Emidio MONTINI “Il Panico e la Grazia”

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“…Sono fratello germano del dubbio!” Sì, era proprio vero, e nel parlarne mi si rivelava. Quello zoccolo duro ch’era il mio inferno e la mia grazia. Precoce in talune cose, refrattario in altre: ritardato in molte, mi rivedevo non molti anni prima accovacciato presso il termosifone dl bagno intento a leggere con un senso di estasi il Fedone. Ogni tanto mi alzavo e sbirciavo dalla finestra. I miei ricordi più vivi appartengono alle giornate di pioggia o di neve. I gerani, in estate, ben disposti da mia madre sul balcone, erano lucidi. Per le strade le luci dei lampioni, l’affrettarsi della gente, i colori degli ombrelli. Ragazzi e ragazze passavano strettamente abbracciati. A volte si fermavano sotto un balcone per baciarsi, si accarezzavano senza curarsi di me che li vedevo. Sentivo allora molte cose scorrere. E desideravo e invidiavo, tutto così facile, per gli altri. Tutto a portata di mano. Mi dicevo che non era giusto, ma non sapevo, non potevo diversamente. “Avevi ucciso la fame!” mi disse il ragno, “E ciò non è buono. E’ come uccidere il proprio bue”. Certo, e lo sapevo, in un qualche modo. Ma mi trovavo nelle stesse condizioni di chi debba compiere un atto vitale, e che per farlo debba forzare se stesso: lavorare di coltello su un morso non cercato”. La mia adolescenza è stata senza equilibrio. Già allora sentivo di essere diverso. Non ero certo un mostro, ma l’amore non mi toccava. Nessuno mi cercava: non la seconda volta. Non partecipai ad una sola festa se non molto tardi. In quanto a ragazze, non ero capace di corteggiarne alcuna: né tanto meno di conquistarne. Ma la causa principale non era la timidezza, mi infastidiva il gioco ipocrita dei rapporti. La mimica da pavoni nella commedia dei sessi. Quella che avrebbe dovuto essere pura esuberanza diventava recitazione, contatto di maschere. Non che avessi tendenze ascetiche, tutt’altro, respiravo l’odore del sesso nell’aria! Forse molto più degli stessi ganzi d’allora, delle prime donne. Arrivo ora a pensare che quel che temevo ero io stesso. La violenza potenziale del mio stesso istinto. A questa probabilmente opponevo inconsciamente il mio veto e perdevo il mio tempo senza concludere nulla. Senza trovare il coraggio né d’agire secondo il mio puro appetito né d’adottare i costumi dei miei coetanei. Non detti un solo vero bacio che a vent’anni! Oggi può sembrare pazzesco ma è così. Mi trascinavo respirando l’atmosfera rarefatta delle vette, mi isolavo, diventando sempre più bizzarro, ribelle. Agognavo le vanità che disprezzavo, e sempre ne fuggivo sogghignando, o pensandone peste e corna! Eppure quanti lamenti e paure e digrignare di denti: quanta distanza fra me e gli altri! Più tardi trovai un gruppo d’amici e amiche. Dapprima, credo, mi condusse a loro proprio la mia bizzarria, li guidava una sorta di curiosità verso l’eccentrico, il distorto. Solo più tardi si creò fra noi un legame più vero. Mi ricordo che in quegli anni avevo un’abitudine particolare: ogni tanto sparivo senza dir nulla. Neppure ai miei. Nessuno sapeva dove mi trovassi. Di solito stavo via pochi giorni. Viaggiavo intorno ai nostri laghi, dormivo nei giardini di Venezia, sulle colline di Trieste, vicino ai caselli delle autostrade. Mandavo agli amici cartoline con sopra versi sconclusionati. Dopo qualche giorno tornavo fresco come una rosa, ma presto ricadevo nei miei scoramenti d’adolescente irrequieto, per fortuna in quel periodo non mi innamorai mai veramente. Di certo sarebbe stato un amore non corrisposto e ne sarei stato male da cani. Al culmine dei miei movimenti neri, un pensiero confortante mi spronava a andare avanti. Nulla di chiaro, solo un barlume come alla fine di un tunnel. Vedrai, mi dicevo, vedrai che tutto cambierà. Verrà anche per te il momento e sarà come lo sogni. Interamente tuo e bello, e mi riferivo all’amore sì, ma anche ad altro. Forse era una sorta di tenacia mista a orgoglio, ne non voler essere come gli altri. Quella che era una naturale diversità divenne un perverso accanimento. Che mi portava avanti, lavorando per me e contro di me. Ero torrido e non tiepido. Ora sto imparando a coltivare la mia diversità, senza farne una divinità rigida e infeconda. In quegli anni mi vestivo in maniera veramente impossibile. E questo non perché non avessi abiti migliori, ma perché disprezzavo le apparenze, perché quella era una delle forme per rendere manifesto il mio rifiuto, la mia ribellione interna con atteggiamenti visibili, incontrovertibili. Ma la spaccatura non era generazionale, era decisamente esistenziale e quindi metafisica. Io sarò migliore o peggiore, ma almeno non mi camuffo. Non mi nascondo a voi e non mi cerco in voi. E questo Voi era un generico Tutti. Ora capisco che in parte sbagliavo. E mi rendevo la vita difficile. Meglio sarebbe stato cercarmi in ognuno senza perdere io nocciolo originale ch’era in me. Mi dicevo: non vi è nulla che vi distingua veramente, non sogni non rabbia. Non moti vivaci e danzanti, non l’azzardo di fedi vissute nell’azione. Una ripetizione costante, una monotona successione di recitate parti. Nessuno è indispensabile quando il sangue è codificato, la danza delle apparenze ha il solo fine di simulare l’esteso, il copioso: non di edificare il Duraturo, qui nel tempo dell’Uomo. (Pagg 61-64)

