Il teatro replica a Baricco Muti: “Gli sprechi ci sono”

di Anna Bandettini

Su due punti sono tutti d’accordo. Primo: in nessun paese del mondo il teatro e la musica sopravvivono senza soldi dello Stato. Secondo: le regole di investimento di quei soldi vanno cambiate, riformate. Ma sul resto è quasi guerra. Due fronti pronti a dirsele, pro e contro Alessandro Baricco che ieri con una lunga, articolata riflessione su cultura e spettacoli dalle pagine di Repubblica, ha lanciato una bomba culturale: non è un obiettivo primario del finanziamento pubblico sostenere spettacoli, festival, eventi – ha scritto – meglio dirottarlo sulla formazione di un pubblico consapevole che oggi è a scuola e davanti alla televisione. Dunque finanziamo scuole e tv invece dei teatri. Apriti cielo.

La spericolata riflessione è parsa coraggiosa a Riccardo Muti – raggiunto a Parigi durante le prove del concerto dedicato a Berlioz con l’Orchestra della Radio Francese e voce recitante Gerard Depardieu – perché pone l’accento su molti dei punti sul quale egli stesso si batte da sempre. “In particolare la centralità della scuola fin dalla tenera età, il potenziamento di programmi formativi che attraverso la televisione sono in grado di raggiungere anche le persone più lontane e isolate, e la formazione dei giovani musicisti, sono tutti ambiti dove è necessario il sostegno delle istituzioni pubbliche – ha detto – Così come ci vorrebbero più risorse private perché potrebbero ridare nuova linfa ad un mondo che ha davvero bisogno di una “vera rivoluzione mentale””. Concorda il “collega” Salvatore Accardo, violinista e direttore d’orchestra: “Baricco scrive giusto quando parla di dare soldi alle scuole: la musica va imparata e insegnata fin dai banchi di scuola. È vero anche che ci sono sprechi nei teatri con le loro produzioni faraoniche ma non è così, per esempio, per la musica da camera e le istituzioni concertistiche che andrebbero sostenute dallo Stato”. Le molte critiche a Baricco cominciano quando il direttore del Piccolo Teatro, il primo teatro pubblico italiano finanziato dallo Stato, Sergio Escobar sbotta: “Non voglio polemizzare, ma le tesi di Baricco sono sconclusionate. La fascinazione per il mercato è fuori tempo massimo: perfino Tremonti dice che non è risolutore. Vabbé, il disorientamento degli intellettuali di sinistra… ma non si può stare ancora nel Duemila a difendere il principio che la cultura è un bene pubblico”. Con Escobar c’è mezzo mondo dello spettacolo italiano. Tra i più feroci, due attori su fronti politici opposti. Luca Barbareschi in procinto di debuttare con Alessandro e Maria di Gaber: “Ma proprio Baricco che ha fatto teatro a botte di sovvenzioni? Il sistema dello spettacolo in Italia non va rotto come dice lui, va risistemato come in Francia, Germania, Inghilterra, ora perfino America: l’intervento dello Stato ci vuole. Chi deve andar via è la politica che ha egemonizzato poltrone, denari, tutto”. E Lella Costa: “Ma perché spararci addosso in questo modo gratuito? Il teatro è bollito? Ma chi lo decide, Baricco? Quello che lui scrive è offensivo verso il pubblico innanzitutto, ma anche verso chi con quattro lire tiene aperti i teatri, organizza festival… Altro che mettersi sul mercato. Fare uno spettacolo non è come fare un libro”. “Sì questo è un punto debole del suo ragionamento di cui condivido molte cose: un conto è stampare un libro che se va male è costato poco, un conto è finanziare un film che ha costi elevatissimi”. Lo dice Paolo Sorrentino regista di Il Divo, un milione e 700mila euro finanziati dallo Stato e 4 milioni e 600mila incassati. “Senza quel finanziamento io non ce l’avrei fatta. Ma concordo con Baricco quando dice che vanno cambiati gli obiettivi culturali: sostenere scuola e tv. Ma devono cambiare anche le regole di questo sostegno, liberarle dalla politica”.

