«Salti nel vuoto», di Carlo Sirotti

E uno

Quella è l’unica immagine che ho di mio papà. Non so chi l’abbia scattata, un attimo prima che si spiaccicasse sul marciapiede. Uno che girasse per Parigi con la macchina fotografica al collo, in quegli anni, e che guardasse in su in una strada così anonima e così poco frequentata in effetti sarebbe piuttosto strano. E che poi abbia scattato proprio in quell’attimo, in modo da cogliere l’ultimo istante di mio padre, l’ultimo suo anelito di vita nel momento preciso di quel gesto ha quasi dell’incredibile.

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Forse è diventato famoso, e ricco, proprio grazie a quella foto.
Io a quell’epoca ero una bambina e di papà ho ricordi sfumati. Allora si era già separato dalla mamma e io vivevo con lei. Che di lui non voleva parlare. Lo vedevo ogni tanto, ma più su qualche giornale che di persona. E così non saprei neanche dire di preciso che persona fosse, che papà fosse, che marito fosse stato; credo che mi comprasse il gelato ogni tanto e forse camminavamo tenendoci per mano. Ma non lo so con certezza. Qualche volta mi avrà portato alle giostre. Forse parlava con me, ma non ricordo proprio quello che mi diceva. Temo che i miei scarni ricordi siano influenzati più da quel poco che ho potuto leggere su di lui che da quanto ho visto, sentito, provato.
E poi c’è quella foto. Sembra più un guitto da avanspettacolo che un suicida. Quello che sembra cercare sembra più l’applauso che la consolazione. Come se ci fosse un pubblico, eppure ci deve essere un pubblico, ma nella foto non c’è, o almeno non si vede.
Forse il suo pubblico era proprio il fotografo; forse lui sapeva che sarebbe stato immortalato nell’attimo della sua morte; forse l’aveva chiamato lui, apposta. Forse solo così tutto si spiega.
O forse no. Nei miei ricordi ci sono anche due cretini che lo indicano, ridono, sghignazzano di fronte a quel volo, e a quel cadavere, ammasso di carne e ossa frantumate sull’asfalto, in un mare di sangue che continua lentamente a defluire.
Due cretini dallo sguardo demente, uno è nudo, l’altro, in pantaloncini colorati, è sotto un ombrello aperto, anche se c’è il sole. Ma c’è il sole? Loro continuano a ridere, e a bere coca-cola. Anche se il cielo è grigio. C’è il sole?
Forse è solo per loro che si è consumato lo spettacolo.
L’ultimo spettacolo.
E anche se io non c’ero, io non ero lì, eppure me li ricordo.

E due

Io e Hermann ci divertivamo a fare i cretini; ma non so chi diavolo ci ha immortalato così in quell’immagine. Ricordo che ci eravamo infilati insieme nella cabina di un peep show dove al di là del vetro una bella fica si muoveva sinuosa mostrandoci tutto il suo bendiddio, due tette da sballo, un culo che levati e una topa rosa e umida che faceva capolino tra due cosce da paginone centrale.
Forse c’era una telecamera, o una macchina fotografica in qualche angolo di qua dal vetro. Chi fosse quello stronzo che ce l’avesse messa non lo so proprio. Forse proprio quella troia. O quel magnaccia del padrone del locale. O qualsiasi altro fottuto cliente di quel dannato peep show.
Ma non capisco perché era rivolta verso di noi, gli spettatori, e non verso quel fiordifica: il filmino sarebbe stato un bel po’ più interessante.
Qualche pittore del cazzo poi da quell’immagine ci ha fatto il quadro.

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Mi ricordo benissimo che Hermann si era messo nudo e che poi si tirò una sega. Io cercavo di attirare l’attenzione di quella puttana, pur sapendo che non ci poteva vedere. Ma forse ci voleva vedere in qualche modo, ed è stata lei a mettere la telecamera. Voleva sapere chi era a godere a guardarla, e a pagarla per tirasi una sega, da solo.
Quella vacca di una stronza troia.

E tre

Un banalissimo fotomontaggio. Allora non era facile farli bene, ma il fotografo svizzero cui mi rivolsi era veramente in gamba.
La foto serviva a pubblicizzare il mio spettacolo ed ebbe un certo successo, la foto. Lo spettacolo no, fu un fiasco colossale, come tutta la mia carriera, o come tutta la mia vita del resto.

