Un manifesto della fede cristiana

 

rupnik

La fede cristiana nasce da un’esperienza d’amore: l’incontro con Cristo. Nei vangeli è un dato chiaro. Ciò che non nasce dall’amore non è cristiano, perché “Dio è amore” (1Giovanni 4,8). Questa premessa è inevitabilmente critica nei confronti di espressioni religiose che lasciano intravedere altre motivazioni e altri fini. Una verifica continua in tal senso conviene anzitutto ai fedeli del cristianesimo: perdere credibilità significa non raggiungere più il cuore della gente e conseguentemente screditare i propri ideali. Il passaggio delicato è quello dal carisma all’istituzione: un percorso obbligato, che non può diventare un alibi per tradire le caratteristiche originali. Il fondatore si riconoscerebbe ancora nella religione o nel movimento da lui iniziati? Vengono in mente i roghi dell’inquisizione o le stragi delle crociate: si potrebbe argomentare che il fine, allora, fosse la salvezza del fedele o dell’infedele; ma Gesù di Nazaret, probabilmente, non avrebbe sottoscritto tali metodi. La legge dell’amore implica conseguenze evidenti: la scelta del dialogo nei rapporti personali e sociali, politici e giuridici; la rinuncia ai segni del successo o del potere, economico e militare; la preferenza per le forme aperte nelle strutture materiali, per indicare la disponibilità alla condivisione dei beni fisici e spirituali. Perfino uno Stato può diventare una terra generosa e accogliente, un gan in eden, un giardino nella steppa (Genesi 2,8). Il criterio nella comunicazione dovrebbe essere di tipo propositivo, non imperativo: la libertà è il presupposto dell’amore. La comunità cristiana è chiamata a suscitare entusiasmo, e ciò è possibile se tocca le leve più profonde della persona. Al centro deve essere posto il carisma di Cristo, che attira tutti a sé col suo darsi senza riserve. Attirare, non costringere; la dinamica della fede è il desiderio. Come Gesù, la comunità cristiana dovrebbe avere un’attenzione senza compromessi per i poveri, i malati, gli emarginati. E, come Gesù, dovrebbe essere pronta ad affrontare l’ostilità dei ricchi e dei potenti. Non si può dimenticare che il Nazareno fu giustiziato dal potere politico-religioso, che scorgeva in lui un pericoloso sovvertitore dell’ordine costituito.
La Chiesa non può accomodarsi nelle pieghe della società, cercando di barcamenarsi in un irenismo neutrale: deve prendere posizione contro ogni ingiustizia, seguendo l’esempio del maestro, essere uno stimolo continuo per le forze politiche e le organizzazioni sociali. La liturgia dovrebbe inverarsi in azioni concrete, per non essere ridotta a rito vuoto e ipocrita: è coerente scambiarsi il segno della pace se si provocano guerre con scelte egoistiche? O spezzare il pane della mensa eucaristica se non si spezza quello della mensa quotidiana? Lo stesso discorso vale per la catechesi: come insegnare agli altri se faccio il contrario nella vita? La diaconia, cioè il servizio, non è un metodo per guadagnare il paradiso, ma un immergersi nel dolore dei poveri per riscattarlo fin dove è possibile. L’intera articolazione della vita cristiana dovrebbe essere passata al vaglio della verità esistenziale quotidiana: questo è il senso del Logos che si fa carne; in caso contrario, è una finzione che crea barriere o addirittura odio e disprezzo, mentre dovrebbe gettare ponti per comprensioni sempre più profonde. La fede cristiana diventa necessariamente politica: è un’illusione volerla rinchiudere nella naftalina delle sacrestie; il messaggio di Gesù sgretola i muri alzati a protezione dei propri privilegi, le palizzate dell’indifferenza e del razzismo, i lager delle discriminazioni di ogni genere. La Chiesa non può, tuttavia, identificarsi in un partito, perché verrebbe assorbita in logiche di potere che il fondatore non le ha assegnato, anzi, da cui ha ordinato di guardarsi. In materia etica, la comunità cristiana non può imporre allo Stato le proprie posizioni, ma deve testimoniarle con la forza di una convinzione profonda, che metta in crisi le scelte di comodo: ognuno ha il diritto di esercitare la propria libertà, ma nessuno può esigere il silenzio su argomenti in cui sono in gioco i valori più alti. La Chiesa non è una comunità di giusti: è un’assemblea di persone che riconoscono la propria fragilità, sanno di aver sbagliato e di poter sbagliare; non è un tribunale di giudici severi, ma un rifugio per chiunque voglia imparare ad accettarsi nel suo statuto di essere imperfetto, esposto alle tentazioni e alle prove della vita. Solo una comunità di questo tipo può testimoniare il Cristo che ha voluto dare tutto, anche la vita fisica, per amore dei poveri. Il cristianesimo è la religione che riconosce il segreto di ogni cambiamento: sentirsi amati per imparare ad amare, a propria volta.

