LA POESIA E LO SPIRITO. Racconto di Felice Muolo

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di Felice Muolo


     Da piccolo abitavo sulla muraglia. Non quella cinese. Mi riferisco al muro di cinta che nell’antichità circondava interamente il mio paese, la parte sopravvissuta a strapiombo sul mare. Ogni mattina, quando mi svegliavo, vedevo il sole che sorgeva dal mare ed entrava in casa, nei miei occhi. Sul mare c’erano quasi sempre le barche che i pescatori conducevano a braccia. Lo spettacolo era stupendo, lo contemplavo a lungo. Il ripetuto incontro con la natura certamente ha influito col mio carattere: mi ha reso solitario. Non ombroso, malinconico ma uno che sta bene con se stesso, ama il silenzio, rifugge le chiacchiere della gente.
     Tra il muro di cinta e casa mia c’era uno slargo. Ero ancora ragazzo quando mio padre ritornò dalla prima guerra mondiale. Rifiutando qualche promozione, aveva evitato la prima linea ed era riuscito a cavarsela. Sullo slargo riprese a svolgere il suo mestiere. Fabbricava fiscoli. Costruiva scale di corda. Intrecciava fondali di sedie con peli di cocco. La maggior parte della sua giornata camminava all’indietro, come i gamberi, su quel piazzale. Legava la stoppa a dei ganci infissi su un supporto di legno collegato con una grande ruota che un giovane girava con la forza delle braccia, e la filava. Era un bell’uomo, con i baffoni e un carattere allegro. Mia madre se l’era sposato per le sue guance rosse come le pesche, diceva. Non le era importato che il suo lavoro non rendeva granché, che quello che guadagnava bastava solo a se stesso, lo spendeva per fumare e in trattoria con gli amici. Ci pensava lei a mantenere la famiglia. Faceva l’ortolana. Si era venduta una casa ereditata da suo padre e con il ricavato aveva comprato un orto, proprio attaccato al paese. Ricavava un bel po’ di soldi a lavorarci dentro da mattina a sera e ne metteva da parte. Era molto parsimoniosa, un limone senza sugo. Quando le chiedevo del denaro, m’incitava a guadagnarmelo, a darle una mano. Mi stava bene. Preferivo avere la zappa che la penna nelle mani, stare all’aria aperta. A scuola, al chiuso, non riuscivo a fantasticare, non mi andava proprio di starci. Ho abbandonato presto gli studi per lavorare la terra. Delle mie due sorelle più giovani di me, una ebbe la mia stessa sorte. L’altra studiò a più non posso. Studiava a lume di candela, per risparmiare la corrente elettrica. Si laureò. Fu la prima donna di tutta la nostra parentela a conseguire un titolo di studio di valore.
     Praticamente, fino all’età del militare, questa è stata la mia vita. Sono rimasto sempre al paese. Ho solo traslocato. Sono andato ad abitare con la mia famiglia in una casa confinante con l’orto in cui lavoravo. Mio padre ha continuato a svolgere la sua attività sul marciapiede davanti alla nuova abitazione. Si andava avanti bene così, fino a quando non sono partito. Poi è scoppiata la seconda guerra mondiale.
     Ero appena tornato dal militare e avevo ripreso a lavorare nell’orto. Mi era dispiaciuto andarmene ed ora ero contento di averlo ritrovato. Godevo un sacco girarci dentro a piedi nudi, mentre zappavo, piantavo ortaggi, li liberavo dalle erbacce, ne raccoglievo i frutti. Lo percorrevo in lungo e in largo quando innaffiavo, con le anfore di zinco colme d’acqua appese alle braccia. Non esisteva altro modo meno faticoso. Mi detergevo continuamente il sudore dalla fronte con gli avambracci, non avendo mai le mani libere o pulite per potermene servire.    
     Partii in guerra a malincuore ma non ne feci una malattia. Ero un ragazzone alto, forte, pieno di salute e non avevo paura di niente. Per la mia prestanza fisica, mi spedivano dove c’era da menare le mani che presenziare come picchetto d’onore. Ottenevo delle licenze premio grazie al mio coraggio e al mio fisico atletico. Allora ritornavo volentieri a casa, felice di poter riprendere a lavorare la terra. Soprattutto perché avevo messo gli occhi su una ragazza e lei li aveva messi su di me. Abitava in collina ma la sua famiglia possedeva una casa al mio paese che occupava d’estate ed era amica dei miei. Fu facile quindi entrare in relazione con lei. Era bella, alta e magra, aveva gli occhi verdi e i capelli del colore del grano maturo. Impossibile resisterle. Mi fidanzai con lei e ci sposammo in quattro e quattr’otto. 
     Mettemmo al mondo i primi due figli durante la guerra, un altro paio finita la guerra. Ne avremmo continuato a farne se la vita improvvisamente non fosse cambiata: diventava sempre più cara. I cavalli, i muli e gli asini che circolavano nel paese un po’ alla volta sparirono, rimpiazzati da camion, macchine e motociclette. Nelle case era arrivata l’acqua corrente e cominciavano a comparire gli elettrodomestici. I soldi non erano più sufficienti per nutrirsi, vestirsi e pagare il fitto di casa, per chi non ne possedeva una. Si lavorava per procurarsi i beni di secondaria importanza, superflui, come oggi e pagare le bollette. Non ci capivo più niente, non vedevo la ragione di dover spendere tanto denaro in quel modo.
     Mia moglie considerò che il mio lavoro non fosse più in grado di mantenere una famiglia e pretese che i nostri figli non dovessero esercitarlo, dovessero conseguire un titolo di studio. Io ero contrario ma lei la spuntò. La scelta finì per dare un colpo devastante alle nostre già scarse risorse finanziarie. In un modo o nell’altro, tutti e quattro i ragazzi riuscirono a diplomarsi. Di questo e altro si compone la mia esistenza, riassunta in questo breve testo che mio figlio ha scritto immedesimandosi in me, per coglierne la poesia e lo spirito a quasi un quarto di secolo dalla mia scomparsa.

 ***

  Felice Muolo è nato e vive a Monopoli (BA). Da ragazzo ha viaggiato per l’Europa con l’autostop e lavorato nei campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale. Divenuto direttore d’albergo e giornalista pubblicista, ha abbandonato entrambe le attività per dedicarsi completamente a scrivere romanzi. Ne ha pubblicati cinque: Magda, Angelo, Complanare putta, Cristo non si corica e Il ruolo dei gatti.

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