La casa sulla cascata

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di Aldo Cazzullo

MILANO – «Ho ringraziato Dio, o la sorte, che Sergio sia morto tra le mie braccia, e non in quella clinica. Per avergli detto addio in volo, il sabato di Pasqua, sull’aereo che lo portava in Olanda, anziché consegnarlo a un medico. Per averlo tenuto abbracciato fino a quando non lo sentii freddo, anziché affidare il suo corpo vivo all’eutanasia. Capisco l’angoscia del signor Englaro, per averne vissuta una diversa ma forse persino più grande. Più grande perché Eluana in realtà è morta diciassette anni fa, mentre Sergio camminava, parlava, era consapevole, aveva scelto di morire, e mi aveva chiesto di stargli accanto, di far sì che accadesse. Un compito terribile, che mi terrorizzava. Ma l’avrei fatto. Così come ritengo abbia il diritto di farlo Beppino Englaro».

Gianni Vattimo non è soltanto il filosofo italiano più noto all’estero, che da sempre ragiona sulla vita e sulla morte. È un uomo che ha molto amato e sofferto, e si è trovato a dover affrontare l’eutanasia di una persona cara. Una storia che racconta oggi per la prima volta, con voce bassa, raccomandando solo di scriverla fedelmente, «senza troppi piagnistei». «Era un volo New York-Francoforte-Amsterdam. Pasqua 2003. Sergio, il mio compagno da undici anni, aveva scoperto tre mesi prima di avere un tumore al polmone sinistro. Inoperabile. Incurabile. Mi disse che aveva già perso una sorella in quel modo. L’aveva vista che smagriva e si spegneva ogni giorno, era ridotta a una larva, eppure non moriva mai. Piuttosto che finire così, disse, meglio l’eutanasia. Ne parlai con i amici medici. Ci iscrivemmo all’associazione Dignitas, in Svizzera, che garantisce assistenza; ma scoprimmo che si limitava a fornire la pillola, da prendere poi a casa propria. Non ce la siamo sentita. Poi presi contatto con un medico olandese, di origine italiana. Ci propose: venite qui. Non si trattava ovviamente di uccidere Sergio in un secondo, ma di non farlo soffrire, di affrettarne la fine in una situazione meno tesa che in Italia. Accettammo. Sergio chiese solo, prima di andare ad Amsterdam, di fare un ultimo viaggio insieme, in America, per realizzare il suo sogno di storico dell’architettura: vedere la casa sulla cascata che Lloyd Wright aveva costruito in Pennsylvania».

«Sergio andò a prendere congedo dalla madre, a Torino. Fu un momento molto doloroso, ma lui era sereno, e convincente. Disse che la sua vita era stata felice, che a 47 anni aveva visto mezzo mondo; e in effetti insieme eravamo stati dappertutto, in India, in Africa, in Sud America. Ci mancava quell’ultimo viaggio. Arrivammo a Los Angeles, passammo in California qualche giorno, ma lui la notte stava male, non riusciva a dormire, e procurarsi antidolorifici era complicato. Poi volammo a Pittsburgh, e in due ore di macchina eravamo nella casa sulla cascata. Era il venerdì santo. Un posto bellissimo, in cui però non tornerei per nulla al mondo. Sergio non riuscì neppure a salire al secondo piano, tanto era debole. Partimmo verso New York. Il volo Lufthansa per Francoforte-Amsterdam decollava sabato pomeriggio. Sergio mi disse che voleva vedere per l’ultima volta Manhattan e comprare un vaso Anni ‘30 di Scarpa, il suo designer preferito; lo trovammo, ma quel giro lo stancò molto».