Emidio MONTINI
Il Panico e la Grazia

L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri
Prefazione di Filippo Davòli

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7 pensieri su “Emidio MONTINI “Il Panico e la Grazia”

  1. Cari Emidio e Giovanni,
    può esistere, per chi la riceve, una grazia senza panico?
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. Misterioso ritrovamento in un paese del Viterbese (Bassano Romano) dopo centinaia di anni ritrovata in una grotta misterisa Madonna.

    Ritrovamento di eccezionale valore storicoreligioso in una cantina del Centro storico di uno dei più caratteistici centri del viterbese, ad opera del dottor Gilberto di Benedetto, psicologo e studioso di chiara fama internazionale che deve la sua notorietà alle battaglie cosiali, umane e culturali del secolo. E stato recentemente ritrovato in circostanze eccezionali dentro una grotta di tufo in Bassano Romano paese del Viterbese di fronte al santuario della madonna del canale un antico quadro raffigurante una madonna sanguinante L’affresco della misteriosa Madonna madonna Ritrovata aBassano Romano raffigura con uno stile romanico bizantineggiante una delle Madonne del latte, assai diffuse nel periodo tra il XIII e il XVI secolo . Seduta in trono con Gesù Bambino benedicente sulle ginocchia, la Madonna è rappresentata nella sua funzione di madre-nutrice del Figlio di Dio; nella destra ostenta tre rose, il “fiore dei vergini” e il simbolo del Rosario. Ai piedi dell’immagine un cartiglio annunzia il significato teologico della missione di Maria: “In gremio Matris sedet sapientia Patris” (“In grembo alla Madre sta la sapienza del Padre”), espressione tipica dei Padri della Chiesa, non estranea alla cultura classica pagana. La devozione popolare vedeva anche nel seno della Vergine un segno di protezione e di buon auspicio rivolto alle puerpere in tempi in cui non si trovavano “succedanei” al latte. Inspiegabili i motivi del sotterramento che risale a circa duecento anni fa si potrebbe ipotizzare che a seguito dell’invasione napoleonica i Bassanesi abbiano voluto nascondere la preziosa reliquia dalla violenza delle truppe Napoleoniche. Nel 1797, data riportata sul retro dell’antico quadro della Madonna della Pietà, gelosamente custodito nel santuario di Bassano Romano , Si riversava in Italia, minacciosa e distruttrice, l’armata napoleonica, sospinta dall’odio religioso della Rivoluzione Francese. Era il tempo in cui le Immagini della Vergine in molti santuari d’Italia si videro lacrimare , sanguinare, e muovere gli occhi, segni premonitori di calamità e insieme di garanzia di intercessione da parte della Madre della Misericordia. Bassano non fu risparmiata. Distruzioni, saccheggi e sfregi lasciarono la popolazione allibita. Particolare odio si riversò anche sulla Chiesa di S.Filippo, ove da allora è custodita la sacra Immagine, Riporta