Basta soldi pubblici al teatro meglio puntare su scuola e tv

di Alessandro Baricco

Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un’indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un’agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda. In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell’intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l’essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.

Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà. A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all’indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare. Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. L’espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l’epoca dell’intelligenza di massa.

Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un’espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico. Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare. Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall’essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati. Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi.

Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.

Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).

Oppure: vogliamo parlare dell’appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l’unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente.

Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull’arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov’erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l’avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.

Riassunto. L’idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po’ avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti.

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione – dove sarebbe per tutti – esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione.
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C’è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo.

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?

Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell’ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull’accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l’ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

pubblicato su La Repubblica il 24 febbraio 2009

27 pensieri su “Basta soldi pubblici al teatro meglio puntare su scuola e tv

  1. ho sempre avuto la sensazione che formare un pubblico colto maturo e consapevole attraverso la scuola non sia proprio tra le maggiori finalità delle democrazie occidentali, e in particolare di quella italiana. finanziare spettacoli, festival etc si può fare, tanto lasciano il tempo che trovano a livello di impostazione mentale e il loro affollamento non è tanto una richiesta di cultura diversa, ma una scelta per lo più di conformismo (ci vado perché gli altri ci vanno, leggo questo libro perché gli amici lo leggono etc) oppure, nella più buona delle ipotesi, di opportunità (me la passo mixando cultura gastronomia incontrando amici trascorrendo un finesettimana diverso). la scuola è stata programmaticamente abbattuta negli ultimi trent’anni e non credo che il danno sia facilmente sanabile. Quanto a mettere in grado di “leggere il moderno” non mi sembra il compito prioritario della scuola: i valori morali e intellettuali si costruiscono più attraverso la conoscenza (intelligente) del passato di cui la comprensione del presente dovrebbe essere una diretta conseguenza. sorry :))

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  2. La sete di cultura, che nasce da noi può essere saziata in tanti modi non necessariamente attraverso la tv il teatro…la cosa che ci dovremmo chiedere come è possibile che ragazzi giovani per passare il tempo con i propri amici siano indotti a fare delle cose fuori dal normale come darsi fuoco…Quando eravamo piccoli noi ci divertivamo con poco e il libro era uno dei principali strumenti di cultura…

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  3. Tra l’altro: Dare soldi alla tv per aumentare il numero degli attuali programmi? E come si fa a mettere sullo stesso piano “contributivo” televisione e scuola? E per la tv non c’è già la pubblicità a pensare al (lauto) finanziamento? E per quella pubblica non c’è già il canone?
    Eppoi: dare altre quote di denaro pubblico alla tv, ma senza che il cittadino metta il becco nella sua gestione “culturale”?
    In una parola: quoto lambertibocconi (se questi sono i “nostri” scrittori di punta, meglio essere analfabeti…)

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  4. Scusate il bis, ma questo articolo mi ha proprio indignato. L’articolista parla come se fosse nato ieri, o come se non guardasse mai la tv. La tv non è più quella a una sola rete che ha unificato lingusticamente l’Italia, come hanno “stabilito” i linguisti (Eco, De Mauro, ecc.), quella cioè del Maestro Manzi, ecc., ma oggi è quella che produce la cultura dell’Isola dei famosi, del Grande Fratello (tanto per sparare sul pianista), cioè quella che ha livellato verso il basso (estremo) la cultura degli italiani. Ma come si fa a ignorare che proprio il teatro, la musica classica ecc. sono stati i “rami secchi” che la tv di stato, in folle rincorsa manageriale verso il mercato, ha tagliato, imitando le tv commerciali (oggi poi, l’imitazione è trminata, e ci sono vasi comunicanti tra tv commerciale e di stato, sua a livello dirigenziale che politico)? Secoli fa, tanto per fare un esempio, la sera televisiva del venerdì era dedicata al teatro, e il telespettatore che magari non era mai stato a teatro, vedeva che il teatro era “quella cosa lì” e magari ci prendeva confidenzxa e magari poi al teatro (vero) ci poteva anche andare. E adesso cosa ci consiglia l’articolista? “Abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti”. Mi piacerebbe sapere chi sia, nomi e cognomi, please, quel “qualcuno”. Magari lo stesso, o il figlio, o il nipote di chi ha ri-alfabetizzato (o ri-analfabetizzato) gli italiani con gli attuali programmi televisivi? La cosa non è meccanica, lo so, ma non c’è in qualche modo un rapporto tra maggior consumo di tv e minor consumo di libri, teatro, opera lirica, musica classica, ecc.?
    Se la ri-alfabetizzazione è questa, viva l’analfabetismo!