«All’imbarco era molto debole. Chiesi agli steward di portare a bordo dell’ossigeno, mi dissero che non era possibile. Fingemmo di star bene e ci imbarcammo, lui reggendosi al bastone. Avevamo i biglietti di business, nelle prime file. Dopo due ore di volo Sergio andò in bagno, e non uscì più. Forzai la porta. Lo trovai che respirava appena. Tentai di rianimarlo, a bordo c’era un medico che provò la respirazione bocca a bocca, ma non c’era più nulla da fare. L’ho tenuto stretto fin quando non l’ho sentito freddo. E ho trovato consolazione in un solo pensiero, non doverlo accompagnare in quella clinica». «Sergio aveva un coraggio da leone: voleva morire, e morire bene. Accanto a me aveva assistito a una lunga agonia: quella del mio primo compagno, Gianpiero Cavaglià. Sergio Mamino era venuto a vivere da noi nel 1977, quand’era studente universitario e io preside di facoltà. Eravamo una famiglia allargata… Nell’86 Gianpiero scoprì di avere l’Aids. Anni di patimenti, complicazioni, malattie sopravvenute, tra cui l’epilessia. Ingoiando l’intera confezione di pastiglie contro l’epilessia, il mattino di Pasqua del 2002, Gianpiero tentò di suicidarsi. Lo salvammo, e mentre io chiamavo l’ambulanza Sergio faceva sparire un biglietto che avevo appena intravisto, in cui Gianpiero chiedeva di essere perdonato. Un medico mi disse che avrei fatto meglio a lasciarlo andare. Ma qualche sera dopo, vedendo un film insieme, gli chiesi se era felice di esserci ancora. Mi rispose che era sereno. Gli restavano sei mesi. Si spense alla fine dell’anno».

«Credo che nessuno possa condannare la scelta del padre di Eluana. Tanto meno la Chiesa. Io mi sono formato nell’Azione Cattolica, sono credente da sempre, piuttosto che diventare come Odifreddi e Flores d’Arcais crederei pure a Fatima; ma sono sempre più critico verso la Chiesa e questo suo modo di terrorizzare i cristiani. L’insistenza per tener viva Eluana è uno scandalo. Fin dallo stoicismo e dai martiri cristiani, l’uomo rinuncia alla vita che ritiene non degna di essere vissuta. Sostenere che la vita appartiene a Dio, e solo Dio può liberarti dall’agonia e dalla sofferenza, significa costruire un inferno tecnologicamente aggiornato».

pubblicato su Il Corriere della Sera il 4 febbraio 2009

19 pensieri su “La casa sulla cascata

  1. MILANO – Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

    È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
    «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

    Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile?
    «Piano, piano… inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».

    Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
    «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia…».

    Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
    «Bisogna stare molto vicini a questo padre».

    Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
    «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

    Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
    «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

    Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo?
    «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».

    Che cosa?
    «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

    da qui

    http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/jannacci_eluana_fabio_cutri_1fd6ba3e-f41a-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

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  2. Io credo che sul caso Englaro, al di là di opinioni personali, e certezze che credo nessuno abbia veramente, andrebbe assicurato un minimo di rispetto per le scelte dolorose, ma a lungo meditate di una famiglia. Rispetto, e silenzio. Invece mi fa orrore la violenza di certe gerarchie ecclesiastiche, questa totale mancanza di pietà, questo scatenare le manifestazioni di esaltati. E provo orrore per la strumentalizzazione del governo, che è talmente ansioso di compiacere la gerarchia ecclesiastica che ha appena annunciato che promulgherà un decreto per impedire l’attuazione della sentenza, e la volontà della famiglia. Berlusconi ha annunciato che procederà anche se Napolitano non firma. E faranno una legge sul testamento biologico che impedirà qualunque intervento delle famiglie sui destini dei loro cari condannati a malattie irreversibili. Il governo che entra nelle scelte più intime delle persone, che fa violenza sui destini, sul dolore. Questi sono personaggi totalmente immorali e amorali, violenti e senza pietà, al governo del paese.

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  3. Finalmente un Presidente:

    il Quirinale rifiuta la firma: “E’ un provvedimento incostituzionale, in contrasto con sentenze passate in giudicato”. Ma Berlusconi replica duro: “Pronto a cambiare la Costituzione sui decreti d’urgenza. Convocherò il Parlamento per approvare entro tre giorni una legge che contenga la norma sull’idratazione e l’alimentazione prevista dal decreto”. Il premier cita il costituzionalista Valerio Onida che replica: “Strumentalizza, non c’entro nulla con il decreto”.
    (da “la Repubblica”)

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  4. Le testimonianze citate qui di Vattimo, di Jannacci sono veramente significative, umanissime, imèportanti.