il Vescovo Mons. Anselmo Basilici nel 1818, attingendo ad una cronaca del tempo: “Nel saccheggio poi che questa popolazione soffrì dalle truppe francesi nell’anno 1799, essendo entrati i soldati nella Chiesa di S.Filippo ed avendo derubate le cose preziose e devastate le sagre reliquie, fra gli altri sacrilegi attentati avendo rinvenuto nella credenza delle reliquie sagre anche il nome di S.Adriana Martire, le presero, infransero i cristalli e diedero dei colpi di fucile al ven. capo della santa…il 31 luglio fu rotta l’urna, infranta la testa e distrutta l’autentica”. Ben due saccheggi ebbe Bassano, tuttavia nessun bassanese mori’ sotto le incursioni dei francesi, che furono presi d’assalto da una folla di cittadini armati barricati nel Palazzo, fuggirono vergognosamente, mentre le campane suonavano a stormo e il popolo gridava. “Evviva Maria”.
    pRESTO VERRA’ dONATA AGLI ABITANTI DI bASSANO rOMANO

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  3. Bella questa giovinezza aspra e appassionata, che per certi aspetti potrebbe stare per la vita tout court. Forse la grazia ha sempre anche qualcosa di terribile… E bello quel balcone in copertina.

    Grazie a Giovanni, e complimenti all’autore e all’editore, già riconoscibile per la qualità delle proposte.

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  4. Grazie a voi, Roberto e Giorgio.
    Più che legittimi i vostri dubbi sulla grazia, che sono, naturalmente, anche i miei. Chissà se può intervenire, Emidio…
    Un caro saluto
    Giovanni

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  5. Cari amici, un grazie innanzi tutto. E’ vero, credo che solo i mistici sperimentino la grazia senza prima aver incontrato il panico! perché in loro l’orgoglio è già morto…
    Noi, purtroppo, più ci spingiamo in profondità più cresciamo spesso in tracotante consapevolezza. E lì, quando il muro cede, lì si riverbera colui che raddrizza e accieca!
    Poi, lentamente, molto lentamente, attraverso il dolore, un soffuso chiarore appare…
    Ma non oso dirne il Nome.

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  6. Un ringraziamento per l’ospitalità ai carissimi Fabrizio e Giovanni. Non ho fatto in tempo ad avvisare il mio autore. Eccellente scrittore, Emidio! Sulla Grazie e sul Panico, concordo, anche se, debbo dire, di non aver mai provato la netta sensazione di essere al cospetto della “Grazia”. Neanche dopo un duro camminare nel deserto dei dolori e dei sacrifici. Forse, per questa mia carenza, ho apprezzato in modo particolare l’itinerario percorso dal protagonista di questo delizioso romanzo breve. Dice comunque bene Davòli, quando afferma che questo lavoro è in sostanza una dichiarazione di Poetica. Io aggiungo pure: potrebbe risultare una dichiarazione sulla meta-scrittura, in senso lato.
    Gianfranco

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