29 pensieri su “Un manifesto della fede cristiana

  1. (1 Giov. 4:8)
    ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν
    Deus caritas est
    A costo di perdersi nelle minuzie delle filologie testuali, credo che sia più che importante, cruciale, recuperare il senso che queste parole, “Dio è amore”, avevano per le prime comunità cristiane. L’amore qui invocato non ha nulla di psicologico, non è un sentimento, non è una condizione individuale. È una condivisione collettiva, è il senso di una ricchezza comunitaria. È ekklesia nel significato più proprio del termine, assemblea di tutti.
    Oggi viviamo in un clima di diffuso scetticismo su cui non c’è alcuna riflessione, indifferenziato, e si fa largo la tendenza ad assimilare la religione a un insieme di dottrine e norme di comportamento sorte esclusivamente in un divenire storico, e che lì tramonteranno. Questo clima si chiama secolarizzazione.
    Si potrebbe osservare, pur da un punto di vista secolarizzato, che, per quello che si sa, non è mai esistita alcuna società priva di un insieme di credenze religiose. È un fatto curioso.
    Il cristianesimo, tra tutte le religioni, ha una peculiarità su cui per secoli le coscienze si sono interrogate: il Dio-Uomo, Uomo-Dio, che condivide tutte, ma proprio tutte, le miserie di tutti gli uomini, fame, sete, dubbi, vergogne, angosce, dolore. E condivide le ricchezze spirituali che sono possibili a tutti, raccomandando semplicemente: “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”.
    Tra tutte le religioni, forse il cristianesimo è la più difficile, e la più terribile, perché impone di non sfuggire a se stessi, a quello che più autenticamente chiamiamo, pensiamo, sentiamo come noi stessi. È la religione per cui l’io trova il suo significato nel noi.

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  2. penso all’episodio del paralitico che viene calato dal tetto perché sia guarito.(Mc.2,1-12)
    all’inizio Gesù fa solo una cosa: lo perdona.
    (solo in seguito a brontolii lo guarisce)
    perché?
    penso alla malattia, al bisogno di sicurezza costantemente messo alla prova dalla fragilità del nostro esistere, al bisogno di miracoli, oggi come allora, poi leggo e Gesù perdona il peccato, che è sempre incapacità di amare.
    il perdono è il dono di una vita nuova, come se Dio dicesse “puoi ancora amare”
    è un linguaggio duro e nello stesso tempo delicato. è vita solo nell’amore. entrare in questa dinamica non è facile, ma se si riesce a farne esperienza allora ci si sente guariti nonostante tutto.

    grazie, fabry

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  3. difficile sottrarsi al fascino di queste parole, Fabrizio, e certo io non mi sottraggo. Il tuo è come un programma, una dichiarazione ri-fondativa di una società basata su amore e giustizia (s’intende, giustizia amorosa, non quella vendicativa dell’Inferno dantesco, e similari). “Perfino uno Stato può diventare una terra generosa e accogliente, un gan in eden, un giardino nella steppa” dici, confido che sia così, l’amara constatazione è che finora nessuno Stato che sia durato più dello spazio di un mattino si è dato in questa forma, men che meno naturalmente lo Stato del Vaticano, incarnazione, nel passato e nel presente, di una tradizione di interessi secolari certamente al di fuori della tua prospettiva. E lo stesso dicasi, naturalmente, per gli Stati moderni, calati e immersi fino al collo sempre più nel clima della globalizzazione liberal-capitalista che ben conosciamo.