    La cosa tuttavia che mi sconvolge di più, e davvero, è che questo caso viene usato, strumentalizzato dai media ufficiali, per “distrarre”, divergere l’attenzione sul caso umano,
    perchè l’italiano non stia a badare troppo alla crisi economica mondiale, alla disoccupazione, alla sottoccupazione, alla costituzione evidente della nuova oligarchia ed a mille altri problemi gravissimi di questo paese.
    Le notizie più “in voga” sono quelle del caso Englaro e del delitto di Perugia.
    E’ pur vero che c’è in piedi un emblematico conflitto di poteri tra Quirinale, Alì Berlù e i suoi quarantamila ladroni,
    però questo caso non avrebbe avuto questa eco solo un anno fa.

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  5. Proprio questa mattina ho condiviso un’ora di “lezione” sul caso Eluana in una classe di 5a liceo con il mio collega di religione Antonio, persona squisita e preparatissima. Lui ha esposto, in sostanza, la posizione vaticana: le creature di libero arbitrio (i.e. homines) non hanno disponibilità della propria vita, neppure in casi estremi. Punto. Io ho espresso buona parte dei miei dubbi. Sui pronunciamenti dei medici sull’assenza di coscienza negli stati vegetativi. Sulla difficoltà di sapere che cosa Eluana abbia voluto per sé. Su che cosa sia un essere umano. Su che cosa sia vita.
    Qui, più che dire che nessuno come quel povero padre abbia il titolo e l’autorità morale per parlare, non so che cosa si può aggiungere. La classe è stata partecipe, in maggioranza solidale con il padre.

    Adesso siamo nel pieno di una crisi istituzionale senza precedenti, da cui non verrà niente di buono. Hai un bel dire dei valori laici, della separazione dei poteri, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sulla libertà di fede e coscienza, ti si risponde: “Eluana potrebbe fare figli”, e niente di più atroce potrebbe essere detto al padre, nessuna beffa della sorte, nessuna disgrazia umana può uguagliare l’oscenità di questa frase.

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  6. Perché dovremmo metterci al posto di Dio? Che ne sappiamo noi di quello che pensa, non la dottrina, ma Dio? Proviamo a capire il padre. Se Dio è anche padre. E abbassiamo i riflettori. Non speculiamo sulla famiglia Englaro, non è tollerabile. Lasciamoli in pace, se la morte è anche pace.
    Chi non potrebbe volere la pace?

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  7. Allora, faccio domanda scomoda,
    ma questo caso è una vera dannazione:
    Perchè il signor Englaro (con tutto il rispetto per il suo dolore) non ha portato sua figlia anni fa a morire degnamente con una iniezione in un paese “civile”?
    Io ho dato disposizioni ai miei figli affinché non mi si lasci vivere da “insensato”, privo di conoscenza e in condizioni di dipendenza totale da farmaci.

    C’è una paura terribile, una censura, un’autocensura in Italia nel pronunciare la parola “eutanasia”.
    Se la vita è sacra perchè quelli che manifestano fuori della clinica di Udine non partono per qualche paese africano, asiatico, e non vanno in qualche ospedale a aiutare quelli che crepano di stenti?
    Perché non fanno da salvagente per quei poveracci che si buttano in barconi schifosi e affogano poi nei pressi di Lampedusa?

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  8. Questa faccenda mi lascia molto perplesso. Non hanno senso gli estremisti e le estremiste cattoliche che urlano la loro rabbia, che di rabbia si tratta non di amore, davanti all’ambulanza che trasporta Eluana, ma mi lascia altrettanto perplesso un padre che vuol far morire la figlia di fame e di sete. Lo stesso dubbio di MarioB: perché non si carica la figlia su un aereo e non la porta in Olanda a morire con dignità invece di massacrarla di fame e di sete?

    Nemmeno un cane lasci morire di fame e di sete: gli spari, ma non lo lasci morire in quel modo.

    Blackjack.

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  9. Il tema “eutanasia” è a suo modo collegato ad un altro tema scottante, evitato, rimosso, cioè il suicidio.
    Io non sono in grado di scrivere un post scientificamente, storicamente documentato su questo ingombrante discorso che si riferisce ad un preciso atto,
    tuttavia credo che questo blog LPELS essendo frequentato da cattolici professi, da cristiani sfumati & svariati e da non credenti sarebbe il luogo adatto per dibattere.
    Chi ne è in grado lo faccia, lo scriva, grazie.