Cambiare le regole dell’intervento pubblico: lo chiedono tutti. Lo auspica Francesco Saverio Borrelli, presidente del Conservatorio di Milano, lo ribadisce Dario Fo: “Ci vogliono regole trasparenti”, dice il Nobel, “per rispetto anche del pubblico. Ma sul finanziamento non si discute: anzi in Italia la percentuale del Pil alla cultura è dieci volte inferiore alla media europea”.

Come una litania gli fa eco una folla di artisti: Carlo Giuffrè (“senza finanziamenti mancherebbe il pane”), Gigi Proietti: (“il teatro da solo non può farcela. La gestione dei teatri ha costi enormi. Ma parliamone. Baricco, apriamo un dibattito non dico con tre B ma almeno con una”), Paolo Damiani, direttore del festival jazz di Roccella Jonica (“cosa farebbero i giovani artisti senza lo Stato?”), Fiorenzo Grassi dei Teatridithalia di Milano (“i teatri sono luogo di incontro tra persone e anche questa è cultura”), Filippo del Corno, compositore (“finanziare la tv? Paradossale in un paese in cui paghi un canone che concorre col 47 % al budget Rai che non restituisce nulla di culturale allo spettatore”.). Sì: la proposta di Baricco di finanziare la tv è la più spinosa da digerire. Emilia De Biase, membro pd della commissione Cultura della Camera: “Il presidente del Consiglio ha lavorato per questo tutta la vita”. E il musicista Oscar, Nicola Piovani: “Una sciocchezza così non l’avevo mai sentita. A Roma si dice “Levateje er vino””. Riporta la pace, serafico, Paolo Poli: “Baricco dice quello che vuole e noi continuiamo a lavorare. Ho visto passare tante stagioni, buone e cattive. Spero di resistere anche a questa”.

pubblicato su La Repubblica il 25 febbraio 2009

4 pensieri su “Il teatro replica a Baricco Muti: “Gli sprechi ci sono”

  1. “La Repubblica” ha la sua ragione (mercantile) a fare un caso di quell’articolo. Ma che sia una “bomba culturale” non direi proprio. E’un petardo di idées reçues (e tradivamente: il mercato sovrano, la libera e indiscutibile iniziativa: ma non sta fallendo questo “libero mercato”?), di snobismo di “sinistra”, di deliri utopici. Se solo per il fatto di dar più soldi alla tv e alla scuola si cambiasse radicalmente, ipso facto appunto, la perversa direzione verso cui tv e scuola, in modo diversi, sono spinte, a livello politico, manageriale, di mercato, sarebbe una rivoluzione senza precedenti. Insomma, tra l’altro: chi controlla i controllori? e chi munge le vacche grasse?

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  2. In ginocchio. Al cospetto di Paolo Poli: grazie! Un Maestro che da sempre e sempre insegna.
    “Baricco dice quello che vuole e noi continuiamo a lavorare”. Questa è la VERA scuola.

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  3. vrote di Fabrizio:
    ” Su due punti sono tutti d’accordo. Primo: in nessun paese del mondo il teatro e la musica sopravvivono senza soldi dello Stato. Secondo: le regole di investimento di quei soldi vanno cambiate, riformate”

    Scusa Fabrizio, da quanto tempo manchi dall’America Latina? Li “charrango” la fanno da padrone come i Tromboni a pompa.

    Cosa ti fa pensare che solo la musica culta sia musica? Ci sono moltissime realtà nel mondo dove i banchieri e i menager del suono non sono riusciti a capitalizzare la musica, specie tra le bande a fiato dei paesi poveri.

    Sei mai stato a Cuca in Serbia? (Cucia)
    C’è un festival di Musica Balcana che dura ben 15 giorni e notti(24 ore di filata) e nessun musicista prende un becco di soldo. Li si sfidno le migliori trombe e tromboni di tutti i Balcani. E’ uno spettacolo sconvolgente e si svolge all’aria aperta.
    Trombe, flicorni , bombardni; porchette ed ettolitri di vino con sesso a volontà (quello solo se gli sei simpatico).

