“Fall out”. Lamento sulla reificazione e impossibilità dell’individuale (ovvero: quel che ci insegna il Numero Sei), di Alessandro Bellan

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Un resort con tutte le comodità, dove nessuno lavora o maneggia denaro. Architetture neopalladiane, niente traffico, inquinamento, conflitto sociale, devianza. Sanità assicurata, istruzione senza fatica, sicurezza totale, efficienza; programmazione, sorveglianza: e controllo capillare. L’isola di Utopia? In un certo senso, sì. È “il Villaggio”, il nonluogo distopico della celebre serie televisiva britannica The Prisoner (ITV 1967-68, interprete principale Patrick McGoohan) (1), i cui ospiti, però, non sono turisti, ma “prigionieri”, deportati in quanto funzionari, ex-agenti segreti, impiegati in possesso di quella merce senza la quale nessun potere può davvero funzionare: la merce-informazione. Informazioni che essi devono dimenticare di conoscere o che devono assolutamente riferire all’Organizzazione. Uno di essi, classificato come tutti gli altri con un numero, il numero sei, sceglie di non rivelare il motivo per cui si è dimesso dal suo incarico (agente dell’intelligence? alto funzionario?), scelta che gli è costata la deportazione nel Villaggio (#1: “Arrival”).

Il Prigioniero è quindi la storia della rieducazione e risocializzazione del c.d. “numero sei”, attraverso l’impiego di tutte le tecniche di disciplinamento possibili e immaginabili per renderlo inoffensivo e carpirgli le preziose informazioni (che si suppone possegga e voglia rivendere a qualche potenza straniera): solo per citare alcuni “trattamenti”, alterandone le percezioni con le droghe (#3: “A, B and C”), includendolo nella macchina del potere (#4: “Free for all”), facendo un download della sua mente in quella di un altro uomo (#9: “Do not forsake me, oh my darling”), dichiarandolo pubblicamente unmutual, asociale (#13: “Change of mind”)… E ogni tentativo di fuga, di sottrarsi, di rivendicare la propria autonomia, capacità di autodeterminazione e autosufficienza nello scegliere gli scopi della propria esistenza finisce male. Persino le statue dei filosofi e degli scrittori diventano, all’occorrenza, gli occhi con cui il biopotere del Villaggio sorveglia – ironico Panopticon foucaultiano – le vie dei possibili fuggiaschi, destinati ad essere sempre catturati e inglobati da implacabili palloni-sonda di lattice telecomandati, anch’essi metafora molto scoperta di una “seconda natura” che tutto ingloba e assimila.
Il fallimento cui si assiste nella serie è duplice: fallisce il tentativo di disciplinamento della società (che tenta di addomesticare l’individuo senza riuscirci mai fino in fondo, anche con l’ausilio della psicologia sperimentale e della manipolazione psicosociale) (2) e parimenti e simmetricamente fallisce l’individuo (che tenta di sottrarsi alla durkheimiana contrainte sociale e non ci riesce). L’individuo non vuole essere comandato, archiviato, istruito, interrogato: rivendica un’identità personale, un sé, una differenza irriducibile alla dimensione puramente burocratico-numerica che trasforma implacabilmente gli uomini, in entità anonime, prive di “anima” e di personalità, monadi isolate in un mondo iperreale, atemporale, sospeso in un eterno presente onirico, al tempo stesso ludico e disciplinare, democratico e totalitario.
Gli individui ridotti a numeri, come i numeri non hanno storia. Essi contano non per quello che sono o dicono, ma per il ruolo che svolgono, per il compito o la funzione che è stata loro assegnata e che, naturalmente, è calcolabile e quantificabile in termini economici. Il Prigioniero smaschera la perversione di ogni interazione umana regolata dall’unica legge del “valore”. Nel mondo reificato resta infatti inteso che ogni rapporto umano si debba regolare sulla “mobilità”, sulla “disconnessione”, sul “fluttuare” dei valori. Reificazione, termine escogitato dal marxismo per denunciare l’attribuzione del carattere di “cosalità” a una relazione fra persone (3), diventa qui la “disconnessione dei significanti con i significati” (4). “Un uomo come lei ha un valore inestimabile sul mercato”, spiega inappuntabile il “Numero Due” al “Numero Sei” appena arrivato sull’isola. L’individualità, la personalità, la specificità di ogni esistenza si dissolve in un codice, quello del “valore”, che però la presuppone. Tutto gira su se stesso e fluttua, tutto ha il carattere dello stare in sospeso, «sganciandosi en abyme verso una realtà introvabile» (5).