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Mia moglie, con la quale non parlavo più da anni, proprio in quel periodo ottenne dal tribunale che io non potessi neanche più rivedere mia figlia. Non ho mai saputo cosa le avesse detto. Non mi meraviglierei se mi avesse dato per morto. Del resto ero riuscito a vederla così poche volte anche prima; e non ho mai più neanche pensato valesse la pena di farmi vivo. Per molti anni l’ho cancellata dalla mia esistenza. O forse ho cancellato me dalla sua esistenza. E anche dalla mia. Il mio nome non diceva più nulla a nessuno, neanche a me stesso. In fondo era come se fossi veramente morto.
Ho saputo solo di recente che la sua vita è stata difficile, forse come la mia, forse più della mia. Ne ho trovato tracce in bordelli di diverse città, so che per un certo periodo si esibiva nei peep show. Qualcuno l’ha vista più tardi in centri di disintossicazione, forse è transitata anche in qualche manicomio.
Poi  ho saputo che un giorno si è buttata da una finestra, o da un balcone, ma non so ancora oggi neanche dove sia seppellita.
Ora vorrei tanto farlo anch’io, ma non ne ho il coraggio.
Ho sempre avuto il terrore del vuoto.

[Illustrazione 1 di Yves Klein]
[Illustrazione 2 di Ashley Bickerton]

L’idea di creare un racconto sulle immagini inserite è di Miriam Ravasio

Il racconto è stato pubblicato nel blog di Massimo MaugeriLetteratitudine” nel post “L’arte che si scrive: immagini e racconti” (luglio 2008) a cura di Miriam Ravasio

23 pensieri su “«Salti nel vuoto», di Carlo Sirotti

  1. qualunque sia stata la spinta iniziale, a me pare una cosa riuscita “in sé”. mi piacciono sempre molto sia la narrativa che il cinema che raccontano daccapo la stessa cosa da visuali diverse. specie di scrittura cubista. scrittura ironica, anche, perché ti rovescia le prospettive. le cose non sono (quasi) mai quello che sembrano. scrittura pedagogica, un monito a guardare oltre e guardarsi, ad uscire dal proprio bozzolo di convinzioni. scrittura aperta: potrebbe continuare, non dico all’infinito, ma per un bel po’ ancora. e questo dell’inconcluso mi attrae sempre. e bravo carlo-s! un bacio.

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  2. Intanto buongioooorno alla bellissima proprietaria del blog.
    Ciao Carlo il tuo racconto l’ho letto quest’estate e mi era piaciuto.
    Me lo ricordo perché la tua scrittura evidentemente a me rimane.
    Io nn commento quasi mai se nn per lasciare qualche delirio di poco conto, ma quasi sempre scelgo di nn lasciare traccia.
    Però leggo tanto in rete e anche se non sn capace di giudicare il lavoro di altri, perché nn è nelle mie corde farlo, so dirti che questo per me è un bel racconto, leggero e vivo.
    saluti
    : )

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  3. Buongiorno a te, gentilissima Ladypazz, e grazie per il complimento.
    Intervengo solo per precisare che non sono la titolare di questo blog, ma una delle redattrici: “La poesia e lo spirito” è un blog letterario multiautore, nato dalla creatività, dall’impegno, dalla passione di Fabrizio Centofanti e di cui sono fiera di far parte (ormai da quasi un paio d’anni… come passa il tempo!)
    Concordo con la reazione positiva che ha suscitato in te questo racconto.
    Io l’ho trovato ferocemente disincantato. A tratti crudele.
    un saluto a te 😉