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  10. La pubblicità di queste vicende così private ha il il merito di far riflettere e parlare (forse in questi giorni con toni esagerati) intorno al “morire” e al vivere in certe condizioni (coma – malati terminali). Situazioni delicatissime in cui sostituirsi ai diretti interessati è impossibile. Meglio astenersi da posizioni estreme, tenendo conto che senza alcun clamore, ogni giorno qualcuno negli ospedali viene aiutato a vivere e anche a morire. Chi vive una situazione di malattia estrema o cronica grave, si affida ed è affidato in tutto e per tutto alle persone care e al personale sanitario che lo cura. Lì si gioca l’esistere giorno per giorno e ogni esperienza è unica. Però a livello generale si deve trovare una formulazione, la più corretta ed aperta possibile. Più che di fare battaglie in un senso o nell’altro, si tratta di trovare una dimensione anche legislativa sufficientemente rispettosa della libertà di scelta del malato e della famiglia (in primis), sempre supportati dalla competenza professionale ed umana del personale sanitario. Insomma un po’ più di fiducia nel senso di responsabilità delle persone, nella “maturità” complessiva di un popolo, che ha già le risorse per prendere decisioni su temi così importanti.

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  11. Scusate la mia ignoranza provocatoria, ma che differenza c’è tra una “sentenza di morte” e una “eutanasia”?

    Prendiamo il caso Olandese che conosco bene:

    Quando si osanna L’Olanda paradiso terrestre della morte “Bella” e condanniamo altri stati dove la condanna a morte è “Bruta” dobbiamo tenere in considerazione che l’Olanda in materia di “pena di morte” è una fucina di nazisti non di poco conto, perché all’Aia si architettano e si consumano i più feroci omicidi presidenziali. Se il presidente “nemico” non si arrende e viene arrestato dla Tribunale Internazionale che sta all’Aia, e chissà perché l’arrestato muore sempre nelle patrie galere olandesi per motivi di “salute”, sentenziando anche due o tre presidenti alla settimana: vedi il caso Milosevic e i suoi ministri. Nessun presidente di Stato arrestato e processato dall T.I. è in vita.

    Quindi, prendiamo le dovute distanze dall’Olanda e dalle sue “eutanasie” inquinate di assassini.

    Oggi viviamo in una società “Occidentale” che di occidentale ha ben poco dopo l’entrata ufficiale della scienza in tutti i settori della vita sociale, dove lo stesso Roberto Plevano, qui presente, ci ha messo in luce la sentenza a morte del tipo “bella” dell’intera classe scolastica di minorenni che poco o nulla sanno sul che cosa sia la “Morte”.

    Quando si parla di Morte, si fanno gesti scaramantici e scongiuri in quanto è stata annientata la cultura della Morte quale entità sovrumana al di la della Vita. La parola Morte è scomparsa dalla Poesia, dalla Musica, dalla Letteratura moderna.
    Morte oggi la si scrive con la minuscola “morte” in quanto, la scienza oggi è la divinità assoluta della Materia. Rubbia scienziato atomico, sta cercando di spingersi verso l’antimateria sapendola fucina dalla quale passa ogni tipo di energia vitale. Quindi secondo il modello giudaico-scientifico, esiste solo la Vita fino a che non si trova il passaggio zero assoluto dove l’antimateria si trasforma in materia e viceversa. Infatti i devoti discendenti di Abramo non contemplano l’Anima , ma la sol Vita.

    Se il risultato scolastico del prof. Roberto Plevano, ha sentenziato la condanna a morte eutanasistica per pietà verso il padre e la stessa vittima, il professore R.P dovrebbe porsi alcune domande inquetanti, e una di queste è, se la sentenza scolastica sia stata dettata dall’emotività “giovanile” o per ignoranza in materia di Morte.
    La democrazia moderna, oltre a forgiare ottimi pensieri e deduzioni tecno-sociali, forgia anche pensieri semplicistici, e legifera anche semplicisticamente, a motivo dalla fretta. Non a caso, i giuristi mondiali dichiarano che l’Italia non sa legiferare, e che i comma aggiuntivi sono dovuti alla frettolosa strategia di chiudere una legge incastrando il nemico parlamentare. Ma ci sono tribunali, come quelli religiosi, che non avendo fretta di sentenziare, spulciano in modo scientifico-religioso, tutti i cavilli per la giustezza della legge stessa. Certo, nel frattempo si soffre una morte “Bruta”, ma voglio ricordare ai presenti che l’Oppio è un dono della natura per sopperire al dolore finale. Altrimenti, l’eutanasia è, e resta, una sentenza di Morte se perpetuata da altri, trasformandosi in “suicidio” se perpetuata dal paziente stesso.

    enea

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  12. Evvai con l’oppio! 🙂 W Enea che mi fa ridere in questo pesante giorno di tentativo di ingresso in dittatura! Ci sei mai stato in Cina? Quelle esotiche sale oscure con le pipe da oppio lunghe e serpentine?

