Infinita notte – di Alessandro Zaccuri

di Guido Copes

Ci sono due modi di raccontare il mondo al tempo del Grande fratello e di Facebook. Si può rappresentare il funzionamento dei mezzi di comunicazione e delle reti sociali e la loro influenza sulle persone; oppure mostrare la realtà con la consapevolezza che si tratta, da sempre, di un sistema complesso, fortemente interconnesso e con migliaia di variabili.

Infinita notte è il racconto di un’ipotetica sessantesima edizione del Festival di Sanremo, dunque riguarda i vecchi e nuovi media, la «sfida dei linguaggi, tradizione e contaminazione», ma l’intento dell’autore è innanzitutto quello di mostrarci un distillato della società italiana, di cui il Festival può essere considerato «la grande metafora», ovvero «il racconto collettivo di una società affaticata ma non arresa» (p. 46).

Tra gli individui calati a Sanremo per la gara canora, infatti, si trovano significativi rappresentanti dell’Italia ignorante, arrivista, fragile, corrotta e multirazziale di oggi. Come Miles De Michele, il manager di mezza età colto e sensibile che si innamora di una fatale mauriziana, Jeanne, finendo complice della mafia russa, ovvero dell’anziana Babushka. Oppure Francy e Vanessa, studentesse desiderose di mettere in pratica ciò che della vita hanno imparato dalla televisione. O Gabriele Ricasoli, in arte Gabo, figlio di un dirigente Rai che contesta il sistema dello spettacolo come mezzo per entrarci. O Raffaele Maria Ferri, l’autore di un best-seller cooptato come autore del Festival. Ciascuno porta a Sanremo i suoi piccoli drammi, le delusioni, i conflitti irrisolti, ma su tutto aleggia l’atmosfera leggera e festaiola della kermesse televisiva, tipica ormai di una certa autorappresentazione dell’Occidente, a cui si riferisce la frase di Solženicyn in epigrafe, tratta dal suo celebre discorso di Harvard del 1978: «Tanta allegria, e perché poi?».

Zaccuri passa con disinvoltura da un personaggio all’altro, modulando mimeticamente un raffinato plurilinguismo, anche se in sottofondo permane la sua voce di narratore coltissimo, che non perde occasione per accennare, alludere, citare, in un complesso gioco di rimandi che a mio parere serve anche per intimidire, a scopo dissuasivo, volenterosi ma superficiali recensori. Stando al gioco, suggerisco di leggere, come introduzione al testo, i romanzi Adesso viene la notte di Ferruccio Parazzoli e A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini.

La trama scorre fluida, ma ogni tanto appare forzata o poco probabile, risultando così, nel complesso, più che verosimile. Il tema principale è forse quello del rapporto tra padri e figli, come nel precedente romanzo Il signor figlio, basato sulla tormentata relazione tra un immaginario Giacomo Leopardi fuggito in incognito a Londra e suo padre Monaldo. Anche qui ci sono dei figli colpevoli di aver superato il padre, o di credersi migliori di lui, ovvero Miles (Michele), Gabo (Gabriele) e Raffaele, che però in vari modi risolvono il problematico rapporto col genitore, lasciato invece in sospeso nella storia precedente, dove a mio avviso simboleggia la relazione degli uomini col Padre nella modernità (in generale Il signor figlio può essere letto come una metafora della parabola della modernità, dalla ribellione nei confronti del Padre ai tentativi più o meno inconsci di riconciliarsi con Lui).

In Infinita notte, ovvero agli inizi della post-postmodernità, i tre personaggi fanno pace col genitore (o con la sua rappresentazione), con modalità tipiche degli arcangeli da cui prendono il nome. Miles, dopo aver combattuto e vinto a caro prezzo la tentazione di abbandonarsi a un’insana passione con Jeanne, umilmente si riconosce simile al padre, semplice emigrato negli Stati Uniti che col suo lavoro gli ha permesso di studiare e farsi una posizione. Gabriele manda un messaggio dal palco dell’Ariston al genitore in platea, ma tra loro c’è l’implicita mediazione della televisione che rende la comunicazione falsa e un po’ stucchevole. Raffaele, infine, “guarisce” il padre accorrendo al suo capezzale e permettendogli di lasciargli un’ultima raccomandazione.

