Non ha importanza – di Ettore Malacarne

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Quando sono venuto a prenderti tua madre non mi ha salutato, appena hai aperto la porta l’ho vista voltarsi ed entrare in cucina. Non ho avuto bisogno di altro per capire di cosa parlavate anche questa sera. Tua sorella invece è stata come sempre carina con me, mi ha offerto un bicchiere di vino, recitando la sua parte da donna di casa, ed abbiamo giocato un po’ con la play station, mentre finivi di truccarti. Quando siamo usciti mi ha fatto ciao con la mano da sopra il divano, come se facesse qualcosa da tenere nascosto. Divertita dalla situazione mi salutava e guardava verso la porta della cucina per vedere se tua madre fosse lì a spiare le nostre mosse. Ovviamente non c’era, sarebbe stato un comportamento troppo sfacciato per una donna come lei. Sono molto più discrete le orecchie tese ad origliare ogni nostra parola, attente a cogliere qualche vibrazione di colpevolezza nella mia voce o qualche tono di eccessivo trasporto che possa giustificarla a farti un altro rimprovero. Sarà per questo che da qualche tempo il tuo saluto è diventato così freddo. Sarà per lo stesso motivo che ti sei fatta così silenziosa. Usciamo e in ascensore fai un gesto insofferente quando con la mano ti accarezzo il ventre e provo ad avvicinarti a me per baciarti. Mi dici: “Non qui!” ma vorresti dire: “non più!” dato che qui, in questo ascensore, ci abbiamo fatto l’amore più di una volta, ormai troppo tempo fa. Ritorno composto e guardo la luce che scorre lungo i pulsanti numerati dei piani illuminandoli uno per volta. Se dovesse fermarsi che sarebbe di noi chiusi in uno spazio così ristretto? Mi guardi e sembri stupita per l’espressione che ho. Sto pensando che sei bella ed i tuoi movimenti portano un odore buono nell’aria. Mi sorridi finalmente come se lo avessi capito. Mentre andiamo alla macchina mi chiedi se mia moglie mi ha dato dei problemi per l’appartamento. Ti guardo e non rispondo, tanto lo sai che problemi lei non ne darà. Prima di mettere in moto mi avvicino per baciarti ma mi tocchi solo con la lingua. Tieni le labbra distanti per non rovinare il rossetto e mi offri il collo, mi lasci fare, anche quando ti appoggio la mano sulla coscia e la spingo in alto sotto la gonna. Poi dici che si farà tardi, se vogliamo prendere un aperitivo. Seduti ad un tavolo, con i bicchieri quasi vuoti, le parole che può averti detto tua madre per intossicare la nostra serata sembrano neutralizzate. Mi dici che, per il fine settimana, ti piacerebbe andare a prendere un po’ di fresco a S. Moritz, dove i tuoi genitori hanno un appartamento. Se ci andassimo so già che farei in modo di chiudermi nella casa di Segantini senza di te. Tutta la passione dei primi tempi, che mostravi per il mio parlarti d’arte, si è trasformata nella paziente sopportazione di una mia necessità. Non hai più la curiosità di vedere a quale quadro sto lavorando, non cerchi più aneddoti. Piuttosto mi conduci a fare spesa da Gucci e mi chiedi “non sono bellissime queste borse?” “Si certo sono belle” ti rispondo. Io sono un artista e forse è questo che tu pensi tua madre non voglia perdonarmi, forse ancora di più del fatto che sono sposato ed ho quarant’anni. Ma il ritratto a matita che le ho fatto, sulla tovaglia di carta dell’osteria dell’Orsa, lo deve guardare tutti i giorni appeso alla parete della sala e non può negare che le piace, a denti stretti, ma che differenza fa? Ci ho provato a farmi benvolere da lei, quando mi dicevi che il giudizio di tua madre era importante, quando mi davi suggerimenti sui suoi gusti e sulle sue passioni. Ci ho provato tanto a farmi benvolere