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  5. La cosa più subdola, e per conto mio sicuramente in malafede, dato che Baricco non è un cretino, è associare con falso candore nel titolo dell’articolo “scuola” e “televisione”, due entità agli antipodi. Ho proprio la nausea anch’io.
    (PS: in genere, tutto il falso candore di Baricco mi dà la nausea, ma qui è questione di gusti.)

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  6. Finalmente si è dato alla meccanica. L’idea di mettere un teatro in ogni scuola, eh, però è belisima.

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  7. ormai è al farnetico. l’ex-enfant prodige, che smise ben presto di essere prodige, continua però a fare l’enfant. ‘azz dice? non lo sopporto per come scrive e per quello che (non) dice. ragassuolo, quest’anno sono 51 anche per te: sveglia! cioé: renditi conto che non siamo tutti babbei e tu l’unico intelligente.
    “abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti”: questa me la incornicio.

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  8. “pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca”: stagnante sarà Lei, Baricco!

    “Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi?”: si prenda un’aspirina e si aggiorni [ giuro che ho terminato gli studi BEN DOPO di lei e all’enzima preferisco Ernani! ]: alle medie studiavo Tito Schipa, al Liceo i librettisti italiani e all’Università l’Opera era materia d’esame. Coletti, dove sei?

    “Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo?”: i fighetti programmano più le loro frequentazioni/apparizioni nei “salotti buoni”, credo. E credo che Beningni non sia Bene [nostro signore del Teatro ].

    “Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?”: si figuri… Sentiamo già la LANCINANTE presenza di veline-attrici e tronisti-attori e scrittoridisete-registi…

    Perché non destinare tutti i soldi [ pubblici, privati, piovuti dal cielo,… ] nelle scuole di scrittura, eh, Lisander? Si tenga i suoi palinsesti tv, ci lasci ai nostri cartelloni… e mandi a memoria: “Non giudicare il dramma prima che sia finito” [ Sir John Davies ]

    A presto. A domani.
    Una delle tante attrici fuori [ dal suo ] programma.

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  9. Il PRO-FITTO: ma che roba è?
    Roba che se magna, mi dicono.
    Concordo. Mangia intorno a sè e si mangia, si autodivora chiedendo ancora. Consuma persone,consuma cose, materia e matariali, capitali aftti di carta,cartone,gli vanno bene perfino i riciclati,gli inquinanti.Su tutto pro-li-fica:generosa solo con se stessa.
    E’ una scuola di parte e un te-atro-scena. Un guscio di saperi lievi-tanti che sbancano le casse:dei vivi,dei morti, del futuro e chissà che altro? Ne si parla come di qualcosa che ha un copro da piovra,ma che aleggia come inconsistente figura.
    Il PRO-FITTO è fitto di gestione,una in-digestione di gente ano-nima,che non da nome nè indirizzo,ma si attacca come saprofita alla vita dei tutti. L’hanno gestita da parecchi anni questa manovra di disciplinati insuccessi per arrivare fino a qui:quando sarà la gente ad invocare di nuovo, come è già stato, non in altro evo,ma poco più di una cinquantina d’anni fa,che ci sia qualcuno che dica per filo e per segno cosa fare,pensare,mangiare,quando nascere e come morire,se fare o non fare dei figli,se respirare e quanto.
    La cultura sarà solo questo e il teatro questa visione su una fiction del vivere.Già stanno allenando le truppe spedendole alla casa del fratello,con schiere di seguaci a costo zero, anzi di autopaganti per il servizio di rimbecillimento,se non basta c’è l’isola per quelli che hanno problemi gravi e turbe di riconoscimento.Ci pensano le zanzare a infettarli per bene da staffilococco-co(g)ito.
    Un male che dilaga anche in altre stanze,senza più distanza tra ciò che sembra vero e quello che sta dietro e dentro quei vuoti.f
    La scuola? ma a cosa serve? in questa nuova età della pietra si ripercorreranno all’indietro tutte le tappe,una specie di replay: magari si trova l’errore! O l’uovo di colombo!

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  10. uno per uno, due
    due per due, quattro
    quattro per quattro, sdici

    sei per sei fa trentasei
    otto per otto fa sessantaquattro
    dieci per dieci fa cento ecc. …

    messe in riga sembra una filastrocca, e tale era in quanto la poesia viaggiava sull’onda della memoria. Tutto era appreao a memoria perchè pochissimi sapevano leggere.

    Sono tornati qui tempi?