La lezione che si trae dal Prigioniero non è per niente consolante. L’individuo non può dimettersi (e cioè abbandonare il ruolo che la società gli impone), sottrarsi al Panopticon del Villaggio (non esibire e non “alienare” la sua individualità) e tanto meno fuggire (fare a meno della contrainte sociale): deve apparire fenomenicamente, erscheinen, mostrarsi, come si mostra la merce (6). La risposta che l’individuo può mettere in gioco è ancora una volta solo l’astuzia di Odisseo (7): reagire alla riduzione integrale agli automatismi e alle seduzioni della burocrazia, della tecnoscienza, del Potere ingannandolo mimeticamente, giocandolo con le sue stesse strategie. Ma qual è poi l’esito di tutta questa astuzia, mirabilmente dispiegata e invidiata al prigioniero da tutti i suoi avversari? Che per sopravvivere alla Sorveglianza Totale bisogna adottare strategie mimetiche, scalare la piramide per trovarne il fondo, accettando la logica di competizione violenta, il survival of the fittest, che regola la società, la “seconda natura”. Il “Numero Sei”, benché segregato, sorvegliato speciale e privo di mezzi, nonostante tutto resiste, accetta le regole della competizione e della sfida (sfruttando strategicamente il suo precedente addestramento di agente segreto), e si dimostra migliore di tutti i “potenti” (con il volto transeunte dei vari numeri due) che hanno cercato di sottometterlo e di estorcergli le famose “informazioni”. Salvo poi scoprire l’orribile verità quando (nell’ultimo episodio, intitolato icasticamente Fall out) strappa la maschera al “Numero Uno” al cui cospetto è finalmente giunto.
Egli scopre così di non essere in balia di un qualche potere esterno che lo minaccia e lo vuole al suo servizio: il Nemico è in lui stesso, è l’io, ripetuto ossessivamente come un raglio asinesco dal Doppio cui è stata strappata la maschera scimmiesca. Nel delirio finale c’è la verità della soggettività, cui la logica non è capace di approdare iuxta propria principia. Nel soggetto messo a nudo viene alla luce la sua naturalità violenta, indifferenziata, priva di intenzione. Noi siamo in balìa solo della nostra volontà di potenza, prigionieri del nostro “metafisico” desiderio di volerci pensare come individui, uomini, animali razionali…
Il Prigioniero, tuttavia, non è il banale lamento sulla reificazione e sull’impossibilità di essere individui nella società di massa e tecnologica. La serie – e questo è l’aspetto che la rende profondamente attuale – è animata da una profonda verve ironica e autoironica. Infatti, in Fall out (#17) il “Numero Sei” si compiace di essere proclamato vincitore da quel Potere Occulto che nelle intenzioni egli dovrebbe rifiutare alla radice, non trovando nulla da ridire su un “tribunale” che lo proclama individuo, quasi fosse il vincitore di un torneo: “He has gloriously vindicated the right of the individual to be individual, and this assembly rises to you… sir”. Ecco l’ironia: rivendicare il diritto di essere individui è, daccapo, il risultato di una certificazione burocratica bandita da una giuria, in questo caso addirittura di bestioni mascherati. Ma nessuno lo sta a sentire quando prende la parola: il Potere sa ascoltare solo per dominare, non per comprendere.
L’individuazione è illusoria. Non si può non lottare se si vuole rivendicare il desiderio “metafisico” di essere individui. Ma se si lotta si accettano le regole del conflitto, della violenza, della weberiana razionalità orientata allo scopo e, quindi, le regole del Potere. L’esito, allora, non può che essere o l’annullamento di sé nella lotta (morte come perdita del sé individuale) o l’identificazione con il Potere che è, daccapo, perdita del sé individuale. In questo paradosso, forse, sta il segreto del rapporto individuo-società.