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  13. hehehe… *____=

    per mia fortuna, in Vita ho frequentto solo dentisti…

    Per la dittatura non ti preoccupare, se hai studiato Carlo Marx, siamo alla frutta in tutti i sensi.
    Il peggio deve ancora arrivare.

    ciao

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  14. @ n. 13
    Gentile signore,
    mi permetta una precisazione. La mia attuale 5a liceo è composta da studenti ad ieri (6 febbraio) tutti maggiorenni, perlomeno anagraficamente.
    Quanto al resto, ho qualche difficoltà a seguire il suo discorso (anche a livello sintattico, devo dire).

    (???)

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  15. @ n. 13
    Gentile signore,
    mi permetta una precisazione. La mia attuale 5a liceo è composta da studenti ad ieri (6 febbraio) tutti maggiorenni, perlomeno anagraficamente.
    Quanto al resto, ho qualche difficoltà a seguire il suo discorso (anche a livello sintattico, devo dire).

    dove lo stesso Roberto Plevano, qui presente, ci ha messo in luce la sentenza a morte del tipo “bella” dell’intera classe scolastica di minorenni che poco o nulla sanno sul che cosa sia la “Morte”
    (???)

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  16. opss…se maggiorenni, allora la loro sentenza è veramente tragica.

    1- Un corpo tenuto in vita artificialmente, è patrimonio della scienza e quindi non si tocca. L’esperimento deve continuare.

    2- L’Anima è patrimonio dei metafisici, quindi non si tocca, la si lasci nel Limbo.

    3- La Pena Capitale, in italia è vietata e quindi quella Vita è sotto tutela della legge e dello Stato.

    Se s’infrange uno di questi tre punti, scatta di fatto un reato.

    Per quanto riguarda il testamento biologico, siamo arrivati alla stipolazione di un contratto notarile tragicomico. Testamento dell’avere privo di dell’essere.
    Ne ho visti tanti di atei aggraplarsi, in quell “ultimo istante” chiedendo disperatamente di essere salvati anche se terminali; oppure gridare disperatamente di “aiutarli a morire” perche incapaci. Professore, non abbiamo piu la cultura dell Morte.

    Per qunto riguarda la mia sintassi, so questa soggetta all’incomprensione in quanto, il mio arco si apre ha 60 anni, da non confondeli coi 60 gradi geometrici o termici. Quindi lancio molto in la, oltre il vissuto di chi legge. Di questo mi rendo conto.
    Ma si sa, fare poesia esteticamente grammaticata, evidenza la vuotezza vissuta del poeta, preferendo la timbrica o buona fonetica anche se sgrammaticata, barbara e disperata. E’ il contenuto che abbiamo perso e non la forma. Siamo diventati tutti formalisti. Peccato! anche qui.

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  17. @ 18
    Gentile signore,
    se ho capito qualcosa di quanto Lei dice (si sa che l’umano intelletto ha dei limiti), credo che Lei abbia preso dei dubbi (non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, dubbi espressi @ 6) per apodittici pronunciamenti, e contestualmente Lei abbia preso una discussione in aula scolastica con espressione di opinioni per sentenze, qua si fossero atti formali di legislazione, ispirati da abissale ignoranza su che cosa sia Morte.
    Che le devo dire, ognuno si tiene i suoi punti di vista, come quello che tutto riduce a Tecnica e dominio (o ad avvento dell’Anticristo).
    A giudicare dal nome che Lei attribuisce a se stesso, presumo che Lei concordi con il fatto che Atropo decide (e recide) i fili delle esistenze, umane e divine. Qui da questa parte rimane solo la pietas di un unico padre da un lato, e le incerte leggi della polis, sofisti e sicofanti dall’altro.
    Guardi che questa è autentica materia di tragedia.

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