Vivalascuola. La buona scuola

Ecco la buona scuola ed ecco il caos di questi giorni qui, qui, qui, qui, qui, qui… E con la “riforma” Gelmini si perderanno: buone pratiche, posti di lavoro (ecco i tagli nell’anno 2009-2010), indirizzi consolidati come questo e questo, l’insegnamento di Diritto ed Economia e della seconda lingua comunitaria… E si avvicina la legge Aprea.

Per l’amore e per la libertà
di Maria Zambrano

… Nel vuoto delle aule accade qualcosa che va oltre ciò che si apprende materialmente in esse. Molti di coloro che sono passati attraverso di esse forse non hanno acquisito tante conoscenze, com’era necessario. Ma nel frequentare le aule è accaduto loro qualcosa; in esse si insegnò loro qualcosa di essenziale per essere uomini: a udire, ad ascoltare, a fare attenzione, a lasciare che il tempo passi senza rendersene conto volendo capire qualcosa, ad aprirsi al pensiero che cerca la verità. E molto di più: a stare di fronte a un maestro che rappresenta sempre, che è in verità, per poco brillantemente che compia il suo dovere, un mediatore. E ancora qualcosa in più: le aule si percorrono; si va dalle une alle altre a seconda che si passi da un corso a un altro. E già solo questo è un’iniziazione alla vita…
(da qui)

* * *

Il miracolo di Terezin, il ghetto dell’infanzia
di Donata Glori

Il 27 gennaio il grande atrio della scuola San Giovanni Bosco di Foggia si è riempito di bambini e adulti di tutte l’età, per partecipare all’incontro Il miracolo di Terezin organizzato dalle ultime classi della scuola insieme alle associazioni culturali Musica E’… e Circolo Circasso.
Alle pareti e intorno alle colonne, la Shoah vista dai bambini e dalle bambine, i lavori di 2 settimane di riflessioni, visioni di film e immagini, letture di testi e poesie durante i quali intensamente si è discusso di vita, morte e guerra.

Attento e concentrato il clima, grazie alle parole dei bambini che leggevano poesie di altri bambini: i bambini di Terezin. Belle le danze di cerchio del Circolo Circasso, le musiche dei ragazzi della Pio XII che con i loro strumenti musicali hanno riempito l’aria di note suggestive, da Piovani a De Andrè, belle le voci che intonavano il canto Marcondiro ’ndero a dirci che orrori in giro per il mondo ce ne sono ancora pur lasciando alla Shoah la sua unicità, lo sterminio degli ebrei perpetrato scientificamente e premeditatamente.

L’atmosfera è stata serena, concentrata ma anche lieve, è venuto fuori l’interrogativo che ci ha accompagnati nel percorso come insegnanti.
C’è un modo giusto per parlare del Male ad un bambino o ad una bambina?
O è meglio proteggere l’infanzia, fino a quando è possibile, facendo finta che il male non esista o parlarne come se fosse una brutta fiaba di un incerto tempo di un incerto luogo?

Forse non c’è un modo unico ma una ricerca continua, un dialogo fatto di parole che siano leggere e vere; tali anche per noi adulti che proprio nello sforzo di trovare le parole giuste per i più piccoli ancora possiamo tenere aperta la domanda su come sia stato possibile che accadesse quel che è accaduto: lo sterminio di 6 milioni di esseri umani, ebrei, zingari, disabili, omosessuali.

Del resto, come dice il grandissimo scrittore ebreo contemporaneo David Grossman, “Proprio quella del bambino con la sua incredulità e il suo senso del rifiuto, è la reazione più comune anche tra gli adulti, anche quando si è messi di fronte ad evidenze tanto drammatiche, tanto che quando si parla della Shoah, si è tutti un po’ bambini“.

Occorre allora parlarne. In qualche modo proprio i bambini e le bambine ci hanno permesso di affrontare il problema del male così come la voglia di rimozione. L’arte può aiutare, perché dice e non dice, allude, può essere meno respingente, dice di più e dice a tutti.
Noi abbiamo parlato ai nostri bambini della Shoah attraverso l’arte, attraverso i disegni e le parole delle poesie dei bambini di Terezin.

Terezin è una piccola città fortificata della attuale Repubblica Ceca che durante la seconda guerra mondiale venne trasformata dai nazisti in un ghetto per gli ebrei.
Vi furono rinchiusi circa 150mila ebrei in attesa di essere trasportati nel campo di sterminio di Auschwitz. Erano tutti condannati a morte. Tra questi, 15mila erano bambini e bambine che avevano dai 6 ai 13 anni: alla fine della guerra ne sopravvissero meno di 100.
I bambini non sapevano; erano già stati cacciati da scuola, allontanati dalle famiglie, avevano perso tutto, dormivano per terra, vivevano di poco e con pochissimo cibo, erano malati e molti di loro morivano nel ghetto tutti i giorni.
Eppure, in mezzo a condizioni di vita quasi impossibili, nel ghetto di Terezin avvenne qualcosa di straordinario, un miracolo.

