Gramsci, De Gasperi e l’Italia: le riflessioni di Steven White

Testo introduttivo, intervista e cura del testo italiano di Giovanni Agnoloni

Steven White, docente di Storia Contemporanea e Studi Internazionali presso la Mount St. Mary’s University (Maryland, Stati Uniti), è uno studioso di storia e politica italiana. Giunto a Pavia da ragazzo con la famiglia, al tempo delle scuole medie, ha potuto apprendere la nostra lingua e conoscere la nostra cultura, che poi ha approfondite negli studi universitari e post-universitari. I suoi interessi si sono focalizzati soprattutto sulle figure di Antonio Gramsci e Alcide De Gasperi e sull’evoluzione della politica italiana, anche in relazione agli Stati Uniti, dopo la Seconda Guerra Mondiale. È un italianista che, peraltro, si è occupato anche di Spagna e Russia (paesi di cui ha pure studiato le lingue e la storia), e si è anche occupato di formare i diplomatici americani destinati al Vecchio Continente sulla storia e la cultura del nostro paese e della Penisola Iberica, nel corso di una collaborazione con il Foreign Service Institute (Istituto dei Servizi Esteri) del Dipartimento di Stato americano. Oggi ci racconta più nel dettaglio il suo lavoro e delle “impressioni d’Italia” dagli Stati Uniti, all’inizio di quella che è senz’altro una nuova stagione della storia americana.

Intervista a Steven White:

Le lontane radici del tuo interesse per l’Italia e la sua realtà storico-politica risalgono alla tua prima visita a Pavia, quando avevi tredici anni. Si è trattato di un ‘innamoramento a prima vista’ o di un interesse che si è consolidato nel tempo, attraverso lo studio e l’esperienza accademica?

Tutte e due le cose. Fin dall’inizio delle scuole secondarie fui colpito dall’ospitalità dimostrata a me come ragazzo e alla mia famiglia. Adoravo la struttura urbanistica compatta di Pavia, facilmente percorribile a piedi, ma mi piacquero molto anche le altre città che visitammo. E poi, quale miglior posto, per cominciare a conoscere il latino, di una terra disseminata di rovine con iscrizioni antiche? Studiando per due anni in Italia alla scuola media, rimasi incantato dal corso di Lettere – che combinava storia, geografia, italiano e latino –, in virtù del suo spirito sintetico e umanistico (anche se la parola ‘umanesimo’ non era ancora entrata nel mio vocabolario). Ogni materia nell’ambito delle Lettere, nel modo in cui veniva presentata dal mio bravissimo professore, Guglielmo Balbi, si ricollegava meravigliosamente alle altre.
Ci furono poi altre dimensioni della vita e della cultura italiana che mi affascinarono durante le successive visite che feci, da studente universitario e poi da insegnante. E sono profondamente interessato alle pagine della cultura di giornali come “La Repubblica” e il “Corriere della Sera”. Si tratta di quotidiani con un’energia e al tempo stesso una familiarita` di linguaggio che noi semplicemente non abbiamo, in America, e danno vita a un dibattito animato che si svolge di giorno in giorno e di settimana in settimana tra autori, artisti, filosofi, altri intellettuali e figure di rilevanza pubblica. Mi sembra quasi un’animata conversazione di famiglia, ma su scala amplificata.
Come conseguenza dei miei insegnamenti sull’Italia, sia alla Mount Saint Mary’s University, sia al Dipartimento di Stato, sono stato catturato dal modo in cui l’Italia è riuscita a combinare elementi attinenti a valori e costumi pre-moderni, moderni e post-moderni. Penso ad esempio all’intera questione dell’etica alimentare e gastronomica, che viene strenuamente difesa dal movimento dello Slow Food, benché l’Italia sia tra i paesi più coinvolti nell’industria del confezionamento e della distribuzione dei prodotti alimentari; e anche alla persistenza di forti legami familiari, proprio in una fase di evoluzione del paese da una società fondata su basi tradizionali in una di tipo moderno.