    In questa tua prospettiva emerge con grande nitidezza l’esigenza di una pratica di amore reciproco che non lascia dubbi e scampi ad alcun compromesso; e non si può non consentire con questo, anche indipendentemente dalla fiducia nel grande profeta, la persona storica di Gesù Cristo, che questo messaggio ha lanciato nel mondo, cioè, dico, anche indipendentemente dalla convinzione che quella persona storica sia stata o meno una incarnazione terrena della Divinità.
    Quello che voglio dire è che sul messaggio forte – ineludibile e penetrante e pervasivo – che tu descrivi si può ben fondare un’etica umana straordinaria, ma nel senso più generale possibile della parola “etica”, spesso invece limitata ad un elenco di schematici precetti.

    La fede nell’esistenza di una Divinità che trascenda l’esperienza materiale umana è ancora altra cosa – connessa alla precedente per coloro che credono nella divinità di Cristo – rispetto alla quale ognuno può legittimamente e liberamente (come tu sottolinei) porsi.

    Grazie, comunque, e anzi, fortemente grazie per questo scritto che, se ce ne fosse ancora bisogno, rivela con grande chiarezza quale sia la tua bruciante e inarrestata passione e il tuo daimon ispiratore.

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  4. Grazie, Fabrizio, per averci ricordato che la fede non è sinecura, ma impegno quotidiano di amore, di dialogo con l’altro, non importa quali siano state le sue scelte. Questo dialogo sarà tanto più vivo quanta più ampia sara la base di condivisione etica, su questo concordo con Sparz.

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  5. vox clamantis in deserto! il problema è, appunto, la scarsa condivisione e il rovesciamento dell’ordine di importanza dei fatti nelle coscienze degli uomini d’oggi. un tempo la disonestà, la meschinità quotidiana, l’arraffa-arraffa, la gomitata per arrivare primo esistevano ma erano comunemente additati come comportamenti deplorevoli. ipocrisia? certo: dante ne parla abbondantemente come il tratto più ripugnante che affligge i cosiddetti credenti. chiesa in testa. però oggi il freno alle miserie umane non è posto in nessun modo: anzi, se ti comporti con la semplicità dell’amore (l’amore è semplice, non è difficile, non è drammatico) sei, concedetemi l’espressività del mio dialetto, un “mona”, un “sempio”, un debole, insomma, uno che non ha capito niente. da soli non si può fare molto: bisogna condividere e lottare e avere il coraggio di alzare la voce. la mitezza dell’amore e il coraggio del toro nell’arena, il candore della colomba e l’astuzia del serpente. contiàmoci, senza orgoglio, ma contiàmoci: quanti siamo a voler rendere apertamente la nostra vita un martirio? quanto conta la parola INSIEME nella nostra vita, quanto contano, invece, le (belle) parole? quanto siamo disposti a sporcarci le mani, a imbrattarci la veste, in una quotidianità di follia da cui è scomparso il bello della gratuità, una quotidianità di desolazione, di bugia sistematica, di ricchezze spaventose contro povertà (non solo materiali) inimmaginabili? questa per me è la politica. questo per me è il mio partito. però quando ne parlo vedo spalle che si strizzano, bocche all’ingiù, molti se e molti ma, forse, non so, sì, però.
    grazie, fabrizio.

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  6. Alcune cose voglio dirle apertamente.

    Anche a me piacciono le tue parole, sono parole di speranza, di amore per il dialogo. Mi fanno pensare a un cristianesimo di base, o delle origini, e mi scuso se uso termini non appropriati, ma ammetto la mia ignoranza sullo stile “teologico”.
    Purtroppo credo che le attuali gerarchie ecclesiastiche abbiano causato danni incalcolabili a questa concezione del cristianesimo, che riflette una concezione della stessa vita. Ho sempre pensato che la Chiesa ospitasse posizione diverse, tutte ugualmente dignitose. Oggi sento solo la voce – amplificata a dismisura da media compiacenti – della gerarchia dominante, e provo un fastidio assoluto, addirittura una paura, che mi creano un’opposizione psicologica radicale e mi fanno fuggire lontano. E non sono il solo, credetemi. La mancanza di pietà verso i drammi che hanno vissuto gli Englaro, Welby, quell’utilizzare il loro dolore per imporre la propria visione delle cose; l’Avvenire che chiama di fatto il padre di Eluana “boia” mi riempie di orrore; le dichiarazioni sempre aggressive verso i dico, i gay; la reintegrazione dei vescovi di estrema destra, con la postilla che il papa non sapeva nulla delle dichiarazioni di quel pazzo negazionista: e chi ci crede? Un papa che toglie una scomunica, è inverosimile che non siano stati studiati a fondo i casi; la dichiarazione che l’istituzione delle ronde era una scelta che eliminava lo stato di diritto, poi corretta a 360 gradi; la sensazione netta che vi sia una comunanza tra gerarchie e questa classe di governo, composta da una cricca di affaristi senza scrupoli ipocriti e atei che si inginocchiano e concedono privilegi solo per avere i voti.

