La discesa della classe creativa, di Andrea Sartori

cgilcisluilPropongo in lettura un breve racconto, tra realtà e finzione, nel quale può riconoscersi una discreta fetta di lavoratori alla prese con l’attuale crisi. Una crisi le cui ragioni affondano in un passato da favola neanche troppo remoto.

Il soffitto del parcheggio sotterraneo era basso, rigato da sottili file di neon e sprinkler antincendio, tratteggianti una ragnatela ingarbugliata di tubi, che si allungava sopra la testa degli impiegati. Erano stati riuniti a mezzogiorno proprio lì sotto, su invito del loro presidente, all’indomani del settimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. Il clima in azienda era venato di angoscia e il mercato, là fuori, non prometteva nulla di buono: due mesi e mezzo con le casse vuote, la banca d’affari Lehman Brothers già un passo oltre il precipizio, Alitalia sospesa nel vuoto, come un gatto Silvestro perplesso in contemplazione della propria morte, appena prima di schiantarsi. E poi i creditori incazzati ad intasare di telefonate il centralino, chiedendo di parlare con un interlocutore che era compito della receptionist volatilizzare nell’anonimato, nell’impersonalità di un referente amministrativo inafferrabile. Incolpevole.

Erano un’ottantina. Le donne in tailleur, gli uomini in giacca e cravatta, eleganti quasi fosse una festa, più che un incontro decisivo con il capo dell’azienda. Da oltre sessanta giorni gli stipendi non venivano accreditati sui conti correnti. I dipendenti che avevano acceso un mutuo cercavano di temporeggiare con le banche, i più giovani erano tornati a carico di mamma e papà, tutti gli altri avevano iniziato ad intaccare i risparmi: i propri, quelli del coniuge, ma anche quelli dei figli più abbienti. Nessuna comunicazione della direzione aveva nel frattempo portato chiarezza o rasserenato gli animi. Oltre due mesi erano passati nel silenzio assoluto, nell’assenza di spiegazioni.

Solo il destino, pensava Emilio sotto la luce artificiale che gli schiacciava i bulbi oculari, può permettersi altrettanto riserbo circa le proprie intenzioni. Per settimane, con la voce muta degli occhi sbarrati che s’incrociano nei corridoi, ognuno aveva chiesto all’altro che senso avesse continuare a lavorare lì, eppure nessuno aveva avuto il coraggio di formulare una richiesta formale di spiegazioni a chi di dovere. Quella non era una società sindacalizzata, ai bisogni dei lavoratori aveva sempre pensato direttamente l’azionista di maggioranza: con i laboratori d’improvvisazione teatrale, con la biblioteca aziendale, con le convention in lussuosi resort turistici nelle località più rinomate della penisola, con i biglietti gratuiti per lo spettacolo Riverdance, di cui lui era un entusiasta ammiratore. Di fronte a tanto paternalistico amore per i dipendenti, l’intervento sindacale sarebbe stato bestemmia, ingratitudine e tradimento. Dall’inizio dell’anno duemila, quando tutto sembrava ancora possibile, Emilio era stato catechizzato al culto di un’azienda diversa dalle altre, dinamica, creativa e solidale. Lui e gli altri erano stati abituati a pensare a se stessi non come ad “impiegati” pronti all’uso per l’esecuzione di una funzione, ma come a risorse umane, centri di conoscenza e di valore, microprocessori intelligenti di un business responsabile e a misura d’uomo. Emilio non era l’unico ad aver creduto di affrancarsi dalla schiavitù di un lavoro coatto, e di attingere alla creatività d’una professione autenticamente liberale, che gli prometteva di rompere con i ritmi della manifattura, con gli spazi angusti della produzione, in cambio di flessibilità negli orari, di aree di lavoro democratiche e trasparenti. Ed ora era anche lui vittima consapevole dell’ideologia dell’open space, della contraffazione post-fordista della sociologia olivettiana del lavoro, e si trovava a galleggiare come tutti nell’afoso seminterrato dell’azienda in cui aveva lavorato per otto anni, unico luogo in cui l’intero personale poteva essere ammassato per ascoltare la voce del presidente.