    Al riscontro di tali risultati sempre perfetti e logici, diremmo oggi scontati, il secondo Re di Roma – Numa Pompilio – chiese di incontrare il lontano e famoso cittadino greco di nome Pitagora per capire meglio quella “logica perfetta” che rasentava la magia.. Pitagora andò a corte di Numa Pompilio insegnandogli la famosa “ Tabella Pitagorica””.

    Incisa sulla cera, imparata a memoria, Numa Pompilio divenne il primo sovrano definito “statista” dai primi cittadini romani, ovvero, colui che sa gestire lo Stato come “bene comune” di tutti i cittadini.

    I conti erano talmente perfetti e imparziali, che Pompilio poteva chiedere con estrema fierezza e precisione, il fabbisogno delle spese che lo Stato doveva sostenere indipendentemente dalle avversità climatiche. Nasceva lo Stato romano.
    Mano a mano che la società romana crebbe, la “finanziaria” veniva discussa in “Consiglio” coi i capi rappresentanti del popolo, portavano essi a tributo o contributo la decima parte dei raccolti quale “prodotto interno lordo” di modo che si potesse dare una dignitosa “paga” a chi si impegnasse ad erudire i cittadini dello stato, elevandoli.

    Fin qui non ci piove. A tutt’oggi funzionava così fino a quando lo sciagurato Regan, decise la snazionalizzazione di tutti gli stati, processo camuffato sotto la voce “privatizzazione”.

    Per chi è sprovveduto in politica (scienza dell’amministrazione della “Polis”) , la privatizzazione per questi, è un vino talmente forte e inebriante che quando ne vanta i miracoli allucinogeni, parla come uno sbronzo al limite della crisi etilica.
    I risultati sulla privatizzazione del “bene comune” sta allargando l’imbarbarimento delle società “democratiche”. Quindi, quando i fini di un cittadino sono l’appropriazione del “ben comune”, utilizzando la Tavola Pitagorica come metro per la ricchezza personale, la tavola invece di moltiplicare: divide.

    Di questo Piatagora era mooolto cosciente.
    Vero Lamberti?(*-*)?

    La Scuola di Stato e la Scuola dei Media, sono modelli educativi dove: la prima ha un modo e un fine nobile di educare i cittadini, mentre l’altra ha il fine ignobile di diseducarli o maleducarli. Ma voglio anche ricordare a tutti che il Teatro è la prima forma di “Scuola Pubblica” per elevare il cittadino idiota a citatdino democratico, e che nella sua metamorfico – il Teatro – si è trasformato oggi in Televisione (che è sempre Teatro), solo che sul palcoscenico sono saliti a recitare gli “IDIOTI”.

    Vi consiglio di rileggere di Fedor Michailovic Dostojevki: L’IDIOTA” un testo ancora molto illuminante per smascherare un idiota.

    enea

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  11. Lucy, ho scoperto l’arcano: oltre tutti i miei difetti tecnici della digitazione che ti ho elenzato, il correttore di Star Office di “VISTA” si sta dimostrando Idiota per conto suo, correggendo come gli pare e piacece, accolllandomi tutta la sua idiozia di Media acquistato al supermercato…

    sopportami

    *____=

    ciao

    enea

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  12. Acciderbola, Enea: la povera Lamberti, da te chiamata in causa, confessa di non avere capito. Comunque sono comunista, per quel che voglia dire. 🙂

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  13. chiara daino la dev’essere proprio inc*****a se rinuncia al suo stile inconfondibile per cantarne quattro e quattro otto
    (enea docet) al sciur lisander barricado ex barricadero en barrique. grandissima chiara!
    lu

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  14. @ enea,
    poi qualcuno diede ai romani “panem et circenses”, poi qualcun altro cominciò a dare meno pane e più “circenses”, fino a che, oggi, il pane è finito e ci sono solo i “circenses”, sia nella tv pubblica che in quelle private. Ma a Baricco non interessa, lui, da (ex)frequentatore di casa Agnelli, s’è abituato alle brioche

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  15. Non ho letto i commenti, scusatemi, non so quindi se qualcuno prima di me ha detto questa cosa, ma a me pare che il buon Bar abbia trovato chiuse alcne porte che non si sarebbe aspettato di trovar chiuse e che cerchi, nel mare magnum delle sovvenzioni scolastiche, di crearsi un mercato rigoglioso e florido con corsi, incontri, eventi atti a “educare” nuovi lettori, attraverso insegnanti elettrizzate/i dall’onore di accedere al cellulare del buon Bar per le attività da svolgersi. Sarò cinica, ma il buon Bar non mi sembra da meno.