Quel che ci insegna il “Numero Sei”, allora, è che in noi agisce una pulsione violenta e seducente a diventarlo. Essere numeri, incapsulati in un contesto istituzionalizzato, retto da norme, strutture, organizzazioni ci solleva, ci esonera da pensieri, preoccupazioni, fastidi, come aveva già compreso Gehlen nella sua filosofia delle istituzioni (8). E probabilmente rende “domestica” anche la strutturale violenza insita nella volontà autoaffermativa di essere un “sé individuale”.
Ma alcune considerazioni critiche si impongono.
Se nell’individuo che esce dal ruolo, che cerca di dimettersi, disobbedire, sottrarsi agli “obblighi sociali” si mostra, daccapo, la violenza della volontà di autoaffermazione/autoconservazione, il “biopotere”, il “controllo sociale”, il Panopticon, non sono altro che lo sguardo dell’individuo su se stesso, amplificato dalla tecnica.
Se in questa violenza si rivela poi l’arcano (che Marx attribuiva ai “capricci teologici” della merce) della nostra natura, allora la reificazione non è un che di accidentale, ma qualcosa che ha sempre accompagnato ogni tentativo di razionalizzazione del reale, ogni affermazione del principio di identità, come aveva ben compreso quel pensiero critico-dialettico oggi rimosso, dimenticato o neutralizzato.
Il lamento sulla reificazione dei rapporti umani come “oblio del riconoscimento” (9) nasconde soltanto la scoperta dell’impossibilità del desiderio “metafisico” di pensarsi, sempre e ancora, come soggetti, individui, esseri razionali.
Forse il memorabile protagonista (anche se forse fin troppo übermenschlich) non è un eroe stoico, ma la quintessenza dell’antieroe, l’emblema dell’impossibilità dell’individuale. Ma se è impossibile l’individuale, è impossibile anche il sociale; è forse di questa contraddizione, di questo paradosso, che parla Il Prigioniero, non di complotti, né di eroismi vani.
Ma allora, davvero nessuna trasformazione è possibile? La logica del dominio, l’impero della reificazione, è totalizzante e invincibile? Vale anche per il Villaggio quello che Rorty scrive a proposito dell’Orwell di 1984, e cioè che filosofia greca, scienza moderna, poesia romantica «un giorno potrebbero trovare impiego al Ministero della Verità»? (10)
Oggi noi sentiamo che il Villaggio – il mondo della manipolazione e dell’inganno, del controllo e della violenza, simbolica e non – è diventato il nostro mondo, al quale non abbiamo nessuna intenzione di sottrarci. Ma è facile confondere il rumore delle proprie catene con l’anything goes che governa il mondo. Ne facciamo esperienza giorno dopo giorno – senza mai sentire il bisogno di una rivoluzione o di un rovesciamento radicale dell’esistente – nel «mondo del cinema hollywoodiano, della televisione standardizzata, dei loisir organizzati, dello spettacolo generalizzato, dell’architettura e dell’urbanistica funzionalizzate, del consumo di massa, della corsa agli armamenti, della burocrazia trasformata in tecnocrazia pianificatrice e delle grandi imprese multinazionali» (11). Tutti elementi che sono compresenti nel Villaggio.
C’è da chiedersi tuttavia se non bisognerebbe pensare a una trasformazione che permettesse davvero agli individui di prendere atto della natura autoreificante dell’io, della violenza che risiede nella nostra stessa soggettività e che ci rende soggetto e oggetto del potere e quindi della violenza, che fa di noi vittime e carnefici al tempo stesso. Potrebbe essere questa la vera liberazione dell’individuale, l’autentico fall out? La scoperta della natura violenta del mero esser-sé, della Prigione senza sbarre che ci costringe a essere numeri, se forse non può trasformare la lotta per l’individualità in una strategia immunizzante, potrebbe diventare almeno la grammatica elementare di un pensiero non rassegnato all’inumanità?