    Tutto questo, purtroppo, si mescola a testi come il tuo, e in qualche modo li disturba, li danneggia, causa loro delle crepe dall’esterno. Ben vengano le tue parole, ma che fatica considerarle con la necessaria purezza, restando impermeabili all’inquinamento della gerarchia…

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  7. Grazie,Fabrizio.Il tuo Manifesto di autentico cristianesimo
    arriva in un momento di grande sconforto per certe affermazioni dei vertici della nostra chiesa che non riesco acondividere,in quanto, a mio parere,sono in contrasto con l’amore e la compassione che sono il vero ed unico fondamento di ogni vita cristiana.Sento disorientamento in molti fedeli.Perquesto le tue parole giungono veramente gradite,direi provvidenziali.
    Grazie, Annamaria

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  8. vi ringrazio, amici.
    da tempo sono convinto che ognuno debba fare la sua parte per vivere il vangelo, rispondendo delle capacità, del tempo e delle forze. Responsabilità è la parola chiave: sono libero, ma dovrò rispondere del modo in cui ho esercitato la libertà, se non altro di fronte alla mia coscienza. questo pensiero mi dà gioia: la vita ha un senso, non sono una scheggia impazzita che corre verso il nulla. e se anche lo fossi, cercherei un disperato contatto con un’altra scheggia, condividerei con lei ogni istante disponibile.

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  9. Caro Fabrizio,
    il tuo è un intervento che lascia senza fiato, e che aiuta gli uomini di buona volontà a ritrovarlo, perlomeno a cercarlo.
    Soprattutto perché è noto e chiaro a tutti che non si tratta di un esercizio retorico.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  10. “Attirare, non costringere; la dinamica della fede è il desiderio”: quanto sono autentiche queste parole che scrive Fabrizio! Nella sua requisitoria contro il Cristo ritornato, il Grande Inquisitore di Dostoevskij lo accusa proprio di questo: “Tu hai voluto il libero amore dell’uomo, hai voluto che liberamente Ti seguisse, attratto e soggiogato da Te”. Così, lasciando l’uomo nella sua libertà, rinunciando a schiacciarlo con “il miracolo, il mistero e l’autorità”, Cristo gli ha lasciato anche il tormento, terribile, della coscienza.
    Credo che poche pagine abbiano saputo rappresentare con pari profondità il dramma della storia, e di questa singolare relazione dell’uomo con Dio che è l’incarnazione. Certo, ci portiamo sulle spalle il peso di una serie infinita di tradimenti: del resto: in ogni piccolo che soffre o che muore Gesù continua a ritornare sulla croce…
    Le parole di Fabrizio mi paiono piene di verità, mi pare che nascano da una fede che ricerca, più che preoccuparsi di dare risposte esatte. Mi pare anche che, in questo tempo così buio e confuso, aprano una porta alla fiducia: mi conforta molto pensare alla Chiesa come “un’assemblea di persone che riconoscono la propria fragilità”, e che viaggiano insieme, e non sole.
    Intervengo per la prima volta in questo blog, che mi piace molto. Inutile dire che condivido quanto avete scritto; grazie a tutti,
    lucia

