Sud 12 – Kapital list

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installazione di Claire Robert

Un capitalista di nome Borman

di

Riccardo De Gennaro
da Sud numero 12

Il vanto principale del magnate americano Karl Borman era, gli si perdoni l’indelicatezza verso la madre, quello di essersi fatto da solo. Karl, in verità, non era diventato ricco con il suo lavoro, ma perché – dopo aver avviato una modesta attività immobiliare – si era ritrovato di punto in bianco un centinaio di milioni di dollari sul suo conto alla First Chicago Bank. Da quel momento aveva costruito un impero. Alcuni suoi concittadini erano convinti che avesse rinvenuto il bottino sepolto anni prima nella Death Valley da un pericoloso gangster. Altri, invece, assicuravano che avesse poteri soprannaturali. Più d’una volta, d’altronde, diventato potente, era riuscito a far comparire o scomparire cose e persone.

Questo potere lo gratificava perlomeno quanto l’incessante accumulazione di capitali, che verificava ogni giorno comodamente seduto in poltrona. Aveva fatto installare al soffitto due contatori dei flussi di denaro in entrata, che correvano come treni. Uno era quello dei ricavi, l’altro riportava gli interessi bancari.

A tutela del suo patrimonio Borman si era poi circondato di avvocati, fiscalisti, esperti finanziari, consiglieri dell’immagine e della comunicazione, che gli costavano una cifra spaventosa, ma sempre meno dei servizi resi. Possedeva poi buona parte della stampa e tutte le tv di Chicago. Per sentirsi più tranquillo aveva anche comprato sottobanco numerosi giudici, senatori democratici e repubblicani, poliziotti, agenti della Cia, due capi di stato maggiore dell’esercito e un cardinale.

Una mattina, mentre faceva colazione, suonarono alla porta. Il maggiordomo andò ad aprire e gli portò una busta. Era un mandato di comparizione. Com’era possibile? Chi poteva osare tanto? Infuriato, Borman prese il telefono e chiamò ad uno ad uno i suoi collaboratori, che insultò pesantemente e definì parassiti. La loro risposta era sempre quella: mmmh, signore, io ho fatto tutto quello che dovevo fare, non so di quale tribunale stia parlando. Ok, dovrò pensarci io! Chiamò la segretaria e le ordinò di cancellare tutti gli impegni della giornata. La donna, costernata, gli fece i nomi di importanti personaggi, compreso l’emissario dell’organizzazione che aveva cambiato la sua vita. Ma Borman non volle sentire ragioni.

Riagganciò, si mise il cappello e uscì. Il solo pensiero che qualcuno avesse tentato di perforare in qualche modo il muro delle sue ricchezze lo faceva imbestialire. Dopo aver allontanato l’autista prese posto alla guida della limousine e raggiunse il luogo indicato, che – se ne rese conto soltanto una volta giunto a destinazione – si trovava alla periferia sud della città. Tribunale del popolo, c’era scritto sul portone. Borman scoppiò in una grassa risata. Il popolo l’ho in pugno, non ho niente da preoccuparmi. Per un attimo fu tentato di risalire in auto, ma la curiosità lo trattenne. Il tribunale del popolo era una sorta di autorimessa dalle pareti grigie e spoglie. Guarda questi pezzenti, non hanno nemmeno un calendario con le attricette nude, pensò Borman. Nel locale c’era soltanto un tavolaccio di legno tutto inciso di scritte vecchie e nuove, che il magnate preferì non leggere. Null’altro.

Allora! Non c’è nessuno?”, gridò Borman spazientito. Poi si accorse di un altoparlante, che pendeva proprio sopra la sua testa.
Avanti, chi siete, facciamola finita con questa pagliacciata!”, tuonò.
“Noi siamo il popolo e questo è il nostro tribunale”, disse una voce calma che scendeva dall’alto. “Non fatemi perdere tempo! Di che cosa mi accusate?”.
“Di niente”.
E allora perché diavolo mi avete fatto venire qui, massa di imbecilli?”.
“Per dirti che sei stato condannato”.
Impossibile senza un capo d’accusa e un regolare processo”
“Il tempo dei processi è finito e, come ti abbiamo detto, non c’è capo d’accusa. Sei semplicemente condannato a una pena che non sai. Anche questo fa parte della condanna”
Borman deglutì a fatica.
“La pena prevede anche che tu non ne conosca la durata”, disse ancora la voce.
Il condannato barcollò sulle gambe. Attese altre spiegazioni, ma l’altoparlante non parlò più. Lasciatosi alle spalle il tribunale, risalì in auto e andò in ufficio. La sua vita rimase esattamente la stessa, poi un bel giorno, quando meno se lo aspettava, Borman morì.

3 pensieri su “Sud 12 – Kapital list

  1. un post senza commenti è come un past senza commensali. ecco allora che mi sposto di tavolo e con la sedia vengo a trovarlo qui. Allora, come va, mein kapitalist?
    effeffe

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