“Libeccio” – Intervista a Folco Quilici

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Folco Quilici, giornalista, scrittore e regista, è il protagonista per eccellenza della storia del documentario di cultura e viaggio in Italia. In questa intervista cercheremo di scavare un po’ più a fondo nei “segreti” e nello spirito del suo affascinante lavoro, prendendo spunto dall’uscita del suo ultimo romanzo, “Libeccio” (ed. Mondadori, 2008).

Nato a Ferrara nel 1930 da Nello Quilici (giornalista, storico e scrittore) e Mimì Buzzacchi (pittrice), Folco Quilici ha realizzato un’enorme quantità di documentari su gran parte dei paesi del mondo, e specialmente sul rapporto tra l’uomo e il mare. Ricordiamo in modo particolare i suoi lavori “Sesto continente” (Premio Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954), “Ultimo paradiso” (Orso d’Argento al Festival di Berlino del 1956, tratto da un testo di Ennio Flaiano ed Emilio Cecchi) e “Oceano” (Premio Speciale Festival di Taormina del 1971 e Premio David di Donatello del 1972).
È stato inoltre autore di numerosi film di argomento artistico, come la serie intitolata “L’Italia dal cielo”, il cui episodio “Toscana” ebbe nel 1972 la nomination all’Oscar.
Ha lavorato moltissimo per la televisione, in Italia e all’estero, con serie come “Alla scoperta dell’Africa” (1964-1965), “L’uomo europeo” (1976-1980), “Viaggi nella storia” (1992-1993) e “Italia infinita” (1996-2002). Per i film delle produzioni “Mediterraneo” (1971-1976) e “Uomo europeo”, ha collaborato con lo storico Fernand Braudel e l’antropologo Lévi-Strauss. In “L’Italia dal cielo” invece, intervennero autori come Italo Calvino, Leonardo Sciascia e Ignazio Silone.
Curatore della rubrica GEO Rete 3, RAI, dal 1971 al 1989, dal 2002 collabora con trasmissioni di viaggio del canale satellitare Marco Polo (Sky).
È autore di numerosi saggi: ricordiamo, tra gli altri, “Sesto continente” (1965), “Il riflesso dell’Islam” (1983), “Il mio Mediterraneo” (1992) e “Tobruk 1940” (2004), oltre alle opere biografiche “Amundsen” (1998) e “Jack London” (2000) (Premio Chianciano e Premio Castiglioncello), di cui è coautore insieme alla moglie Anna.
In campo narrativo, vanno menzionati, oltre al romanzo appena uscito, “Cacciatori di navi” (1985), tradotto anche negli Stati Uniti, “Cielo verde” (1997) e la serie “Alta profondità”, che comprende “L’abisso di Hatutu” (2001), “Mare Rosso” (2002), “I serpenti di Melqart” (2003) e “La Fenice del Bajkal” (2005).
Premio Campidoglio per la Carriera, per il giornalismo culturale, nel 1997, collabora fin dal 1954 con alcune tra le principale testate giornalistiche italiane: ricordiamo quotidiani come “La Stampa”, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale” e periodici come “Life”, “Epoca”, “Panorama” e l’“Europeo”. Ha poi insegnato presso l’Università di Bologna e quella di Berlino, e inoltre alla Terza Università Roma, alla Cattolica di Milano e all’Università di Padova, senza dimenticare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove si era diplomato da studente.
Le fotografie che ha realizzate a partire dal 1949 sono più di un milione, e sono adesso state affidate all’Archivio Alinari.
Secondo la rivista FORBES (2006), i suoi film e i suoi libri sull’ambiente e sulle culture del mondo ne fanno uno dei cento autori più influenti del mondo.


Intervista a Folco Quilici:

– Vorrei porle innanzitutto una domanda che si collega a temi che ho toccati su questo blog nel corso della serie di interviste legate ai viaggi e ai luoghi del mondo. Nel suo ultimo romanzo, “Libeccio”, i protagonisti sognano di raggiungere le terre del Nord America, per la corsa all’oro. Si può dire che il Nord rappresenti per lei la meta delle mete, in qualche modo il limite che non potrà mai essere superato, anche quando si sarà esplorato tutto l’esplorabile?