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  11. Ci sono molte belle parole cristiane in questo post; ma non sono tutte “le” parole cristiane.
    C’è una asimmetria che va mantenuta, tra l’incontro con la Persona di Cristo e la percezione che il mondo ha di quell’incontro e dell’esito personale, sociale, culturale, politico di questo incontro.
    Il cristiano, pur essendo “in” questo mondo, non è “di” questo mondo; non essendo di questo mondo cambia la logica del suo porsi.
    Non innanzitutto il visibile, il vivibile, il credibile; ma il vedente, il vivente, il credente.
    In sostanza, parafrasando una definizione catechistica, prima dell’efficacia e dell’essere segno, necessita essere “nella grazia”, essere sacramento.
    Su questo punto si deve riguadagnare il ruolo dell’istituzione come “custode del carisma”.
    Ma soprattutto si deve far germogliare il frutto della consapevolezza del comune peccato; un frutto che deve allontanare da ogni tentazione catara di purismo, ribaltato sulla storia passata e su quella presente.
    Da questo punto di vista, dato atto della passione liberatrice espressa bellamente nel post, mi sia concesso di rilevare che il mysterium iniquitatis, se agisce anche tra i cristiani (ed è visibilissimo, quanto più i cristiani sono esposti mediaticamente) agisce anche tra i non cristiani.

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  12. grazie, Lyco.
    sono per la manifestazione.
    ci sono mille motivi per non dire nulla, per non lasciar trapelare neanche un frammento del cuore.
    io voglio debordare, straripare, l’universo è nato da un getto, da uno sbocco d’amore.

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  13. Se il mio intervento ha dato adito ad un’impressione di freddo raziocinio, chiedo venia.
    Sono anch’io per una Chiesa che si manifesti per quello che è, vera nella carità.
    Il punto è il “mondo”. Se il “mondo” dice “io sono il mio inizio”, mente e io devo far notare questa menzogna. Il “mondo” può aver ragione di me, può farmi arrivare a credere che la mia “famiglia” (la Chiesa) è sempre stata e sempre sarà una congrega di delinquenti, ma non per questo “ha ragione”.

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  14. grazie, Lyco.
    la Chiesa delle origini era considerata precisamente una congrega di delinquenti (pubblicani, prostitute, zeloti-terroristi) e Gesù fu giustiziato come un malfattore, un bestemmiatore, fra due suoi pari, su un patibolo infame – la croce – che doveva impedire di toccare terra ai piedi dell’escluso da ogni patria. i problemi della Chiesa sono cominciati quando è passata dalla parte della ragione, dell’istituzione, delle persone perbene. da allora gli esclusi hanno rischiato di rimanere fuori: devo lottare quotidianamente per farne accettare alla gente la presenza nella comunità. il mondo non ha in sé il suo inizio: il mondo inizia quando inizia l’amore e Gesù è venuto a comunicare questo, anzi a dimostrarlo con i fatti. chiunque si senta amato, nonostante tutto, ritrova la sua patria, e la Chiesa ha la missione di accogliere coloro ai quali è stata tolta perfino la patria dell’anima, perché chi non è amato è in bilico sul nulla. se un uomo, grazie alla Chiesa, ritrova la sua dignità – nonostante sia un pubblicano, una prostituta, uno zelota – la Chiesa ha ritrovato se stessa, la sua vera ragion d’essere.