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1. Impersonato da Patrick McGoohan, scomparso lo scorso 13 gennaio all’età di 80 anni. L’attore era noto per aver recitato anche nella serie Danger Man e per aver rinunciato al ruolo di James Bond, lasciandolo a Sean Connery e Roger Moore.
2. Una buona parte delle cosiddette “scienze umane” si è talvolta messa al servizio di questa ideologia, sposando l’idea del controllo totale, dell’osservazione integrale e della previsione del comportamento, lasciando cadere quanto nell’umano è dispendio, eccesso, passione, insomma: agire disinteressato, sacrificio, spontaneità. In particolare, anche la psicologia, che dovrebbe custodire l’attenzione e il rispetto per ciò che vi è di più interiore e irriducibile dell’uomo, reifica il proprio sguardo, oggettivando l’umano in una sintesi protocollare di comportamenti osservabili e quantificabili. In questo modo, però, essa si trasmuta in registrazione statistica, calcolo delle frequenze, psicometria e analisi fattoriale per non parlare di quella pseudocultura psicoterapeutica, ormai onnipervasiva e che ci insegna solo «a stare buoni al nostro posto» (F. Furedi, Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, Milano 2004, Feltrinelli 2008, p. 248; da notare che il titolo scelto per l’ed. italiana da Feltrinelli è alquanto fuorviante, visto che l’originale è Therapeutic Culture. Cultivating vulnerability in an uncertain age).
3. G. Lukács, Storia e coscienza di classe (1923), Milano, Sugar 1967, p. 108.
4. J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte (1976), Milano, Feltrinelli 2002, p. 34.
5. Ivi, p. 20, nota.
6. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Torino, Einaudi 1993, pp. 213-247. Il Panopticon può essere interpretato in modo più ampio rispetto alla sua funzione di disciplinamento e controllo totale, tipico delle letture foucaultiane, ovvero come riduzione dell’individualità a merce e questa a fenomeno che, in quanto tale, deve apparire, mostrarsi, venire alla luce. L’Erscheinung riabilitata dal primo Heidegger diventa così l’epifania della merce, come aveva acutamente osservato a suo tempo G. Anders: “Quando Heidegger, non importa se a ragione o a torto, diede nuova vita alla parola fenomeno, divenuta ormai esangue, interpretandola come ciò che si mostra, non pensava affatto alla fenomenicità delle merci pubblicitarie; tuttavia proprio ad esse si adatta la sua interpretazione: ciò che vuol essere preso in considerazione deve mettersi in mostra. Il mondo è diventato una mostra, un’esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare, perché comunque ci siamo dentro” (G. Anders, L’uomo è antiquato, vol. 2: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale (1980), Torino, Bollati Boringhieri 1992, p. 146; cfr. anche U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Milano, Feltrinelli 2002, p. 659).
7. Cfr. M. Horkheimer, Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo (1947), Torino, Einaudi 1991, pp. 51-86.
8. A. Gehlen, Le origini dell’uomo e la tarda cultura (1956), Milano, Il Saggiatore 1994, pp. 13-130; Id., Prospettive antropologiche (1961), Bologna, Il Mulino 1987, pp. 103-114. Sulla filosofia delle istituzioni in Gehlen, cfr. A. Sartori, Sull’esistenza sociale in Hegel e Gehlen, “Quaderni di Teoria Sociale”, 5, 2005, pp. 121-137.
9. Cfr. A. Honneth, Reificazione. Uno studio in chiave di teoria del riconoscimento (2005), Roma, Meltemi 2007.
10. R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia. Contingenza, ironia e solidarietà [1989], Roma-Bari, Laterza 1998, p. 200.
11. S. Haber, L’aliénation. Vie sociale et expérience de la dépossession, Paris, P.U.F. 2007, p. 14.