Il libro si apre e si chiude con due sequenze di immagini crepuscolari. La prima, dai toni apocalittici, riguarda il «popolo senza guida» che giunge nella cittadina ligure per assistere al Festival. La seconda, sobria e intimista, rappresenta Gabriele a Roma accanto al padre morente. In entrambi i casi, il testo in corsivo sembra la sceneggiatura di un film. Sono due scene molto simili, dal forte impatto iconico, che però vengono percepite in modo diverso.

La prima scena, esposta senza mediazioni con lo scopo di suggerire un’atmosfera, ovvero il mondo in cui si svolge la storia, viene colta per quello che è, cioè una sequenza cinematografica o televisiva simile a tante altre a cui siamo abituati. In seguito, però, il nostro modo di guardare lentamente cambia, perché l’autore, mostrandoci il reality show del Festival, ovvero facendoci immergere nel male del mondo e della nostra società, ci guida in un percorso di svelamento, decostruzione e presa di coscienza dei meccanismi che regolano lo show business e la realizzazione dei prodotti televisivi.

Negli ultimi capitoli siamo così in grado di apprezzare la canzone cabalistica presentata al Festival da Britney Spears, Zohar (prima di questo libro Zaccuri ha pubblicato un significativo saggio intitolato In terra sconsacrata, sulla persistenza del sacro nella cultura contemporanea). Si tratta di uno dei passaggi più significati della storia, nella quale, come nella vita reale, si notano soprattutto le azioni degli uomini, ma le autentiche svolte dipendono dalle donne, la cui importanza risalta in modo particolare in relazione al campo semantico della vista. Infatti, i personaggi femminili si vedono principalmente attraverso lo sguardo degli uomini, ma col loro corpo veicolano dei messaggi capaci di smuovere passioni sopite e provocare cambiamenti decisivi, nel senso della perdizione o in quello della salvezza.

La bella Jeanne seduce Miles con l’intenzione di ricattarlo, ma la vittima designata vede in lei qualcosa di speciale e la rispetta, dando inizio a una trasformazione che la porta ad assomigliare sempre più alla sua eroina Giovanna d’Arco. Invece, l’immagine “sacra” di Britney Spears sul palco dell’Ariston diventa, suo malgrado, strumento della Grazia che illumina Francy, suscitandole la nostalgia di Dio. Alla fine, però, la vera luce viene dalla Madonna, ovvero dall’icona della Madre della Tenerezza regalata a Miles da Babushka. Nel suo sguardo carico d’amore Miles trova la pace, mentre noi concludiamo il nostro percorso iniziatico, essendo pronti per capire l’ultima scena.

Quasi senza accorgercene, infatti, nel corso della storia abbiamo imparato a “leggere” le immagini, mentre lo sguardo amorevole della Madonna ci apre le porte di un’altra dimensione, rendendoci capaci anche di “sentire” l’ultima sequenza. A differenza di quella iniziale, qui non domina l’impressione della decadenza, perché nei gesti di Raffaele percepiamo l’amore per il padre, che, anche se non può guarirlo dalla malattia, lo accompagna in alto, oltre la notte del mondo, nell’infinito amore di Dio.

Verso quella meta dobbiamo rivolgerci anche noi, sembra suggerire l’autore, se vogliamo portare un po’ di luce nella nostra vita. Come disse Solženicyn a conclusione del suo discorso, infatti, «nessuno, sulla Terra, ha altra via d’uscita che questa: andare più in alto».