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  15. Ci sono, caro Fabrizio, sono nelle tue parole, anche se con molto disagio, perché le avverto più come una interrogazione che un’affermazione. Sarebbe stupendo poter affermare ad alta voce queste tue parole, dire: ecco, noi cristiani siamo questo. Avverto un senso di lacerazione anche solo nel pensarlo. Lo so, sono sempre stato un ribelle, ma un ribelle a disagio, non arroccato nella mia ribellione. Mi piacerebbe non dovermi ribellare. Mi ribello al potere, anche quello spirituale, esercitato non tanto con la fermezza dell’amore (che è empatia, comprensione, agàpe, giudizio che si ferma alla soglia della coscienza e rimanda al giudizio di Dio ma con vicinanza di parole, non con ostilità e terrorismo). Mi sono sempre ribellato al potere del ruolo. Inutile nascondere che ce l’ho con la gerarchia ecclesiastica, l’alta gerarchia, che mi sento a disagio nel non poterla difendere davanti a un umanesimo di radice universale (o “laica” se vogliamo, ma senza la connotazione – anche qui – di opposizione che talvolta viene sottilmente insinuata negli argomenti di dibattito: “laico” in contrapposizione a “religioso”, come se il Cristo avesse inventato l’umanesimo; il Cristo non ha inventato nulla ma è venuto a perfezionare, a dare un ulteriore senso, quello appunto dell’amore, a far capire all’uomo che la sua umanità è importante sempre e comunque).
    Questa gerarchia che cerca di trovare un braccio operativo che giunga subito e con efficacia laddove non giunge la capacità di “attirare”, come tu dici. Si dice “questo non va bene” ma non il “perché”, dimenticandosi che la Parola di Dio non ha mai prevaricato sulla libertà, prima di tutto di scelta (Dio ci ha fatti liberi di scegliere il bene o il male, anche il male, perché se non potessimo non saremmo liberi). Si dice sempre “no” e ancora “no” e non si elabora nulla di positivo, di propositivo, rimandando a un Verbo che non è più Verbo ormai, ma interpretazione trita e ritrita alla luce della filosofia di moda al momento, purché tutto, a livello teorico, in qualche modo “si tenga insieme” razionalmente. Ma l’amore non è razionalità e le metafisiche, ahimé, nella loro fragilità non consentono una via così dogmatica (e peraltro così oscura), una via che comprenda anche l’amore. Le metafisiche sono astratte, non hanno senso per chi ama, non possono essere capite da chi non studia filosofia e, purtroppo, la gran parte degli uomini non può studiare. Ma se dobbiamo avere un rapporto con Dio, la nostra fede è verso di Lui come atto individuale (è sempre individuale il rapporto con Dio: non è il rito, il rito non è rapporto ma una forma di testimonianza collettiva di per sé non indispensabile. Cristo dice “quando due o più di voi sono insieme nel mio nome, io sono in mezzo al loro”, ma questo non significa che Dio non lo sia anche quando sei da solo (anzi!) e non significa che il trovarsi insieme sia automaticamente rapporto con Dio. Lo spirito Santo è sceso su ognuno di noi, si dice negli Atti, non è comparso come un fenomeno contemplativo ma come forza attiva individuale.
    Dunque, l’autorità della parola, dell’insegnamento, della elaborazione teologica ecc. ecc., che sono grandi aiuti al cristiano, non possono essere propinati con la stessa autorità della parola di Dio che parla ad ognuno (alle coscienze). Ci deve essere un chiarimento. Insomma, devo sapere con chiarezza, come ad esempio tu dici per la politica, se ci sia un cristianesimo che si siede alla destra del Padre con diritto e un cristianesimo che debba sedersi alla sinistra, un cristianesimo di comodo, che faccia numero, che mi permetta di dire che il potere spirituale (strana espressione) della Chiesa è a 360 gradi. Devo sapere con precisione se e quando togliere la polvere dai miei calzari e troncare il dialogo con l’anti-umano (che è anche anti-divino) ma come faccio se vedo le gerarchie banchettare al desco dei dittatori, dei criminali, degli oppressori? Come si può essere così contraddittori, a 360 gradi, dicendosi Chiesa dei poveri ma nello stesso tempo combuttando con le regole di un’economia mondiale assurde e ingiuste, favorendo Enti ed iniziative che usano il danaro raccolto dai fedeli non per opere di misericordia ma per opprimere i poveri e finanziare l’ingiustizia? Se leggo il Vangelo ritrovo gli stessi meccanismi del potere religioso di allora, li ritrovo pari-pari nella nostra Chiesa. E a ragione, credo Dostoewskij, quando nel racconto di Ivan Karamazov ipotizza una nuova messa a morte del Cristo dal potere religioso (magari metaforica, visto che non siamo più nel ‘500 e la Chiesa non uccide più i corpi). Ma come si fa a spargere miopia e strabismo culturale a piene mani, come fanno certe radio che a volte ascolto in auto nei miei lunghi spostamenti per l’Italia, rivangando i morti della dittatura di Stalin, mentre non si vedono i milioni di morti ammazzati dal nostro egoismo per fame, sete, guerre provocate dalle Multinazionali, finanziamento alle dittature fatti passare come solidarietà internazionale? Come si fa a tacere tutto questo e rivangare quella spazzatura affermando che. vabbé anche la Chiesa in passato ha fatto questo ma ha ucciso più o meno 10 / 15 mila persone invece di milioni come ha fatto il comunismo – che non c’è più? Il male di oggi non è il comunismo, che vivvaddio è morto e sepolto credo definitivamente, ma il capitalismo o meglio, in neoliberismo: bisogna avere la forza morale e intellettuale di riconoscerlo. Siamo di fronte a un’ideologia bella e buona, ben più terribile del comunismo perché non si limita a negare la libertà (anzi, sembrerebbe superficialmente che l’aumenti) ma toglie anche la dignità alle persone, al corpo, all’anima. Ci riduce a sbranarci gli uni con gli altri, i più forti contro i più deboli e in mezzo la schiera degli ignavi, i cristiani appunto, che a parole dichiarano la carità e l’amore, ma nei fatti lasciano correre le più grosse porcate che siano mai accadute nella storia purché noi si possa continuare a sostenere il nostro “stile di vita”. E anche questa simbiosi con certa politica che usa i cristiani come burattini… Dove sta la parola di Dio, il Verbo che attira senza nulla imporre? Quando vedo comportamenti del genere, quando vedo una Chiesa che si schiera con qualunque parte politica, ne deduco che la fede non c’è più, che non si ha fiducia nella capacità di attrazione del Verbo ma si ripone tutto nei rapporti muscolari. Anche questa è violenza, pur senza armi o eserciti o scazzottate.
    Queste, caro Fabrizio, alcune spine. Il tuo scritto mi ha fatto ribollire e sono come la mia amica Stefania, il cui padre è stato assassinato dalla ‘ndrangheta anni or sono, che dice sempre: “io amo questa terra, di un amore profondo, anche se mi ha sottratto un affetto così importante. Ogni giorno, quando mi alzo, guardo il mare, il sole che nasce. Mille volte al giorno penso di andarmene, ma non posso farlo”. Così è per me, cambia la parola “terra” in “Chiesa” ed è la stessa cosa, perché la Chiesa, specialmente la sua gerarchia che rispetto, mi ha ucciso il gusto di essere cristiano.
    Scusa il mio sfogo, tu sai capire che non c’è astio in quello che dico, solo tanta amarezza.