da lei che qualcuno poteva pensare che corteggiassi la madre e non la figlia, e sarebbe sembrato naturale dato che, io e lei, abbiamo la stessa età. Certi giochi però dovrebbero finire prima, anzi non dovrebbero mai cominciare, certi giochi. Sarò anche stato svogliato, come tu dici, ma non posso fare nulla. Sarà un altro aspetto che dovrai farle accettare quando saremo conviventi, come le giacche che porto, o il fatto che non mi rado tutti i giorni. Ancora ricordo l’indignazione sulla sua faccia quando mi disse: “Guarda la pelle del viso di mia figlia. Non ti importa che vada in giro con quelle irritazioni che le procuri con la tua barbaccia?” Non capivo se la indignava veramente il fatto che la mia barba potesse arrossarti la pelle del volto o il fatto che quella pelle arrossata provasse che ci sfregavamo l’uno contro l’altra con passione violenta e spudorata. Mi accusava di essere il motore della tua incoscienza carnale che ti faceva superare il lecito ed il decente. Allora eri complice e divertita. Se oggi ripetesse una frase come quella abbasseresti gli occhi per la vergogna. Mentre chiacchieri con una tua amica che è appena arrivata ne approfitto per ordinare altri due bicchieri di vino, tu non ti accorgi, e quando il cameriere li porta ti sei alzata per andare a salutare un gruppo di persone ad un tavolo poco distante. Sorseggio il vino dal mio bicchiere e ti guardo bellissima e a tuo agio in mezzo a quelle persone che ti somigliano così tanto. Qualcuno ti invita a restare nel gruppo ma tu fai segno verso il nostro tavolo ad indicarmi. Quando torni il mio bicchiere è vuoto, vedi il tuo e mi dici che non ne hai voglia, così lo bevo io in due sorsi perché si è fatto troppo tardi se vogliamo davvero andare a teatro. Quando mi fermo al caffè Francia per comperare le sigarette incontro Tito che sta per andare ad un concerto di musica etnica al parco, lo porto con me e vi presento. Lui è così a disagio per la tua eleganza che ti offre la mano da stringere in un saluto formale che forse non faceva da tempo. Ci invita ad andare con lui e mi dice che lì al parco ci saranno tanti altri amici che non vedo da molto. Tu sei ben educata ed anche in questa situazioni cerchi le parole che non dicano la verità che sarebbe offensiva. So benissimo quello che pensi dei miei amici e del loro modo di vivere, però sono molto più simili a me di quanto tu non riesca ad esorcizzare. Lo informi che avevamo deciso di andare al teatro ma io ti interrompo e dico che lo spettacolo sarà già iniziato e comunque di andarci non ne ho più voglia. Al parco cammini circospetta per i tuoi tacchi Ferragamo, più adatti ai ciottoli levigati di un battuto veneziano che a quelli liberi della ghiaia sul piazzale. In questo somigli molto a tua madre, perché siete donne abituate ad altri contesti, molto più disinvolte quando sentite di condurre il gioco e diventate goffe quando le cose cominciano a scivolarvi di mano. Adesso, pur di non essere qui, saresti disposta a seguirmi ovunque, docile ad ogni mio desiderio. Il nostro arrivo muove un’onda di sorrisi, saluti e qualche bacio. Ti presento e sono tutti gentili con te. Sono questi tuoi vestiti, il taglio dei capelli, la tua bellezza così sofisticata a generare una distanza, mentre la musica che si diffonde stimola a togliersi gli indumenti, a camminare scalzi e danzare, come quando si era bambini, pieni di una felicità che si alimentava con i movimenti. Vado a prendere due birre al chiosco e tu mi segui per non restare sola con gli altri, mi chiedi se resteremo ancora molto in questo posto e ti rispondo che resteremo fino a quando ne avremo voglia. “ Pensavo che avremmo passato una serata diversa