Durante la tua esperienza di ricercatore e studioso di storia italiana ti sei misurato con l’evoluzione della politica e della società italiana a partire dal Secondo Dopoguerra. Quali sono stati i punti-chiave delle tue analisi?

Essendo cresciuto in una società non portata alla riflessione ideologica, e tendenzialmente “consensuale”, sono stato affascinato dal grado di complessità e di autorevolezza delle correnti culturali italiane di ispirazione marxista, laico-progressista e cattolica. Nel corso dei miei studi sulla storia d’Italia successiva al 1943, mi sono confrontato da vicino con ciascuna di esse. Prima di tutto, nella mia tesi per il Master ho esplorato il marxismo italiano, concentrandomi in modo particolare sul pensiero di Antonio Gramsci e sul suo contatto iniziale con la Rivoluzione Russa. Qui ho avuto modo di argomentare come sembri evidente che Gramsci si sia formato alcune delle sue prime impressioni sulla Rivoluzione Bolscevica leggendo il giornale radicale americano “The Liberator”, fondato da Max Eastman. Nella mia tesi di dottorato, poi, mi sono occupato della defascistizzazione del sistema scolastico italiano, il che mi ha messo strettamente in contatto con le teorie pedagogiche e i percorsi di laici/progressisti convinti come il siciliano Gino Ferretti e il fiorentino Ernesto Codignola, nonché con gli intellettuali liberali Adolfo Omodeo e Guido De Ruggiero, che furono entrambi Ministri della Pubblica Istruzione, nel 1944. Sorpreso dal modo in cui la Chiesa riuscì a impedire la prevalenza sia dell’influenza laico-progressista, sia di quella marxista, nella ricostruzione del sistema scolastico del secondo dopoguerra, mi sono rivolto, negli ultimi quindici anni, alla storia della Democrazia Cristiana e della Chiesa. Negli ultimi tempi, poi, ho completato un articolo che mette in risalto la categoria della romanità di Pio XII (da intendersi sia come un’attitudine ideologica, sia come un atteggiamento personale), che ha costituito un leit motif del suo pontificato.

Il tuo interesse, come dicevi, si è concentrato in gran parte sulla storia della Democrazia Cristiana e sulla figura di Alcide De Gasperi, anche in relazione ai rapporti tra Italia e Stati Uniti all’indomani della seconda guerra mondiale. Che cosa, in particolare, ha attirato la tua attenzione, nell’evoluzione di questo partito, e che cosa nella figura dello statista democristiano?

Diciamo che si è trattato di uno sviluppo naturale delle ricerche condotte al tempo della mia tesi di dottorato. Non potei non restare colpito dalla fragilità delle riforme educative d’ispirazione anglo-americana e deweyana (e dai frequenti avvicendamenti al Ministero della Pubblica Istruzione, in contrasto con la stabilità della politica educativa, quando il democristiano Guido Gonella salì a questo dicastero). Avevo chiaramente bisogno di imparare di più su questo potente ma (per me) ancora oscuro movimento politico. E sono rimasto sbalordito al vedere quanto poco persino De Gasperi fosse conosciuto (per non nominare figure minori all’interno del partito), tra vari miei colleghi all’università, che su altri argomenti avevano invece conoscenze approfondite. Sullo statista democristiano è stata pubblicata una sola biografia in lingua inglese – quella di Elisa Carillo, del 1965, dal titolo “Alcide De Gasperi: The Long Apprenticeship” (“Alcide De Gasperi: il lungo apprendistato”), che percorre la carriera di De Gasperi soltanto fino al 1943. La mia biografia analizzerà la sua figura attraverso la fase matura della sua carriera.
Fino a non molto tempo fa, i biografi italiani del leader della Democrazia Cristiana erano molto ‘partigiani’ — nel senso che o gli si dimostravano ostili, o al contrario manifestavano una propensione ‘agiografica’. Adesso, però, questa situazione sta cambiando: più di mezzo secolo dopo la sua morte, le carte personali di De Gasperi stanno venendo trasferite dagli archivi della sua famiglia a quelli dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Tale sviluppo dovrebbe gettar luce su una contraddizione di fondo insita nell’eredità degasperiana: come dobbiamo inquadrare la natura conservatrice, a volte repressiva e spesso corrotta del suo partito, la Democrazia Cristiana, considerando invece la personale rettitudine, l’impegno disinteressato e l’attitudine alla carità che De Gasperi dimostrò di possedere anche nei confronti dei suoi avversari politici?