8 pensieri su ““Fall out”. Lamento sulla reificazione e impossibilità dell’individuale (ovvero: quel che ci insegna il Numero Sei), di Alessandro Bellan

  1. Credo che Il Prigioniero incarni la figura del “resistente psichico”. Il terreno di lotta tra il Potere e l'”uomo libero” è d’altra parte, in questo sceneggiato profetico, proprio la mente del protagonista. Ciò è chiaro, ad esempio, nel IV episodio, in cui al Numero 6 vengono indotti artificialmente dei sogni perchè egli confessi ciò che sa. Ma anche nell’episodio V, e in maniera ancora più drammatica, le tecniche della sorveglianza si accaniscono sull’unità dell’identità personale del Prigioniero, tentando di indurlo a dubitare di se stesso e mettendolo di fronte ad un presunto sosia che ne sgretoli le certezze più intime, percettive, elementari: “chi sono io?”. Il Villaggio vuole da lui quella materia “immateriale”, quei beni aerei e dileguanti che sono appunto le “informazioni”. E questo in un prodotto di fiction della fine degli anni ’60, ben prima che l’innovazione tecnologica (e quella che un tempo si chiamava non “informatica”, ma “scienza dell’informazione”), la matematica finanziaria più spericolata e le immagini dell’industria culturale-mediataca, divenissero il prezioso “capitale cognitivo” dell’economia, della società, dello spettacolo. Del mondo in cui viviamo oggi. Quando il Potere, e la sua declinazione nella “società del sapere”, non si accontentano più di sfruttare il lavoro materiale, le braccia degli uomini, ma vogliono appropriarsi delle capacità cognitive, relazionali, simboliche e affettive degli individui, che cosa possono fare, questi ultimi, per opporre una resistenza critica? I primi piani sul volto corrugato e concentrato di McGoohan, mi sembrano fornire la risposta: la psiche individuale è ciò di cui le tecniche di controllo vogliono appropriarsi; la psiche individuale è la risorsa del pensiero critico. Dice poi bene Bellan: la psiche individuale, la mente di ciascuno, sono già originariamente invase da un’istanza violenta, che ad asempio consente all’uomo di sopravvivere in condizioni naturali, figuriamoci in condizioni “di mercato”. Ma la psiche individuale è anche vettore di consapevolezza, deposito di frammenti di coscienza, e forse di memoria, non reificati. Il Prigioniero ce lo ricorda con spietato realismo, senza scappatoie consolatorie. Il Prigioniero aveva già a suo tempo una certa attualità filosofica, ora la sua attualità è anche storico-sociale.

    Grazie al Bellan!

    Andrea.

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  2. Trovo opportune e altamente condivisibili le osservazioni di Andrea, che ringrazio per il bel post.
    Resta però il problema di fondo: l’individuo, la psiche individuale, può essere davvero, come dice Andrea, una “risorsa del pensiero critico”? E’ ancora possibile una coscienza non reificata nel mondo della reificazione integrale, del valore di scambio assolutizzato e dello scambio simbolico generalizzato? Andrea sa bene come tale affermazione sia oggi derisa dai critici postmoderni della soggettività e da tutti quelli che in essa scorgono una “metafisica umanistica”, il platonismo-aristotelismo dell’animal rationale, il cartesianesimo della coscienza ecc. Già dire che il pensiero possa criticare la realtà passa per un’affermazione metafisica, criptonormativa, segretamente idealistica. Tanto che Habermas, già teorico critico “francofortese”, ha abbandonato tale pretesa esaltando prima l’intesa comunicativa e il mondo della vita e, oggi, addirittura la forza etico-normativa del diritto e – udite udite – della religione. (E poi mi vengono a dire che Hegel non è più attuale…)
    Come evitare, allora, simili obiezioni? Rinunciando d’emblée al pensiero come risorsa critica e aderendo consapevolmente e fattivamente a un progetto di autoreificazione (Houellenbecq docet)? Oppure, al contrario, riproponendo la psiche individuale come “vettore di consapevolezza, deposito di frammenti di coscienza, e forse di memoria, non reificati”? E come si fa, in quest’ultimo caso, senza riproporre una metafisica dell’individuale o della coscienza?
    Nel mio articolo ho quindi insistito soprattutto su quello che la coscienza critica, oggi, può ancora tentare di mostrare senza pretendere di ricondurre tutto a sé e senza scadere nel lamento sulla reificazione o sull’individualità impossibile, corollario inevitabile della nostra condizione postmoderna. Secondo me tale chance sta nel collegamento che essa può ancora istituire tra natura (auto)reificante dell’io e struttura del potere (e anche per demitizzare l’idea che il potere sia una sorta di Spectre o di Compagni di Baal del regno infero, tanto per restare sulla popular culture).
    In fin dei conti “The Prisoner” sostiene una morale anarcoide alquanto problematica: ogni potere è male, pertanto dobbiamo liberarci dal Nemico che è dentro di noi rifiutando la logica stessa dell’egemonia e della violenza. Oggi una tesi simile è sostenuta da un autore come Richard J.F. Day, con la sua teoria della ribellione permanente: si veda il suo “Gramsci è morto. Dall’egemonia all’affinità”(Eleuthera), che poi è sempre la vecchia idea anarcoide di Althusser). E il n. 6 è appunto l’idealtipo del ribelle (mimetico) permanente, proprio perché deve tentare di salvare le sue capacità cognitive, il mentale, dalla colonizzazione sistemica della sorveglianza panottica, della “società del sapere”.
    Ma io credo che una strategia mimetica, come quella adottata dal Prigioniero, sia oggi diventata altamente problematica, così come le azioni locali e le comuni di resistenza teorizzate da Day. Tuttavia non so se “un altro individuo è possibile”. Ma solo se lo è, è anche possibile un mondo diverso.