L’uomo tanto atteso entrò nell’ampio garage, e s’appoggiò di spalle al tavolino che la sua segretaria aveva allestito con rispettosa premura domestica, di fronte ad una trentina di sedie riservate alle signore. Queste ultime scacciavano da sé la sensazione d’essere capi di bestiame radunati per il macello, scambiandosi dei complimenti sull’abbigliamento indossato per l’occasione. Emilio notò, provando una stretta allo stomaco, che anche gli uomini lanciavano rapide occhiate cariche d’intenzione alle rispettive cravatte, quasi a fronteggiare l’imminente perdita della propria posizione nel mondo, con il patetico appiglio all’esteriorità dell’abito, unica evanescente garanzia d’uno status sociale ormai scivolato nell’indeterminatezza. Le parole del presidente non fecero però che togliere altro peso specifico alle residue certezze dei convocati, levando dalle loro esistenze quella forza di gravità naturale che consente di rimanere ancorati al suolo, e di allontanare con il semplice istinto della vita la sensazione d’abbandono in cui a volte scivolano i ruoli sociali, quando viene meno la base riconosciuta, contrattuale, della loro legittimazione.

Nessuno osò gridargli «faccia di merda!» quando spiegò che il mondo stava vivendo la più grande crisi economica dal 1929, o quando incolpò gli istituti di credito, prevalentemente americani, d’aver concesso mutui senza garanzie, esponendosi a morosità abissali che ora si ripercuotevano anche sulla sua azienda, o quando umiliò i dipendenti rinfacciando loro lo scarso impegno, la scarsa preparazione, la scarsa serietà, lo scarso senso di responsabilità, con cui avevano lavorato sino a quel momento. «La colpa è della crisi mondiale», disse il presidente, «ed anche vostra, perché non avete saputo interpretarne i segnali quando si manifestavano prima che divenissero irreversibili, adottando un comportamento aziendale idoneo». Così, da quel giorno, aggiunse il presidente, l’Ufficio Risorse Umane avrebbe proceduto a dei tagli, o meglio, a delle razionalizzazioni, che potevano essere evitate solo quanto più numerose fossero state le dimissioni volontarie. L’azienda sarebbe potuta rimanere in piedi solo con un personale ridotto all’osso, rassegnato a navigare nella tempesta. Ognuno aveva pertanto il dovere etico di condurre l’altro alle dimissioni, per consentire a chi rimaneva, a fronte di un imminente incremento di capitale, di tornare a godere d’uno stipendio decente.

Per effetto di quelle parole, Emilio vide lampeggiare, negli occhi di chi lo circondava, la tentazione della delazione, l’impulso della lotta ferina di tutti contro tutti. Nel cortocircuito del suo sguardo, chi indossava gessati dalle marcate righe parallele e chi sfoggiava decoltè, altri non era che un potenziale barbaro acculturato, un inselvatichito di ritorno, mentre termini come «razionalità», «ragionevolezza», «razionalizzazione», erano ormai diventati sinonimo di eliminazione, asservimento, desolazione. E l’uomo che premeva il tallone sulle loro teste, era lo stesso che a suo tempo era stato accecato dall’illusione d’una crescita lineare, da una illusione che poi aveva subito voluto vendere agli altri sotto forma di progetto aziendale, ma che solo lui poteva permettersi di coltivare, avendo a disposizione il capitale personale necessario e sufficiente ad alimentarla. Emilio ricordò i primi anni da stagista, quando aveva un disperato bisogno di credere in qualcosa che nessuno era più in grado di assicuragli: non l’università, che ormai conosceva a menadito ed aveva esplorato in tutte le sue possibilità; non la religione, che non gli dava il pane; non la famiglia, di fronte alla quale ne andava ormai della sua dignità di uomo indipendente. Si era tuffato nel sogno di un altro, poiché ne aveva avuto bisogno, e aveva scoperto in sé un inatteso senso di fiducia nel futuro. Aveva nuotato in un sogno in cui l’obbedienza doveva essere spazzata via dall’iniziativa personale, la disciplina dalla creatività, il timore reverenziale dalla fiducia, la gerarchia dalla stima e dal rispetto informali, come accade tra gli amici. Aveva creduto in chi aveva dato avvio ad un’impresa creativa a cavallo tra le costruzioni, le gestioni immobiliari ed il marketing del territorio, ovvero a qualche cosa che lui non sarebbe mai stato capace di fare. Forse solo di immaginare, questo sì. Ed ora eccolo lì, il conquistato senso della sua esistenza. Concentrato in una figura vestita di nero, che con parole arroganti teneva incatenate ottanta persone, e taceva dei propri sperperi, delle proprie visioni allucinate, divenute piano industriale: favole dalla grammatica evocativa e scorrevole, buone per essere raccontate ai giornali e alle televisioni. Buone a creare consenso e ad estorcere amore ed ammirazione, invidia e desiderio d’emulazione.