Gli adulti più colti, maestri e maestre addetti alla sorveglianza, decisero di avviare una serie di attività culturali con cui dare nutrimento al desiderio di vivere, di conoscere, di crescere dei bambini: nel ghetto isolato dal mondo si udirono le note di concerti, versi, opere teatrali, letture. Vi erano, utilizzando i supporti più vari, veri e propri atelier di disegno.

Era un modo per sfuggire alla realtà, una specie di terapia, la possibilità di vivere altri mondi dentro al ghetto, attraverso quelle facoltà umane che non muoiono nemmeno dietro le sbarre di un carcere o nei confini brutali di un ghetto. Questa ‘terapia’ funzionò non solo per i bambini che ignoravano il destino che li attendeva, ma anche per gli insegnanti che, dovendo costringersi a mostrare vitalità e gioia per creare un presente meno doloroso per i bambini di Terezìn, riuscivano, almeno in parte, a non pensare al futuro.

Di questa esperienza restano i quattromila disegni che l’insegnante artista Dicker-Brandeisovà nascose in due valigie prima di essere deportata e poi morire ad Auschwitz. La collezione riuscì miracolosamente a scampare alle ispezioni naziste e venne riscoperta dopo oltre dieci anni. Restano anche 66 poesie, qualche cartolina e poche lettere, un piccolo prezioso patrimonio conservato nel museo statale ebraico di Praga. Poesie e alcuni disegni sono raccolti nel libro I bambini di Terezin, Feltrinelli

L’esperienza di Terezin, il ghetto dell’infanzia, ci è sembrata straordinaria e l’abbiamo passata ai nostri alunni e alle nostre alunne. Non solo per l’alto valore storico e di memoria, ma perché con pochi mezzi, costretti a vivere in condizioni estreme, privati di tutto, i bambini, sostenuti da straordinari maestri e maestre, sono riusciti ad utilizzare parole che hanno conservato poesia e bellezza che possono orientarci ancora oggi, aiutarci a comprendere.

La parola poetica che ci arriva da Terezin, oltre a mostrare il male nel suo essere incarnato nella sofferenza dell’infanzia con fame, paura, bruttezza e malattia, ci mostra anche la capacità di sognare il balsamo crepuscolare di una mano, di vedere la bellezza di un fiore, di un pezzo di cielo, ci parla dei ricordi, della casa, delle ore felici, dell’abbondanza di cibo, di una tovaglia pulita, delle tendine alla finestra: cose semplici sottratte all’in-differenza.

La parola poetica, vicina all’infanzia molto più di quel che si creda, ha avvicinato bambini lontani ai nostri bambini in una sorta di dialogo che ha annullato il tempo ma si è rivelato molto concreto e vero poiché i bambini di ogni tempo e luogo hanno in fondo gli stessi sogni, gli stessi desideri e gli stessi bisogni, come dice Paola (10 anni) “I bambini vivono grazie ai sorrisi, cibo, divertimento e cose belle”.

Dedico questa farfalla a Pavel Friedmann,
il piccolo autore proveniente da Vedem,
perché in sette settimane nel ghetto di Terezin non ha visto una farfalla
anche se la raggiungeva con il cuore
.”

ha detto Luca che ha molto amato la poesia La farfalla

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedman (1921–1944)

E scrive Federica dopo aver letto Nostalgia della casa:

Caro o cara bambina anonima, la tua poesia mi ha fatto ricordare i tempi in cui ero lontana dalla mia casetta, io non so com’è un ghetto ma so che viverci un anno è brutto, restare esiliato, lontano da ogni cosa, entrare in un buco senza ritorno è ingiusto. Come hanno potuto farlo? Spero che le guerre non ci siano più e i bambini non facciano la tua stessa fine”.

E Noemi:
I bambini soffrivano per la fame, avevano paura, sono stati allontanati dalle famiglie, ma avevano il coraggio di vivere e di sognare“.

Nella cattiveria delle persone, nel cuore del mondo, un po’ di bontà c’è” dice Serena.

E c’è la consapevolezza di Marco che “la Shoah è un’esperienza che non augurerei neanche al mio peggior nemico (se ne avrò uno)”.

Bimbi strappati alla loro famiglia per essere chiusi nei ghetti e poi uccisi per colpa di persone che stimavano la loro razza superiore a quella ebrea. Oggi per fortuna la legge è uguale per tutti, non ci sono differenze di razza e di lingua” ci rassicura Rosaria.