No, non è questo lo scopo del mio romanzo. I protagonisti sono tre ragazzi vissuti nella seconda metà dell’800, insofferenti della vita nella Lucchesia: si sono cambiati i nomi, ribattezzandosi Libeccio (detto Beccio), Tramontana e Maestrale. Hanno sentito parlare del Grande Nord, della ricerca dell’oro e soprattutto del primo filone dell’Eldorado in California. Sognano la libertà e li unisce un forte legame di amicizia. La barca su cui sono partiti quasi clandestinamente è una tale carretta che viene sequestrata a Buenos Aires, perciò si ritrovano bloccati in Argentina. Come raggiungere gli Stati Uniti? Arrivano forse anche a sentire l’esigenza di un ritorno in Italia, ma vengono poi coinvolti dagli ideali degli anarchici, che dopo l’assassinio di re Umberto I a Monza, nel 1900, sono ricercati ovunque, anche negli Stati Uniti e in America Latina, dove molti di loro sono emigrati. I tre ragazzi, però, più che degli anarchici sono degli idealisti. Tuttavia sono costretti a fuggire da Buenos Aires, il che li porterà ad affrontare situazioni di grande difficoltà, fino ad arrivare nell’America del Nord. Saranno passati 25 anni dalla partenza dall’Italia, e in Alaska la storia non finisce, ma inizia.

– Quanta parte del suo viaggiare si è svolta con lo spirito del regista, e quanta con quello dello scrittore? Oppure le due anime sono cresciute insieme, alimentandosi reciprocamente? Il suo sguardo sui luoghi è unitario e lo esprime indifferentemente in forma scritta o visiva, oppure ci sono ambienti, situazioni e atmosfere che chiamano di più la cinepresa, mentre altre si addicono maggiormente alla macchina fotografica o alla penna?

Si tratta di diverse ‘facce’ dello stesso mestiere, che è quello di documentare e vivere. Se cerco di riprodurre a tutto campo quello che ho visto e che voglio raccontare, vedo che l’immagine mi interessa quanto la parola, e filmare è come raccontare; ma non basta filmare, per raccontare la verità. Peraltro, molte delle cose che ho scritte non sarebbero accettabili né complete, se non fossero accompagnate anche da un filmato. E naturalmente c’è poi anche la fotografia, un parte importantissima del mio lavoro. Immagini e parola si fondono, insomma. Del resto – si pensi alla Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova –, spesso anche i pittori hanno raccontato delle ‘storie’ attraverso immagini. Certo, col cinema oggi l’impatto è maggiore. Il mio raccontare come andavano i polinesiani sott’acqua negli anni Cinquanta poteva essere interessante in sé, ma se inoltre facevo vedere che anche noi operatori andavamo sott’acqua con loro, si riusciva a realizzare un documento che dava al testo scritto un significato ben più ricco.

– Nel suo viaggiare, si è sentito attratto verso i luoghi da una sorta di daimon, insomma da un richiamo di natura spirituale o energetica, oppure ha prevalso lo spirito dello studioso, del ricercatore e del professionista?

Non posso dare una risposta valida per tutti i miei viaggi. Indubbiamente, però, da un’esperienza fatta durante il mio primo lavoro, “Sesto continente”, vidi e documentai non solo il fondo del mare, ma anche il lavoro dei pescatori di perle yemeniti. Capii allora che era un mondo che potevamo vedere per l’ultima volta, perché quelle tradizioni stavano per scomparire. Ecco il significato di quel documento e di altri simili, che ho prodotti in molti paesi: immagini di mondi che sono scomparsi. Ma, ancora una volta, quelle immagini non sarebbero nulla, se non avessero avuto in partenza il supporto letterario, ovvero la conoscenza di questi popoli, come di altri, che venivano dalle letture e dagli approfondimenti fatti, e poi dai testi che abbinavo ai filmati. Quindi, anche in questo caso, il punto di maggior interesse per me, e che mi ha spinto a viaggiare, è stata la volontà di conservare “documenti” visivi e testimonianze dirette di un mondo che stava scomparendo. Tant’è vero che il primo libro che proposi a Mondadori nel ‘57, e che non fu pubblicato, si intitolava “Gli ultimi occhi che hanno visto”.