da questa” mi dici. Ti rispondo che lo pensavo anche io ma adesso questa è la nostra serata. Ti offro la birra e mi guardi allibita. “Sei matto? Mescolare vino è birra non va bene. Finisce che stai male.” Vino qui non ne hanno c’è solo questa se la vuoi, ma tu non la vuoi. Torniamo nel gruppo e passo la birra che avevo preso per te a Tito che l’accetta e comincia a raccontarmi il lavoro che fa. Alle quattro di mattina sta già scaricando i camion, così fino all’una, poi gli rimane tutto il pomeriggio e la sera da gestirsi come gli pare. Lo ascolto svogliatamente e penso a tua madre che adesso mi evita, e non avrà mai il coraggio di dirti la vera ragione che la spinge a volermi allontanare da te. Tito non lo può sapere dove sono i miei pensieri, continua a raccontarmi che suona in un gruppo e fanno pezzi loro. Prima dell’autunno andranno in sala di registrazione. Adesso si chiamano Storm ma non è un nome che può funzionare, mi chiede se ho un’idea. Indico la sua pancia e suggerisco XXL. Mi stai accanto come un sacco appoggiato e tutto in te dice che vorresti andare via quando Miriam si avvicina e ti passa una canna. Vino e birra non stanno bene mescolati ma con l’erba non fai la stessa distinzione. Accetti ed inizi a parlare con lei che vuole sapere dove hai preso la gonna. Sento che ti dice che sei bellissima e somigli alla Bellucci, le rispondi che lo dicono in tanti e mi sembri più sciolta, finalmente disposta a fraternizzare. Miriam con i suoi capelli rasta ed il suo pircing al labbro inferiore è la direttrice di un’agenzia di viaggi. E’ una vera salamandra, sempre pronta a mescolarsi con il corpo di qualcuno e non fa distinzioni di sesso. Troverete certamente le cose da dirvi. La musica è coinvolgente ed io ho voglia di ballare, mi avvicino ad un gruppo che lo sta già facendo e mi lascio andare. Miriam è riuscita a farti sorridere ed ora che hai iniziato sembri quasi divertita. Chiudo gli occhi e mi muovo lasciando che il ritmo mi entri sempre più in profondità. Mi sento pieno di segni e colori e dallo stomaco mi sale un desiderio improvviso di dipingere. Lo lascerò crescere fino a quando non sarà incontenibile ed allora andrò in studio e lavorerò per il resto della notte. Vedo, mentre continuo a ballare, che adesso hai una birra in mano e a Miriam si è aggiunta Cristina che, se sapesse che sei venuta con me, ti direbbe di stare attenta perché il segno del mio passaggio è difficile da cancellare, ti direbbe che sono un animale che distrugge ogni cosa che tocca per averla come la desidera perché lei ne sa qualcosa. Anzi è probabile che lo stia già facendo perché volta la testa, falsamente distratta, e guarda con un’espressione perfida verso la mia direzione, ma non ha importanza quello che può dirti perché non ha capito che non sei quello che sembri. Tu stessa non sai ancora che razza di sangue ti scorre dentro. Fareste un bel groviglio di carne tutte e tre e tua madre non sfigurerebbe insieme a voi, con quel suo corpo ancora invitante e quella voce che le ho sentito, flebile e interrotta da ansimi, mentre diceva frasi spudorate. La mia voglia di dipingere si amplifica e tra non molto mi abbandonerò in essa, per ora resto ancora un po’ qui a ballare, con gli occhi chiusi mentre vedo linee di lacca di garanza che scivolano su macchie di giallorino e bianco di titanio, vedo bave sollevate di colore bruno ai bordi di incavi d’ombra, vedo trasparenze di incarnati traslucidi e affioramenti di vene cerulee. Vedo il pennello che lambisce sensuali perimetri di forme e accelera eccitato su superfici da cui affiorano immagini di corpi, aloni e abbagli.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Ditalarge.]