5 pensieri su “Infinita notte – di Alessandro Zaccuri

  1. Me lo compro! Però, una tiratina d’orecchi a Copes: in un’introduzione o recensione non si deve raccontare troppo della trama…

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  2. Complimenti per la recensione. Oggi pomeriggio, alla Libreria Mondadori di Sanremo, lo stesso Zaccuri ha presentato questo romanzo assieme a Marinella Venegoni e Giuseppe Conte. Un dibattito molto simpatico e fortemente spigliato. Tra i presenti, c’era anche Walter Vacchino, il patron del Teatro Ariston, uno dei principali scenari del romanzo.
    Fa davvero piacere ritrovare il ponente ligure di confine, e soprattutto la città di Sanremo, descritti con simpatia, cura e uno sguardo nuovo. O meglio, avant-pop.

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  3. Vorrei provare a chiarire che cosa intendo con l’espressione “post-postmodernità”. Per farlo, però, dovrei prima definire la “postmodernità”, il che è praticamente impossibile, in questa sede. Mi limito quindi ad indicare alcune caratteristiche della postmodernità, che a mio parere comincia con la critica filosofica alla “modernità” (Weber, Heidegger, Schmitt, Voegelin…) per concretizzarsi in una diffusa (all’interno delle élite intellettuali) contestazione al sistema economico-culturale esistente. In estrema sintesi, l’arte postmoderna è Andy Warhol. Nella letteratura italiana, si potrebbe partire dal futurismo per arrivare ai cosiddetti “cannibali”, passando per il Gruppo 63. Più che di un vero movimento, però, a mio avviso bisognerebbe parlare di un tentativo concettuale, dato che, come per il formalismo, la speculazione teorica è stata enormemente superiore alle realizzazioni pratiche. All’interno di questo tentativo interpretativo della crisi della modernità si trovano varie correnti filosofico-cultural-folcloristiche come l’esistenzialismo, il situazionismo, il decostruzionismo ecc., coi loro leader carismatici simili a meteore dello star system musicale.

    Per farla breve, al giorno d’oggi esistono, secondo me, due tipi di scrittori: quelli prevalentemente postmoderni e quelli prevalentemente post-postmoderni. Non è possibile distinguerli nettamente perché siamo ancora in una fase di transizione, ma possiamo riconoscerne gli orientamenti prevalenti. Nemmeno l’età anagrafica è un parametro sicuro per identificarli. Alessandro Zaccuri, infatti, pur non essendo esattamente di primo pelo (contando quarantacinque primavere), ha a mio parere molte caratteristiche degli scrittori post-postmoderni, benché i suoi romanzi siano strutturalmente quasi totalmente postmoderni. Invece, un mio quasi coetaneo che di primavere ne conta ventisette, pur scrivendo piacevoli romanzi post-postmoderni, risulta comunque postmoderno, dato che tutte le sue storie sono anche consapevoli (a mio parere) riferimenti a questo o a quel romanzo, ovvero a questo o quell’autore. Allo stesso modo, uno scrittore quasi coetaneo di Zaccuri, pur cercando di sperimentare vie nuove a livello espressivo, risulta profondamente postmoderno dato che praticamente tutto ciò che scrive è caratterizzato dalla poetica dello shock (tipicamente postmoderna e quindi ormai obsoleta).

    A questo punto devo proprio dire qualcosa sulla narrativa post-postmoderna. Poiché non sono né uno “scrittore” né un “critico”, mostrerò la questione dal mio punto di vista di lettore. Come lettore, dalle prime edizioni che compro non mi aspetto meravigliosi castelli di parole. Con minor costo, posso trovare al supermercato Guerra e pace. Non mi aspetto più che gli scrittori siano grandi intellettuali capaci di spiegarmi il significato della vita, o di intrattenermi con le loro straordinarie capacità affabulatorie. Se voglio solo divertirmi, preferisco guardare un film. Dagli scrittori di oggi mi aspetto che, scavando nelle macerie del Novecento e di questo drammatico inizio di ventunesimo secolo, recuperino le cose migliori e le utilizzino per costruirmi un riparo in cui passare serenamente qualche ora della mia vita. Può essere una casetta o una capanna, ma l’importante è che sia un luogo confortevole. Se poi mi permettono anche di fare un’esperienza e di capire un po’ meglio la mia vita, tanto meglio. Come esempi, si vedano due opere quasi completamente post-postmoderne uscite di recente: La memoria dei vivi di Rossella Milone e I frutti dimenticati di Cristiano Cavina.