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  16. Ciao fratello!
    Non credo te ne importi poi molto, ma hai più commenti al post tu, che un deputato del PD di mia conoscenza sul suo blog 😉

    Ti conosco, conosco il tuo maestro, eppure resto piacevolmente basito di fronte a certe tue affermazioni. La volontà di Dio è grande e inarrestabile, nonostante noi.

    Non ho la vostra cultura, non mi sento quindi di entrare troppo nel merito, leggo e medito in silenzio.
    La mia è sempre stata una fede naturale, spontanea, di chi ha avuto la grande fortuna di essere stato scelto, ma il perchè non l’ha ancora capito fino in fondo.
    Provo a meritarmelo, riuscendoci molto poco.

    Grazie, perchè a volte vivendo in questo mondo (forse perchè non sento di appartenervi) mi rattristo davanti a certi eventi perpetuati e perdo un po’ di speranza; leggervi mi ha fatto sentire di nuovo vivo e ottimista.

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  17. Nella mia parrocchia (provincia di Milano) mi è capitato di scuotermi dal “sonno” della Chiesa (che affligge come me molti Cristiani), durante la predica di un diacono. Il suo era un commento al Vangelo della Messa. Dopo aver spiegato con molta incisività le letture, facendo riferimenti e collegamenti, ha posto l’attenzione sulla “carità” oggi. Specificando che era un suo pensiero, ricordo quasi fedelmente queste parole: ” Chi ha molti vestiti nell’armadio, ne dia a chi non ne ha. Chi ha due stipendi, ne dia uno a chi non ne ha per niente. Chi ha una casa da affittare, la offra alla metà del prezzo corrente”.
    E’ stato uno sprazzo di consapevolezza, ma le coscienze addormentate trovano alibi a non finire e sempre convincenti.
    Nella Chiesa oggi (forse in tutti i tempi) chi vede così “chiaro”, si trova in minoranza.

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  18. Sono stupita anch’io. Possibile che anche a “sinistra” il cristiano (odio questo termine e insieme non posso fare a meno di amarlo) sia sempre l’ospite inatteso?
    E’ così imperante il pensiero unico anche nella Chiesa!? Ti conforti la presenza di un’antica tradizione di “estremisti” alle spalle.
    Scusa le idiozie. Un augurio e un grande abbraccio.

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  19. saresti un grande papa
    e io mi convertirei alla vostra chiesa
    alla tua sono da tempo convertita

    abbraccio
    la funambola

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