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  4. Grazie a Gaja innanzitutto, per avere dato un po’ di visibilità a questo racconto, che considero la mia opera prima (in realtà non mi ero mai cimentato a scrivere, se non i commenti sui blog che frequento), nata da un gioco che io presi abbastanza seriamente. Tutto il resto (quel poco) che ho scritto è nato in qualche modo da qui. Grazie poi a Lù, che ha colto in pieno quelle che erano le mie intenzioni di scrittura.
    E grazie a Ladypazz, con la quale molte sono le affinità reciprocamente riscontrate, e a Laura, che ha stimolato anche alcune delle cose che ho scritto partecipando ai giochi letterari che lei (con la fida Lory) propone di continuo sul suo blog. E poi c’è un altro racconto, inedito, nato da un suo incipit che era proposto ad altri, ma che a sua insaputa ho raccolto anche io: ne è venuta fuori una storia un po’ più lunga dello “standard” da blog, circa il doppio dei 5000 caratteri usualmente imposti, se non di più, e che forse rimarrà ancora a lungo nel cassetto, ma in fondo questo non importa. Quello che importa è avere preso coscienza, alla mia tenera età (55), di essere in grado di sapere scrivere una storia, e di divertirmi anche a farlo.
    Prima di provarci in fondo non ci credevo.

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  5. Questo racconto di Carletto avrebbe meritato di vincere il giochino “L’arte che si scrive: immagini e racconti”.
    Invece ha vinto quel tale… com’è che si chiama?… Gregorio? Di Gregori? Be’, qualcosa del genere:-)

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  6. 🙂 🙂 🙂
    Ti abbraccio, Massimo. Se non avessi cominciato a frequentare il tuo blog forse non avrei mai scritto nulla, e non sarei qui.

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  7. No, sono genovese-romano. Cosa ti fa pensare alla Toscana? Hermann forse è il nome tipico degli abitanti di Poggibonsi?
    🙂

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  8. La Toscana comunque sta proprio nel mezzo tra Liguria e Lazio. Può darsi che nella media…. (maremma buhaiola…)

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  9. Ogni “salto nel vuoto” diventa un volo: nella materia mobile della realtà.
    Realtà che cambia, come la prospettiva. E sono sempre slanci di vita che. E sono sempre fughe dalla vita che non.

    E non avendo mai letto Carlo, ringrazio Gaja per questo uno-due-tre: i tre salti come danza, come scambio di peso sulle gambe… e nelle pupille.

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  10. Grazie a te, mia Chiara. Presenze – la tua, le tue parole – irrinunciabili per me.
    Sai sempre come colpire il cuore pulsante del significato, quello che si nasconde dietro la forma. Un talento raro.

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  11. Quello che sono e che sarò – di positivo/di propositivo, lo devo e lo dovrò ai “come te” Gaja. E non mi stancherò mai di ripeterlo/riscriverlo… Nell’oggi dove pullulano e paupulano gli “esempi negativi” – appurato chi non vogliamo essere, abbiamo fame di chi vorremmo diventare. Tu e i “come te” siete chi tiene: la luce accesa.
    Grazie, lo sai: tu sei. Parte della parte che rende il mondo migliore.

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  12. Bisogna riconoscere a Gaja la voglia, oltre alla capacità, di cogliere simili fiori nel deserto. Carlo è una penna nota in Rete e da poche righe di uno qualunque dei suoi commenti puoi cogliere la vastità della sua cultura e lo sviscerato amore che ha per la parola. Questo racconto è solo un esempio minimo delle sue infinite capacità Se ne acquisisse piena cosapevolezza molti scrittori noti avrebbero da temere.
    Nell’attesa che ciò accada ho potuto godere ancora di questo racconto. Condivido i riferimento di Chiara ai passi di danza.
    Bravo Carlo.

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  13. Chiara: non riesco a dirti altro che grazie. Ma è una parola che racchiude un mondo intero di significati, e tu lo sai.

    Evento: ti ringrazio di cuore. :* Il resto del tuo intervento è appannaggio di Carlo.

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  14. L’ineffabile Maugeri omette di dire che il giochino letterario “L’arte che si scrive: immagini e racconti”, vinto da tal gregorio o qualcosa del genere, è stato pubblicato sul suo blog “Letteratudine” e alla discussione e alla votazione hanno partecipato ospiti del blog medesimo. Se Maugeri, in tanti anni, non è riuscito ad affinare i gusti letterari dei suoi amici la colpa è solo sua
    🙂

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  15. Grazie ancora a Fabrizio Centofanti Chiara Daino e a Eventounico per i loro apprezzamenti.
    Mi fa un immenso piacere che qualcuno si sia soffermato su quei E uno.. E due… E tre. Io li considero essenziali. Vederli anche come passi di danza è poi una sorpresa, legittima (ogni interpretazione del lettore lo è), e a me molto gradita.

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