Parte importante dei tuoi studi è stato anche il pensiero di Antonio Gramsci. Che visione hai maturato, e in generale che opinione si ha, in America, circa la contrapposizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, nell’Italia del Secondo Dopoguerra?

Per molti studenti americani della mia generazione, le teorie di Antonio Gramsci sembravano dar corpo alla fertile visione di una ‘terza via’ tra il capitalismo senza freni, d’impostazione liberista, e il comunismo stalinista. Come si poteva restare indifferenti al fascino sottile e ambiguo della parola ‘egemonia’ (N.d.C.: da intendersi come il ruolo svolto dalla forza politica di maggioranza in un paese, che dirige la sua vita politica pur senza ricorrere alla forza)? In questa visione di sinistra era implicita l’idea che, presto o tardi, si sarebbe dovuto prendere il metro di valutazione di Gramsci come una parte necessaria della propria maturazione intellettuale.
Al di fuori della ‘torre d’avorio’, il nome e le idee di Gramsci non erano conosciuti e, se lo fossero stati, sarebbero stati messi da parte. L’ininterrotta ostilità di diverse amministrazioni americane verso tutte le forme di comunismo è ben nota. Persino l’‘apertura a sinistra’ del governo italiano nei confronti dei socialisti incontrò una tenace opposizione fin negli anni ’60 inoltrati. Il governo americano aveva una comprensione limitata della nuova espressione politica del cattolicesimo in Italia. Quando, nella prima parte degli anni ’50, i democratici cristiani vacillavano, nei circoli di elaborazione del pensiero politico americano si accendevano degli intensi dibattiti circa la possibilità che De Gasperi stesse “perdendo il controllo”. La forza sempre viva dei comunisti, d’altra parte, veniva attribuita all’oscura propaganda del partito, e non alle difficili condizioni socio-economiche e alla diffusa povertà del paese.
A partire dagli anni dell’università, sono rimasto affascinato dalle modalità con cui, durante il secondo dopoguerra, i cattolici e i comunisti italiani sono riusciti a coesistere, nonostante l’aspra polarizzazione ingenerata dalla Guerra Fredda. Bologna occupa un posto speciale nel mio cuore. Robert Evans, uno dei miei mentori alla University of Virginia, scrisse un innovativo studio dal titolo “Red city – Coexistence: Communism and Its Practice in Bologna” (“La Città Rossa – Coesistenza: il comunismo e la sua attuazione a Bologna”) (1967). Inoltre, mio figlio Dan ha trascorso nel capoluogo emiliano un anno memorabile, come studente universitario presso il Dickinson College.

Hai avuto anche modo di collaborare con il ‘Foreign Service Institute’ e con il Dipartimento di Stato americano. Quali sono gli elementi salienti della visione della storia politica italiana (e, in senso più lato, europea) che era ed è presente in queste istituzioni? E qual è la percezione che in America si ha, oggi, della realtà politica europea, e più in particolare italiana?

