Islabonita di Nico Orengo

E con questo fanno 20. Venti sono i libri pubblicati da Nico Orengo in 40 anni: dall’ormai raro E accaddero come figure (Feltrinelli, 1969) a quest’ultimo Islabonita (Einaudi, 159 pagine, 18 euro). La cadenza è regolare: Orengo produce 1 libro ogni 2 anni, d’ingombro raramente superiore alle 200 pagine. La misura prediletta è tuttavia anche inferiore: gliene bastano infatti poco più di 150 pagine per reinventare ogni volta nuovi paesaggi, affollare le trame di personaggi, mescolare nostalgia e sarcasmo, umana comprensione e ferocia dello sguardo. Il padre Vladi, lui pure scrittore ma soprattutto uomo di cinema, gli deve aver trasmesso il gusto per la regia e, più ancora, per il montaggio, arti nelle quali Orengo eccelle. Quello che rende inclassificabile il talento artigianale è però la naturalezza. L’impressione è di assistere a un teatrino in cui non ci saranno (non ci sono) mai grandi soprese, aggettivi urlati o sbraitati, posture meno che composte. Nelle facili tassonomie da copy di provincia di che si nutre tanta critica militante di oggi, prodotti del genere non trovano posto – e a noi che ce ne importa, canticchia in sottofondo Renato Carosone. Per leggere Nico Orengo è forse utile consumare una colazione o una cena con lui; osservare la cura autentica che riserva alla scelta dei vini e delle pietanze, il garbo rivolto a ospiti e personale di servizio, il tempo perfetto delle battute, il piacere, in sostanza, d’intrattenere se stesso con l’aria di compiacere i presenti. Se questa Islabonita (Cuba, ovviamente) fosse altro da un libro, sarebbe appunto un ricevimento placé, con piatti piccanti e vini dal bouquet sofisticatissimo. Come in ogni ricevimento, c’è un ospite d’onore, che è nel caso Fatima, maga e parrucchiera, in fuga da se stessa e dal mondo come altre figure femminili di Orengo, cosciente del suo fascino e in qualche modo anche delle sue sorti. Attorno a lei e al suo corpo da femme galante tragica e consapevole, si muove un’umanità che soltanto Nico Orengo racconta. Sono diplomatici e contadini, massoni e ragazze di paese; il sultano Maometto VI, ultimo sultano dell’Impero ottomano, morto davvero a San Remo nel 1926 e i suoi dignitari; un periodo piuttosto dimenticato dai romanzieri italiani (i pochi anni antecedenti alla presa di potere di Benito Mussolini, che nel Ponente ligure sono anche quelli della nascita del Casino di San Remo e di un campo da golf tuttora fra i più belli d’Italia); e spazi tutti già visti nei romanzi di Orengo, non fosse che stavolta sono meglio idenficati. Ventimiglia, forse una seconda patria dello scrittore, non è mai stata soltanto una cittadina di confine. Ora è certe spiagge, certe insenature, alcuni scorci. Dall’entroterra del Ponente ligure, già tante e tante volte sondato, Nico Orengo estrae stavolta il borgo di Isolabona (esiste sul serio: conta 698 abitanti, 106 metri sul livello del mare) e ne fa un posto di magie e incantesimi, in cui sembra davvero insensato distinguere sacro da profano. Il limite di questo racconto lungo e appena sussiegoso è rappresentato da un’anguilla che pensa, vede e prevede i fatti. E’ senz’altro un filo conduttore originale; peccato abbia l’effetto di un artificio da poco, non esente da un certo, consapevole, cattivo gusto. Nico Orengo poteva davvero far grazia ai suoi lettori di questa delusione.

9 pensieri su “Islabonita di Nico Orengo

  1. In totale disaccordo con ogni singola parola. Questa è una non-critica, è invece un attacco bilioso e di fattura infantile a Nico Orengo e null’altro. Si ha come l’impressione che chi ha recensito non abbia letto realmente il libro ma sia rimasto indietro, ai primi lavori di Orengo e su questi abbia tratto le sue conclusioni per quest’ultimo.

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  2. Bravo Giovanni, una recensione garbata, giocata sul filo dell’ironia e ben motivata nell’evidenziare quello che non convince nel testo, dimostra di aver letto e analizzato il romanzo,certo un modo distante mille miglia dagli strafalcioni di certa critica dilettante da web.

    p.

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  3. Quello che per il recensore è un artificio da poco è invece a mio parere un elemento fondamentale nelle storie di Orengo, che considero uno degli scrittori più interessanti in Italia nel panorama odierno. Io, da suo lettore, non invoco pertanto assolutamente quella “grazia” che chiede il recensore. Al contrario.

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  4. Anche, e non solo. Magari non mi va di ricordare cose che non ho apprezzato di uno scrittore che, come a te noto, in genere apprezzo.

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  5. Perché mai un artificio? L’anguilla rappresenta la coscienza perduta, della vita in simbiosi con la natura.
    Letto con piacere

    anna maer

    dopoilmattino.blogspot.com

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  6. Anna, a me è sembrato un espediente grottesco – e non ho niente di nulla contro gli espedienti in prosa d’invenzione, e nell’ultima produzione di Orengo ce n’è alcuni altri un po’ meno che indovinati.

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