La sproporzionata asimmetria di quella riunione sotterranea, creava in Emilio una vertigine, che lo spingeva a cadere nel proprio sguardo, a confondersi con le immagini che s’offrivano ai suoi occhi. La luce dei neon s’era fatta ancora più intensa, il cemento del parcheggio ed il soffitto ottundevano l’aria e premevano le pareti delle sue tempie una contro l’altra, come a far schizzare fuori un cervello ormai in preda al panico del vuoto e dell’urlo. Nel giro di pochi minuti Emilio non percepì più chiaramente i contorni della figura che ancora stava parlando, e che reclamava il proprio diritto a non vendere l’azienda, perché l’azienda era «sua», come tutti coloro che vi lavoravano. I suoi cani. La macchia nera che il presidente era diventato, iniziò allora a liquefarsi nel bianco della luce artificiale, a confondersi con l’odore di benzina inondante il parcheggio sotterraneo, e prese a dilagare come una chiazza omogenea di carburante, pronta ad incendiarsi al minimo segnale d’attrito, alla più piccola scintilla verbale.

Nessuno seppe poi dire con certezza come accadde ciò che accadde, tanto meno Emilio, che alla prima sensazione di svenimento risalì ai piani superiori, sgattaiolando tra le auto allineate alle sue spalle. Mentre boccheggiava all’altezza dei tornelli d’ingresso, il respiro mozzato dagli eventi, avvertì una vibrazione improvvisa trasmettersi dal pavimento alla suola delle scarpe, tanto inattesa e violenta da farlo quasi cadere a terra. Mantenne l’equilibrio, e nella mente gli saettò una scheggia d’apocalisse: «Questa volta è finita davvero», pensò. Contemporaneamente, lungo tutti i piani si diffuse il sibilo intenso e monocorde d’una sirena d’allarme, a significare che s’era innescato il dispositivo antincendio. Udì grida concitate provenire dall’interrato, rumori di passi in corsa, clangore di porte di metallo sbattute. Emilio rimase paralizzato sulla soglia d’ingresso, incapace di uscire dall’edificio, ed immaginò le fiamme divampare tra i piloni del parcheggio, inseguire i colleghi terrorizzati, fare esplodere i serbatoi delle auto. La terra sotto di lui entrava in combustione e si sgretolava in crateri da eruzione vulcanica, da fine del mondo, facendo di quell’azienda il sarcofago incandescente di chi vi aveva lavorato per anni, o anche solo per pochi giorni.

Così pensava Emilio, fantasticando d’essere l’unico sopravvissuto ad un catastrofe della quale si sarebbe parlato per molto tempo a venire. Solo quando si aprì la porta che conduceva ai piani inferiori, e ne uscirono alla spicciolata, sconcertati, ma anche quasi divertiti, i primi colleghi inzuppati d’acqua, egli trovò la forza di scavalcare le barriere d’uscita, e di lasciarsi alle spalle un mondo invadente. Il capo leggermente piegato a guardare il cielo limpido, fece in tempo ad udire qualcuno inveire contro il presidente, che pareva si fosse acceso una sigaretta, al termine del suo discorso, ergendosi perpendicolare all’ugello termosensibile erogatore dell’acqua, sopra il suo capo. Un altro Napoleone sconfitto, ma impettito.