[Ettore Malacarne è nato il 7 Febbraio 1966. Ha fatto studi scientifici per poi svolgere lavori precari quali: il facchino in un macello, il massaggiatore, l’orafo, l’investigatore, il restauratore d’affreschi. Nel frattempo: ha curato programmi per le radio, ha scritto su giornali, ha realizzato un film, diversi cortometraggi e video; suoi racconti e poesie sono apparsi in riviste e antologie. Dipinge con uno pseudonimo; ha opere presenti in note collezioni private, musei e fondazioni. Risiede sull’Appennino modenese dove possiede un’azienda agricola in cui si coltiva l’Utopia. Ha pubblicato La conquista dello spazio ed altri racconti (Eumeswil 2008)]

11 pensieri su “Non ha importanza – di Ettore Malacarne

  1. Buongiorno,
    comse sempre Ettore penetra, entra in profondità, a descrivere questi nostri anni di cartapesta… mi è venuta in mente Sestri Levante di Roberto Vecchioni
    Poi Forse quest’inverno sarà freddo
    e ci sarà la neve
    e conterò ordinatamente i figli
    quelli persi in teatro
    quelli lasciati agli altri
    mi curerò le zampe dalle schegge di vetro
    farò più lunghi i passi
    per non guardare indietro.
    Parlerò con le stelle
    parlerò con le stelle
    parlerò con le stelle.

    E la ragazza andava via leggera
    che pareva volare
    si portò via ordinatamente i sogni
    a ogni passo piccina
    così bene lontana
    guardandola di schiena
    pensai: “È la prima volta
    che lei sta con un altro
    e che non me ne importa”
    e ho finito di amarla
    oggi ho smesso di amarla
    ho finito di amarla.

    Darei unn soldino per un tuo pensiero
    se pesasse una piuma
    ed è un po’ poco quando in altri tempi
    ti ho promesso la luna
    e l’ho presa fra i denti:
    così ho detto ai soldati
    che non c’è più battaglia
    molti scrivono a casa
    qualcuno se la squaglia.
    Ma faranno l’amore
    ma faranno l’amore
    ma faranno l’amore.

    Io èerderò i capelli lentamente
    vicino a qualche donna
    lei sarà lei d’estate fra la gente
    come un granchio di sabbia
    felice finalmente
    e guardandola uscire dall’ultimo concerto
    pensai che forse è meglio
    per lei avermi perso
    oggi a Sestri Levante
    oggi a Sestri Levante
    oggi a Sestri Levante

    abbraccissimo
    davide
    ps una sola nota, se manca il vino, ah se manca il vino, io me ne vado….

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  2. Credo che Ettore sia una delle voci più profonde che abbiano esordito di recente.
    In questi giorni, dopo i problemi distributivi dell’ultimo anno e il passaggio a PDE, si troverà finalmente in libreria una seconda edizione de “La conquista dello spazio”.

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  3. Ettore che dire? complimenti. E’ un racconto che cresce piano, quasi come un bisbiglio, anche se si capisce già dalle prime battute che ti spaccherà. Le situazioni sono scarnificate, senza compiacimento, il finale è grandioso. Eri già interessante ai nostri occhi(l’offerta che ti abbiamo fatta valutala seriamente).

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  4. Bellissimo racconto, Ettore. Teso, lucido. Hai evitato tutti i luoghi comuni che possono infilarsi in storie come queste. E ti confesso che per me è stata una vera goduria trovare, in filigrana, precisi, letterali riferimenti ad una delle canzoni che amo di più – ma siccome so che hai capito che ho capito, non dico il titolo (inizia con G, finisce con e) per non togliere il piacere della scoperta ad altri lettori.
    Paolo

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  5. ciao,
    sono uno di quei lettori che non ha colto il riferimento musicale che inizia per g.
    nonostante questo ho apprezzato molto.
    c’è sempre un ché, in quello che scrivi, che da una parte mi trova in perfetta sintonia, dall’altra ammetto che a volte m’infastidisce.
    forse è per questo che i tuoi racconti mi piacciono tanto. di solito sono rivelatori, e questo non fa eccezione.

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  6. Pingback: Kataweb.it - Blog - LETTERATITUDINE di Massimo Maugeri » Blog Archive » LA CAMERA ACCANTO 9° appuntamento

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