– Il viaggio, a suo avviso, è necessariamente legato a ciò che è “lontano”? Oppure, indipendentemente da dove si va, anche se vicino, si viaggia?

Non serve la lontananza. L’importante è avere sempre un elemento di confronto, legato alle proprie origini: dunque bisogna conoscere il proprio territorio. Io, per esempio, ricordo di aver trovato delle affinità tra alcuni aspetti della cultura degli aborigeni della Nuova Guinea e quella degli abitanti di un piccolo villaggio delle alpi bergamasche, quale lo conobbi negli anni durante la guerra. Ci sono degli elementi di comparazione necessari, con la propria cultura e la propria esperienza, altrimenti si rischia di viaggiare ‘su una gamba sola’.

– Ci può dare una curiosità particolare su uno dei suoi viaggi? Un paese che mi interessa particolarmente è la Polonia. Potrebbe raccontarci un episodio che si è svolto qui?

In Polonia sono stato tre volte, una delle quali per un servizio sulla Madonna Nera di Częstochowa, che avevo affrontato nell’ottica antropologica di un confronto con alcune figure di dee-madri risalenti alla preistoria dell’uomo europeo: le “Veneri nere della terra”, la figura di Proserpina, ecc., nel culto cristiano filtrate e riemerse nel culto della Vergine, e che infatti ritroviamo in più chiese del Vecchio Continente, per esempio, appunto, in Polonia, ma anche in Toscana e a Barcellona. La mia ricerca, però, colpì e perfino turbò i cattolicissimi polacchi. Nelle mie teorie, peraltro, non c’era niente di blasfemo, ma la cosa per loro era difficile da accettare. Ricordo che ci misero a disposizione una troupe locale, che predispose un ‘set’ per l’apertura del palio metallico che copriva la Vergine di Częstochowa: quando questo si aprì, e io stavo per iniziare a parlare, tutti si inginocchiarono all’istante. E dire che erano ancora gli anni del comunismo sovietico! Era un’eccezionale prova di coraggio e di fede.

– Dall’alto della sua esperienza, che consiglio può dare a uno scrittore di viaggio, soprattutto giovane?

Posso dire quel che mio padre, da giornalista e scrittore qual era, mi disse quando ero bambino: prima di scrivere di viaggi leggi, leggi e ancora leggi. Anche perché è facile ripetere cose già dette, in questo campo. Venendo a letture particolarmente formative, resterei in ambito polacco, per consigliare le opere di un grande giornalista-scrittore-viaggiatore, Ryszard Kapuściński. Inoltre, un’ultima cosa, fondamentale: quando si viaggia, bisogna parlare con le persone che vivono nei luoghi, confrontarsi con loro e rendersi conto “da dentro” di cosa vuol dire abitare in un determinato luogo.

– Oggi che spazio c’è per l’esplorare? È possibile e consigliabile viaggiare restando ‘fuori dagli schemi’, al di là o al di fuori della morsa spesso soffocante del turismo organizzato e degli itinerari preordinati?

Sta tutto nella volontà del viaggiatore. Anche in un contesto turistico si può vedere coi propri occhi e fuori dagli schemi. Un viaggio “alternativo”, per altro verso, può comportare tante difficoltà finanziarie e organizzative che possono impedire di godere del viaggio stesso. Io, anche insieme alle troupe che mi accompagnano, ho sempre scelto le vie più agevoli, gli aerei più comodi e così via, per raggiungere la “zona di lavoro”; per poi entrare in una zona poco o per niente battuta, meta di quel mio viaggio o lavoro. Certo, anche percorrere a piedi l’Amazzonia può essere un’impresa interessante – sempre che si sopravviva! -, ma credo che oggi, nel XXI secolo, si possano cogliere e apprezzare molti più particolari di un luogo e una cultura seguendo piste tracciate e organizzate, sia pur conservando la capacità di guardare le cose con occhio “diverso” e capace di cogliere sfumature perfino sorprendenti. Io credo che, più si viaggia con comodità, senza acqua alla gola e rischi evitabili, più si possano apprezzare le caratteristiche di un determinato ambiente. Certo, non sempre è possibile. Io ho avuto la fortuna, nella maggior parte dei casi, di avere insieme a me mezzi professionali, per cui mi potevo muovere con una buona dose di libertà.

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