La camionetta dei pompieri s’arrestò di botto davanti al cancello, mentre Emilio prese con decisione a camminare lungo la strada dei suoi mattini e delle sue sere, mettendo questa volta una distanza via via più grande tra sé e il fradiciume di un sogno indigesto.

6 pensieri su “La discesa della classe creativa, di Andrea Sartori

  1. se non ci fosse stato qualcuno ad avvertirlo in tempo del sensore sopra la sua testa… ah, che scena sarebbe stata. quando avrei dato.

    bravo andrea.

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  2. Ringrazio Roberta e Lea per i loro commenti!

    Colgo l’occasione anche per ringrazie la quindicina di persone che mi ha fatto prevnire il proprio apprezzamento via mail e Facebook.

    Un caro saluto,

    A. S.

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  3. “Il Capitalismo è Morto”.

    Questa crisi economica ha la sua origine il 26 aprile 1986.
    Sono 22 anni che la seguo attentamente fino ad oggi.

    Andrea, cio’ che narri è sindrome (paranoia) oramai collettiva che colpisce la “privatizzazione “, e non a caso sta scoppiando ovunque c’è stata la “privatizzazione dei beni “comuni”. Inoltre, fai bene a ricordare la crisi del “29”, perché mentre allora fu creata artificialmente per il finanziamento in lingotti d’oro delle soldataglie fascio-nazi europee da opporre al socialismo e comunismo mondiale nascente, stavolta la crisi presenta due facce non previste dagli stratega dell’economia e politica capitalista: la prima è il “fallimento del capitalismo” quale modello economico mondiale per lo sviluppo industriale (quindi anche militare); la seconda è di natura ecologica, praticamente stanno finendo le scorte minerarie occultate dai vari stati e le scorte naturali del pianeta, nonché la stabilità dell’ intero ecosistema.
    Per ciò, i “sistemi umani” sono seriamente in pericolo non risparmiando nessun popolo.
    Quindi per salvare il nostro sistema occidentale, non solo dobbiamo rastrellare le ultime materie prime (minerali pregiati) in Afganista (la miniera a ciel sereno più ricca al mondo), uccidendo , uccidendo. uccidendo, ma oggi si parla anche di espropriare tutte le riserve naturali della Siberia da portare nel mercato della “Borsa Mondiale”.
    Ma un micidiale sistema di difesa russo (scudo stellare), ci sta tenendo alla larga da diversi anni da quelle ultime scorte, mentre le nostre intanto stanno finendo… anticipando bruscamente i consumi. Quindi ai piani alti si sta parlando di “Guerra” con la Gi maiuscola.

    E’ la spoliticizzazione globale ciò che evidenzia il tuo narrato, scoprendo tutta la fragilità del sistema fascista all’interno delle aziende e delle unità produttive capitaliste sempre in “guerra economica” tra loro (anche all’interno degli uffici), sistema politico mai democraticizzato. Praticamente nel mondo del lavoro “privato”, la democrazia non è mai entrata, sbausciandola apertamente e in grancassa nel sistema civile (praticamente la società del dopo lavoro).

    Andrea, comincia a pensare alla “grande svolta”, immaginando nuovi scenari dentro i quali si rivoluzionano i tuoi “assoldati” dal capitale (Emilio compreso), perché questo, è il proseguo obbligatorio del tuo racconto, evitando l’idiota Apocalisse che sta serpeggiando nel nord Europa.

    Ciao

    enea

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  4. opss: “… anticipando bruscamente i consumi. “?

    no no

    .”..anticipando bruscamente la produzione dei beni di consumo.”

    la crisi bancaria è solo l’arcano per fermare la produzione globale.

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  5. l’angosciosa sensazione di esserci stata…. l’elaborazione, per niente metaforica, di un sentito comune. Non solo Emilio ha creduto nell’uomo vestito di nero, al padre padrone di umili servi incantati dal serpente, alle favole di creatività, cultura, liberazione…

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