    Alessandro Zaccuri è forse l’ultimo degli “scrittori” italiani. Ovvero, escludendo i grandi vecchi, mi sembra l’ultimo narratore che possa fregiarsi di questo titolo otto-novecentesco ormai superinflazionato e privato anche del ridottissimo valore che gli era attribuito nel nostro paese, essendo probabilmente il narratore italiano più raffinato e consapevole. Tuttavia, sebbene nei suoi testi si ritrovino, tra le righe, Derrida, Debord e Barthes, è anche abbastanza ironico, leggero e “cattolico” da risultare post-postmoderno. Ecco, forse è soprattutto quest’ultima caratteristica ciò che rende Zaccuri un ponte tra il vecchio travestito da nuovo e il nuovo che guarda al vecchio con nostalgia. Zaccuri è uno scrittore cristiano e quindi, come il cristianesimo, sempre vecchio e sempre nuovo. Sempre proteso al futuro. Sempre alleggerito e rinvigorito dalla Speranza.

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  4. Poiché il post precedente è stato frainteso da più persone, devo precisare quanto segue.

    La “leggerezza” della letteratura post-postmoderna (che tra qualche tempo qualcuno chiamerà in modo diverso, ammesso che esista veramente e non sia solo una mia proiezione), non è la superficialità postmoderna oggi imperante in letteratura, ma la semplicità dei grandi capolavori, ovvero il prodotto del “labor limae” dell’artista, oltre che il risultato di una predisposizione dei nuovi giovani scrittori. Infatti, a mio parere, le acquisizioni della cultura postmoderna (il pensiero debole, la tendenza a prendere con libertà il meglio dai modelli preesistenti, un certo atteggiamento anti-intellettualistico, l’ironia, ecc.) sono già “incorporate” nei narratori “under 30”, che le esprimono in tutto ciò che fanno, senza bisogno della mediazione intellettuale.

    Pertanto, a mio avviso, gli scrittori post-postmoderni sono postmoderni anche se non lo sanno. Ma proprio il fatto di non essere appesantiti dal bisogno di concettualizzare tutto (storicamente determinato e socialmente imposto agli intellettuali postmoderni), li rende più aperti all’osservazione, all’ascolto e all’invenzione di nuove modalità espressive. Il pensiero debole, inoltre, paradossalmente rende possibile il recupero o lo sviluppo di pensieri forti, che invece fino a pochi anni fa erano di fatto banditi dal pensiero dominante marxista-nichilista.

    La prima caratteristica della letteratura post-postmoderna, che mi preme sottolineare, è dunque l’invenzione, intesa sia come recupero del buono preesistente che come sviluppo di qualcosa di nuovo. Questo processo può essere mediato da una profonda riflessione oppure relativamente spontaneo, come risultato di un “habitus” mentale collettivo.

    Se la cultura moderna e post-moderna si è identificata coi libri (motivo per cui molte persone deluse dai risultati dell’attuale cultura dominante non comprano più libri, o ne comprano pochi), la cultura post-postmoderna si svilupperà soprattutto su Internet, sperimentando varie forme di espressione collettiva (come in questo blog o nei social network) e nuove modalità di raccontare le nuove e vecchie storie del nostro tempo.

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  5. Nell’arte postmoderna prevale la decostruzione; nell’“arte liberata” post-postmoderna la costruzione. Gli artisti postmoderni devono essere intellettuali; gli artisti post-postmoderni sono intelligenti e, almeno in parte, “sapienti” in senso biblico.

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