Le parole e le immagini, i disegni dei nostri alunni e alunne, intrecciati a quelli dei bambini e delle bambine di Terezin ci aiutano a fare pulizia, a non temere di parlare di argomenti grandi.

Con i bambini si può parlare di tutto, importante è il come, far loro vedere l’umanità nelle parole e nei gesti per discernere il bene dal male, per non diventare in-differenti perché, come dice Grossman, “qualsiasi orrore può diventare una concreta possibilità di comportamento in ogni momento”. Per questo la tragedia dei bambini ebrei di Terezin e di tutta la Shoah non appartiene ad un passato che non ci riguarda. Raccontarne l’esperienza e diffonderne la memoria ci aiuta a ricordare che in più parti del mondo simili atrocità si ripetono.
Ci aiuta a ricordare che i bambini e tutti gli innocenti ne sono troppo spesso le vittime. Come avviene ancora oggi, nelle tante guerre in corso in cui il desiderio di vivere non riesce a vincere sulla morte.

Per noi, che guardiamo con cura e amore all’infanzia, avvicinare i bambini ad un’esperienza così forte non è soltanto dovere della memoria ma è l’azione consapevole di insegnanti ancora liberi di mettere in gioco le proprie e le altrui emozioni, insegnanti di una scuola pubblica, ancora libera, chiamata istituzionalmente a rimuovere ogni ostacolo, ogni impedimento alla cultura, in qualsiasi forma essa si presenti. Voglio chiudere con l’ultima strofa di una delle poesie ritrovate a Terezin.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

Eva Pickovà di anni 12

(qui una selezione di poesie dei bambini di Terezin)

* * *

Mettiamoci in cerchio
di Beatrice Damiani

Finalmente il venerdì è arrivato: oggi è il tempo del cerchio. Bisogna avere il tempo di guardarsi, di ascoltarsi, di aprire la scatola dei nostri problemi. Quelli che vogliamo condividere, quelli che ci faranno sentire più vicini, al di là delle diversità. Circle time, il tempo del cerchio. Bisogna averlo, il tempo.

L’anno scorso avevo una quinta; non eravamo insieme dalla prima, solo dalla quarta ma si era comunque creato rispetto reciproco e affetto. Questo ci consentiva di avere un appuntamento molto importante: venerdì alle prime due ore (nell’ambito della “convivenza civile”) aprivamo la scatola colorata alla quale i bambini avevano affidato i loro timori, i conflitti con i compagni, la felicità di qualche momento “speciale”.

Alle 8.45, dopo il rituale del mattino (l’appello, il foglio mensa, le comunicazioni del giorno delle famiglie tramite diario) ogni bambino e bambina si spostava nel centro della classe con la sua sedia disponendosi in cerchio. Non essendo una classe molto numerosa avevamo disposto i banchi a “ferro di cavallo” e quindi potevamo spesso formare il cerchio anche per leggere delle storie.

Era una classe piuttosto vivace ma ogni venerdì, come per magia… tutto si svolgeva nel clima migliore. Leggevamo insieme i bigliettini e… quante litigate risolte, quante lacrime, quanti luoghi comuni e stereotipi di cui prendere coscienza sono emersi… quanto affetto è circolato e quanto bene ha fatto a tutti noi!

Io penso che abbiamo sperimentato una democrazia reale e che i bambini e le bambine davvero siano riusciti e rendersi conto che esistono punti di vista diversi che meritano ascolto e rispetto, e che ognuno può contribuire al benessere della comunità.

Nel cerchio Francesco (nome finto ovviamente) ha capito che si stava
comportando da bullo e ha chiesto agli altri di aiutarlo a capire quando sbagliava. Naturalmente non è stato tutto così facile ma che emozione intensa è stata sperare di riuscire a risolvere una situazione per cui tutti e tutte soffrivano…

Nel cerchio Samuel ha espresso tutta la sua “rabbia” di essere chiamato zingaro, non è rimasto molto con noi ma abbastanza da insegnarci una danza tzigana. Nel cerchio siamo riusciti a “negoziare” regole che hanno permesso al gruppo di vivere meglio nella vita scolastica quotidiana e sempre nel cerchio abbiamo stabilito incarichi a partire dai desideri e dalle caratteristiche dei bambini e delle bambine della classe.

Ogni volta alla fine ci siamo ringraziati prendendoci per mano e dandoci
appuntamento per il venerdì successivo.

Un percorso di questo tipo è educazione civica e richiede tempo, cura, un gruppo non troppo numeroso, uno stile di scuola che consideri i bambini e le bambine nella loro globalità e non solo in base alle prestazioni.