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  3. Molto interessante questo post.
    Ci sono cose un pò discutibili (non nei contenuti ma nella forma), in questo episodio de Il prigioniero, in primis il missile (per quello il titolo Fall Out ?).

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  4. Mi sembra che il punto sia proprio quello del parlare di “individuo” senza tirare in ballo la metafisica umanistica dell’animale razionale o della coscienza. E questo pur conservando il pathos di una liberazione radicale del numero nell’uomo; un pathos, se vogliamo, utopico ma al tempo stesso realistico, benchè, ancora una volta, assestato sul fronte della “possibilità”, e non su quello di una presunta sostanzialità ontologica di un ente chiamato “individuo”. Bellan, d’altra parte, ha scritto delle cose interessanti su questo in un libretto che trattava prevalentemente di Adorno, uscito per Il Poligrafo.

    Non è detto che sia ancora possibile parlare di “individuo” in senso critico, tanto meno a cuor leggero, ignorando le tecniche della sua dis-integrazione (prima immaginate dalla fantascienza e ora divenute cronaca). Ciò non toglie che forse vale ancora la pena schizzarne un ritratto utilizzando i concetti, altrimenti inflazionati in altri contesti politici, sociali e psicologici, di “possibilità” e di “relazione”.

    Quanto alla mimesi, che dire? Il normativismo metafisico e trascendentale è affossato (vedi Habermas, che è ormai da anni catturato in un pendolarismo teorico indeciso tra Kant e Hegel). Che cosa resta? L’eremita? L’anacoreta? Il profeta impazzito?

    Oppure la società?

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  5. Si potrebbe anche salire su un missile, e essere catapultati una buona volta nello spazio infinito. Ma… come dice Sfogar, ciò suscita delle perplessità, se non altro estetiche, di forma.

    I missili mi fanno paura e anche un po’ schifo!

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  6. @Sfogar:
    Secondo me ci sono due possibili interpretazioni della scena “missilistica” nel finale di Fall Out:
    1) il missile proietta il modulo di sopravvivenza del N. 1 nello spazio, ed è stato quindi inserito affinché non si pensi che la vittoria del N. 6 possa essere considerata totale (nessun happy end, insomma);
    2) il missile è solo una citazione (così come quella “pop” di All You Need Is Love all’inizio della puntata): ci vuole dire soltanto che siamo alla fine dell’età panottica della Sorveglianza e che siamo entrati in quella spaziale: in fondo è anche quello che è accaduto, con tutte le sonde e i satelliti che ci sorvegliano dall’atmosfera. E’ il trionfo della Tecnica sul Potere, il disvelamento della natura meramente tecnica di ogni potere.
    Trovo quest’ultima interpretazione più intrigante, meno funzionale al plot e più omogenea al significato filosofico della serie.
    In entrambi i casi, comunque, resta fermo che il Potere sopravvive a se stesso, si riproduce, si proietta altrove, persino sul cielo stellato sopra di noi, quel cielo stellato che riempiva il cuore di Kant di “sempre nuova meraviglia”.
    Ricordiamoci che Fall Out, poi, non significa solo evasione o fuga, ma anche ricaduta, ritorno al punto iniziale (e questo spiegherebbe la circolarità del finale, con la scena del N. 6 che guida a tutta velocità come nel prologo della prima puntata: il finale potrebbe essere semplicemente l’inizio).
    La porta della casa londinese del N. 6 si apre, sinistramente, come si aprivano quelle del Villaggio, cioè automaticamente. Qualcuno è ancora lì che sorveglia…
    @ Andrea Sartori:
    Certamente dobbiamo recuperare concetti come “possibilità” e “relazione”. Ma se li mettiamo insieme non abbiamo secondo te l’individuo “personalistico”, ri-ontologizzato, caratterizzato come apertura all’altro, trascendenza, relazionalità infinita? Non ti sembra un ritorno all’
    individuum ineffabile?

