ho usato per Chiara. Ti bacio.

    Pasquale 2: tu, mannaggia, ogni volta che scrivi qualcosa di me mi fai commuovere…

    Gregori: riposati ;-)), stavolta sono io che ringrazio te per avermi caldamente consigliato il libro di Pasquale.

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  4. Un libro davvero molto bello. Di nuovo tanti auguri Pasquale, sperando di poter rinnovare presto, in un’altra occasione, il piacere del nostro incontro a Roma. Un abbraccio,
    Gaetano

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  5. Pasquale sa bene quanto io, Enrico, e tanti altri che hanno letto il suo libro, abbiamo apprezzato questo romanzo.
    La recensione di Gaja è un’altro gioiellino da incastonare nella ideale corona che lo laurea scrittore e poeta (mi si passi il termine) “con i controcazzi” (quanno ce vo’, ce vo’).

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  6. Ciao Pasquale, che dire di questa “ennesima” bella recensione del tuo “master piece”?

    siamo felici per il tuo meritato successo …. e ci associamo a quanto detto da Enrico!!! 🙂

    nat&Anto

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  7. Ringrazio tutti gli amici che si sono affacciati per l’ennesima volta a portarmi i loro saluti ed il loro apprezzamento.
    Enrico, Carlo, Natalia e Antonella sono persone alle quale voglio molto bene.
    Spero di avere presto qualcosa di nuovo da offrire a tutti voi.
    E’ entusiasmante constatare quanta travagliata e prolungata possa essere la vita di un libro.
    A Gaetano rivolgo un ringraziamento speciale perchè è stato il primo a recensirmi e vedo che ancora mi dimostra affetto e stima peraltro rinsaldata con l’incontro alla fiera del libro di Roma.
    A gaja ho già detto e non voglio correre il rischio che si commuova ancora.
    Chiara e Lucy sono state davvero gentili nei miei confronti.
    Tengo per ultimo Manuel proprio per il suo commento. Mi sento molto vicino a chi si dichiara senza corona e senza aureola proprio perchè tale io sono.
    Chiedo scusa se ho dimenticato qualcuno, ma devo confessare che è tanta l’emozione di essere qui tra tanti scrittori e poeti della categoria alla quale faceva cenno Carlo ed alla quale non credo, senza falsa modestia, di appartenere.

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  8. Grazie a Subhaga Gaetano Failla, a Manuel Cohen e, in particolare, a Carlo (ciao, Carloesse ;-)) e a Natàlia.
    Auguro a Pasquale tutto il meglio: tanto per cominciare, la grande risonanza che il suo romanzo merita.
    Spero che questa recensione faccia il suo dovere: ossia, far innamorare del libro di cui parla.

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  9. Pasquale Esposito,
    per quel che ho letto, qui e altrove,
    mi pare molto bravo, fuori della norma,
    una scrittura indagatrice veramente interessante.

    Domanda accorata, e forse inutile:
    Perché un così bel testo vede la luce presso un editore così piccolo, così poco distribuito?

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  10. Mario, ti ringrazio per l’apprezzamento e soprattutto per la domanda. Ho percepito quanto essa sia accorata. Sulla inutilità io, come immaginerai, non ho la risposta. Devo però dare atto all’editore di aver curato come meglio poteva questo libro.

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  11. Sempre, Gaja, sempre!

    Leggerti e leggere le pagine/palpiti che indichi: è crescita. Perché la luce non cresce, se manca: chi la alimenta.
    Ogni tuo scritto è un atto di Amore [“far innamorare del libro”], Amore senza se. L’Eterno che si chiede…
    You can’t divorce a book – condensava Gloria Swanson.

    E grazie: tu sei porta [ per “caratteri” che che sono cibo. Vero ]
    E ancora: ogni lettore/attore è “pagina bianca”. Grazie a chi [ Gaja, Pasquale ] sa scrivere/dirigere. Una grafia/regia – di luce.

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