La mia esperienza presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti è stata limitata al ‘Foreign Service Institute’ (FSI), un’istituzione che offre corsi intensivi di lingua e una preparazione culturale sulle zone specifiche in cui gli operatori diplomatici americani verranno in seguito inviati. Purtroppo, i suoi finanziamenti sono stati ridotti, nell’ultima fase dell’amministrazione Clinton, e ancor più, in seguito, dal Presidente Bush. Di conseguenza, vari seminari di studio focalizzati su singole regioni, come l’Italia, la Spagna e il Portogallo, sono stati amalgamati in un corso più ampio sull’Italia e la Penisola Iberica. Più di recente, si è addirittura arrivati a far ricadere tutto questo in un corso onnicomprensivo sull’Europa Occidentale.
In linea generale, i funzionari del Dipartimento di Stato partecipavano al mio seminario ‘italiano-iberico’ aspettandosi di restare incuriositi e magari divertiti dai vari aspetti dalla cultura e dalla società italiana — ma non mostravano una particolare curiosità per la sua vita politica. E le opinioni su Silvio Berlusconi svariavano dall’ammirazione al disdegno.
L’FSI effettua periodicamente dei seminari intensivi di due settimane inerenti a vari argomenti, cui partecipano dipartimenti esecutivi che vanno dal settore commerciale a quello agricolo, e da quello della giustizia a quello della difesa. Con mio grande rammarico, ho potuto vedere come molti funzionari del governo americano abbiano dimostrato di avere un visione piena di pregiudizi rispetto all’Unione Europea. Molti di loro hanno espresso una forte disapprovazione nei confronti delle norme comunitarie in materia di ambiente e in campo alimentare — per esempio, quelle inerenti agli organismi geneticamente modificati. Più in generale, sono rimasto anche colpito dalla riluttanza di alcuni partecipanti ai seminari a prendere sul serio la forma di federalismo tipica dell’Unione Europea, che è così diversa dal modello americano di federalismo.

L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti determinerà probabilmente dei cambiamenti profondi nella società americana. Credi che si possa pensare anche a un diverso modo di relazionarsi degli Stati Uniti rispetto all’Europa e all’Italia?

Siamo tutti molto curiosi e speranzosi, nel momento in cui Barack Obama inizia il suo mandato presidenziale e Hillary Clinton diventa Segretario di Stato. Vogliamo vedere come questo cambiamento modificherà (e sicuramente migliorerà) le relazioni internazionali degli Stati Uniti. Le scelte di Obama di ministri per la “Environmental Protection Agency” (Agenzia per la Protezione Ambientale) e il “Department of Energy” (“Dipartimento dell’Energia”) (il capo di quest’ultimo è uno dei principali specialisti americani sul surriscaldamento del pianeta) farà sì che vengano perseguite politiche più in linea con la sensibilità degli stati europei. Certamente si manifesterà un rinnovato impegno, da parte del governo americano, alla multilateralità, sia come petizione di principio, sia come necessità, date le difficoltà economiche del paese. La capacità e la prontezza che l’Italia dimostrò fin da dopo la guerra nel fungere da ‘onesto intermediario’ tra i più potenti stati europei potrebbe costituire un elemento preziosissimo per gli Stati Uniti, nel tentativo di ripristinare rapporti perfettamente funzionanti con Francia e Germania. Ma mi chiedo: vorrà Berlusconi svolgere un ruolo del genere?

Parlaci dei tuoi ultimi lavori, e delle prospettive di pubblicazione che hanno nel nostro paese.

La mia ricerca in corso su Alcide De Gasperi mi ha ripetutamente portato a Roma. Nel dicembre 2004 ho avuto il piacere di tenere una serie di conferenze nella Capitale, a Napoli e a Trento, sul tema dell’immagine di De Gasperi nell’opinione pubblica americana e nei media americani tra il 1943 e il 1954. E faccio attualmente parte del comitato scientifico internazionale della rivista online fiorentina “Historied” (www.historied.net), che si occupa di storia dell’educazione.
Mia moglie Alica e io abbiamo recentemente intrapreso un progetto congiunto che ci porterà a tornare a Firenze e a Roma, alla fine di questa primavera. Compileremo una bibliografia commentata di articoli e libri in lingua italiana e inglese su De Gasperi, pubblicati a partire dal 1979. La bibliografia comprenderà non solo nomi, ma un indice analitico per temi – un aspetto che non è presente nella maggior parte delle opere accademiche italiane.
Mi piacerebbe poter tornare in Italia per un soggiorno più lungo, magari come visiting professor. Questo renderebbe per me più agevole cercare di far pubblicare e conoscere più ampiamente le mie ricerche in Italia. Apprezzo senz’altro l’opportunità che mi avete data di esporre qui le mie idee e le mie speranze, attraverso quest’intervista a la “La Poesia e lo Spirito”. Grazie mille!

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