    Ghega

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  16. @ Lucy:

    Oltre allo stile, in questo momento, rinuncerei anche ad un braccio – pur di avere qualcosa da scagliare contro Baricco: CHE L’INSE! Perasso contro il Satanasso! E continuo a recitare il “buon” Brian Hugh Warner: I wasn’t born with enough middle fingers! [ Sono nata senza dita medie a sufficienza! ]. Grazie Lucy, il mio mito sono Donne come te!

    @ Ciciop:

    “arrabbiarsi tanto” e, mi creda, non sa QUANTO – serve! Serve per non lasciare che passi “sotto silenzio” lo sproloquio di chi – in sostanza – vuole depauperare ancora di più il Teatro! Perché, allora, non creare direttamente “attori a costo zero”? Tecnologiche riproduzioni digitali interattive e tutti gli ex-attori “carnali” a scuola di scrittura da Baricco? Nel preciso momento in cui SI PUBBLICA si deve essere RESPONSABILI del proprio messaggio. E se un messaggio incita a “farmi fuori”, potrò almeno ribellarmi o sono costretta a subire e lasciare che sia? L’impermeabile dell’indifferenza lo vesta Montale, che non fa per me!

    @ Ghega:
    Perdoni lei, ma per me, il “buon Bar” è un locale che offre un giro di cuba gratis ai suoi avventori… Quanto a Baricco, non potrebbe continuare il suo delirio personale [ solo i SUOI libri e quelli dei suoi allievi, ça va sans dire, sono DEGNI di pubblicazione/distribuzione ] senza farsi portavoce di un pensiero-pattume che vuole trucidare il Teatro?

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  17. @ Chiara

    Insisto nel dire che arrabbiarsi in un commento non serve se non ad arrabbiarsi tale a quale. Quel satanasso ottiene che tu ti arrabbi e tu non ti accorgi che alla fine rispondi ad un articolo che non ha postato lui. Almeno concedi l’indifferenza come attesa che le nubi si dissolvano.

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  18. Avevo trovato in un articolo la contrapposizione tra un tipo di cultura meccanica e una cultura solidale. E in effetti non avevo ben chiaro quale fosse una cultura meccanica (una cosa che adesso un po’ ho capito).
    Dunque, leggendo questo articolo mi aveva subito colpito questo uso del termine e forse senza nemmeno avvedermene l’ho identificato come un termine noto. Questo termine mi ricordava qualcosa ma non sono riuscito subito a capire cosa. La mia battuta però – devo dirlo – mi ha fatto scompigliare dalle risa sia prima che dopo. Scusate la divagazione.

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  19. Che Baricco sia un “grazioso” narratore lo devo ammettere, il fatto che sia anche un buon incantatore basta andare ai suoi spettacoli, anche se col passare del tempo , la sua magia viene sempre a meno. Ma in politica è meglio che stia zitto, non è sua materia, altrimenti si rovina la poca e buona reputazione acquisita con onestà.

    Ma alla Lamberti, donna dalla fulgida chioma dorata, nonché socia Arci, elencavo la “dinamica” del fallimento della “privatizzazione” quando, dal Capitale, il denaro si separa e si arrocca sulla presunzione maestre di indiscussa “unità di misura” di ogni casa del creato e attività umana.
    I fallimenti a catena che si susseguiranno in questi giorni e nei mesi futuri e in tutto il mondo, sono l’effetto di una sconfitta politco-militare in atto da 25 anni a questa parte.
    Lo smembramento di tutti gli organismi sociali, collanti della società moderna industriale, è e fu ammutinamento dei “vogatori” di Stato che, in assenza di un comando legittimo, e in mezzo al mare, hanno inscenato separatamente un “assalto ” alla sala comando del transatlantico Titanic
    , assalto avvenuto da una ciurma di gangster davanti ad una ciurma interdetta dai Media.

    In una società come la nostra: Tele-matica e Tele-spettacolare, senza accorgerci, siamo stati trasformati in: Tele-Utenti e Tetele-Udenti, Tele-Spettatori, Tele-Comandati e Tele-Contribuenti, Tele-Elettori ecc. dando vita ad una forma nuova di Governo: la Tele-Crazia.
    Per uno Tele-Acculturatore o Tele-Predicatore come Baricco affiliato alle massonerie Piemontesi, il suo intervento in linea con la privatizzazione, svela le sue simpatie capitalistiche dettate dal buon profitto che ne ha “ricavato”; ma sappiamo bene, e solo oggi, che i “derivati” sono titoli tossici, quindi, mandarlo a “quel paese” da parte della Lamberti e qualche altro, svela l’indignazione che le parole del Baricco nascondono: l’appropriazione indebita.