E ora… mettiamoci in cerchio!

* * *

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

C’è un appello anche per l’università qui.

Un appello di docenti e formatori nel campo dell’educazione linguistica sulla valutazione degli apprendimenti qui.

Un appello per il diritto alle prestazioni sanitarie urgenti agli stranieri (compresi i bambini) qui.

Segnalo anche un appello per il diritto alla tutela della salute per i dipendenti pubblici qui.

Le leggi contestate: la legge 169 (ex dl 137), dl 133, mozione Cota.

5 pensieri su “Vivalascuola. La buona scuola

  1. una scuola primaria fatta così richiede tempo e dei “maestri” pieni di umanità e fantasia. tutti i bambini dovrebbero stare a scuola molte ore, dovrebbero fare attività fisica a scuola, imparare tutto quello che c’è da imparare a scuola. e invece si ammazza il tempo pieno, che ci sarà “se lo vorranno le famglie” (!), si vuole il maestro unico (ma se due genitori a volte non sanno tenere un figlio unico!): come fa, come fa un povero cristiano con venti, a volte più, bambini scatenati? si vuole l’educazione civica (formule? definizioni?): ma chi ha mai smesso di “fare” educazione civica? educazione civile, prima di tutto: stare insieme, rispettarsi, condividere, guardarsi negli occhi, dirsi le cose che passano nella mente, ascoltare, aiutarsi a scrivere meglio, a parlare meglio, ad amare le storie, i libri che le contengono, imparare a ridere, a sorridere, a salutare chi entra, chi esce. tutto questo patrimonio di idee di stimoli di bellezza sarà soggetto a smarrirsi col tempo: io che ho a che fare con “bimbi grandi” vedo ben poco della poesia, dei sentimenti, dell’attenzione che i piccoli ci mettono quando sono stimolati. ma se impediamo alla fonte di zampillare tutta la sua freschezza, tutta la sua acqua limpida e pura, che ne sarà del fiume a valle?

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  2. Cara Beatrice,
    anche i miei studenti stanno in cerchio ma non so fino a quando.
    Il problema è che io insegno Diritto ed Economia in un liceo linguistico.
    Nell’ansia di distruggere tutto l’esistente, il Ministro Gelmini sembra pronta a decidere, così come aveva pensato Letizia Moratti, di eliminare, fra due anni, lo studio del Diritto e dell’Economia nei Licei, in tutti i Licei, anche quelli che già oggi hanno nei loro piani di studio queste discipline
    Che dire? Ha un senso? Se sì non ho trovato ancora qualcuno, da quattro anni, che l’abbia spiegato , il senso di questa assurdità
    Cosa si può fare? Parlarne, parlarne, parlarne
    E far arrivare la propria voce, di elettore ed elettrice, perchè questa ormai è l’unica voce che si ascolta. attraverso gli Appelli
    Ne ho promosso uno nel 2005, ne ho riscritto un altro anche nel 2009
    Spero che lo firmino in parecchi, in modo da far capire all’avvocato Gelmini (qunado si dice l’ironia, una manager, la Moratti, un avvocato la Gelmini per far sparire il Diritto e l’Economia) che sta sbagliando
    Anche questo.
    L’appello è qui:
    http://www.docenti.org/News/file/appello.htm
    ma sarebbe utile trovarlo su diecine di altri siti
    Speriamo ben
    Franco Labella

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  3. e la pedagoga a go-go, la aprea che fa la manager? ma facessero ciascuno il suo! credo che la legge aprea se vedrà la luce sarà la mannajata definitiva alla scuola e la più grande pernacchia in faccia alla costituzione. i colleghi francesi bruciano gli autobus: noi facciamo qualche corteo. e ci sta bene: perché abbiamo permesso a tutti di chiacchierare a vanvera sulla scuola e lo sport nazionale più praticato è stato negli ultimi quindici anni inventarsi sempre nuovi motivi per dire che la scuola “così” non va. “così” come? e mo’ il “così” diventerà “colì”, alla faccia nostra.

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  4. Grazie a Lucy e a Franco.

    L’eliminazione dello studio di Diritto ed Economia mi pare contenere un altro paradosso: nel momento in cui il ministro annuncia l’introduzione di un insegnamento di educazione alla cittadinanza e alla legalità, come può eliminare una delle materie a cui è intrinseca l’educazione alla cittadinanza e alla legalità?

    Si fa fatica a vedere una logica.

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  5. Il DDL APREA è la ciliegina sulla torta, probabilmente molto presto nelle scuole Italiane non si studierà nessuna materia, in fondo studiare è un lusso, e sarà una cosa per pochissimi fortunatissimi, scelti con il televoto in un reality show.

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