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  7. Come scriveva Spinoza, è solo prendendo coscienza della nostra schiavitù che diventiamo liberi. Solo nella presa di coscienza della violenza insita nel proprio sè, l’individuo diventa autenticamente sè stesso.

    In una recente conferenza di presentazione del suo ultimo libro, Cinacittà, Tommaso Pincio, dichiarando di essersi ispirato ad Orwell nello scrivere il suo romanzo, faceva notare che quando Orwell descrive fisicamente il “Grande Fratello” non fa altro che tracciare il suo autoritratto (i baffi ed altri particolari, fanno pensare che l’autore si stesse autodescrivendo). Il grande fratello è l’autore, proprio come accade nel prigionerio, in questo, evidente debitore, come la maggior parte delle distopie angloamericane e non solo, all’autore di 1984 (che anch’esso, come the Prisoner, non manca appunto di ironia e autoironia nel presentare i fatti narrati).

    La particolarità di The Prisoner, come metti molto ben in luce, è quella di porre al centro della scena narrata il tema dell’informazione (peraltro già presente in Orwell) in questo rivelandosi in qualche misura profetico ed estremamente attuale rispetto alla società nella quale viviamo.
    Da un punto di vista delle mie opzioni per dir così metafisiche, non ho mai creduto nell’esistenza esclusiva dell’individuale. Ho sempre creduto e credo ancora, con Thom e con Peirce, alla priorità ontologica del continuo rispetto al discreto. E i numeri, che invece per me hanno una storia (la loro descrizione, ciò che accade loro, leibnizianamente), non sono altro che i nomi propri con cui designiamo e nominiamo il continuum di cui siamo fatti.

    Il nostro destino è numerico: è la necessità del destino di segmentare immer wieder il continuum che ci costituisce e di trovare uno spazio d’azione e di individuazione (individuum) nel suo non luogo.

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  8. L’intervento di Marco Meneghelli mi permette forse di rispondere alla domanda di Alessandro Bellan: come ripensare l’indivisuo senza renderlo un’entità esclusiva ed ineffabile, aprendolo piuttosto alle dimensioni della possibilità e della relazione, in modo da evitare al tempo stesso la ricaduta in una metafisica personalistica e della trascendenza?

    Se la presa di coscienza riflessiva dell’individuo consiste nell’assumere la consapevolezza del continuum relazionale su cui “galleggia” l’individuo stesso, ciò implica che quest’ultimo non può fissarsi in un’identità univoca, discerta, ripartita una volta per tutte in unità immobilizzate.

    Dice efficacemente Marco che il nostro destino è numerico, ma anche che i numeri hanno una storia.

    C’è della metafisica in questo? Forse sì, ma l’importante è che essa poggi su basi non dogmatiche (non concordo invece con Marco, quando egli dice che c’è una “priorità” del discreto sul continuo: essi sono piuttosto momenti entrambi dialetticamente centrali. Inoltre, come ben sa Bellan, la dialettica può ora essere intesa come grimaldello di una critica affrancata dalle proprie basi vetero-metafische, vetero-idealistiche e pure vetero-marxiste).

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