    Oppure, da quanto non vai ad un matrimonio magrebino? Sono gli sposi che sostengono quelle orchestre e non lo stato, e a quiei musicista non manca il lavoro.

    Il problema della “capitalizzazione” della musica, sovvenzionata a suon di soldoni, è un problema occidentale. In moltissimi Negli altri paesi non si pagano le tasse obbligatorie se suoni uno strumento in un luogo pubblico o in compagnia o in una osteria come qui. (SIAE).

    Da quanto manchi da un Pub irlandese?
    lo sai quanti musicisti ci sono in Irlanada? Quasi tutti suonano uno strumento musicale, quindi in quel paese, come in tutti gli stati dove si insegna dalle elementari a leggere uno spartito, nessuno va a pagamento per sentir suonare un orchestra a meno che, sia estera e porti novità musicali. In quei paesi, la musica è “ricreazione” non “affare”.
    Ma il Capitale è sempre in agguato e ci prova sempre tassare ogni concerto nel mondo… su questo ti do ragione. Se invece parli di cultura classica di un popolo, allora ti do ragione in quanto, è dovere di un popolo non dissipare la propria cultura. Poiche musica storica, dove le tecniche d’esecuzione impegnano a fondo i musicisti, allora è dovere sovvenzionassi, ma il pubblico poi non deve pagare il biglietto d’ascolto per una orchestra che è mantenuta di sana pianta con le tasse pubbliche. In nessun paese ex socialista il pubblico ha mai pagato il biglietto per andare a teatro o a concerto, ma solo noi stranieri. E’ un diritto sacrosanto del popolo erudirsi come è obbligatorio per il governo in carica erudire il proprio popolo, spendendo ciò che il popolo versa, dandogli il meglio.

    La privatizzazione della Orchestra filarmonica di Vienna, dopo la privatizzazione fini sul lastrico, come tutte le grandi orchestre fatte da professori e non dilettanti.

    Ora che siamo allo “sfascio”, in materia di consigli poplitico-amministrativi ne sento di tutti i colori. Sento e vedo zecche intelletuali dappertutto.
    In uno stato d’emergenza assoluto, lo Stato ha il dovere di salvaguardare le opere e la cultura del proprio popolo. Se l’emergenza disatrosa che vediamo avanzare dovesse raggiungere il “collasso”, tutti i buoni e pessimi consigli andranno a farsi friggere davanti alla salvaguardia della dignità individuali.

    Per anni siamo stati male-educati al soggettivismo assoluto e nichilismo, e trovandoci di colpo in uno stato d’emergenza come quello che arriva, gli scenari saranno veramente preoccupanti. Per fame, i musicisti dovranno vendere il proprio strumento per pochi Euro.

    Ricordo l’intervista da parte del regista Vender quando a Cuba (sotto feroce embargo) intervisto il pianista Ruben Gonzalez dei Buona Vista socual Club, il quale, alla venerabile età di ottanta anni
    diceva di essersi fermato di suonare per via dell’altrosi alle mani. Ma Segundo, il capo banda invitò il regista americano ad andare alla scuola di balletto classico dove Ruben suonava ed ascoltarlo, perché la storia dell’artrosi era una bugia per nascondere la vendita del suo pianoforte per qualche soldo (per fame).
    Vender ,andò alla scuola, e il grande maestro Rubèn era li che suonava dei minuetti classici per allenare le bambine ballerine classiche. Vender con tenerezza si sedette accanto al maestro tutto vergognoso per la bugia detta. Vender chiese al maestro di suonargli una rumba cubana. Il maestro dopo aver avuto il consenso della maestra di ballo, suonò una stupenda rumba jazzata.
    Fu arruolato per la ricostituzione del la notissima: Buona Vista Social Club.

    Tutto ciò fu possibile grazie agli impegni che il governo cubano riusciva a sostenere in materia di cultura generale nonostante il feroce embargo subìto.

    Cordialmente

    enea

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  4. Buon ascolto:

    qui alla scuola di balletto classico dove si allenava di nascsto

    la banda al completo il gioro del debutto, tutti senza un becco di sldo.

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