    Di una cosa i comunisti (quelli veri) ovvero: i marxisti, sanno, che il detto di Marx quando dice: “Chiunque in uno stato capitalista è proprietario dei beni di produzione, è destinato fallire”, resta un dogma tangibile, quindi per i comunisti, non fu d’interesse strategico stare zitti perdere le elezioni svanendo come partito per lasciarci andare verso il fallimento globale, in quanto, per quella profezia Marx scrisse piu di mille pagine del suo grande capolavoro, sviluppando in una analisi robusta e sana.
    Meno mane che è morto in tempo in quanto, nella sua revisione di correggere della sua opera (terza revisione) voleva spiegare meglio il fallimento globale che aveva intuito, e che, per sua onesta intellettuale ci voleva avvertire in tempo.

    Quindi chiunque si e “privatizzato” qualsiasi organo dello Stato di appartenenza è destinato fallire, “cultura” compresa. La globalizzazione deve essere comunista per avere successo, dissolvendosi nel socialismo finale e non attraverso il capitalismo individuale e di Casta.

    In poche parole: IL CAPITALISMO E’ MORTO!

    Quello che dico è sotto i nostri occhi, e al moria dei Capitali con tutti i loro lacchè, oggi li vediamo pentiti e mortificati prostrandosi davanti allo Stato chiedendo vergognosamente scusa e perdono in nome della salvezza propria e del popolo tradito. Cero Lamberti? *___________*

    In Carnevale generale è finito, cadono le maschere e volente o dolente si dovrà girare pagina. La salvezza è nella socializzazione dei beni di produzione e la buona amministrazione dei “Beni Comuni”.

    E la cultura che fine farà?

    La cultura da BAGARINO e Avanspettacolare resterà per le prossime generazioni la prova scandalosa dell’idiozia, dell’avidità e della tracotanza umana. Il Processo Universale sarà materia culturale del futuro prossimo (o prossimo futuro) vergognandoci un po tutti della nostra storia, chiedendoci come mai tutto ciò fu possibile.

    Buon divertimento a tutti

    enea

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  20. Chiara, prima o poi, secondo me, Baricco aprirà anche una catena di bar e si lamenterà su un quotidiano a tiratura nazionale dell’ingiusta facilità di accesso alle licenze 😉

    Ghega

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  21. bar-ricco me ce ficco!
    che ‘o danno ‘o spritz co na còfana de salatini e tartinette? ah no, eh?
    dice che ce vo’ er finanziamento pubbrico pe i salatini.
    a gratis solo letture da oceano mare, seta, cose così…
    c’hai detto? che te va pe traverso l’aperitivo?

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  22. Francamente non capisco. Siamo ancora al dibattito comunismo capitalismo come se noi tutti non vivessimo, lavorassimo e fossimo sfruttati dal capitalismo e come se dare in mano ai poitici e ai funzionari di partito la cosa pubblica non avesse prodotto danni ugualmente terremili per la vita delle persone e per la cultura.
    Non sarà invece che questo non volersi sporcare le mani non volere toccare i soldi invece di usarli da privati citatdini per produrre cultura accettandone i rischi non sia frutto di codardia intellettuale e ideologia concalmata. Certo dare soldi alla TV. qui ed ora con un editore unico è e resterebbe una follia. Risolvere magari un conflitto di interessi, smantellare il monopolio tv pubblica e tv comemrciale, mettere in piedi un sistema plurale e dare spazio alle produzioni private piccole e medie a me sembra invece idea almeno degna di essere presa in considerazione.
    Il fallimento del finanziamento pubblico alla cultura è sotto gli occhi di tutti e ha prodotto come effetto collaterale quello di consegnare masse di giovani al mercato.
    Certo, Baricco, buttandola in politica avrebbe fatto bene ad accennare al concflitto di interessi e alla struttura del mercato e l’omissione genera qualche dubbio sulle intenzioni ma le reazioni indignate non mi sembrano tenere. Non mi sembra che la “sinistra” e tutta l’intellighentia di questo paese possa vantare successi ne baronie. Organizzare anche un semplice festival di quartiere richiede l’amicizia dell’assessore o del partito di destra o di sinistra che sia.
    La cultura va strappata alla mediazione politica e riconsegnata alle persone, sia la sua produzione che la sua fruizione. Dovrebbe diventare abito culturale, artigianato teatrale e televisivo. Meno Divi, meno nobel e più drammaturghi di quartiere.

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